LISA
Il Simbolo, sinodo di Cielo e Terra di Sr. Lisa Lelli Commenda Militia Templi di Empoli
Perché ritornare al concetto di SIMBOLO soprattutto in un'epoca come quella in cui viviamo, dove i più non hanno memoria di quello che è l'essere spirituale? Noi, ora, qui, siamo tutti uniti sotto lo stesso mantello con impresso un unico simbolo a cui diamo un valore e con il quale vogliamo dimostrare il nostro incontro nei medesimi valori, come se questa veste ci identificasse e, indossarla, ci specificasse e ci accomunasse negli stessi intenti e nella pluralità di significati che il simbolo richiama in noi e che ugualmente comunica a chi lo guarda. Il simbolo è una sintesi che racchiude in sé una pluralità di concetti, è intriso di tutti i significati possibili riconducibili alla forma che lo rappresenta; e tuttavia non si può comprendere pienamente se non oltre la percezione ordinaria. Ogni simbolo è lì per destare nell'osservatore una domanda, un perché e la risposta è solo sua, oltre a tutti i significati energetici possibili di cui è intriso dall'albore dei tempi, si apre infatti una porta dentro chi osserva, una porta sull'invisibile, una porta da cui il suo Essere può parlare. I bambini sono grandi in questo. Per loro tutto è simbolo e nessuna risposta che loro danno rispetto ad un'immagine è mai scontata, loro riescono a vedere con i propri occhi, con la propria immaginazione e attraverso quello che sanno vedere si sviluppano e si formano. Una linea non è per tutti una semplice linea. Un simbolo parla senza bisogno di interpreti. Un simbolo parla ad ognuno di noi a prescindere dal grado di conoscenza e di istruzione. E parla sempre di noi, perché è l’individuo che lo decodifica in base al suo vissuto, al suo immaginario, in base alla sua storia personale; come un bottone che, se viene premuto, apre una porta su mondi paralleli costruiti con il proprio pensiero, con le proprie emozioni. Se lo ignoriamo esso comunque agisce, c'è, esprime la sua energia, è qui per risvegliare qualcosa di interiore che va aldilà delle parole, che va aldilà di qualsiasi spiegazione, perché la parte spirituale riconosce quel linguaggio. Del simbolo si può fare esperienza diretta, pratica non solo teorica. Si parla di rituale. Nelle chiese vengono accese le candele, simbolo di Luce e vengono suonate le campane simbolo del suono universale, nel momento che si compie l'azione il simbolo passa da essere teoria e ricettacolo di significati a essere portatore di esperienza. Volente o nolente il simbolo grazie all'intuizione apre la porta all'immaginazione che, in ognuno di noi, attinge al proprio bagaglio individuale d'esperienza e di fantasia partendo da un presupposto concreto e reale. Ma un simbolo può anche essere subito, l'esempio è accendere una candela e suonare un campanellino senza porsi la minima domanda di cosa rappresenti quell'azione, come assistere a un rituale e ignorarne il significato. Il simbolo se ignorato viene sempre subito, per questo diventa interessante conoscere ciò che ci circonda. La conoscenza porta alla consapevolezza e la consapevolezza apporta Coscienza. Uno tra tanti esempi è il lupo. Con la sua immagine arriva il pensiero del pericoloso predatore, ma anche il concetto di solitudine e di branco, di fedeltà, di protezione. La lupa infatti è considerata la madre più protettiva nel mondo animale, non è un caso che mitologicamente abbia allattato Romolo e Remo. Essendo dunque il simbolo unione indissolubile di significati “visibili e invisibili”, fisici e metafisici, esso è SINODO di Spirito e Materia, di Padre e Madre, che generano il Figlio. Io sono il figlio, il mio corpo è sinodo tra il mio Essere e la materia che è stata plasmata dallo Spirito. Tutto ciò che a livello simbolico è Padre e Madre per me e in me trova incontro in me, nel mio Io e nel mio corpo attraverso i miei pensieri, il mio sentire, la mia creatività. Così appaio a voi con questo corpo materiale, che è veicolo del mio Essere. A mia volta divento Archetipo di quello che rappresento, dell'unione che vivo. Archetipo nella misura in cui il soggetto non è definito da un simbolo astratto ma da un qualcosa di reale che, mediante il confronto, ci rinvia immediatamente alla funzione metafisica della forma che ha assunto. Ad esempio, il sole è archetipo del padre e la luna della madre. E tuttavia il mio Essere non ha né forma né nome, semplicemente E'. Io sono. Spiritualmente sono in ogni dove; anche senza far niente, anche senza aver niente, sono comunque, determinata e plasmata dallo Spirito. Come se quello che vedete di me, quello che è esplicito di me fosse un desiderio d'amore del mio Essere. L'essere spirituale è l'unione della trascendenza dello spirito con l'immanenza della carne. L'essere spirituale ha un corpo che vive una vita terrena e che al contempo risponde a delle regole celesti. Ciò che fa la differenza tra l'essere e il non essere è la presenza, la presenza di ciò che ci abita e di ciò che manifestiamo all'esterno. Quando il seme dello Spirito germoglia dentro di noi, prende forma l'unione dello spirito con la materia e la materia viene plasmata affinché sia manifesto in ciò che facciamo, ciò che siamo davvero. Come in cielo così in terra. Lo spirito s'incarna per fare l'esperienza della vita terrena e qui, in questo mondo è necessario che ciò che facciamo sia in linea con ciò che siamo interiormente. Nessuna distanza tra l'essere e ciò che manifestiamo. L'Essere che ci abita, vuole esser-ci, preme da dentro, chiama, vuole mostrarsi agli altri come Luce che illumina e, mentre illumina, a sua volta s'illumina. In quell'esser-ci l'Essere diventa essere-incarnato, manifestazione dello spirito che vuole essere visto, riconosciuto e lì manifesta la sua presenza che è eternamente esperienza fisica. Ma cosa significa esser-ci? Ogni Uomo che ha in sé l'Essere, sente una spinta a fare e crea dei movimenti: ogni azione che produce determina il suo passaggio, determina il suo tempo e crea la sua esistenza, il suo esser-ci, perché vuole essere sia testimone che artefice del grande disegno di Dio. Il tempo è il comune denominatore di tutti i viventi dell'universo. Gli antichi sapevano che il tempo è eterno. Eterno è ora. Dio vuole che l'Essere lavori per la Bellezza perché la Bellezza è esperienza di Dio. Per questo siamo qui oggi: per questo vestiamo questo mantello, per realizzare la Bellezza, per rendere più bello quello che ci circonda. E per far ciò il primo passo è andare, vedere e fare. Ogni Essere ha un suo tempo e una sua esistenza unica e irripetibile. Il punto di partenza è in me, per ritornare a me. Kierkegaard dice: “E' in questa vita che decidi la tua eternità”. Dio è in tutte le cose, di Dio si fa esperienza fisica: chi comprende questo assoluto ha la responsabilità di cambiare ciò che non aspetta altro che di essere reso più bello. L'indifferenza spranga una porta che è già chiusa. E' una follia credere che una chiusura conduca alla grazia di Dio. Il buio aspetta solo di essere illuminato. Lavorare per la bellezza non è solo fare beneficenza per indossare l'etichetta che ci fa sentire e apparire compassionevoli, ci sono tanti Esseri spirituali di cui non si conosce il nome che mettono le loro vite a disposizione dello Spirito e che lavorano con sofferenza per la Bellezza, senza cercar clamori o riconoscimenti. Per alcuni il vero riconoscimento sta nell'alba di un nuovo giorno da dedicare alla costruzione della gioia propria e del prossimo. La consapevolezza è implicita nell'essere spirituale e si esplicita in ciò che fa, in tutto ciò che è movimento, in tutto ciò che fa parte di lui, in tutto ciò che viene da lui. Conoscere chi siamo è la grande prova, innamorarsi di noi, innamorarsi della parte di noi che non s'innamora ci porta nella posizione più alta possibile per la contemplazione di ciò che è imprescindibile e rende inaccettabile lo stare fermi a guardare che certe forze contrarie dilaghino. L'uomo è dotato di 4 centri energetici fondamentali: conoscerli e saperli usare e svilupparli è ciò che deve fare per raggiungere la quintessenza, per diventare macchina divina. Ogni centro è come un mondo a sé, ha una sua struttura, una sua intelligenza, di fatto è un centro d'energia primaria ed ha un suo modo di vedere, di sentire, di pensare e di comunicare. Sono: il corpo, il creativo-sessuale, l'emozionale, il mentale. Tutti hanno in sé la volontà di realizzarsi. Il compito dell'uomo è quello di portare ognuno dei suoi centri in stato di armonia e da lì realizzarli per poi imparare ad usarli. Il corpo vuole vivere, si realizza nel benessere, a lui non interessa la forma che assume, più magro, più grasso, più alto, più basso non ha importanza, il corpo vuole stare in stato di benessere e lavora per questo suo scopo sempre, è ricettacolo di tutti i comportamenti degli altri 3, tutto s'esprime nel corpo. Il centro creativo-sessuale vuole soddisfazione, si realizza nel creare da se stesso qualcosa che sia solo suo e che possa trovare riconoscimento nel mondo. E' l'unica energia delle 4 che non può essere forgiata, ma solo canalizzata o sublimata. Tutte le opere che facciamo sono fatte con l'energia della creatività e tutte sono veicolo dell'energia sessuale dell'autore. Attraverso il desiderio là dove non c'era niente ora c'è qualcosa che è nato grazie alla sua energia. Creare è il suo imperativo. Il centro emozionale vuole la pace interiore, si realizza quando vive nell'armonia, quando quello che vive esternamente è in linea con quello che vive interiormente. Vuole amare e impara ad amare gli altri e ciò che lo circonda solo se ha imparato ad amare se stesso. Il centro intellettuale genera idee, vuole capire, crea ideologie e identità, si chiede chi sono? E da qui parte la sua ricerca che si realizza nel vuoto, perché solo con il vuoto può avere lo stimolo infinito a cercare, a trovare. La ricerca interiore non ha fine. Conosci te stesso, per essere te stesso. Con il pensiero conosco, con il cuore sento, con la creatività desidero, con il corpo vivo! Così ogni centro è autonomo, ha una sua funzione, una sua identità e allo stesso tempo comunica con l'essere che, se è evoluto, sa farli interagire, sa farli comunicare e allo stesso tempo trova i vari come. I “Come fare”. A un certo livello infatti i perché decadono, e lì diventano necessari e determinanti i “come”. Ognuno ha i suoi “come”. L'Essere diventa un condottiero, un condottiero del corpo che lo incarna, un condottiero che come un re giusto e illuminato sa vedere quali sono le qualità intrinseche dei suoi sudditi e sa dargli un compito, ma soprattutto sa affidarsi nel senso più alto di fiducia. Fidarsi non è verificare che l'altro faccia ciò che ci aspettiamo, non è verificare che il nostro investimento sia stato fruttifero e, se ci sono errori, di chi sia la colpa. Dare fiducia significa delegare all'altro avendo la certezza che qualsiasi cosa faccia, sarà ben fatta. Così l'Essere che ha nutrito, visto crescere, discusso degli errori, dei mancati bersagli dei singoli centri dell'uomo che lo sta incarnando, prende il posto, lo stesso che si è preparato con fatica e che è stato preparato per lui in una danza d'amore tra le sue qualità, e va sul carro del mondo, sopra di sé ha la volta celeste, si muove con Luce, nella Luce attraverso il buio portando se stesso in tutto quello che fa. Diventa guerriero della Luce e questo passaggio è irreversibile. L'incontro che fa con i suoi simili determina una rete spirituale, una rete che è la stessa che è stata intessuta nei secoli dei secoli da tutti quelli che hanno percorso il medesimo cammino. Una rete fatta di Coscienze: la Coscienza Cosmica. Questo è Amore, quello che non conosce distanze, che non conosce limiti di tempo. L'amore che nasce da un'idea. Quella volta, tanto tempo fa, un gruppo di uomini valorosi, di guerrieri, decise di dar forma a un’idea - sempre tutto nasce da un'idea - e indossarono un mantello, bianco, per proteggere i pellegrini che intraprendevano il cammino. Diedero vita a un atto d'amore che oggi trova noi ancora legati in quell'amore, a quell'idea originale. Questa non è una narrazione storica, bensì una storia, la mia, la vostra, la nostra. Ci sono amori che valicano tutti i limiti. L'umano ha perso confidenza del tempo, non si ricorda più come si fa a misurarlo davvero, ha imparato a definirlo col concetto di spazio. Ma l'Eterno è ora. E' nell'eterno che vibra l'energia di quei guerrieri, è nell'eterno che noi oggi, ora, vibriamo con quella stessa energia. Per questo indossiamo questi mantelli, per dimenticare di dimenticare che siamo esseri spirituali. Esseri che hanno il dovere e anche il piacere, la responsabilità di perseguire la Bellezza anche dove sembra che non ci sia. Ognuno si confronta sempre e solo con se stesso, con il proprio Essere, con la propria coscienza. Allo stesso modo l'Essere diventa IO SONO, espressione manifesta di Dio e che nel cammino è opera d'arte in movimento. La coscienza cosmica parla nei secoli e valica il tempo attraverso il linguaggio dei simboli e ci da messaggi che vengono recepiti nella nostra intimità e a loro volta i simboli sono quello che ci conduce alla Coscienza Cosmica, sono dei punti di intersezione che delineano un percorso, gli infiniti percorsi che ci sono sull'unica strada che l'Essere fa per incarnarsi e per ri-tornare a Dio durante l'esperienza dell'incarnazione e a loro volta i simboli sono quello che ci conduce alla Coscienza Cosmica. I simboli sono punti di connessione materiali che aprono porte spirituali. Chi sono quindi i miei fratelli? Quelli che indossano una maschera che li rappresenta oppure coloro che hanno l'Essere in sé, che vuole esserci, che preme in loro e che forse sono chiusi in corpi che forse sono nati in paesi distanti dal nostro. Dovrei precludermi la gioia dell'incontro con i miei simili solo perché hanno manifestazioni diverse dalle mie? Chi protegge le strade per il Tempio Celeste sa che non ci sono colori né lingue diverse; tuttavia molti sono in cammino e le strade sono sempre più bisognose di protezione. Lo scopo è sempre il regno di Dio. “Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre.” Ecclesiaste 1, 7. C'è un'unica strada e ci sono infiniti modi di percorrerla. Il gioco è fare della propria vita un'esistenza autentica in cui l'apparenza sia uguale all'essenza, in cui ciò che appare di noi, sia il riflesso della nostra luce interiore, sia il riflesso del nostro essere, sinodo di cielo e terra, alla ricerca della propria famiglia d'anime perché <<il tormento non riguarda quello che non sappiamo ma quello che abbiamo e non riusciamo a dare>> (cit. P.Kinsley). Poi diceva ancora loro: <<Si prende forse la lampada per metterla sotto un recipiente o sotto il letto? Non la si prende invece per metterla sui candelieri? Poiché non vi è nulla che sia nascosto se non per essere manifestato; e nulla è stato tenuto segreto se non per essere messo in luce. Se uno ha orecchi per udire oda>>. Diceva loro ancora: <<Badate a ciò che udite. Con la misura con cui misurate sarete misurati pure voi; e a voi sarà dato anche di più; poiché a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.>> Marco 4, 21-25

 

MARTIRI
Roma 14/02/2013. Articolo di S.E. M.M. Gran Precettore PTHM Francesco CORONA - LE INATTESE DIMISSIONI DEL PAPA: UNA INTERPRETAZIONE SIMBOLICA.
“Fratres carissimi Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vitae communicem. (…) Bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commissum renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 29, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse”. Passaggi fondamentali in latino delle dimissioni del papa avvenute l’11 febbraio 2013 poco dopo le 11,30. Con questi due passaggi fondamentali Papa Benedetto XVI dichiara le sue dimissioni con decorrenza dall’ora 29esima del 28 febbraio 2013. Premesso che l’ hora 29 è inesistente che ciò suscita, nelle menti attente un ombra di mistero condito da intrigo internazionale; infatti la segreteria del papa la correggerà di li a poco in hora 9. Tale decisione viene presa dal Santo Pontefice in piena libertà e “pro Ecclesiae vitae” , che a me piace tradurre per la sopravvivenza della Chiesa visto che la frase latina corretta sarebbe dovuta essere pro Ecclesiae vita. Ora nulla succede a caso, tantomeno in Vaticano. Al di là dei possibili stati di affaticamento del Pontefice e degli eventi profani che si succederanno nei prossimi giorni e che potranno o meno trascinare lo IOR verso nuovi scandali legati alle vicende MPS ed Ambrosiano Veneto, resta un altro elemento interpretativo da esplorare, un elemento fortemente simbolico legato al vero motivo per cui l’11 febbraio il concistoro cardinalizio si è riunito in sessione plenaria: ovvero la canonizzazione dei già Beati martiri di Otranto da ora Santi Martiri. Nessuno giornalista, prete o studioso si è, ad oggi ,interrogato sul legame esistente tra le dimissioni papali e i Santi Martiri di Otranto. Per poter meglio comprendere tale legame è necessario capire chi sono i Martiri di Otranto e cosa hanno rappresentato, storicamente, per la Chiesa cattolica ed in generale per l’intera Chiesa cristiana. PER NON DIMENTICARE - Nel 1480 Maometto II, dopo la vittoriosa conquista di Bisanzio, è sulla soglia di compiere il suo più grande ed ambizioso progetto, inchiodare Venezia nel trattato di Negrofonte (1479), conquistare Otranto in Puglia, la città più orientale d’Italia per creare una testa di ponte per un esercito di invasione di 1milione di soldati in corso di arruolamento ad Istanbul(nuovo nome di Bisanzio ovvero Costantinopoli). Obiettivo principale è consolidare il progetto di islamizzazione della penisola italica attraverso l’avanzata a nord del suo esercito per ricongiungersi a nord-est con le 30mila unità giannizzere stanziate aldilà dell’Isonzo (per far rispettare a Venezia gli impegni di non belligeranza del trattato a fronte della possibilità di compiere indisturbata i propri commerci in Oriente) e ad ovest con i mori di Spagna. Il progetto è chiaro: Maometto II desidera conquistare l’intera Europa cristiana per convertirla all’Islam. Sempre nel 1479 Maometto II rafforza la sua potente flotta del mediterraneo, composta da centinaia di unità navali suddivise in galere, fusti e maoni, armati di innovative catapulte smontabili progettate da ingegneri toscani all’ancora nella baia di Valona in Albania di fronte ad Otranto. Mentre i princìpi , baroni e nobili d’Italia e d’Europa si scontrano tra di loro per futili motivi, il papa Sisto IV (come Benedetto XVI oggi) sembra l’unico a comprendere da subito la portata degli eventi epocali che si stanno delineando all’orizzonte e che impongono una precisa strategia difensiva pro Ecclesiae Vitae. Sisto IV conosceva bene i piani del sultano già espressi nella missiva inviata al suo predecessore Niccolò V (1447-1455): « lo sono turco, e i turchi secondo le mie nozioni etimologiche e neologiche sono Teucri, cioè discendenti dai famosi Troiani. Personalmente riconosco tra i miei avi lontani quel glorioso Ettore che fu ingiustamente ucciso dai greci: dunque il mio diritto di vendetta sui moderni elleni è sacrosanto. Ecco perché ho assediato e vinta la capitale dell'Impero d'Oriente. Per la successione di Enea che era anche troiano e mio antenato, mi spetta altresì l'Impero d'Occidente: dunque aspettami da un momento all'altro a Roma» A nulla valgono gli appelli di Sisto iV alla cristianità e il 28 luglio 1480 i turchi, al comando del generale Gedik Ahmed Pascià conquistano Otranto dopo 15 lunghe giornate di assedio e di sangue. Le perdite da entrambe le parti sono ingentissime. Gli otrantini , dopo la fuga della guarnigione spagnola rimangono i soli a difendere le mura e non cedono alle condizioni di resa offerte dal generale turco, combattendo sino alla morte in difesa della cristianità e dell’occidente. A Otranto morirono sulle mura circa 15mila uomini mentre le perdite islamiche furono più ingenti intorno ai 18mila uomini. Quando i turchi irruppero, tutta la popolazione rifugiata nella cattedrale fu trucidata e il famoso mosaico del 1166 si tinse di rosso. Gli ultimi superstiti donne e bambini furono inviati in Oriente come schiavi mentre 800 uomini scelsero di immolarsi nel martirio per decapitazione poichè rifiutarono le condizioni del turco ed in particolare di convertirsi all’Islam. Dopo circa un anno Alfonso d’Aragona liberò Otranto e le potenze internazionali si coalizzarono per riscacciare i turchi nei loro territori, ricordiamo la grande battaglia navale di Lepanto del 1571. Gli otrantini dopo 15 magnifiche giornate difendono la cristianità d’Europa, impediscono al turco di riorganizzarsi e di procedere con i piani di invasioni e islamizzazione infliggendo ingenti perdite al nemico. GLI EVENTI ATTUALI – Avendo ora compreso la portata simbolica del martirio di Otranto rispetto al nemico storico della cristianità, cerchiamo di comprendere quali eventi si affacciano all’orizzonte tali da costringere papa Ratzinger alle sue strumentali quanto insolite dimissioni. L’attuale collegio cardinalizio conta di 117 membri ed il papa uscente potrà contare , sulla base verificabili indiscrezioni, almeno su 80 di loro per influenzare possibili scelte elettive. Ma perché dimettersi?, Perchè influenzare il voto di maggioranza? Tutto si origina dall’attuale situazione geopolitica internazionale e in special modo dalla situazione geopolitica dei paesi islamici del nord e centro Africa. Le cosidette primavere arabe più che evolvere verso un processo di democratizzazione e liberalizzazione hanno in realtà determinato l’effetto contrario, ovvero lo sfociare di nuovi integralismi che minacciano seriamente l’Europa cristiana, senza contare che in Europa sono già presenti miglioni di musulmani con le loro famiglie. in Italia le banche arabe, in controtendenza rispetto alle banche nazionali, stanno finanziando le attività commerciali dei loro connazionali islamici ed è oramai accertato che l’80% circa del mercato ortofrutticolo al dettaglio e il 50% della distribuzione sempre al dettaglio di benzina è sotto il controllo di queste famiglie e sarà destinato ad arrivare al 100%. La situazione internazionale poi è sotto gli occhi di tutti: Egitto, Tunisia, Siria, Algeria, Libia, Mali. Tutto il centro e nord Africa è una potenziale polveriera che se esploderà produrrà nuove ondate di terrorismo islamico in Europa; in Germania come in Francia ed Italia. E’ questa la grande paura di un papa non tanto stanco quanto preoccupato, paura che come all’epoca di Sisto IV, si affaccia prepotentemente su tutto il Mediterraneo europeo. Se la politica distensiva del governo italiano nei confronti della Libia di Geddhafi, poteva, sino a qualche anno fa, consentire il controllo dei flussi migratori e il contenimento di fenomeni di estrazione terroristica verso il vecchio continente, ora con l’attacco Nato alla Libia e la ricostruzione in atto sarà tutto da ridefinire. La Francia infatti sta intervenendo di sua iniziativa inviando proprie truppe speciali a combattere contro gli integralisti del Mali, mentre in Tunisia ed Egitto assistiamo allo scoppio di nuove rivolte popolari da guerra civile. A tutto questo si deve aggiungere un altro problema di natura ambientale, infatti stiamo assistendo a stravolgimenti climatici di natura antropica che avranno come conseguenza lo spostamento verso nord di tutti gli ecosistemi terrestri con aumento di fenomeni climatici estremi e siccità soprattutto in nord Africa e nel sud del Mediterraneo. Per concludere, Il collegio cardinalizio quindi, in difesa degli interessi della cristianità in Europa ed in Africa, sarà chiamato a rispondere, con l’elezione di un nuovo papa, alle stringenti sfide dei prossimi decenni. In particolare, il nuovo papa sarà esperto conoscitore degli scenari del centro e nord Africa ben accreditato verso i governi e le tribù africani. L’attenzione forse ricadrà su Peter Kodwo Appiah Turkson (da notare l’assonanza di Turkson con i Turchi invasori) di 65 anni del Ghana. La risposta del Vaticano sarà necessariamemte pro Ecclesiae Vitae come lo fu in passato l’elezione di Giovanni Paolo II, nel periodo del crollo del muro di Berlino e di Ratzinger nel periodo del consolidamento dell’unificazione germanica post guerra fredda. Ci auguriamo solo che le scelte del nuovo papato siano sufficienti a creare condizioni socio politiche e religiose distensive tali da mitigare gli impulsi violenti dell’integralismo islamico africano e ancor più di una eventuale ondata di terrorismo europeo che genererà nuovi martiri della FEDE su entrambe le sponde del Mediterraneo. Fr. Francesco Corona

 

DIONISI
“Ulteriori prove della presenza dell’Ordine Templare nella Città di Acquapendente” di Vincenzo Dionisi Precettore
La presenza dei Cavalieri Templari nella Città di Acquapendente, sino ad oggi, si basa, principalmente e quasi esclusivamente, su di una tradizione orale che si perde nella notte dei tempi. Tra i nostri compiti, rientrano, di certo, quelli della ricerca, dello studio, dell’attento esame delle fonti e della documentazione. Ho, personalmente, sempre dato credito alla suddetta tradizione orale, sicuro che, prima o poi, le mie ricerche avrebbero dati i suoi frutti. Ciò è avvenuto nel corso del trascorso anno. Ma andiamo con ordine. All’interno della Basilica del S. Sepolcro, nella navata centrale, sul lato sinistro rivolgendo lo sguardo all’altare, vi sono alcuni bassorilievi che narrano la storia di questa Chiesa. Alcuni dei menzionati bassorilievi rappresentano, con dovizia di particolari, milizie templari armate, sia a terra che a cavallo, con impressa sui loro scudi la nota croce. Detta rappresentazione ricorda la partenza di milizie per la Prima Crociata proprio da tale luogo. Di alto interesse sono invece alcune ceramiche conservate all’interno della Torre Julia de Jacopa, antica porta della Città, rivolta verso Roma. Oltre ad esservi scolpite nelle mura alcune croci ed anche una stella, oggi la Torre è una Sezione Distaccata del Museo Cittadino. Come detto, al suo interno sono conservati dei manufatti in ceramica di pregevole fattura, ma quello che colpisce e salta agli occhi è un vaso di media grandezza. Una necessaria premessa. Queste ceramiche provengono da uno scavo eseguito all’interno della Chiesa di S. Agostino, posta sulla Via Roma, Via centrale della Città di Acquapendente. La predetta Chiesa, e l’annesso convento, vennero fondati nell’anno 1290, e quello che oggi a noi è pervenuto è il frutto di interventi architettonici a far data dal 1746, quando un incendio distrusse sia la Chiesa che l’annesso convento. Tutti i manufatti in ceramica sono datati tra il 1290 ed il 1300. Ma torniamo al manufatto che interessa la nostra storia. Trattasi di un vaso, di color terra con disegnate, su due lati, due croci patenti, con ben visibili le otto punte. Il tratto che definisce il disegno delle croci è di colore nero, ed al suo interno il colore è quello del vaso, color terra. Non è errato affermare che detto vaso rappresenti un simbolo templare, e che sia appartenuto ai cavalieri ivi presenti nella gestione dei vari Ospedali e rifugi per i pellegrini che transitavano in Acquapendente con direzione Roma o che giungevano ivi per vedere e pregare sull’altare riproducente il Santo Sepolcro, il quale conserva reliquie provenienti dalla Terra Santa, ed attribuite proprio al Sepolcro del Cristo. Vi è un altro elemento che attesta la presenza dei Cavalieri Templari. Nel dopo guerra venne redatta una Tesi di Laurea sulla Basilica del Santo Sepolcro. Nel corpo della stessa si richiama un documento attestante la visitazione apostolica avvenuta nel corso del XVII secolo da parte dell’allora Vescovo Mons. Nicola LETI. Si è partiti da questa notizia alla ricerca del documento richiamato. E così, la ricerca ha dato i suoi frutti. Difatti, all’interno dell’archivio conservato nel Palazzo Vescovile di Acquapendente, tra i documenti ivi presenti, vi è una serie di Visitazioni Apostoliche, tra cui anche quelle eseguite da Mons. Nicola LETI. Nel volume relativo all’anno 1656, vi sono alcune pagine dedicate alla visitazione effettuata all’interno della Basilica del Santo Sepolcro. Grazie all’aiuto del personale addetto alla gestione dell’archivio, si è iniziata la lettura delle relative pagine, in buono stato di conservazione. E così, tra le stesse, è emerso quanto di cui se ne era avuto notizia. Mons. Nicola LETI descrive attentamente la struttura della Basilica, ed in queste righe, ad un certo punto, si legge “ … ET TEMPLARIUM (…) EXTITIT, CUIUS ETIAM RELIGIONIS INSIGNA CRUX (…) RUBRA CUM DUPLICI TRANSVERSA IN PORTA IN CAMPANILI … “. In poche parole lo stesso dichiara che sulla porta del campanile vi è una croce di color rosso attribuibile ai Cavalieri Templari. Non può in modo alcuno mettere in dubbio la parola di Mons. Nicola LETI, allora Vescovo, nel momento in cui attribuisce la croce all’Ordine Templare. Purtroppo, alla data odierna, quel campanile non esiste più, letteralmente raso al suolo. Fr. Vincenzo Dionisi, Precettore della Città di Acquapendente

 

LUX
“LUX IN ARCANA: L’Archivio Segreto Vaticano si rivela” Il Gran Maniscalco PTHM Sr. Lea Grammauta GOKT - GOTJ
Il 29 febbraio 2012, in occasione dei 400 anni di storia dell’Archivio Segreto Vaticano è stata inaugurata, a Roma, la mostra ospitata presso i Musei Capitolini dal titolo “Lux in arcana: L’Archivio Segreto Vaticano si rivela”. Un evento irripetibile per gli amanti di storia e paleografia e per tutti i curiosi visitatori che, per la prima volta in assoluto, hanno la possibilità di ammirare da vicino alcuni dei documenti più antichi arrivati a noi attraverso secoli di storia. L’Archivio Segreto Vaticano, il cui termine segreto deriva dal latino “secretum” ossia privato perché da sempre costituisce l’Archivio Privato del Papa, fu fondato nel 1612 da Papa Paolo V. Esso contiene, ad oggi, milioni di documenti che si riferiscono ad un arco temporale di dodici secoli, dall’VIII al XX, attraverso i quali è possibile ricostruire gli avvenimenti più importanti della storia della chiesa nel mondo. Da questo composito patrimonio, sono stati scelti 100 documenti originali divisi in 11 sezioni tematiche nelle quali gli stessi sono esposti in singole teche, inquadrati temporalmente e presentati brevemente attraverso supporti multimediali che ne facilitano la comprensione. Al di là dell’oggettiva importanza dei documenti presentati, l’imprimatur alla mia scelta di visitare la mostra è stato dato, fondamentalmente, dall’interesse di vedere da vicino i due documenti, tra i più importanti della storia dell’Ordine del Tempio: “Gli atti del processo ai Templari” e “la Pergamena di Chinon”, entrambi esposti nella “sala degli Eretici, Crociati e Cavalieri”. Il “Processus contra Templarios” è contenuto in un rotolo pergamenaceo dove sono riportate le 231 strazianti deposizioni rese tra il 12 novembre 1309 e il 5 giugno 1311 dai Templari di Francia costretti tra il timore di essere condannati al rogo e il forte desiderio di salvare il Tempio. La pergamena, che nella tradizionale distinzione delle fonti è ascrivibile a quella di tipo giudiziario, getta un cono di luce sulla vicenda ed è la testimonianza, per la lunghezza e per il numero elevato delle deposizioni in essa contenute, dell’ostinata volontà di sostenere un impianto accusatorio inconsistente volto alla esclusiva distruzione dell’ordine. La “Pergamena di Chinon”, è esposta in una teca più piccola posta difronte alla prima e contiene nei suoi 66 x 62 cm, il verbale dell’assoluzione sacramentale concessa ai cinque dignitari del Tempio - Jaques de Molay; Hugues de Perraud; Raymbaud de Caron; Geoffroy de Charney e Geoffroy de Gonneville - interrogati nel castello di Chinon tra il 17 e il 20 agosto 1308 dai tre cardinali inviati a tale scopo dal papa Clemente V. Un viaggio senza dubbio affascinate, un percorso che consiglio a quanti come me vivono una passione per la storia dell’ordine del tempio. NON NOBIS DOMINE NON NOBIS SED NOMINI TUO DA GLORIAM Il Gran Maniscalco PTHM Sr. Lea Grammauta GOKT - GOTJ

 

ARMATURE
Templari sul campo di battaglia Armi e armature Fr. Manlio Mochi Commenda Regina Rempli Maria Maddalena di Roma
“”Poiché il Salvatore soffre nuovamente nei luoghi dove è già morto per noi, è giunto il momento di sguainare le due spade che Pietro possedeva durante la Passione del Salvatore…Voi avete il dovere di imitare lo zelo di colui del quale ricoprite il soglio, sarebbe vergognoso avere le sue stesse armi e non farne uso””. Le parole scritte da Bernardo di Chiaravalle a Papa Innocenzo II sono chiare e semplici. Attraverso la nuova milizia del Tempio San Bernardo vede il braccio armato della Chiesa e fortifica l’idea del dare la morte ai nemici quale “malicidio”, idea espressa anche nella definizione del Cavaliere Templare quale cavaliere del Cristo “”Affermo dunque che il Cavaliere di Cristo con sicurezza dà la morte ma con sicurezza ancora maggiore cade. Morendo vince per sé stesso, dando la morte vince per Cristo””. Ne segue la santificazione del cavaliere e delle sue armi, tra cui la spada per eccellenza, arma che viene benedetta al momento dell’investitura a cavaliere. Tale costume del “benedire le armi” trae la sua origine nella festa pagana dell’Armilustrium, festeggiata il 15 (o il 19 secondo altre fonti) di ottobre a Roma sull’Aventino, proprio nel luogo ove attualmente sorge il complesso di attuale proprietà dello S.M.O.M. e dove il G.B.Piranesi ornava i bassorilievi della Piazza con tale tema. In tale giorno, che rappresentava la fine delle operazioni belliche per l’avvicinarsi dell’inverno (il clima, in quei secoli, era lievemente più rigido), giornata santificata al Dio Mamars (Mamerte – Marte), i sacerdoti Salii, custodi del sacro scudo, santificavano e purificavano le armi dei soldati. L’importanza dell’arma per il soldato, ed ancor di più per il cavaliere, dispensatrice di morte e di vita, assume nel corso dei secoli sempre maggiore rilevanza e si carica pertanto di “significato sacrale” per il miles professionale. Nel De Laude molto è dedicato all’importanza dell’armamento individuale e del modo di custodirlo tale da tenerlo sempre in perfetta efficienza. Si consigliava agli stessi fratelli cavalieri di non provare il filo della spada su materiali troppo duri per non rovinarla, ed in Terrasanta, dove era di difficile attuazione il costante reperimento di un’arma efficiente ed affidabile, si utilizzava spesso il costume di depredare il nemico delle armi quale preda bellica, ed era pertanto comune per un cavaliere utilizzare anche spade e/o pugnali di fabbricazione mussulmana, a lama ricurva. Le armerie Templari, vista la presenza di maestri fabbri nelle Commende dell’Ordine, erano comunque in costante attività e spesso ben fornite, come è dimostrato dall’inventario redatto dagli Ospedalieri all’atto dell’interdizione del Tempio, inventario riguardante l’armeria Templare di Cipro a Limassol, dove furono conteggiate ben 980 usberghi in maglia di ferro e 970 balestre. Il Siniscalco dell’Ordine subiva spesso richieste di armamenti da parte di principi crociati che giungevano nell’Outremer e tali aiuti non venivano negati in caso di emergenza, ed ogni Commenda aveva il suo arsenale sempre efficiente e pieno. Come il Siniscalco si occupava degli armamenti, così il Drappiere si occupava delle vesti e mantelli. E’ da sfatare l’idea di una visione romantica in cui la cavalleria del Tempio, in assetto da battaglia, andava in carica al galoppo con i lunghi mantelli bianchi che volavano, quando nella realtà tale mantello avrebbe rappresentato un impedimento ai movimenti ed una eccessiva copertura favorente calore, tale che le insegne dell’ordine apparivano solamente sulle lance, sul baussant e sulle sopravesti che coprivano la cotta di maglia. Analizzeremo gli armamenti usati più frequentemente dai fratelli cavalieri, dai sergenti e dalle altre truppe dell’Ordine del Tempio, armamento in voga tra il secolo XII e XIII, pur considerando che nello stesso secolo XIII erano ancora in uso armi ed armature del secolo precedente, così come nel secolo precedente e nel secolo seguente. L’idea di una unità di cavalieri Templari (conrois) costituita da miles sempre armati in modo identico è infatti da sfatare, considerando che in tempo di guerra (e nell’Outremer la guerra era costante e perenne), tale armamento subiva un’usura e per rimpiazzarlo prontamente servivano maestranze e continuo rifornimento di metallo idoneo, tale da non disdegnare l’uso di un’arma difforme dal comune, se di buon uso e fattura, come è anche da sfatare l’idea di fratelli cavalieri con la testa protetta dall’elmo pentolare (o dal grande casco) lucente pur non ornato da fronzoli, quando nella realtà, visto le alte temperature in cui si combatteva (35° di media) i cavalieri coprivano spesso l’elmo con una khefià. Le armi individuali La Lancia La cavalleria pesante ed extrapesante del Tempio aveva come formazione base la conrois che nel momento della carica adottava spesso la formazione a cuneus con il Commendatore quale punta frontale della formazione stessa, e come arma utilizzata dai fratelli cavalieri e dai sergenti una lancia di una lunghezza fino a m.3,5 – m.4,0 principalmente in frassino e sicuramente in altro legname molto utilizzato nell’area siro-palestinese quale il cedro. La parte terminante della lancia aveva una corta punta in ferro di forma “a foglia” od “a cono”. Circa cm.15-30 al di sotto della punta in ferro veniva applicato, fino alla fine del secolo XII, una bandierina di forma triangolare di colore bianco con croce rossa per i fratelli cavalieri, della stessa forma ma metà bianca e metà nera per i Commendatori. Tale bandierina, nel corso del XIII secolo ed agli inizi del XIV secolo, assumeva la forma rettangolare. Il perfezionarsi dell’uso della staffa e l’elevazione dell’arcione, rese più salda la posizione del cavaliere posto sulla sua cavalcatura, ed aumentò pertanto la capacità di sfondamento della carica della cavalleria in formazione a cuneus. Ma poiché dopo il colpo di sfondamento la lancia si spezzava il cavaliere, sostenuto il peso del contraccolpo subito dall’urto e ripresosi dal momentaneo stordimento, doveva metter mano ad una nuova arma individuale che era appesa alla cinta (spada) od all’arcione (ascia, flagello, ecc.), arma individuale che spesso era scelta in base a singole preferenze dettate spesso da appartenenza a specifiche aree regionali. In una battaglia una conrois non eseguiva esclusivamente una carica e cercava pertanto, in caso di un primo mancato sfondamento delle linee nemiche e di una loro mancata fuga, di tornare indietro, compattarsi ed eseguire una seconda o terza o quarta carica, fino allo scompaginamento delle file nemiche o fino a che la conrois stessa terminava le lance di riserva od era esausta, tale da raccogliere le ultime forze e lanciarsi in un nuovo tentativo di carica per poi concluderla con le altre armi in pugno all’interno della mischia. La spada La spada rappresenta per un cavaliere l’emblema del suo status sociale ed era considerata l’arma per eccellenza della cavalleria e maggiormente usata dai cavalieri di provenienza regionale Franca e Borgognona. Per il cavaliere Templare la forma stessa dell’arma “a croce latina” carica la stessa di idealità e profondo significato mistico. Costituita da una “lama” con una o due scanalature ed a doppio taglio, di larghezza circa cm.8,0 e di lunghezza media di m.1,0 o di poco superiore, da una “guardia” posta orizzontale, robusta ed atta a proteggere la mano, da una “impugnatura” spesso in legno rivestente un’anima in ferro e ricoperta di cuoio per facilitare la presa, da un “pomo” metallico usato per bilanciare il peso della lama, la spada veniva utilizzata in combattimento colpendo di “fendente” e non di punta se non per finire il nemico, sia ad una mano che a due mani, ma doveva necessariamente essere maneggiata ad una mano con facilità. Il cavaliere adorava tale arma quale compagna di vita ed in molti casi le dava anche un nome. Le armi da botta – l’ascia Danese, il flagello, la mazza Nel corpo a corpo derivante dalla mischia a seguito dell’ultima carica effettuata, l’utilizzo di un’arma da botta rappresenta per il cavaliere un valido aiuto sia nella maneggevolezza che nelle estrinseche peculiarità. L’uso dell’ascia Danese, maggiormente usata dai cavalieri di provenienza regionale dell’Inghilterra, Danimarca e Fiandre in tutto il secolo XII, costituito da manico in legno lungo circa m.1,0 culminante con ascia avente lama a falce di luna, permetteva di rompere o staccare lo scudo dal braccio del nemico ed aveva un forte impatto emotivo verso il nemico stesso. Nel secolo successivo verrà usata maggiormente l’ascia bipenne. Appeso all’arcione e di più facile maneggevolezza, i cavalieri avevano mazze con testa flangiata e martello d’arme, costituite da un manico in legno lungo al massimo cm.35. Spesso, nel secolo XII, era di uso comune il flagello o mazzafrusto costituito da un manico in legno lugo circa cm.35 culminante con una catena lunga circa cm.30 alla quale agganciata una palla con spuntoni metallici o chiodi rinforzati. Tali armi da botta, oltre che essere maneggevoli anche più della spada nel corpo a corpo, causavano un maggiore danno alle protezioni in maglia di ferro rispetto ad una arma da taglio. Archi e balestre La specializzazione dell’esercito Templare nel corso del secolo XIII creò gruppi di unità di fanteria esperte all’uso degli archi e delle balestre, oltre a lasciare l’utilizzo di tali armi ad unità mercenarie professionali. Dall’uso dell’arco corto nel secolo precedente, arma ancora poco perfezionata, si arrivò all’uso dell’arco lungo (long bow) quale arma di largo e micidiale uso nella postuma Guerra dei Cent’anni, non senza passare attraverso all’arco composito, arma tipicamente usata dalle milizie Selgiuchidi e Mongole. Il proliferarsi della tattica dell’incastellamento ed il tipo di guerra combattuto, costringeva gli Ordini militari ad investire molto sulle armi da lancio ed in special modo sul corpo dei balestrieri, esperti nell’uso di tale arma che pare proprio di provenienza orientale in quanto usata spesso dalle milizie Fatimidi. Non è un caso che l’uso dell’arco e della balestra, che nel secolo XII era considerato “arma diabolica” da Papa Innocenzo II nel Concilio Lateranense del 1139 “”Noi proibiamo sotto pena di anatema che la criminale arte dei balestrieri e degli arcieri, odiata da Dio, sia impiegata d’ora in avanti contro cristiani e cattolici”” si sia proprio sviluppata e sia entrata in uso in tutta Europa a seguito delle guerre in Outremer. L’armamento difensivo La maglia di ferro Parlando dell’armamento difensivo dei fratelli cavalieri e dei sergenti, dovremo fare un distinguo tra gli armamenti difensivi nei due secoli che maggiormente ci interessano, il XII ed il XIII. In questi non era ancora sviluppato il concetto dell’armatura a piastre, tanto cara alla cavalleria dei secoli XIV e XV, mentre era ancora in uso, fin dai tempi dell’impero romano, la maglia di ferro ed il giaco in cuoio, utilizzato come unica protezione al posto della maglia di ferro. Quest’ultima, denominata anche cotta di maglia, era costituita da piccoli anelli in ferro pieno con un’asola piatta ospitante un foro in cui veniva posto un chiodo tale da legare tra loro tutti gli anelli e formare quindi una lunga tunica in anelli di ferro che fin dall’secolo XI scendeva fino alle caviglie ed era dotata di lunghe maniche che avvolgevano anche le mani e veniva denominata “usbergo”. Per proteggere la testa e le spalle i cavalieri ed i sergenti usavano il “camaglio”, un cappuccio sempre in maglia di ferro con anelli di diametro inferiore. Sotto l’usbergo veniva indossata una tunica imbottita fatta da più strati di lana, lino, cotone e stracci vari, ed era utile per attutire i colpi e limitare la penetrazione delle armi, che prendeva il nome di aketon, dall’arabo al-qutun (cotone). Sopra l’usbergo i fratelli cavalieri indossavano una sopraveste inizialmente a maniche lunghe e poi senza maniche del tutto, Nella seconda metà del secolo XIII inizia la timida introduzione di singole parti di protezione definite armatura a piastre e costituite da piastra metallica che proteggeva solo alcune parti del corpo quali le ginocchia, i gomiti e/o le spalle. Le manopole, protezioni in piastra metallica per le mani, non verranno mai utilizzate da cavalieri del Tempio perché introdotte verso la metà del secolo XIV. Se visivamente vogliamo immaginare un cavaliere Templare del secolo XII, ci possono essere di aiuto le raffigurazioni delle truppe scelte normanne e dei mercenari danesi di re Harold raffigurati sull’arazzo di Bayeux. In tutte le altre raffigurazioni di battaglie combattute da cavalieri del secolo XIII, mai appare l’uso di armatura a piastre, o manopole per le mani e tantomeno l’uso di mantelli. Elmi e scudi Nel dodicesimo secolo era maggiormente in uso l’elmo di forma conica denominato “a coppo” con nasale quale modello normanno e/o con maschera protettiva, mentre nel secolo XIII entrava maggiormente in uso tra gli armigeri e cavalieri inglesi un elmo tronco-conico denominato “cervelliera”, ed un cappello di ferro a larghe tese atte a far scivolare i fendenti. Ma il secolo XIII era anche il secolo dell’elmo pentolare e del grande casco cilindrico, elmi che riducevano al minimo vista e udito ma che offrivano grande protezione, protezione lievemente diminuita tra la fine del secolo XII e l’inizio del XIV secolo con l’introduzione della “celata”. Sotto tali elmi, i cavalieri indossavano frequentemente un copricapo in cuoio imbottito denominato “bacinetto”, necessario ad attutire i colpi e tenere immobile il grande casco e l’elmo pentolare, elmi che per la temperatura elevata in cui veniva a trovarsi la testa, dovevano di sovente essere ricoperti da un khefià. Come gli elmi, anche gli scudi si differenziavano nel corso del secolo XI, XII e XIII. Fino alla prima metà del secolo XII era maggiormente presente sui campi di battaglia lo scudo di forma a goccia e denominato a “mandorla” di origine normanna che offriva ampia protezione a tutto il corpo ma difettava per ingombro e maneggevolezza viste le dimensioni di cm.60 di larghezza per un’altezza massima di m.1,5. Con il perfezionarsi delle armi e degli scontri corpo a corpo, nasceva l’esigenza di uno scudo di misura più piccola e pertanto, nel corso del secolo XII e XIII si partirà da uno scudo a “mandorla”, passando poi ad uno scudo di forma pentagonale con gli angoli arrotondati, per arrivare ad uno scudo molto più piccolo ma ampiamente maneggevole di forma triangolare. Conclusioni Nell’analisi dell’armamento difensivo ed armamento di offesa dell’esercito Crociato e di quello degli Ordini militari, va precisato che il passaggio da un armamento ad un altro non era immediato né era applicato su vasta scala. Ogni tipologia di armamento, pur all’interno degli stessi contingenti, si mescolava e si sovrapponeva in un coacervo di forme e difese difformi tra loro, e non era inconsueto vedere un fratello cavaliere brandire una scimitarra. La conformità di equipaggiamento di un esercito sarebbe apparso solo nei secoli seguenti, e non prima del secolo XVIII. Gli stessi fratelli cavalieri del Tempio non si formalizzavano certamente su di un campo di battaglia, poiché l’importanza era sempre affidata all’efficienza delle armi e dell’armamento difensivo, alla continua disciplina e sempre all’alto morale che gli consentiva di non abbandonare un campo di battaglia neanche per salvare la propria vita. Erano sicuramente combattenti esperti e forgiati a sopportare ogni forma di mancanza, capaci adogni astuzia e preparati a combattere contro e come gli infedeli, tanto che al rientro in europa, un cavaliere con più anni di esperienza di combattimento in Outremer sarebbe sembrato, agli occhi degli europei, quasi un saraceno. Manlio Mochi Bibliografia A.Demurger – Vita e morte dell’Ordine dei Templari – Milano, 1987 A.Demurger – I Templari, un ordine cavalleresco cristiano nel medioevo – Varese, 2010 A.A.Settia – Rapine, assedi, battaglie, la guerra nel medioevo – Roma – Bari, 2006 F. Cardini – I Templari – Ed.Giunti, 2011 E. Pomponio – Templari in battaglia – Latina, 2005 J.Lehmann – I Crociati – Milano, 1983 J.Mordenti – Templari in terrasanta, l’oltremare del Templare di Tiro – Milano, 2011 R.Manselli – italia e italiani alla prima crociata – Roma, 1984 S.Ruciman – Storia delle Crociate – Torino, 1966

 

OMBRA DEL TEMPIO
ALL'OMBRA DEL TEMPIO di Antonio Masala ATANOR Edizioni Dignitario P.T.H.M. -, laureato in Giurisprudenza, è studioso di storia medievale e appassionato di Scienze esoteriche. In particolare ha indirizzato i suoi sforzi nell’approfondimento della storia e delle leggende che da oltre sette secoli accompagnano il misterioso Ordine del Tempio. Questa sua prima opera è il risultato di alcuni anni di studio e di ricerca.
I Templari, monaci o guerrieri, santi o eretici? Questo Libro, idealmente diviso in due parti, analizza, attraverso un linguaggio semplice e fluido, l’epopea di quei cavalieri, dalle misteriose circostanze della loro fondazione agli inquietanti capi di accusa che segnarono la loro fine. A latere una breve esposizione di “voci” legate genericamente al mondo esoterico, ma intimamente connesse ai paladini rossocrociati del Santo Sepolcro. Nel vasto oceano della bibliografia a loro dedicata, lo scritto si pone, altresì, come “diario di bordo” per chi si volesse cimentare, anche per la prima volta, nella navigazione dello sconfinato universo templare.

 

REGINA TEMPLI MARIA MADDALENA
I TEMPLARI SUL CAMPO DI BATTAGLIA “”Irsuti per la capigliatura negletta, bruttati di polvere, abbronzati dall’armatura e dal forte calore, non chiedono quanti siano i nemici, bensì in che direzione si debba andare alla carica” di Fr. Manlio Mochi Commenda Regina Templi Maria Maddalena di Roma - nella foto durante il Capitolo all'Argentella
Tali parole scritte da Bernardo di Chiaravalle rendono bene l’idea del Templare quale milite di Cristo, pronto a dare la morte ai nemici quale “malicidio” ed offrire la sua vita per la salvaguardia della Terrasanta, in un binomio quasi paradossale che fonde convinzione religiosa e ascetismo. Ne segue che, in circa cento novant’anni l’Ordine stesso pagò un tributo di sangue senza pari e per contro si adoperò sia con la forza delle armi, sia con l’abilità diplomatica, a tenere in piedi la fragile struttura dell’Outremer che sarebbe stata diversamente spazzata via in pochi decenni. Non me ne vogliano storici e cultori degli Ospitalieri o dei Teutonici, ma sicuramente i Templari meritavano un più grande ringraziamento dalla storia per l’opera svolta, invece di subire un vergognoso processo ed essere marchiati quali “eretici”, ma come si sa, la storia la scrive sempre il vincitore e per lunghi secoli sia la monarchia francese, sia il papato, non hanno voluto sollevare veli e far chiarezza su tale nefandezza. Molto meglio hanno scritto i nemici, se come Ibn-Wasil definisce i Mamelucchi bahariti, che grande importanza hanno avuto nella caduta dell’Outremer,“”i Templari dell’Islam””. Tale tributo d’onore viene da un nemico che tante volte ha versato, sui campi di battaglia, il suo sangue e quello dei suoi nemici e che, pertanto, conosceva bene il valore e l’animo :del Cavaliere Templare, visto che condottieri quale il Saladino, preferivano eliminarli fisicamente man mano che li catturavano. Ma cosa contraddistingue un Cavaliere templare rispetto ad un qualsiasi cavaliere crociato? Perché anche un giovane Cavaliere Templare incuteva tale terrore da preferirne un’immediata eliminazione da parte del nemico? Tutto può riassumersi in due semplici peculiarità insite nell’addestramento e nella personalità del Cavaliere templare: la disciplina e l’esperienza, quest’ultima intesa come conoscenza del territorio. Per comprendere meglio come influivano tali peculiarità su un campo di battaglia medioevale, è bene comprendere il sistema di combattimento europeo dei secoli XI, XII e XIII. In quei secoli non esisteva, infatti, alcun esercito professionale, ad esclusione di pochi gruppi scelti quali gli husecarles, ed anche con l’introduzione della cavalleria pesante munita di staffe, ogni scontro era più che altro affidato alla bravura di ogni singolo nobile nel condurre i propri uomini, spesso poche decine, nel fare in modo che ogni uomo non combattesse come meglio credeva e nei tenere ranghi e file unite e compatte, affinché non si sfaldassero al primo assalto del nemico, fuggendo per cercare di salvare la propria vita. Durante la Prima Crociata, l’esercito cristiano appariva più come un’eterogenea orda di combattenti divisi per nazionalità, più o meno esperti nel combattimento individuale accompagnati da moltitudini di pellegrini impauriti, che mal si comprendevano tra loro e che spesso non attaccavano in concerto, ma in maniera molto disordinata. Questo era in fin dei conti il substrato dell’esercito feudale dove gruppi di milites seguivano esclusivamente il loro dominus il quale era molto libero in ogni scelta tattica o strategica. Il fattore sorpresa, l’uso delle cariche di cavalleria e di pochi gruppi di soldati professionisti nonché la disperazione insita in chi, lontano da casa, sapeva bene che la perdita di uno scontro significava morire, unita ad una disgregazione politica tra i singoli emiri e califfi Sunniti e Fatimidi, rese possibile il “miracolo” della creazione degli stati latini dell’Outremer. Il problema che si presentava, però, all’indomani della conquista era “il mantenimento” di tali stati. Si era comunque in una fase di “espansione” ed ogni stato latino si ampliava a spese delle entità territoriali musulmane confinanti. Compiuto il voto, con la partenza di molti pellegrini combattenti e dei loro leaders, gli eserciti degli stati latini diminuirono drasticamente l’organico preposto al combattimento. Nasceva così la necessità di creare nuclei di milites organizzati ed dotati della giusta professionalità: A questo si aggiungevano una incessante richiesta di coloni europei per incrementare lo sviluppo demografico altrimenti nullo, nonché un continuo fenomeno dell’incastellamento necessario alla conservazione delle conquiste territoriali. Comunque, combattere in terrasanta ed in asia minore, non era come combattere in europa e gli stati latini ben compresero il problema all’indomani della fortunosa conquista. Gli eserciti di tali stati latini si organizzarono in maniera differente rispetti ai contingenti in armi della prima crociata. Originariamente, tali eserciti della prima crociata erano così concepiti: - cavalieri (cavalleria pesante) professionale feudale 5 % - sergenti (cavalleria media) professionale feudale 10% - arcieri con arco corto (fanteria leggera) milizia feudale 10% - balestrieri (fanteria leggera) milizia feudale 5 % - irregolari con lance (fanteria leggera) milizia feudale 60% - mercenari con lance (fanteria pesante) professionale feudale 10% Solamente il 25% riceveva un addestramento professionale, senza considerare che gli attacchi della cavalleria erano spesso condotti in maniera disordinata considerando altresì una seria mancanza di unicità dei comandi, tale da creare problematiche anche nella logistica necessaria alla pianificazione di campagne militari di ampio respiro. Negli eserciti degli stati latini, all’indomani della seconda crociata, si arriva invece a tale trasformazione: - cavalieri (cavalleria pesante) prof. feudale 5 % - sergenti (cavalleria media) prof. feudale 10% - turcopoli con arco corto (cavalleria leggera) milizia feudale 10% - cavalieri maroniti (cavalleria pesante) prof. feudale 3 % - cavalieri armeni (cavalleria media) prof. feudale 2 % - fratelli cavalieri ordini militari (cavalleria extra pesante) prof. feudale 5 % - fratelli sergenti ordini militari (cavalleria pesante) prof. feudale 5 % - fanti con lance (fanteria media) milizia feudale 35% - balestrieri (fanteria media) milizia feudale 15% - arcieri maroniti con arco composito (fanteria leggera) milizia feudale 5 % - armeni con lance o arco composito (fanteria leggera) milizia feudale 5 % Si denota che nell’esercito dello stato latino si predilige una maggiore diversità di armamenti nonché l’uso di reparti fino a quel momento appannaggio esclusivo dei musulmani, nonché si denota di un aumento delle forze di cavalleria (il 40% contro il 15% degli eserciti della prima crociata) ed un aumento dell’addestramento professionale fino ad un 30%. La composizione dell’esercito qui descritto è valida sia per uno stato latino quanto per lo stesso esercito dell’Ordine Templare. Considerando una grandezza massima di circa 3.000 effettivi Templari, considerando altresì che la logistica stessa e la strategia non consentiva all’Ordine di schierare tali effettivi tutti insieme contemporaneamente, considerando altresì che difficilmente gli scontri avevano un aspetto di “campagne militari” ma più similmente di “cavalcate” ai fini di raid e saccheggi, o supporto ad altri contingenti di pellegrini armati, se ne deduce che in un vasto scontro gli effettivi Templari potevano contarsi tra i 500 ed i 1.000 uomini. La trasformazione dell’ esercito, resa necessaria per un valido funzionamento in un territorio diverso dall’europa, su di un terreno ed un nemico diverso di mentalità (si pensi alle continue finte ritirate ed alla mobilità dei combattenti delle unità mussulmane, tattiche impensabili per un esercito europeo) nel combattere una guerriglia più che una guerra, rendeva necessario anche un cambio di mentalità nelle stesse unità combattenti europee. Le unità Templari ed Ospedaliere ben interpretavano tale tipologia di combattimento contrassegnato non da operazioni belliche stagionali (primavera ed estate) ma permanenti, da cui il necessario addestramento atto a forgiare la personalità del Cavaliere, basandosi sulla disciplina e sull’esperienza, intesa come conoscenza del territorio. La disciplina La Regola dell’Ordine prevedeva una serie di norme che si basavano su una ferrea disciplina, necessaria a plasmare la personalità dei giovani cavalieri che, arrivati dall’Europa, erano ansiosi di scendere in battaglia mossi dalla ricerca di gloria e dal fanatismo religioso, e ciò avveniva puntualmente a discapito di quelle giovani vite donate inutilmente, e senza perseguire utili fini tattici e strategici. Per tale motivo il cavaliere, fin dall’investitura, veniva addestrato a rispettare il sacrificio, come dalla regola 661, fino al rispetto di regole indicanti le corrette norme di combattimento, vedi la 164 – 168 “della carica - uscita dai ranghi”, vedi la 166 “della carica – uscita dai ranghi per la testa dello squadrone2, vedi la 167 “della carica – lasciare i ranghi se feriti”, vedi la 243 “della punizione – carica senza permesso”, vedi la 232 “della punizione – abbandono del gonfalone”. Tali punizioni, non corporalmente cruenti ma sicuramente ignominiose, erano necessarie al fine primario di garantire l’integrità dell’ esercito medioevale: la tenuta dei ranghi ad ogni costo. Negli eserciti dell’ epoca, le unità che tenevano i ranghi senza scompaginarsi, e che pertanto influivano sul morale delle altre unità dello stesso esercito, erano quelle che vincevano una battaglia tenendo il campo. Per tali motivi, le insegne dei singoli commendatori e cavalieri formanti l’elite dell’esercito franco in Outremer, erano un punto di riferimento per ogni unità di combattimento presente nell’esercito. Tale disciplina si rispecchiava anche nell’organizzazione degli spostamenti dell’esercito, dove Templari ed Ospedalieri difendevano l’avanguardia e la retroguardia a fasi alterne, ed al controllo del terreno con il continuo invio di gruppi di due cavalieri, a distanza di voce l’uno dall’altro. Tale disciplina permise l’attraversamento di aspri territori nonché la vittoria in battaglie quali Montgisard nel 1177. Grazie alla disciplina delle unità da combattimento degli ordini religiosi, spesso si riuscì ad evitare pesanti sconfitte per l’esercito franco, ma il fattore disciplina non era l’unica peculiarità di estrema importanza per riuscire a mantenere in vita gli stati latini. L’esperienza e la conoscenza del territorio Mentre la bassa nobiltà europea arrivava in Terrasanta con l’intento di ottemperare, da pellegrino, al proprio voto nel più breve tempo possibile, il compito degli ordini militari monastici era quello di proteggere gli stessi pellegrini e conservare l’integrità degli stati latini. Ciò avveniva con estrema difficoltà e spesso gli stessi ordini erano tacciati di vigliaccheria dai pellegrini armati, non comprendendo essi stessi il concetto che la salvaguardia ed il mantenimento di uno stato latino dipendeva spesso da periodi di tregue e di guerra grazie ad un uso parsimonioso dello scarso patrimonio umano a disposizione dello stesso stato latino. Diventava pertanto fondamentale la conoscenza delle stesse entità musulmane e del loro sistema politico e di combattimento, nonché la conoscenza del territorio e l’importanza delle stesse fonti logistiche di rifornimento. La grande disfatta di Hattin (1187) fu un esempio di come l’irruenza e la mancata visione delle problematiche di logistica e rifornimento, unite alla scarsa conoscenza del terreno, provocarono la disfatta del più grande esercito franco mai riunito senza neanche che la battaglia fosse mai combattuta, poichè tutto si risolse in una battaglia di “annientamento” condotta da un esercito padrone del campo e del terreno (quello del Saladino) contro un esercito del tutto accerchiato ed assetato. La geografia e la storia degli stati latini comprova che la logistica e lo sviluppo degli stessi dipese dall’unica via continua di rifornimento: il mare. Il fenomeno dell’incastellamento permise la creazioni di basi nell’entroterra, da cui ogni azione militare necessitava di partire e di concludersi e tali basi, almeno le principali e più strategiche, erano affidate agli ordini militari degli Ospedalieri e dei Templari. Non dobbiamo immaginare la guerra nell’Outremer come una guerra di battaglie campali ed imboscate, intervallate da campagne militari legate al volere politico di un grande condottiero (per i musulmani) o all’arrivo di un monarca dall’Europa. Se ne deduce che gli unici combattenti effettivi, addestrati per una guerra di tal genere, non potevano essere che gli stessi organici di un Ordine militare che molto apprendevano dal nemico sulla tipologia di combattimento in medio oriente, tipologia di combattimento che era diversa da quella a cui era abituato un esercito europeo. Faremo una disamina delle unità da combattimento dei Templari e del loro uso in battaglia, senza tralasciare l’organizzazione stessa dell’Ordine e del suo stato maggiore: Le conrois L’unità base della cavalleria Templare, vero nucleo centrale dell’esercito, era la conrois o lancia, formata da 20 – 30 effettivi, costituita da una prima linea di cavalieri armati pesantemente alla cui testa era posto il Commendatore con lancia dotata di bandiera bianca e nera, che costituiva il “cuneo” di una carica, due retrostanti linee di sergenti armati anch’essi pesantemente, seguivano altre linee di scudieri armati e da supporto agli stessi cavalieri piuttosto che per l’azione di sfondamento delle linee nemiche. La fanteria e gli arcieri La fanteria era costituita, principalmente, da sergenti e mercenari pesantemente armati, nonché da scudieri che combattevano da supporto al cavaliere e per tal motivo seguivano la cavalleria, in modo che se un cavaliere veniva disarcionato, gli stessi fanti ne proteggevano l’incolumità. In caso di sfondamento di linee nemiche, le stesse fanterie si precipitavano nelle zone di vuoto che si producevano tra le schiere nemiche. Arcieri e balestrieri, quali truppe da lancio, servivano per scompaginare le file della cavalleria nemica disordinando le stesse ed impedendogli di contro-caricare. I Turcopoli Costituiti principalmente da siriani convertiti al cristianesimo e/o di sangue misto, quale cavalleria leggera più di tipo bizantino che arabo, erano fondamentali nel primo contatto con il nemico per meglio comprendere le peculiarità dello schieramento nemico ed indicare pertanto i punti nevralgici per un corretto uso della carica di sfondamento della cavalleria pesante. Il loro uso era fondamentale per manovre di aggiramento e per lo stesso inseguimento del nemico scompaginato, tale da impedirne una riorganizzazione dello stesso. Gli Armeni e i Maroniti Dotati di armamento corazzato leggero e medio sia come fanteria che come cavalleria, erano truppe di sostegno e/o arcieri che venivano utilizzati per azioni di disturbo e sostegno, nonché per occuparsi degli arcieri nemici appiedati o quando questi smontavano da cavallo per migliorare la capacità di tiro. Lo stato maggiore Templare ed il Baussant Guidato dal Maresciallo dell’Ordine e coadiuvato dal Turcopolerio, comandante dei Turcopoli, e dal sotto Maresciallo, comandava le operazioni militari e si occupava, con l’ausilio del Gonfaloniere, di fornire sempre un riferimento sul campo di battaglia. La presenza del Maestro e del Siniscalco non privava lo stesso Maresciallo delle sue prerogative che ne facevano sempre lo stratega dell’esercito Templare, tanto da porre la sua persona quale “cuneo” di una carica di cavalleria e come riferimento dell’esercito. Il Gonfaloniere era scelto tra i sergenti più esperti e carismatici e la stessa scorta al Baussant era costituita esclusivamente da sergenti. Conclusioni La mia pur breve esposizione può essere considerata come un rapido strumento per una prima conoscenza del sistema di combattimento dell’esercito Templare. Tuttavia, in considerazione della varietà dell’argomento, costituisce, solamente, una prima parte di una più vasta esposizione comprendente l’analisi di alcuni eventi storici in cui i templari hanno dimostrato capacità ma anche lacune sul campo di battaglia, non esclusivamente per diretta loro causa ma per la frequente disorganizzazione dei comandi crociati e loro eterogeneità. Una sezione a parte meriterà l’analisi dell’armamento dell’esercito templare sia difensivo che offensivo. Per verità va detto che i successi sul campo di battaglia, a parte pochi casi, furono di modesta entità seppur spesso determinanti, ma la partecipazione ed il coraggio mostrato sul campo di battaglia e durante gli assedi, eventi spesso drammatici, fu di incondizionato sprezzo del pericolo. Manlio Mochi Bibliografia A.Demurger – Vita e morte dell’Ordine dei Templari – Milano, 1987 A.Demurger – I Templari, un ordine cavalleresco cristiano nel medioevo – Varese, 2010 A.A.Settia – Rapine, assedi, battaglie, la guerra nel medioevo – Roma – Bari, 2006 F. Cardini – I Templari – Ed.Giunti, 2011 E. Pomponio – Templari in battaglia – Latina, 2005 J.Lehmann – I Crociati – Milano, 1983 J.Mordenti – Templari in terrasanta, l’oltremare del Templare di Tiro – Milano, 2011 J.J.Norwich – Bisanzio – Milano, 2000 L.Gatto – Le grandi invasioni del medioevo – Roma, 2001 P.Partner – I Templari – Torino, 1993 R.Manselli – italia e italiani alla prima crociata – Roma, 1984 S.Ruciman – Storia delle Crociate – Torino, 1966 S.Canavese – Il Potere dei Templari – Aosta 2011

 

EMPIRICHE RIFLESSIONI
Dalla persona alle associazioni, esigenze globali in empiriche riflessioni (Riflessioni del Commendatore di Sardegna P.T.H.M. Maria Antonietta Canalis CKT –CTJ) « Non stanchiamoci di fare il bene, poiché a suo tempo raccoglieremo la messe (Gal 6,9) » « Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati (Mt 5,6) »
Il riconoscimento della realtà umana, tra esigenze e diritti di comune esperienza e la consistenza spirituale che ciascun individuo incorpora, aiutano a decodificare le motivazioni universali, non sempre manifeste, che inducono l’individuo ad associarsi in alcune formazioni sociali intermedie, tra le quali innumerevoli sono quelle su base religiosa. Anche in Italia crescono sempre più le associazioni, e in ogni campo, fede, problemi sociali e diritto naturale coinvolgono tanti e molti sono consapevoli della sfida che tutto rappresenta; il desiderio di trovare un linguaggio comune e procedure operative condivise non sempre nasce dalla “insufficienza” delle istituzioni di rango superiore, sovraordinate, a cui si riferiscono (siano esse laiche che religiose), ma soltanto per superare l’eccessiva modernità e globalizzazione che ha indebolito l’uomo, quindi rafforzandone la presenza in una concreta missione comune. Ed è su tale base che nascono anche le associazioni come il PTHM, creato spontaneamente, la cui operatività oggettiva, reale e tangibile quale nucleo essenziale per fine istituzionale, viene positivamente realizzata dal suo braccio operativo, fattivo e collaborativo, quale spazio vitale di un sentire comune incomprimibile. Con l’amore per le antiche origini unitamente ai valori cristiani mai perduti, giorno per giorno siamo attori e spettatori del cambiamento, a volte positivo altre negativo, della radicale trasformazione che ormai ha investito tutto e tutti, comprese le modalità e tempi in cui essa si articola. Purtroppo l’elemento popolo in genere, e il suo micro “uomo comune”, assistono passivamente al dissolversi dell’apprezzamento profondo e puro per le tradizioni religiose e laiche, al diradarsi degli ideali, all’affievolirsi dei sentimenti etici e morali che, invece, mai come in quest’epoca dovrebbero pulsare incessantemente, legare individui, famiglie, comunità e paesi, categorie e classi, in una ideale di coscienza, non su base speculativa e dominate, ma su base teologicamente unitaria, di reciproco rispetto e fattiva collaborazione. Il tempo non si può fermare come anche non si possono cambiare i tempi, ma sicuramente si può vivere bene il tempo e correggere quello che è giusto modificare; solo concependo l'esistenza umana per la finalità buona cui si può realizzare lo scopo di vita, cioè attivando tutte quelle azioni positive sulle quali è capace di articolarsi e che ne realizzano squisitamente il fine. Se è pur vero che le tecnologie hanno abolito le frontiere ed eliminato le distanze, che l’analfabeta e l’ignoranza sono (recte: dovrebbero essere) rarissime eccezioni, è anche vero che i risentimenti, le lotte di potere e le ingiustizie continuano a produrre distanze mentali insuperabili, velate quanto sostanziali ignoranze, le quali molto spesso si scagliano ingiustamente contro la nostra chiesa, paladina indiscussa, sempre più disponibile (se non altro perché cosciente dello stato dell’arte) al dialogo in una coscienza equilibrante “discernitiva” che non confonde mai l’immutabilità della fede con l’evolversi della modernità in cui opera, forte che nessuna verità in quanto tale può mai essere contro la Verità. Ecco che, anche con l’idea di aiutare il sano risveglio delle coscienze alla fede nel vivere comune, umilmente dimostrando che in tale ottica non possono crearsi danni o dolori, o forse perche turbati da azioni immorali sempre più immorali, omissioni etiche che violano la sacralità della vita, in un’indifferenza sostanziale mascherata di un buonismo infruttifero delle masse, si creano le associazioni i cui propositi sociali sono tesi anche a recuperare: la spiritualità perduta, i sani valori, gli indirizzi, le abitudini, gli ideali, i sentimenti…. a cui l’uomo non può sottrarsi poiché tradirebbe la sua stessa esistenza. Rispondere per ciascuno di noi in forma associata è impegnativo: di fronte a un compito naturalmente sentito, il quale parte da una premessa degli antichi valori mai perduti, non possiamo non tener conto del presente e i suoi mali, ma sempre e costantemente con la consapevolezza che nelle nostre carni sono scritte da millenni valori caritativi e cristiani, indelebili e inattaccabili. L’intelligenza credente ha fede, ogni associato del PTHM non discute il dogma perché autosufficiente; nel 480 D.C. San Benedetto insegnò bene la dottrina e fondò la Regola fatta di equilibrio di intelligenza, oggi, consapevoli che l’altare è il cuore (difatti volendo dare una lettura simbolica di come sono strutturate molte cattedrali riferite ai Templari si può affermare che rappresentino l’uomo che si santifica votandosi a Dio: dove l’abside corrisponde al capo, la croce che il transetto determina intersecandosi con l’asse longitudinale costituisce le braccia; le navate sono il corpo e gli arti inferiori; mentre l’altare è il cuore) ogni socio opera con spirito di fratellanza in luce d’esempio, grato della Fede ricevuta e tirando fuori dall’anima il vero Dio cristiano che è il lui. Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da Gloriam Il Commendatore di Sardegna P.T.H.M. Nob.ma Sr. Maria Antonietta Canalis CKT - CTJ

 

BONARIA
La figura della Vergine, le allegorie e la cattedrale di Chartres - Il Commendatore della Commenda Nostra Signora di Bonaria di Sardegna Nob.ma Dama Maria Antonietta Canalis - nella foto
"Se Maria ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta." (San Bernardo di Chiaravalle) Maria, legame tra terra e cielo, portatrice di vita, è la figura femminile centrale del Cristianesimo le cui raffigurazioni ne esaltano la straordinaria bellezza, imponenza e semplicità. Lei è la madre del Cristo e in alcune iconografie l’ammiriamo anche in dolce attesa. In Francia, nel IX secolo, Carlo il Calvo, imperatore del Sacro Romano Impero, donò alla Cattedrale di Notre Dame a Chartres una delle più rilevanti e rare reliquie del mondo cristiano: il Velo della Vergine, la camicia che portava Maria al momento dell'Annunciazione, quando concepì il Verbo. Coincidenza vuole che a Chartres all’interno della cattedrale è stato realizzato con delle pietre un labirinto, e il numero delle pietre pavimentali che lo compongono è uguale al numero dei numeri della gestazione; percorrerlo dall’esterno fino al centro rappresenta un percorso di crescita spirituale fino a "nascere" a nuova vita, non a caso questo labirinto fu anche chiamato Percorso di Gerusalemme. La cattedrale francese è un capolavoro di architettura gotica, per la sua ricostruzione (poiché la prima venne distrutta da un incendio, l’attuale cattedrale fu eretta per volontà del vescovo Fulberto nel’XI), si narra che venne utilizzata la geometria sacra, antico cifrario ebraico che scambia le lettere con i numeri, per comporre frasi liturgiche in molti punti chiave. Pare che lo stesso San Bernardo di Chiaravalle, durante la costruzione della torre, lato settentrionale dell’edificio, abbia insistito sui principi della geometria sacra e in realtà, anche se morì prima dell’ultimazione dell’opera, l’edificio venne ultimato seguendo le sue precise istruzioni. Non a caso è sempre San Bernardo che paragonò Maria all’Arca dell’Alleanza, ritenendo che l’Arca altro non è che un’allegoria profetica sulla Madre di Gesù. L’analogia appare rilevante, volendo estrapolarne la similitudine si potrebbe motivare che: come le tavole della legge furono poste all’interno dell’Arca, Dio pose Gesù nel grembo di Maria, difatti non c’è chiesa senza Maria, dove c’è Maria c’è la chiesa, Maria è la chiesa. E’ indubbio che la cattedrale di Notre Dame a Chartres suscitò, e suscita ancor oggi, particolare interesse anche per peculiari elementi architettonici di non poco conto, difatti in diversi punti di questa meravigliosa costruzione francese, oltre alla Madonna seduta sul trono celeste, è presente un’importante figura femminile: la regina di Saba. Sull’archivolto, a ridosso dell’arco esterno, si contano circa trenta statue di re e regine dell’antico testamento: è rappresentato Re Davide, Re Salomone e la Regina di Saba con in mano un fiore, oltre a quattro profeti con barba che proferiscono con altri profeti minori privi di barba. Questa parte della cattedrale fu costruita nel 1200 ed è proprio in questo periodo che venne scritto in Etiopia il Kebra Nagast, un manoscritto narrante la storia del furto dell’arca dell’Alleanza, la conversione all’ebraismo della regina di Saba e la vita del figlio Menelik. Nel portico meridionale della cattedrale è scolpita una seconda statua della regina di Saba unitamente ad altre statue; le sculture sui portici ritraggono l’effigie di patriarchi e profeti dell’antico testamento, come Melchisedech descritto nel libro della genesi, è raffigurato anche Abramo, Mosè, Samuele, Eliseo e il primo Papa San Pietro. Per ultimo, ma non per importanza, si narra che a Chartres, in età precristiana, esisteva un tempio consacrato dai druidi ad una Vergine che qui avrebbe dato alla luce un figlio maschio, e che nello stesso tempio fosse custodita una statua venerata dalle popolazioni celtiche, una statua che raffigurava Iside, una figura di colore nero, di tal che in europa sono tante le raffigurazioni di Madonne Nere e due di queste madonne nere si trovano a Chartres.

 

SANTA MARIA NUOVA
Simboli templari celati nella volta della Chiesa di santa Maria Nuova a Viterbo - nella foto il Commendatore di Roma Nob.mo Fr. Augusto Fenili CKT - CTJ
Il giorno 8 aprile 2011, grazie all’autorizzazione del Direttore dei Lavori l’Architetto Luca Melappioni , una commissione costituita dal Commendatore della Commenda Maria Maddalena Regina Templi di Roma Arch. Augusto Fenili, dal Precettore di Acquapendente Avv. Vincenzo Dionisi, dal Cavaliere Dr. Valerio Barni, dall’ Archeologa Emma Gallo e Ilaria Sinisi storico dell'arte medievista, è stato possibile visitare in esclusiva il cantiere di restauro della Chiesa di Santa Maria Nuova a Viterbo (lavori cominciati nel 2010 per volontà della Soprintendenza ai Beni Storico Artistici del capoluogo viterbese che interessano soprattutto il consolidamento degli affreschi ospitati nelle pareti delle navate laterali e la pulitura delle pianelle in terracotta), queste ultime, dipinte a tempera, costituiscono il vero tesoro della Chiesa inserite nelle travi anch'esse dipinte originali della fine del XII secolo costituenti la volta sia delle navate che delle campate lignee. Antefatti storici sulla costruzione e funzione della Chiesa di Santa Maria Nuova Le prime notizie riguardanti la Chiesa di Santa Maria Nuova risalgono all'anno 1080 testimoniate da una pergamena dello stesso anno, nella quale Viterbo, insieme ai membri della sua famiglia, faceva dono della Chiesa di Maria Nuova a un gruppo di ecclesiastici. Nel documento si fa menzione, inoltre della canonica, dei chiostri e degli oratori, e si suggerisce che “l'ospedale posto presso la stessa chiesa sia impiegato ad ospizio dei pellegrini come è stabilito nel capitolo XLII nella regola della canonici”. Nella storia di Viterbo la Chiesa di Santa Maria Nuova ha sempre rivestito un ruolo importante, soprattutto in relazione al privilegio di custodire le casse delle finanze comunali, con i documenti più importanti e lo statuto della città redatto nel 1251, oltre ad essere stata, tra gli inizi del XV secolo e il 1575, la sede degli archivi cittadini. La fortuna della ricca parrocchia ebbe termine nel 1567, anno in cui una bolla di Pio V la aggrega alla Cattedrale e la esonera dai prestigiosi incarichi di cui era investita, con l'inevitabile effetto di provocarne anche un inarrestabile degrado edilizio. Il complesso romanico presenta la chiesa con pianta a tre navate terminanti con un sistema triabsidato, tetto a capanna, chiostro dalla leggendaria attribuzione di origini longobarde ma probabilmente dell’ XI secolo così come la cripta semicircolare, la più antica di Viterbo, infine sull'angolo sinistro visibile all'esterno campeggia il pulpito da cui, come vuole la leggenda, predicasse San Tommaso d'Aquino nel 1266. Fonti: AAVV, Il centro storico di Viterbo, Betagamma editrice Viterbo 2001, pp. 95-99 AAVV, Gli ordini religiosi-militari, Rivista mensile Medioevo, ANNO 9 n. 3 Marzo 2005, pp.22-52 Il sopralluogo avvenuto nella mattinata di inizio aprile, grazie al prezioso aiuto e riflessioni operate già dalla squadra di restauratori operanti all'interno, ha portato alla luce un'interessante iconografia nella quale potrebbero celarsi simboli templari che testimonierebbero la presenza dell'ordine anche in quella che sembra essere stata una delle più importanti chiese della città (tra il 1080, anno di fondazione e il 1567). Le pianelle rettangolari in terracotta dipinte a tempera subirono delle aggiunte pittoriche postume ad opera di un decoratore del luogo nei primi anni del novecento; non esisteva ancora la carta del restauro di Cesare Brandi, e il restauro era spesso un rimaneggiamento libero del decoratore/artista che agiva senza regole nel rispetto della conservazione dell'originale antico e, nella fattispecie,con spirito allegorico burlesco. Nella Chiesa si possono osservare alcuni simboli come il compasso e la squadra, croci uncinate, visi inseriti all'interno del nucleo centrale del fiore (recante sei petali), matrice base della decorazione delle pianelle, incisioni volutamente impresse nell'argilla prima della sua cottura (recanti sagome di mani e mezzelune) nonché la presenza di un bassorilievo in peperino con una scena erotica (orgia gnostica: pratica oscena attribuita ai Templari che, secondo l'Orientalista austriaco Joseph von Hammer-Purgstall, nell'opera pubblicata nel 1818 (Il mistero di Baphomet rivelato), avrebbero praticato una sorta di culto fallico, la cui celebrazione richiedeva pratiche orgiastiche nel Medioevo, una delle ipotesi, è che la parola Baphomet in francese sembrerebbe essere il nome di Maometto. La commenda Templare di Roma Regina Templi Maria Maddalena approfondirà, per quanto nelle proprie possibilità, studi specifici sulla probabile simbologia templare all'interno della Chiesa di Santa Maria Nuova a Viterbo. I risultati di questi studi verranno pubblicati sui nostri siti web. Il Commendatore della Commenda Maria Maddalena Regina Templi Arch. Ing. Augusto Fenili ILARIA SINISI Storico dell'arte medievista

 

RELIQUIA
Reliquia del Santo Sepolcro Fratelli, rimetto l’immagine del sacello posto nella cripta che si trova all’interno della Basilica del Santo Sepolcro in Acquapendente, ed ove è conservata una pietra proveniente dal sepolcro di Gesù Cristo in Gerusalemme. La sacra reliquia venne portata dai Cavalieri nostri predecessori provenienti dalla Terra Santa. Inoltre presentazione di un immobile templare presente nelle campagne di Orvieto Fr. Vincenzo Precettore della Città di Acquapendente
Immobile templare nelle campagne di Orvieto Nelle campagne circostanti il territorio di Orvieto, sorge un immobile, disposto su due piani, ed oggi adibito a ricovero di attrezzi agricoli. Fatto di notevole importanza, è che questo immobile risulta essere di epoca ed appartenenza templare. Difatti, in uno dei pilastrini di accesso, è scolpita una croce templare, sovrastata da una serie di scritture in bassorilievo. Al piano superiore, su di una parete, vi è impressa una data: 1253. I predetti elementi, oltre quelli concernenti l’architettura dello stabile, quali le finestre ogivali, l’arco ad ogiva dell’ingresso, conducono ad affermare con certezza la natura templare di questo, purtroppo, magazzino agricolo. Per meglio comprendere l’ubicazione dell’immobile, la sua forma e grandezza, si allegano una pianta della zona nonché la planimetria di quella che un tempo è stata, sicuramente, una Chiesa oppure una magione templare. Fr. Vincenzo Precettore della Città di Acquapendente

 

BAFOMETTO
BAFOMETTO, appunti di viaggio...Questo mio documento non vuole essere altro che la condivisione con i miei fratelli di alcuni appunti raccolti in varie letture, dove cerco di ripercorrere la storia esoterica del Bafometto. Quello che segue non sono dei punti fermi ma teorie e scritti che da tempo cerco di interpretare. Spero che sia gradito spunto di discussioni, confronti e soprattutto miglioramenti. Riuscire a creare un testo più completo con l'aiuto di tutti voi sarebbe un traguardo magnifico. Un atto pratico del nostro “crescere” insieme. T.F.A. Fr. Valentino Vannozzi
Il Baphômet affiora improvvisamente negli interrogatori del Tribunale della Santa Inquisizione negli anni tra il 1304 e il 1314 tra i capi d’imputazione a carico dei Templari. Ma chi è il Bafometto? Da qualche anno si guarda ai Templari come ai custodi della Sacra Sindone, della quale sarebbero entrati in possesso dopo la Quarta Crociata, del 1204, conclusasi con l'aggressione alla città di Costantinopoli da parte degli stessi crociati. Sembra certo che in alcune precettorie si conservassero copie dell’impronta sul sudario. Durante le loro riunioni segrete, i fratelli avrebbero reso omaggio alla Sacra Reliquia che veniva mostrata ripiegata in modo da mettere in evidenza solo il volto, così come avveniva probabilmente nell'antichità con il Mandylion, il telo sul quale era raffigurato il volto di Gesù, venerato dalle comunità cristiane orientali ad Edessa, portato in Occidente dai Cavalieri Templari. Questo giustificherebbe una delle accuse rivolte all'Ordine di adorare una "testa barbuta", (l’aggiunta di zampe di caprone o di rospo è successiva, al fine di attribuire al Bafometto sembianze demoniache, poiché tali zampe erano attributi di Satana), tutti i cavalieri l’avrebbero "baciata, adorata e chiamata Salvatore", anche se non si comprende se fosse un’effigie dipinta, una scultura o una testa "vera" imbalsamata. A rafforzare questa teoria è il ritrovamento, nel 1945 in Inghilterra, in una chiesa appartenuta anticamente all'Ordine dei Templari, una tavola in legno sulla quale è raffigurato un volto barbuto, molto somigliante all'immagine del volto della Sindone. La tavola in quercia, datata fra il XII ed il XIV, secolo fungeva forse da coperchio di una cassetta: un reliquario per la Sindone? Altro reliquario si dice che fosse nella Casa del Tempio a Parigi dove fu rinvenuta una di queste teste che i templari però non nascondevano. Erano anzi ben visibili e poste su mensole, ma dopo il processo esse sparirono. Il Bafometto di Parigi conteneva due ossicini appartenenti ad un cranio umano. A volte cornuta, barbuta, con ali ed ermafrodita, questa figura nell’immaginario popolare ricordava il demonio, ma in realtà era un concentrato di simboli alchemici. Il braccio destro che indica verso l'alto in contrapposizione alla sinistra, che si rifanno alla formula della Tavola Smeraldina di Ermete: "Come in alto, così in basso" La teoria micro-macrocosmica che unifica le leggi che governano il corpo umano e la sua psiche con quelle che governano il pianeta Terra, e queste due con quelle che governano l’intero universo. “Come in alto così in basso”: quello che accade in ogni luogo, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande è soggetto alle stesse regole. Sempre sulle braccia appaiono le parole latine SOLVE (sciogli) e COAGULA (unisci). "Solve et Coagula" Formula alchemica per eccellenza, mezzo che gli alchimisti usavano per evolvere e rigenerare se stessi. Solve: rottura degli elementi, dissolvenza delle forzature, degli stati negativi del corpo e della mente per giungere mediante la ripetizione dell'operazione alla Pietra Filosofale. Coagula: coagulazione degli elementi dispersi nel tutto nella fase "solve". La nuova sintesi. La figura stessa, in molte rappresentazioni ha caratteri tipicamente androgini. Sesso maschile e seno sviluppato, a testimoniare ancora una volta il dualismo esistente nell’universo , il maschile e il femminile che coesistono nell'Uno, il cielo e la terra, e la stessa natura androgina del Creatore, al tempo stesso uomo e donna. L’idolo infatti era una scatola contenente un segreto alchemico. Questo segreto era costituito da una pietra, o un osso in grado di trasformare in oro e in argenti altri materiali; ovviamente parliamo di “trasformazione alchemica”. Bafometto inoltre “parlava” come un oracolo, a causa di una speciale risonanza prodotta nel suo interno. Ai novizi che confessarono, sotto tortura, l’esistenza di Bafometto al processo, era stato detto che da questo idolo derivava ogni potere, anche quello di far fiorire e germogliare le piante. Il popolo inoltre chiamava “teste di Maometto” certi automi o teste semoventi che si pensava fossero possedute dal diavolo. Papa Silvestro II, astrologo e alchimista, aveva portato una di queste teste dalla Spagna, che rispondeva con un si o con un no alle sue domande. Pare si trattasse di un automa che funzionava grazie ad un sistema matematico binario. Anche Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino, ne possedeva una analoga. La presunta adorazione anticristiana dell'ordine non regge alla critica. I Templari catturati in battaglia venivano uccisi sul posto perché mai si verificò un atto di conversione, che poteva salvargli la vita. Ecco come lo stesso Saladino parla dei Templari: «Voglio purgare la Terra da questi guerrieri immondi che non rinunciano mai alla loro ostilità, non rinnegano mai la loro fede e non saranno mai utili come schiavi». Rimane comunque palese un collegamento con il mondo esoterico islamico, che sicuramente influenzò il pensiero di molte migliaia di Crociati e, come è noto, dello stesso Federico tanto che di lui si ritenne di poter dire che fosse un "sultano battezzato". Sull'origine del misterioso termine Baphomet sono, in ogni caso, state elaborate numerose teorie, nessuna delle quali provata: • Una deformazione latinizzata di Mahomet, una versione medievale europea di Maometto, il nome del profeta dell'Islam. In Linguadoca le moschee erano chiamate baphomeries. • Idries Shah, scrittore britannico, autore di numerosi libri di spiritualità e psicologia, propose che Baphomet deriverebbe dal sostantivo arabo, Abu fihama, con il significato di "padre dell'ignoto" e associato con il sufismo. • Eliphas Lévi, pseudonimo di Alphonse Louis Constant famoso studioso di esoterismo dell'Ottocento, sosteneva che il termine fosse composto da una serie di abbreviazioni lette al contrario: "Tem. ohp. ab". che prendono origine dal latino Templi omnium hominum pacis abhas, con il significato di “Padre della pace universale tra gli uomini”. Una lettura alternativa potrebbe essere tem. o. h. p. ab. per templi omnium hominum pacis abbas. La traduzione in questo caso è “Abate del tempio della pace dell'umanità”, forse in riferimento ai Templari stessi. • Dalle parole greche Baphe e Metis. Le due parole insieme significherebbero "battesimo di saggezza" o “battesimo e iniziazione”, anche interpretabili come "tintura di saggezza" infatti in greco "bafèus" è colui che tinge, che impregna, mentre "met" è abbreviazione di "meter": la madre. Il primo, dunque, è il Grande Inseminatore e la seconda rappresenta il principio femminile, formanti, assieme, l'autosufficiente binomio generatore di tutto. • Alcuni pensieri tradizionali vedono nel Bafometto Hiram il sapiente: l’architetto che costruì il tempio di Gerusalemme ai tempi di re Salomone, custode della “parola di passo”, il Verbo! Allegorica è la sua morte, come il viaggio di Orfeo negli Inferi: la “parola di passo” perduta e poi ritrovata, indispensabile per ridare “luce nel Tempio” e a sconfiggere le tenebre della notte. • Una corruzione del termine ebraico Behemoth (letteralmente "Bestie", pluralis maiestatis di "behemah"), citata nel libro biblico di Giobbe (40:15) e di Ezra (6:49 e 6:51). • Se tradotto secondo l'Atbash, un cifrario a sostituzione monoalfabetica in cui la prima lettera dell'alfabeto è sostituita con l'ultima, la seconda con la penultima, e così via, "invertendo" l'ordine alfabetico delle lettere, l'origine del termine sarebbe Sophia, la parola greca per Saggezza. “E Maria Maddalena non è in fondo la personificazione della Sophia, la Sapienza Divina?” D’altronde quante interpretazioni si sono date a questa Testa di Vecchio Barbuto: - Il Gran Tutto o Padre Celeste per gli gnostici. - Il Bafometto a due teste: Giano Bifronte e i due Giovanni: Evangelista e Battista. - Giovanni Battista, la cui testa viene portata su un piatto a Salomè. - Il Sole e la Luna nel continuo loro avvicendarsi. - Il Vecchio Barbuto che si specchia entro il sigillo di Salomone nel triangolo con la punta verso il basso, ed il tutto è attorniato dall’Uroboros, dal serpente che si morde la coda: in pratica la ricerca interiore . Insomma, chi è Bafometto? Queste poche pagine di sicuro non ce lo spiegano, ma se come molte volte, magari sotto forma diversa, abbiamo letto del Bafometto come la ricerca della saggezza, il cammino verso la luce, una crescita personale, una ricerca interiore che mira a migliorare noi stessi. Cercandolo, non lo abbiamo già in parte trovato? • “I Templari” Peter Partner, 1991, Einaudi • H. Götze, "Castel del Monte", Ed. Hoepli, Milano 1984 • E. Kantorowicz, "Federico II imperatore", Ed. Garzanti Milano 1976, 1981 • F. Bramato, "Storia dell'Ordine dei Templari", Ed. Atanòr, Roma 1991 • Baphomet. Sulle tracce del misterioso idolo dei Templari (SugarCo 2006), di Roberto Volterri e Alessandro Piana • L'Eresia Templare (Venexia Edizioni 2008), di Sabina Marineo - Un'inchiesta sulla storia del Tempio e sul mitico idolo dei monaci guerrieri • Io Cavaliere Kadosh di Salvatore Di Guardo • Il Pimandro, Ermete Trimegisto - Atanòr

 

SIRACUSA
Commenda di Siracusa Militia Templi Sanctae Luciae, STORIA DEI TEMPLARI, relazione del Postulante Prof. Salvatore Zarbano - nella foto il Commendatore di Siracusa Fr. Bruno Riga
Gli studiosi contemporanei definiscono i cavalieri templari “monaci-guerrieri”, mistici cavalieri dal mantello bianco ornato dalla croix pattèe rossa che hanno avuto un ruolo importante nelle Crociate. L’istituzione sorse dal desiderio di fornire protezione ai pellegrini. Nessun storico del tempo li ritenne, però, così importanti da registrare la loro prima fondazione, descritta invece da tre cronisti della seconda metà del XII secolo: Guglielmo, Arcivescovo di Tiro (morto nel 1186), Michele il Siriano Patriarca giacobita di Antiochia (morto nel 1199) e Walter Map, Arcidiacono di Oxford (morto tra il 1208 e il 1210). Tra questi, Guglielmo fu il più attendibile e narra che nel corso dell’anno 1118 alcuni nobiluomini di stirpe cavalleresca, devoti, pii e timorati di Dio, tra i quali spiccavano Ugo di Payns e Goffredo di Saint Omer, fecero voto di povertà, obbedienza e castità, davanti a Varmont, Patriarca di Gerusalemme promettendo di consacrarsi al servizio di Dio come i canonici regolari. I canonici del tempio del Signore concessero loro un’area vicino ad Al-aqsa dove poter svolgere gli uffici monastici, mentre il sovrano, i suoi nobili, il patriarca e altri prelati accordarono diversi benefici, le cui rendite dovevano servire al vitto e al vestiario. Non è chiaro chi all’inizio ebbe l’ idea di impiegare questi uomini per garantire la sicurezza dei Pellegrini benché si dica che agli inizi essi intendessero svolgere uno stile di vita da penitenti di una confraternita laica. Michele il Siriano sostiene che il re, pienamente consapevole della deficienza dell’organizzazione militare,riuscì a persuadere Ugo di Pays e trenta suoi compagni a servire nella cavalleria anziché farsi monaci. Infatti, la creazione di un campo permanente per la difesa dei pellegrini dovette essere sicuramente parsa al re, così come al Patriarca, l’ideale completamento dell’opera degli Ospitalieri, che offrivano rifugio e cure mediche ai pellegrini. La data ufficiale della fondazione può essere collocata tra il 14 gennaio e il 13 settembre del 1120 mentre il suo ufficiale riconoscimento avvenne nel 1128 durante il Concilio di Troyes. I primi templari non ebbero inizialmente successo, avendo reclutato solo nove membri dai tempi del concilio di Troyes. L’impegno assunto era davvero arduo e logorante, tanto che fra i templari apparvero segni di cedimento morale. Gli esordi umili e poveri, elemento costitutivo della tradizione come dimostra la rappresentazione simbolica della povertà coniata sul loro sigillo, che raffigura due cavalieri in groppa ad un solo cavallo. Tale doveva comunque essere l’ideale dei nove originari fondatori. Infatti nella lunetta dell’abside all’interno dell’importante chiesa templare di San Bevignate a Perugia, eretta e decorata tra il 1256 e il 1262, si possono notare nove stelle attorno a tre croci dipinte sul registro superiore. Queste rappresentazioni posseggono, tuttavia, un carattere stereotipato. Guglielmo di Tiro sottolinea l’iniziale umiltà dei templari solo per contrapporla alla superbia manifestata ai suoi giorni. Ugo di Payns descrisse il comportamento e l’osservanza della sua milizia in un discorso tenuto prima del Concilio, il 13 gennaio, giorno della festa di Santa Ilaria. Tale speciale corpo aderiva essenzialmente a pochi e semplici precetti: partecipazione comunitaria agli uffici del coro assieme ai canonici regolari, pasti comuni, vestiario semplice, presenza modesta e nessun contatto con le donne. Pur essendo sottoposto alla giurisdizione del Patriarca di Gerusalemme, l’ordine doveva obbedienza al maestro. La regola comprendeva settantadue articoli, solo attorno al 1267 venne ampliata fino ad includere 686 articoli, scritti in francese per facilitarne la comprensione ai frati che non conoscevano la lingua latina. A tutti i cavalieri erano concesse vesti bianche simbolo dell’abbandono della vita nella tenebra e dell’accesso ad uno stato di celibato perpetuo,” fondamentale per il raggiungimento della pace eterna e della contemplazione di Dio, così come testimoniato da San Paolo”. Il rispetto della disciplina era garantito dal sistema di penitenze che era applicato sia nei casi di trasgressioni di minore entità, di cui si occupava il maestro, che per quei comportamenti più gravi che potevano condurre all’espulsione. I tradizionali sport aristocratici della falconeria e della caccia erano proibiti, ad eccezione della caccia al leone, simbolo del male. San Bernardo si era sempre prodigato per limitare questi comportamenti di impronta materialistica, tuttavia riconosceva che il tempio era un nuovo tipo di ordine presente nei luoghi santi, in cui si combinavano cavalleria e religione e che diversamente dai cistercensi aveva bisogno di possedere case,terre, servi e tributi, ed aveva pieno titolo a farsi garante di protezione. Vennero tuttavia firmate condizioni che consentivano ai cavalieri di prestare servizio “ad terminum”, ovvero per un periodo determinato in attesa di tornare alla vita secolare, come pare abbia fatto Folco d’Angiò subito dopo la fondazione dell’ordine. Erano ammessi anche fratres coniugati, ossia frati che già avevano contratto il vincolo del matrimonio e le cui mogli, in caso di dipartita, avevano diritto ad una parte dei possessi per il proprio sostentamento. L’insediamento dei templari in occidente riflette la chiara consapevolezza di dover creare una rete di supporto in grado di fornire agli stati crociati nuove forze, entrate regolari e approvvigionamenti di cibo, vestiario ed armi. Nei primi anni, titoli ed incarichi dei dignitari del tempio apparvero a volte contrastanti e vaghi, ma è chiaro che fin dal principio si decise di organizzare l’ordine su base provinciale. Ancora una volta è evidente l’influsso degli Ospedalieri, l’unico altro ordine a possedere all’epoca una struttura analoga, avendo istituito la sua prima provincia attorno al 1120. Molte donazioni furono date nell’Europa occidentale compresi i castelli, per cui i templari intorno al 1140 iniziarono a comparire anche come precettori delle magioni e dei conventi locali. Vi sono segni analoghi della presenza del tempio in Italia, dove i templari di cui si fa menzione sono inequivocabilmente depositari dell’autorità delegata. Le donazioni laiche provenivano da uno spettro sociale piuttosto ampio, che comprendeva anche i sovrani. In Inghilterra, ad esempio, Enrico I facilitò l’iniziale reclutamento dei templari, anche se in realtà fu re Stefano (1135/1154) a gettare le basi dei patrimoni fondiari. L’interesse per l’ordine non fu esclusivamente maschile, Eleonora di Aquitania, moglie di Luigi VII, e già per suo diritto grande feudataria, creò la base per l’importantissima magione templare di La Rochelle, porto in rapido sviluppo. Nel suo documento del 1139 ella riconosceva la donazione di alcuni mulini fatta ai templari da uno dei suoi vassalli e autorizzava gli stessi a trasportare attraverso i suoi domini, liberamente ed in piena sicurezza, senza dazi ed esazioni per via di terra o di acqua, qualsiasi merce di loro proprietà. Oltre alla concessione dei castelli ai templari venne riconosciuto un decimo delle entrate regie, una somma annuale di 1000 solidi cui si aggiungevano concessioni fatte in anticipo: un quinto di tutte le terre conquistate ed il permesso di costruire castelli per combattere i mori. L’accettazione di tali responsabilità fa supporre che i templari fossero forti a sufficienza, finanziariamente e numericamente, per assumere quel ruolo di primo nella riconquista. A conferma di quanto sopra descritto si dice che nel 1139 Papa Innocenzo III emanò una bolla secondo la quale i templari non dovevano obbedienza a nessun potere secolare o ecclesiastico, eccetto al Papa. In pratica erano diventati un impero internazionale autonomo ed una potenza dotata di grande influenza. Erano continuamente impegnati in rapporti diplomatici d’alto livello fra nobili e i monarchi di tutto il mondo occidentale e della terra santa ed ebbero anche stretti legami con il mondo musulmano di cui godevano un rispetto molto più grande di quello accordato a qualunque altro ordine europeo. Attraverso il prestito di enormi somme ai sovrani squattrinati, diventarono i banchieri di tutti i regnanti dell’Europa e persino di alcuni potentati musulmani. Con la loro rete di presidi sparsi in Europa e nel Medio Oriente organizzarono, anche a tassi d’interesse modesti, il trasferimento sicuro ed efficiente del denaro per conto dei mercanti. I templari divennero così i più importanti cambia valute dell’epoca e il presidio di Parigi diventò il centro della finanza europea. Grazie ai continui contatti con la cultura islamica e con quella giudaica, l’ordine assunse un ruolo importante, nella diffusione di nuove idee e conoscenza. Essi, inoltre, avevano un vero e proprio monopolio della tecnologia più avanzata del loro tempo: possedevano porti, cantieri e una flotta commerciale e militare che fu tra le prime ad adottare la bussola. Inoltre, la necessità di curare le ferite e le malattie li rese esperti nell’uso della medicina. L’ordine possedeva ospedali propri con medici e chirurghi i quali, tra l’altro, usavano estratti di muffe che precorrevano l’impiego degli antibiotici. Ma, mentre in Europa i templari acquisivano prosperità e notorietà, in Terrasanta la situazione peggiorava diventando, durante il secolo successivo, sempre più disperata. Nel 1291 ormai era caduto tutto l’Ontremer e la Terrasanta era quasi completamente sotto il dominio musulmano. I templari,quindi, dopo la caduta di Acri, stabilirono a Cipro il loro nuovo quartier generale, ma con la perdita della Terrasanta, si trovavano privi della loro raison d’etre. Poiché non c’erano più terre infedeli da conquistare, l’ordine cominciò a rivolgere l’attenzione all’Europa. Dopo la caduta della Terra Santa, incominciarono a pensare di creare uno Stato loro in un territorio più accessibile: la Linguadoca. Nel 1306 Filippo IV di Francia, detto il Bello, bramava dal desiderio di sbarazzarsi dei templari insediati sul suo territorio sui quali non aveva la minima autorità e ai quali doveva parecchio denaro. Questi fattori bastarono a spronarlo all’azione facendogli ritenere che l’accusa di eresia potesse essere il giusto pretesto. Per prima cosa, Filippo doveva assicurarsi la collaborazione del Papa al quale i templari dovevano obbedienza almeno in teoria. Tra il 1303 e il 1305, il re di Francia e i suoi ministri riuscirono a sequestrare Papa Bonifacio VIII che di lì a poco morirà e probabilmente ad avvelenarne un altro: Benedetto XI. Nel 1305 Filippo ottenne l’elezione al soglio pontificio del suo candidato, l’arcivescovo di Bordeaux, che prese il nome di Papa Clemente V. Questi doveva troppo al re per potersi opporre alle sue richieste che includevano la soppressione dell’ordine così Filippo pianificò abilmente le sue mosse compilando un elenco di capi d’accusa . Il colpo sferrato fu inaspettato, fulmineo ed efficiente. Il re fece recapitare ordini segreti sigillati ai suoi siniscalchi, in tutto il paese che furono aperti simultaneamente e subito eseguiti. All’alba di venerdì 13 ottobre 1307, tutti i templari in Francia dovevano essere catturati e posti in stato d’arresto dagli uomini del re, i loro presidi dovevano essere messi sotto sequestro e i beni confiscati. A tutti i presidi francesi fu inviata una comunicazione ufficiale che ordinava di non rivelare nessuna informazione sui riti e le tradizioni dell’ordine. In Francia, i templari arrestati furono processati e molti sottoposti a torture con cui furono estorte strane confessioni e formulate ignominiose accuse. Nel paese incominciarono a circolare voci che sostenevano che i templari adorassero una testa barbuta chiamata Baphomet che durante le cerimonie parlava e conferiva loro poteri occulti. Tra tutte le accuse la più grave era quella accusati di rinnegare ritualmente Cristo, di ripudiare la croce, di calpestarla e di sputarvi sopra. In Francia Filippo IV li perseguitò con spietata ferocia. Molti furono bruciati vivi, molti altri torturati e condannati al carcere. Nel contempo il re continuava a insistere presso il Papa chiedendogli misure sempre più rigorose contro l’ordine. Dopo aver resistito per qualche tempo, nel 1312 Clemente V cedette e sospese ufficialmente l’ordine senza pronunciare un verdetto definitivo di colpevolezza. Nel marzo del 1314, il Gran maestro Jacques de Molay e il precettore di Normandia Geoffroy de Charnay, furono bruciati. BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO -La Storia dei Templari- Barber Malcolm- Piemme Edizioni-2005. -Processo ai Templari- Barber Malcom-Ecig-1998. Carlentini,05/01/2011 Prof. Salvatore Zarbano

 

SCALIGERO
Articolo a cura del Magnum Magister P.T.H.M. G. Praeceptor S.E. Prof. Francesco Corona. “Il sentiero di Mik’ael o del GRAAL secondo Massimo Scaligero” nella ricorrenza del trentennale dalla sua dipartita(1980-2010).
Massimo Scaligero fu libero ricercatore dello Spirito ed uno degli ultimi grandi pensatori contemporanei. Nato a Veroli(FR) nel 1906 si formò agli studi umanistici, li integrò con una conoscenza logico-matematica e filosofica, e con una pratica empirica della fisica. Attraverso studi ed esperienze personali, individuò le linee direttrici di una corrente originaria del pensiero, di tipo predialettico in opposizione alla dialettica filosofica e allo scontro ideologico. Studioso di Nietsche, di Stirner, Steiner e Jacob Boehme, approdò attraverso lo Yoga e lo studio delle dottrine orientali ad una sintesi personale che gli diede modo di riconoscere in Occidente il senso riposto dell'Ermetismo e il filone aureo di un insegnamento perenne, riconducibile alla "Fraternitas" dei Rosacroce. Nella foto lo studioso ricercatore Massimo Scaligero. Nella ricerca, nello studio, nell'aiuto verso tutti coloro che, assetati della conoscenza, si rivolgevano a lui, annullò se stesso, la sua carriera, le ambizioni personali, per essere sempre guida di tutti. Fu personalità instancabile e guida di gruppi spirituali anche dopo la sua morte attraverso sessioni postume di ascolto delle sue conferenze. Collaborò con importanti riviste, tra cui la prestigiosa East and West. Scomparso nel 1980, Massimo Scaligero ha lasciato una eredità tradizionale riconducibile alla vera tradizione solare . Scaligero traccia infatti un percorso rosicruciano di cui dà le regole per la sua attuazione e ne afferma la connessione con il "Mistero cosmico del Cristo", come senso ultimo della "Iniziazione Solare"... "la meditazione rosicruciana, come la più alta che operi sulla Terra, porta il discepolo a scoprire che, non nell'anima, ma nell'intimo Io, egli reca il Principio che vince i due Ostacolatori". Gli ostacolatori sono proprio: Lucifero - vettore delle forze di orgoglio, vanità e presunzione - e Ahriman il "Satana" della tradizione persiana, quello che induce all'illusione materialistica e meccanicistica del mondo. Entrambi gli ostacolatori, in contrasto tra loro su un piano animico, sono alleati sulla dimensione materialistica terrena ed hanno come missione la paralisi delle forze pensanti e di quelle viventi dell’uomo. Il vero eroe solare più che combatterle, deve saperle metabolizzare con disciplina interiore ed trasformarle in strumenti dello Spirito, perchè tale è la loro funzione mediatrice. Il punto di partenza per Scaligero resta sempre l'ascesi del pensiero, tramite le discipline della concentrazione e della meditazione che conducono al riappropriarsi della sua primordiale natura di Verbo-Logos, intesa come congiunzione dei principi di volontà e di esistenza legati alla triade pensare-sentire-volere. Da questo momento inizia per il vero ricercatore l’ Operatio Solis, volta a riconquistare l’immanenza dell’Io superiore dominato da forze extraspaziali, dalle gerarchie del verbo, al di là dai poteri dell'anima che risultano essere vincolati ad un'esperienza sensibile del mondo materiale o “mondo minerale”. Come dicevamo secondo Scaligero, in epoca di crisi e di pericolo - come la nostra - il Sovrasensibile ha le più alte possibilità di proiezione di energie nell’uomo. Ma perchè l’uomo possa pervenire alla propria liberazione, occorre, da parte sua, un impegno che nasca dalla sua interiorità profonda connessa con il Verbo-Logos. Scaligero rivela dunque la via per accedere a tale fonte di energia, il Logos originario, dando una risposta concreta all’uomo di questo tempo. Il segreto è quello di risalire alla radice dell’atto pensante , il pensiero libero dai sensi laddove fluisce la luce eterica del cuore. Dal cuore, dove si eterizza, la luce ascende alla ghiandola pineale, ed è qui che lo sperimentatore può incontrarla, seguendo il canone esoterico dei suoi insegnamenti. La visione soteriologica di Scaligero parte dunque dalla composizione occulta dell’uomo e dei suoi tre corpi: Fisico associato al mondo animale, Eterico associato al mondo vegetale ed Animico-Astrale (suddiviso a sua volta in astrale inferiore, riconducibile nuovamente al fisico, e astrale superiore collegato all’Eterico e riconducibile al Logos). Il corpo Fisico è preda delle brame della dialettica del pensiero ed altro non è se non l’oscuro riflesso associato alla luce del Logos, questa luce, che corrisponde al momento predialettico del pensiero, viene ogni volta negata per azione di divinità ostacolatrici e di insufficiente volontà del pensiero dell’uomo non sempre in linea con l’impulso di luce emanata dal Logos. Tale luce risulta per Scaligero una corrente di energia filtrata dall’azione dell’arcangelo dell’aria Michael, unico vincitore nella lotta contro il Drago e disponibile per l’uomo che ha la capacità per virtù acquisita ovvero concessa dalle gerarchie, di connettersi con essa. Questo sentiero è chiamato lui chiamato via di Michael o via del Graal. Solo una Operatio Solis che integri pensiero-volontà-azione supportata da solidi attributi morali e precise tecniche pneumatiche volte a garantire l’eterizzazione del sangue e del corpo dell’uomo, può condurre all’aureo insegnamento di Scaligero. Nel saggio, Tecniche della concentrazione interiore, si individuano infatti gli aspetti e le modalità pratiche della concentrazione atte a svelare le forze latenti del pensiero. E’ solamente attraverso queste pratiche che, nei tempi attuali, è possibile approfondire la conoscenza vera del sé e rafforzare l’indagine sulla volontà e sui rapporti tra eros ed immaginazione creativa per arrivare alla soglia dell’atarassia magica che ed alla conoscenza delle dinamiche di trasformazione del respiro della percezione pura del vero alimento di vita. Si tratta di esercizi ed attività per le quali è richiesta una determinazione assoluta; solo quest’ultima difatti permette al ricercatore di poter varcare la soglia segreta dell’io, superata la quale si scorge l’ essenza del reale. Attraverso tali tecniche, è possibile rivivere per l’uomo e anche per la donna (coppia umana) l’esperienza della coppia primordiale(Adamo ed Eva) prima del peccato originale, ossia il ritrovamento della condizione di beatitudine edenica. La luce del Logos ,infatti, associata all’accordo originario edenico, è oggi separata, sul piano fisico, per l’azione del Serpente, questo per via del corpo di brama (corpo fisico) sottoposto all’impulso del male. La luce del Logos potrà agire infatti positivamente solo attraverso la percezione dei corpi eterici e non direttamente attraverso quelli fisici che come dicevamo sono oramai preda delle brame. L’accordo originario è immancabilmente perduto ma ugualmente recuperabile attraverso due azioni distinte: dapprima il dominio del potere serpentino come dominio della Kundalini , successivamente dal recupero della sonorità originaria del Verbo nell’armonia delle sfere e che solo la percezione dei corpo eterici (in sanscrito Anandamaya Kosa), non ancora corrotti può ridonare. Volendo chiarire meglio diciamo che il Serpe simboleggia la degradazione della forza originaria secondo la corrente della brama ed il livello dal quale questa deve risorgere. La gioia sessuale dei corpi fisici fornirà una parvenza del ritrovamento di un bene originario ma puntualmente perduta. La riascesa dell’uomo al suo rango originario ha quindi come barriera gli strati della degradazione dell’eros che dovranno essere alchemicamente superati. Il compito dell’eroe solare chiamato anche da Scaligero eroe del Graal, non è quello di un totale distacco ascetico o di un dominio di forze a lui trascendenti secondo un incipit rituale, bensì un procedere mediante alchimia interiore alla risoluzione graduale di ogni strato. Secondo Scaligero l’ascesa è possibile se il ricercatore delle Spirito è in grado di riappropriarsi sotto il profilo percettivo del suo corpo eterico (in sanscrito lingasharira), infatti lo spazio fisico, è l’astratta ombra, è sostanzialmente il mondo eterico di natura a-spaziale. Esso è sperimentabile come emanazione non spaziale del Sole, il cui centro nella struttura umana è il Cuore inteso come l’organo rispondente alla potenza originaria del Sole. Scaligero chiama questa emanazione come Alimento di vita o Cibo del Graal. Il Cuore, come organo metafisico, è infatti la sorgente del pensiero solare o vivente, che mediante l’ organo celebrale diviene riflesso, ed è portato a ricostruire l’unità eterica del mondo extraspaziale secondo lo schema solare, cominciando dalla forma più elementare, da punto a punto dell’astratto spazio misurabile: da ente ad ente, da cosa e cosa, da parvenza a parvenza mediante le equivalenze numeriche e le relazioni logiche . Abbiamo precedentemente osservato (Cap.1) come il centro del Cuore ha una funzione fondamentale nei processi di fisiologia. Normalmente nel Cuore, il sangue dell’uomo istintivo-emotivo e quello dell’uomo mentale-razionale si incontrano tendendo a realizzare un equilibrio per virtù del quale, nel fluire del sangue riaffiora l’archetipo dell’uomo unificato o integrale. Nel Cuore il sangue realizza una purificazione eterica resuscitatrice di vita, secondo un processo trascendente, inverso a quello per cui da una condensazione dell’etere cosmico si differenziano i quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco). L’asceta che pratichi la corretta meditazione, giungendo a non contraddire il processo di eterizzazione del sangue, come normalmente fa l’uomo comune, può accendere nel Cuore la virtù dell’etere originario riunificando gli opposti, cioè raggiungere la forza spirituale del Sole: mediante il centro del Cuore egli può produrre volitivamente l’etere del calore o Fuoco risanatore attraverso un processo inverso a quello per il quale da una natura sidereo-divina l’uomo si è degradato ad una natura terrestre-animale. L’asceta antico muoveva direttamente dal respiro e dalle posture per metabolizzare il processo di eterizzazione del sangue; all’asceta moderno tocca un compito più arduo, è necessario dapprima portarsi su strutture di pensiero predialettico di tipo logico-matematico. In tal senso si arriva a suscitare direttamente il moto del respiro cosciente (Prânâyâma) modulandolo secondo precise armoniche con determinati stimoli acustici. Si rende così possibile il compimento di un opera solare che traguarda quella dell’antico asceta. L’esaurimento del respiro, che è il senso ultimo del Prânâyâma come tecnica trascendente smarrita oramai anche nell’oriente tradizionale, può essere sperimentato dal ricercatore contemporaneo in quanto conosca l’arte di lasciare intatto, attraverso l’azione interiore, l’organismo etero-fisico, onde questo tornando a posare nella sua virtù originaria, non ostacoli i processi di trasmutazione, che possono svolgersi in esso soltanto sovrasensibilmente, giungendo all’essenza dell’anima. Il risultato finale sarà l’attivazione di una forma respiratoria sul tipo dei vegetali che avrà la proprietà di un elisir di lunga vita (pietra filosofale) e che consentirà di trattenere anidride carbonica ed espellere l’ossigeno. Scaligero sostiene che nel prossimo avvenire quanto il tasso di anidride carbonica aumenterà per effetto dei gas serra e dell’inquinamento, si profileranno due tipi umani distinti uno con alte proprietà spirituali che respirerà come la pianta e si adatterà molto bene al nuovo ambiente, un altro che cercherà di aggrapparsi alle poche risorse disponibili respirando quel poco di ossigeno che riuscirà a trovare o produrre e che costituirà il proprio elemento di morte nel processo di ossidazione ad esso associato. Il modo migliore per attuare gli insegnamenti di Scaligero è leggere più volte le sue opere cercando di farlo con una respirazione tranquilla e rilassata e soprattutto cogliendo il significato dei suoi scritti in modo intuitivo. Ricordiamo pertanto l’ Opera Omnia di questo grande ricercatore dello Spirito nostro contemporaneo: • Avvento dell'uomo interiore. Lineamenti di una tecnica dell’esperienza sovrasensibile (Firenze, Sansoni, 1959) • Trattato del pensiero vivente. Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen (Milano, Feriani, 1961) • La Via della volontà solare. Fenomenologia dell’Uomo Interiore (Roma, Tilopa, 1962) • Dell'amore immortale (Roma, Tilopa, 1963) • Segreti dello spazio e del tempo (Roma, Tilopa, 1963) • La luce. Introduzione all’Immaginazione Creatrice (Roma, Tilopa, 1964) • Il marxismo accusa il mondo (Roma, Tilopa, 1964) • Magia sacra. Una via per la reintegrazione dell’Uomo (Roma, Tilopa, 1966) • La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la Via del Pensiero (Roma, Tilopa, 1967) • Hegel, Marcuse, Mao. Marxismo o Rivoluzione? (Roma, Volpe, 1968) • Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore (Roma, Perseo, 1969) • Rivoluzione. Discorso ai giovani (Roma, Perseo, 1969) • Lotta di classe e karma (Roma, Perseo, 1970) • Yoga, meditazione, magia (Roma, Teseo, 1971) • La tradizione solare (Roma, Teseo, 1971) • Dallo yoga alla rosacroce (Roma, Perseo, 1972) • Manuale pratico della meditazione (Roma, Teseo, 1973) • Il logos e i nuovi misteri (Roma, Teseo, 1973) • Psicoterapia. Fondamenti Esoterici (Roma, Perseo, 1974) • Tecniche della concentrazione interiore (Roma, Edizioni Mediterranee, 1975) • Guarire con il pensiero (Roma, Edizioni Mediterranee, 1975) • Reincarnazione e karma (Roma, Edizioni Mediterranee, 1976) • L’uomo interiore. Lineamenti dell’Esperienza Sovrasensibile (Roma, Edizioni Mediterranee, 1976) • Meditazione e miracolo (Roma, Edizioni Mediterranee, 1977) • Il pensiero come antimateria (Roma, Perseo, 1978) • Kundalini d'occidente. Il centro umano della potenza (Roma, Edizioni Mediterranee, 1980) • Iside Sophia. La Dea ignota (Roma, Edizioni Mediterranee, 1980) • Zen e Logos (Roma, Tilopa, 1980) • Il sorriso degli Dei (Roma, Tilopa, 1986) • La pietra e la folgore (Roma, Tilopa, 1988) Prof. Francesco Corona

 

CATTEDRALE OTRANTO
Roma 4/10/2010 - Un ipotesi templare affascinante celata nella basilica cattedrale di Otranto. A cura del Gran Precettore e Magum Magister Fr. Prof. Francesco Corona
Molti sono i riferimenti templari in Otranto presenti sia in documento storici di assoluti rilievo sia in ben precisi riferimenti visivi come il portale della Cattedrale e il mosaico stesso. Ricordiamo ai lettori che i templari nacquero come ordine monastico-militare nel XII secolo, la loro struttura traeva ispirazione dall'ordine dei cistercensi e dalla figura più rappresentativa che proprio in quegli anni di fondazione caratterizzava la cultura europea: San Bernardo di Chiaravalle. La figura del monaco-guerriero istituzionalizzata con sigillo papale nel Concilio di Troyes fu veramente rivoluzionaria, e San Bernardo riuscì magistralmente a scavalcare la tradizionale classificazione sociale formata dai Bellatores (coloro che combattevano), Oratores (coloro che pregavano) e Laboratores (coloro che lavoravano), riunendo le funzioni di preghiera e combattimento in un’unica figura. Oltre i tre classici voti degli ordini monastici: povertà, obbedienza e castità, adottarono la regola benedettina e cistercense. Il predicatore e teologo dell'ordine dei Cistercensi, che divenne loro convinto sostenitore, nel suo De laude novae militiae indica ai cavalieri le attività da svolgere in tempo di pace e di guerra, l'alimentazione da seguire, l'abbigliamento da indossare nelle varie circostanze per ciascuna categoria di fratelli, i cavalieri ad esempio adottarono la veste bianca dei cistercensi sormontata da una croce rossa. Venivano reclutati soprattutto tra i giovani della nobiltà, desiderosi di impegnarsi nella difesa della cristianità in Medio Oriente. L'ordine militare così formato aveva una gerarchia assai rigida. I suoi membri come in ogni ordine monastico, facevano voto di castità, obbedienza e povertà, lasciando all'ordine tutte le loro proprietà ed eredità. Intorno al secolo XIII si contavano circa 15.000 cavalieri templari in Europa contro circa i mille uomini schierati nei territori d’Otremair. In Terra d’Otranto, nel periodo delle crociate, assistiamo ad una massiccia presenza crociata e templare poiché crocevia primario verso l’Oriente. In particolare i porti di Trani, Bari e Brindisi fungevano prevalentemente da porti di imbarco per le truppe, mentre il porto di Otranto veniva considerato come luogo di imbarco dei rifornimenti, armi, viveri, vettovagliamenti, essendo, come è noto, il punto più orientale della penisola italica. In tali luoghi erano inoltre presenti le così dette ludee ebraiche, ovvero dei quartieri cittadini popolati da giudei che costituivano luoghi privilegiati per attività di Intelligence da parte dei cavalieri Templari prima delle loro missioni in Terra Santa. La più antica testimonianza scritta sulla presenza dei Templari in Terra d’Otranto ci è offerta da Amando diacono di Trani e vescovo di Bisceglie(1153), nella sua Historia Traslationis Sancti Nicolai Peregrini (Storia della traslazione di San Nicola pellegrino) databile intorno al 1143, l'autore riferisce di un avvenimento incredibile, durante la cerimonia di traslazione del corpo del Santo nel cielo completamente terso, all'improvviso, sulla Cattedrale templare di Trani si levarono due colonne di nuvole. Il diacono Amando asserisce la presenza dei cavalieri del Tempio alla processione scrivendo che: "Milites Templi Domini, qui paulo remotius ad urbe (Trani n.d.a.) distabant hoc cernentes dixerunt illud stupendum miraculum sacri corposis traslationem iudicare." In una lettera del 23 giugno 1198 indirizzata dal papa Celestino III all’arcivescovo di Trani e all’arcidiacono di Brindisi, vi è un riferimento ad una transazione economica di 270 malachinos d’oro che il Vescovo di Otranto aveva legato alla Militiae Templi. Considerando che in quel periodo il malachino spagnolo era la moneta di riferimento per le operazioni più costose e che il Vescovo di Otranto doverva essere proprio Jonathas il quale commissionò il mosaico nel 1163 alla scuola di monaci basiliani del monastero di San Nicola di Casole, non escludiamo tre ipotesi molto probabili: A) che dietro la realizzazione del mosaico ci fossero proprio i monaci Templari come veri committenti e finanziatori dell’Opus Insigne ai monaci Basiliani di origine greca. B) che lo scopo vero della realizzazione del mosaico fosse il suo utilizzo nell’ambito di cerimonie iniziatiche associate a particolari Capitoli Templari prima che le truppe speciali templari fossero inviaste in Terra Santa onde infondere gli aspetti più sacri e gnostici del Cristianesimo. C) Che il Papa Celestino III fosse costantemente informato di ciò che accadeva ad Otranto e dei lavori di realizzazione del mosaico pavimentale. Tali ipotesi sono suggellate 1)non solo dai provati rapporti economici esistenti tra sede vescovile otrantina e monaci templari; rapporti supervisionati dallo stesso Pontefice, il quale si preoccupava, con lettere scritte, di informare le altre diocesi di ciò che accadeva ad Otranto avallando questi ingenti finaziamenti Templari alla curia vescovile hidruntina, 2) ma anche dalla presenza delle particolari simbologie iniziatiche del mosaico e sopra il portale della cattedrale dove possiamo ancora oggi osservare la croce bizantina (primo simbolo templare consegnato da Wormond patriarca latino di Gerusalemme a Ugo dei Pagani) e la più nota croce patente realizzata dall’unione di quattro vescica piscis. Ma cerchiamo di comprendere meglio gli eventi dell’epoca attraverso una analisi dettagliata delle simbologie del mosaico. Alcuni riferimenti particolari come le croci patenti presenti sul portale della Cattedrale e le simbologie mistiche interne al mosaico (nodo di Salomone, gigli, scacchiere, mostri, figure demoniache e melusine) nonché i rapporti economiche tra Vescovo di Otranto e Militia Templi, lasciano ipotizzare che i templari di Otranto fossero con i Basiliani i veri custodi dei segreti del mosaico e delle complesse simbologie esoteriche e che questa situazione si inquadrava in un ben preciso e strutturato disegno Papale atto a forgiare attraverso iniziazioni segrete compiute sul mosaico il Cavaliere Perfetto vero conoscitore dei misteri divini e del principio di luce noto come Graal. Tale tipo d’eroe poteva essere l’unico in grado di contrastare il vero e temuto nemico in Terra Santa: la famigerata setta degli Assassini. La setta politico-religiosa di integralisti musulmani sufi chiamata degli Assasini, risultava essere fondata in Persia nel 1090 da Hassan ben Sabbah. I suoi seguaci, professando cieca fedeltà al capo, compivano distruzioni e massacri di pellegrini sulla via di Gerusalemme. La setta si schierò prima dalla parte dei Fatimiti egiziani, poi contro di essi. Decadde nel 1124, alla morte del suo fondatore. Gli Assassini si diffusero anche in Siria, ove, combatterono contro i Crociati, uccidendo nel 1152 il conte Raimondo di Tripoli e, nel 1182, Corrado, marchese del Monferrato; tentarono perfino di uccidere il Saladino. il ramo di Siria fu distrutto dal Sultano d'Egitto nel 1273. La Setta degli Assassini, adorava una misteriosa divinità chiamata Bafomet. Il termine Hashashin (Assassini), entrato nel linguaggio comune per indicare chi commette degli omicidi, viene fatto derivare dal nome dell’"Hachisch", droga che a quei tempi era già usata in Oriente. Si racconta, infatti, che il Vecchio della Montagna, usando questa droga, narcotizzasse i suoi seguaci, e li facesse trasportare in un bellissimo giardino, dove si risvegliavano, fra fiori e profumi, circondati dalle donne più desiderabili; il ricordo di questa esperienza paradisiaca, vissuta in uno stato di semi- incoscienza, doveva dare la certezza di una ricompensa ultraterrena e determinare, quindi, una totale indifferenza verso la vita, per cui gli Assassini affrontavano la morte e il dolore senza alcuna paura, anzi con gioia. Dopo i primi duri scontri, i cavalieri Templari furono i soli occidentali ad entrare in contatto pacifico con la famigerata setta e non mancarono scambi diplomatici storicamente documentati tanto da far supporre che la presunta adorazione del Bafomet da parte di alcuni Templari si inserisse in questo tipo di rapporti. Fr. Francesco Corona

 

VISITATORE
Simboli templari a Firenze nell’opera dell’Orcagna - Commendatore del Gran Balivato Italia centrale Fr. Leopoldo Mnicucci
La Cacciata del Duca di Atene è un affresco conservato nella Salotta di Palazzo Vecchio a Firenze; l'affresco, proveniente da un muro delle antiche carceri delle Stinche, è stato dubitativamente attribuito all'Orcagna e fu dipinto tra il 1323 e il 1349. Di forma circolare di circa tre metri di diametro, in origine presentava all'intorno i segni dello Zodiaco, dei quali oggi resta solo il segno del Leone, alternati da figure femminili e alcune iscrizioni poste a commentare la scena dipinta. Nella scena principale è rappresentato al centro Palazzo Vecchio, sulla sinistra una figura femminile con l'aureola (variamente interpretata) seduta su un trono coperto da un drappo sorretto da due angeli. Essa porge i tre gonfaloni di Firenze, del Popolo e del Comune ad un gruppo di cavalieri, inginocchiati per riceverli. Questi cavalieri hanno la spada nella mano destra e guardano con intensità la loro protettrice . A terra si vedono una spada spezzata, una bilancia spezzata, un libro chiuso e uno scudo deformato. Sulla destra dell'affresco si vede un uomo con un abito guarnito d'ermellino, che si allontana con uno strano oggetto in mano e volge la testa all'indietro per guardare un angelo che si volge verso di lui: l'angelo porta sul braccio sinistro una colonna e, nella mano destra, un frustino a tre corde. Inizialmente si credeva che rappresentasse Santa Reparata in atto di benedire le insegne delle Milizie della Repubblica fiorentina; poi nel 1906 Robert Davidsohn vi riconobbe l'episodio della fuga da Firenze da parte del Duca d'Atene, cacciato il 26 luglio 1343, giorno di Sant'Anna, come fu descritta dal Villani, quindi vedendoci il Duca d'Atene che fugge avvinghiato da un serpente con la testa umana, simbolo della frode politica. Una nuova lettura darebbe un'altra interpretazione, quella della distruzione dell'Ordine del Tempio voluta nel 1307 dal re francese Filippo il Bello : quindi la donna con l'aureola sarebbe la Nostra Signora, protettrice dei Templari, e la persona che fugge avrebbe in mano una immagine del Bafometto . Questa in sintesi il tema della nostra breve disamina su quest’opera attribuita ad Andrea di Cione di Arcangelo detto l’Orcagna. L’osservazione del dipinto ci pone alcuni interrogativi: infatti pare dubitabile sostenere che i militi rappresentati nell’opera possano identificarsi con le milizie fiorentine come sosteneva Davidsohn, infatti basta una semplice osservazione per notare che portano tutti la croce templare e la T dei Cavalieri del Tau sulla cotta d’arme, indicando con ogni probabilità dei Templari appena entrati a far parte dell’altro ordine. Del resto il dipinto è datato in epoca di poco successiva alla persecuzione dell’Ordine del Tempio quindi è assai probabile che queste uniformi “miste” fossero molto frequenti. E poi Nostra Signora non pare proprio che voglia scacciare il presunto Duca d’Atene parrebbe piuttosto ricordare ai Templari in adorazione l’essenza della loro Tradizione. Infatti non pare sostenibile la tesi per la quale la folla sarebbe costituita da una folla esultante per la cacciata di un tiranno corrotto; i militi raffigurati sono composti nell’adorazione di Nostra Signora implorandone la protezione. Nostra Signora non mostra sdegno per alcuna delle figure rappresentate nel dipinto anzi un’osservazione attenta potrebbe ragionevolmente far pensare che sia intenta appunto a indicare la “via” ai suoi devoti cavalieri che è rappresentata da un uomo di rango elevato che mette in salvo il più segreto ed il più prezioso dei simboli del Tempio Del resto le cronache della persecuzione ci fanno immaginare la presenza di un Bafomet in ogni commanderia ma ci raccontano di un solo ritrovamento nella casa del Tempio a Parigi per cui si può ipotizzare che nelle altre sedi i simboli fossero stati nascosti agli occhi e alle mani degli empi che offendevano il Tempio. A Firenze dunque il “curioso” di cose templari può ammirare un antico affresco del XIV secolo in cui compare una curiosa testa barbuta da qualche studioso ritenuta essere appunto il misterioso idolo che i Templari avrebbero adorato. O almeno così, più o meno volentieri affermarono durante i processi seguiti alla loro cattura. Un grazioso libro di Giulio Cesare Lensi Orlandi Cardini, intitolato "Il Bafometto dei Templari a Firenze", ci introduce nei processi contro i Templari tenutisi in Italia. Papa Clemente V incarica i vescovi di Cremona e Firenze e gli arcivescovi di Pisa e Ravenna di istruire i processi nei confronti dei membri dell’Ordine del Tempio presenti in Italia. Essi si avvalgono della collaborazione di Pietro Giudici, giudice romano, al fine di ottenere le confessioni attraverso la tortura. Il 30 settembre del 1311 Antonio degli Orsi, vescovo di Firenze, l’arcivescovo di Pisa e Pietro Giudici iniziano i loro interrogatori. Nelle deposizioni dei cavalieri emerge, come già avvenuto in Francia, l’adorazione di una testa "pallida dalla chioma nera" che era chiamata "Maginat", l’immagine. E di questa immagine, del "Maginat", esiste, sempre secondo il Lensi Orlandi Cardini, una rappresentazione a Palazzo Vecchio. Nella "Salotta del Quartiere di Leonora" si trova un affresco trecentesco strappato dall’ottocentesco Teatro Verdi, costruito dove per secoli vi erano le Carceri delle Stinche. Ma l’affresco, prima di approdare nell’attuale sua sede definitiva, ebbe vita burrascosa. Nel 1834 l’affresco non era lì: "esisteva un Tabernacolo, con una dipintura - scrisse nel 1834 lo studioso Fraticelli a proposito di un palazzo ottocentesco dove per secoli avevano avuta sede le carceri dette delle Stinche - che si dice essere della scuola di Giotto, rappresentante Santa Reparata in atto di benedire le insegne delle Milizie della Repubblica fiorentina, che vanno ad espugnare vari paesi; e questa conservasi tuttavia, perché giudicata degna di essere conservata". Successivamente, il Comune di Firenze, attribuendo all’affresco il titolo "La cacciata del Duca d’Atene" - forse erroneamente - lo trasferì dove oggi è, grazie anche al munifico intervento del donatore, l’avvocato Riccardo Castellani. Questo affresco, noto per riportare la più antica rappresentazione conosciuta di Palazzo Vecchio ricorderebbe la cacciata di Gualtieri conte di Brienne e duca d’Atene, che resse la signoria della città per undici mesi a partire dal mese di settembre del 1342, ad opera delle milizie popolari avvenuta il 26 luglio 1343, festa di Sant’Anna. Ma il Lensi Orlandi Cardini non ci sta e chiedendosi: "Per i fiorentini del Trecento la partenza del Duca francese, che avevan chiamato in aiuto, fu uno dei tanti avvenimenti quotidiani che non meritavan particolare ricordo iconografico. [...] E poi, perché un affresco per celebrare la riacquistata libertà cittadina sarebbe stato dipinto nelle Carceri delle Stinche che con la riacquistata libertà non hanno nulla a che fare, invece che su una parete d’una sala del Palagio della Signoria?" L’affresco la cui realizzazione è ufficialmente attribuita ad Andrea di Cione, detto l’Orcagna è di forma circolare con un diametro di circa tre metri. La scena rappresentata ritrae, al centro, il Palazzo della Signoria com’era all’inizio del Trecento, alla sua sinistra vi è una figura femminile assisa in trono che appare coperto da una sorta di tappeto sollevato in alto da due angeli intenti a vegliare la donna. Questa figura femminile è impegnata a consegnare i tre gonfaloni di Firenze, del Popolo e del Comune ad altrettanti cavalieri in armi genuflessi. A destra del Palazzo della Signoria vi è un uomo con barba e baffi, incappucciato ed elegantemente vestito, con: "la guarnacca stretta in su cintoli e le punte de’ manicottoli infino in terra foderati di vaio o di ermellino", come scrive nella sua aulica prosa il Vasari. L’uomo sembra allontanarsi, con aria preoccupata, tenendo in braccio una barbuta testa mostruosa, mentre si volge all’indietro per osservare un angelo che sembra avventarsi contro di lui, tenendo in mano una colonnina di pietra e uno staffile. Ai piedi dell’uomo possiamo notare una spada spezzata, una lancia spezzata, una bilancia, un libro chiuso e uno scudo deformato, oggetti con una probabile valenza simbolica. In tempi andati l’affresco era circondato dai dodici segni zodiacali, ma oggi è sopravvissuta solo la "Costellazione del Leone". Sono scomparse - oltre alla vivacità dei colori - anche alcune scritte che avrebbero certamente contribuito a far meglio comprendere il significato dell’opera. L’affresco, d’altra parte, fu realizzato quasi sette secoli or sono, tra il 1323 - anno in cui ebbe inizio la costruzione dell’Arengario - e il 1349. Il Lensi Orlandi Cardini trova in questa rappresentazione un elemento interessante che permetterebbe di negare l’ipotesi che in questo affresco sia stato rappresentato l’episodio della cacciata del duca d’Atene: "in ogni caso l’arme dipinta al centro dello scudo non è quella di Gualtieri di Brienne". Lo studioso afferma, ostentando sicurezza: "L’affresco dipinto [...] si riferisce alla distruzione dell’Ordine dei Templari ammirato e venerato da Dante e dai Fedeli d’Amore e allude alle condanne degli ultimi cavalieri fiorentini rinchiusi nelle Stinche e dei quali la storia non parla. La figura del gentilòmo che s’allontana [...] rappresenta l’Ordine del Tempio cacciato dalla storia e dalla vita che si ritira nella sede invisibile sul Montsalvat. Dietro al gentilòmo resta vòto e incustodito il Trono marmoreo e trionfale della Tradizione e del Gran Maestro, Jacques de Molay. La scena è centrata con la rappresentazione del Palagio della Signoria che non significa lo stato fiorentino, la sua modesta repubblica, ma la società umana civilmente organizzata e fortificata a difesa delle minacce e dei sovvertimenti, quel Palagio, come la Montagna, la Caverna, la Rocca o il Tempio, è il simbolo del Centro Supremo dai molteplici nomi misteriosi, Tule, Luz, Salem, Agata, del quale i Templari furono gli eroici custodi." Secondo questa rappresentazione quindi è rappresentato un Cavaliere dell’Ordine del Tempio che, cacciato dalla storia e dalla quotidianità, si ritira a Montsalvat, laddove è custodito il Santo Graal; lo fa proteggendo con molta cura una testa barbuta. "Cosa si limita a portar via con sé il Cavaliere vestito da principe? Porta via il Bafometto che accoglie tra le braccia come un bambino perché non soffra e che ci fissa con gli occhi impassibili come per ipnotizzarci." "È un animale alato con la testa d’un òmo barbuto e calvo che fissa severo l’osservatore, sotto la mano destra del gentilòmo, che con grazia lo sorregge, appaion le zampe posteriori d’un leone. Il Bafometto fiorentino con la testa umana, il corpo d’aquila e le zampe di leone riassume in sé i varilori assoluti della Tradizione regale e solare. Il terrificante Bafometto, come tutti i mostruosi enigmi della sapienza antica, non fu che un simbolo in cui gl’iniziati del Tempio fissaron gli elementi fondamentali della Tradizione." Eccolo quindi svelato il significato dell’affresco conservato a Palazzo Vecchio, l’Ordine del Tempio ormai distrutto si allontana dalla Storia per nascondersi nella sua Sede Invisibile portando con se i suoi simboli come il "Maginat", l’immagine, il Bafometto che viene portato in salvo per salvare, con esso, la Tradizione esoterica che avrebbe animato una ristretta cerchia dei Poveri Cavalieri di Cristo. Preferiamo fermarci qui, invitando il lettore ad indagare più a fondo - de visu - sull’affresco fiorentino: chissà che non ne scaturiscano altre acute osservazioni che possono senza dubbio contribuire ad avere una visione più ampia, più veritiera del nostro imprendibile idolo... Fr. Leopoldo Minicucci ++

 

APPROFONDIMENTO
Regle Primitive, Regle Freres Elùs,Regle Freres Console Gran Siniscalco PTHM Fr. Umberto Di Grazia
Care sorelle e cari fratelli, credo che sia importante avere la conoscenza dei testi denominati Reglè dei nostri antenati Templari: Tra questi : Regle Primitive, Regle Freres Elùs,Regle Freres Console. Per prima cosa, c'è da dire che sono state redatte nel medioevo per condizioni di vita e di pensiero completamente diverso dal nostro e quindi andrebbero estratte solo alcune regole adatte ai nostri tempi.Comunque per conoscenza non sarebbe male leggerle completamente per capire lo "spirito" che animava i Templari di allora.Quanto dicono , ad esempio, però è riferibile solo alla "Regle Primitive", è molto lineare e comprensibile mentre non è così per la "regle Elùs" che è sconsigliabile ai molti che non hanno approfondito dei misteri " profondi"che la stessa Chiesa Cattolica ignora ed in molti hanno rimosso; inoltre, ad esempio, la presenza di sacerdoti nelle nostre riunioni potrebbe essere motivo di discussioni su temi che loro, i fratelli Templari di allora e che seguivano questa regola, categoricamente rifiutavano, perchè non erano all'altezza, secondo loro, di comprenderli. Tenete, anche, presente, per esempio, che fra i libri consigliati da studiare nelle biblioteche riservate agli Elùs, c'erano autori di matrice neoplatonica e considerati in odore di eresia.(Almarich de Béna-David de Dinant;entrambi scomunicati)anche se qualcuno invece è adottato anche nei seminari ecclesiastici,come il Codice Martiani. Non per niente, la Regle Elùs, chiama la Chiesa:" La Sinagoga dell'Anticristo.!". Quanto alla Regle Elùs, solo i rari "preparati" potevano e potrebbero leggerla senza "sconvolgersi"e magari rivoltarsi anche contro il Templarismo definendolo un' eresia gnostica o catara,entrambe "odiate" da Santa Madre Chiesa e certamente da molti preti e sacerdoti di allora e di oggi. Dobbiamo, però, anche conoscere lo spirito del tempo e ciò per cui I Tempalri si battevano e rispettavano, solo così, possiamo dire che cerchiamo di conoscere e per migliorare ciò che altri, prima di noi, hanno fatto e detto sacrificando tutto, anche la vita. Iniziamo con la traduzione della Regle Freres Console ( c’è la doppia versione francese ed italiano): Article 1 Le peuple qui marchait dans l'obscurité a vu une grande lumière et ceux qui étaient dans l'ombre de la mort ont vu cette lumière. Pour nous aussi la lumière a lui. Nous étions tous dans le deuil et nous avons été consolés, dans la terreur et l'esclavage et nous avons reçu l'esprit d'adoption des enfants qui nous fait crier: “Un seul est notre Père, Maître, Sauveur, Consolateur- Un seul est notre Dieu et son esprit donne au nôtre l'assurance que nous sommes fils de Dieu”. A vous, frères, il est donné de connaître les secrets du royaume de Dieu; heureux nos yeux et nos oreilles qui voient et entendent. Sachez que Papes, Rois, Évêques, Abbés et Maîtres ont désiré voir et entendre ce que vous entendez et voyez, mais ils ne l'ont ni vu ni entendu et ne le connaîtront jamais. Articolo 1 Il popolo che camminava nell’oscurità ha visto una grande luce e quelli che erano nell’ombra della morte hanno visto quella luce. Anche per noi la luce ? Eravamo in lutto e siamo stati consolati nelònel nel terrore e nella schiavitù e abbiamo ricevuto lo spirito di adozione dei figli che ci fa gridare: uno un solo è nostro Padre, Maestro, Saggio, Consolatore. Uno solo è il nostro Dio e il suo spirito dà al nostro la sicurezza che siamo figli di Dio. A voi fratelli, è concesso di conoscere i segreti del regno di Dio; felici sono I nostri occhi e le nostre orecchie che vedono e sentono. Sappiate che Papi, Re, Vescovi, Abati e Maestri hanno desiderato vedere e ascoltare quello che sentite e vedete, ma non l’hanno né visto né sentito e non ne verranno mai a conoscenza. Article 3 Le temps est venu où l'on n'adorera le père ni à Jérusalem, ni à Rome. L'Esprit est Dieu et, si vous êtes en Dieu, vous l'adorerez en Esprit et en Vérité. Sachez que tout ce que Jésus a dit par le vrai Christ, est esprit et vie en Dieu. C'est l'esprit de Dieu qui vivifie. La chair de Jésus ne peut servir à rien. Art. 3 Il tempo è arrivato in cui non si adorerà il padre né a Gerusalemme né a Roma. Lo Spirito è Dio e se voi siete in Dio, voi l’adorerete in Spirito e in Verità. Sappiate che tutto quello che Gesù ha detto tramite il vero Cristo, è spirito e vive in Dio. E’ lo spirito di Dio che vivifica. La carne di Gesù non può servire a niente. Article 4 Dieu est Amour et quiconque reste dans l'amour reste en Dieu et Dieu en lui. Nous vous parlons en secret de ce qui reste caché aux enfants de la Babylone nouvelle qui sera réduite en cendres et en poussière par les plus humbles serviteurs de Dieu. Nous vous parlons de la sagesse de Dieu, révélée à nos Pères qui nous l'ont transmise pour notre gloire et notre bien. Aucun prince ou grand prêtre de ce temps ne l'ont connue. S'ils l'avaient connue, ils n'adoreraient pas le bois de la croix, et n'auraient pas brûlé ceux qui possédaient le Vrai Esprit du Vrai Christ. Art. 4 Dio è amore e chiunque resta nell’amore resta in Dio e Dio in lui. Noi vi parliamo in segreto di quello che resta nascosto ai figli della nuova Babilonia che sarà ridotta in cenere e in polvere dai più umili servitori di Dio. Vi parliamo della saggezza di Dio, rivelata ai nostri padri che ce l’hanno trasmessa per la nostra gloria e il nostro bene, Nessun principe o gran prete di questo tempo l’hanno conosciuta. Se l’avessero conosciuta non adorerebbero il legno della croce e non avrebbero bruciato quelli che possedevano il Vero Spirito del Vero Cristo. Article 5 Vous qui êtes les Temples de Dieu, construits sur les fondements de la sagesse et de la Sainteté antiques, sachez que Dieu ne fait point de différence entre les personnes: Chrétiens, Sarrasins, Juifs, Grecs, Romains, Francs ou Bulgares, parce que tout homme qui prie Dieu est sauvé. Art. 5 Voi che siete il Templi di Dio, costruiti sulle fondamenta della Saggezza e della Santità antiche, sappiate che Dio non fa la differenza tra le persone: cristiani, saraceni, ebrei, greci, romani, franchi o bulgari, perché ogni uomo che prega è salvato. Article 6 Le Consolé est délivré du joug que les enfants de Babylone ont établi sur des dogmes faux. Parmi les Juifs et les Sarrasins, soyez comme si vous étiez des Sarrasins et des Juifs. Avec les fils de Babylone, soyez comme les fils de Babylone bien que par l'Election et le Consolamentum vous soyez libérés. Rendez-les heureux et tâchez d'attirer à vous ceux dont les yeux s'ouvrent, mais agissez avec prudence à cause de l'Evangile éternel et afin d'éviter le scandale. Art. 6 Il Consolato è liberato dal giogo che i figli della Babilonia hanno stabilito sui falsi dogmi. Tra gli ebrei e i saraceni siate come se foste dei saraceni e degli ebrei. Con i figli di Babilonia, siate come i figli Babilonia benché per l’elezione e il Consolamentum siate liberati. Fateli felici e cercate di attirare a voi quelli ai quali si aprono gli occhi, ma agite con prudenza a causa del Vangelo eterno e per evitare scandali. Article 7 A vous qui êtes saints, tout est permis. Cependant, il vous faut garder d'abuser de cette permission. Ne laissez jamais rien soupçonner de ce que vous êtes autour de vous. Ayez dans vos maisons des lieux de réunion vastes et cachés, auxquels on accédera par des couloirs souterrains, pour que les frères puissent se rendre aux réunions sans risque d'être inquiétés. Art. 7 A voi che siete santi, tutto è permesso. Ciò nonostante, curatevi di non abusare di questo permesso. Non lasciate mai sospettare niente di quello che è intorno a voi, Abbiate nelle vostre case dei luoghi di riunioni vasti e nascosti ai quali si accederà attraverso dei corridori sotterranei, affinché i fratelli possano arrivare alle riunioni senza rischi di essere disturbati. Article 8 Il y a des élus et des Consolés dans toutes les régions du monde. Là où vous verrez construire de grands bâtiments, faites les signes de reconnaissance et vous trouverez beaucoup de justes instruits de Dieu et du Grand Art. Ils en ont hérité de leurs pères et maîtres et sont tous frères. Dans ce cas, sont les Bons Hommes de Toulouse, les Pauvres de Lyon, les Albigeois, ceux des environs de Vérone et de Bergame, les Bajolais de Galicie et de Toscane, les Bégards et Bulgares. Par les chemins souterrains vous les amènerez à vos chapitres et, à ceux qui concevraient quelque crainte, vous conférerez le Consolamentum en dehors des chapitres, devant trois témoins. Ci sono degli eletti e dei Consolati in tutte le regioni del mondo. Dove vedrete costruire dei grandi edifici fate i segni di riconoscimento e troverete molti giusti istruiti da Dio e dalla Grande Arte. Li hanno ereditati dai loro padri e madri e sono tutti fratelli. In questo caso sono gli uomini Buoni di Tolosa, i Poveri di Lione, gli Albigeois, quelli dei dintorni di Verona e di Bergamo, i Bajolais di Galizia e di Toscana, i Begards e i Bulgari. Attraverso i passaggi sotterranei li porterete alle vostre riunioni e a quello che temeranno qualcosa, conferirete il Consolamentum fuori dai capitoli, davanti a tre testimoni. Article 9 Vous recevrez fraternellement les Frères de ces groupements et de même les Consolés d'Espagne et de Chypre recevront fraternellement les Sarrasins, les Druses et ceux qui habitent le Liban. Et si l'Esprit divin animait des Sarrasins ou des Druses, vous pouvez les admettre comme élus ou comme Consolés. Art. 9 Riceverete fraternamente i Fratelli di questi gruppi e anche i Consolati di Spagna e di Cipro ricevereanno fraternamente i Saraceni, i Druses, voi potete ammetterli come eletti o come Consoli. Article 10 Nul frère ne sera reçu s'il ne compte pas trente cinq ans d'âge et s'il n'a acquis les vrais fruits de son élection. Pour le prouver, il justifiera de son instruction et de ses connaissances dans les décrets avant son admission. Art. 10 Nessun fratello sarà ricevuto se non ha almeno 35 anni e se non ha acquisito i veri frutti della sua elezione. Per provarlo, giustificherà la sua istruzione e le sue conoscenze nei decreti prima della sua ammissione. Article 11 Il est expressément recommandé de s'entourer des plus grandes précautions vis-à-vis des moines, prêtres, évêques, abbés et docteurs de la science, parce qu'ils agissent en traître afin de se rouler plus librement dans la boue de leurs crimes. Si vous les admettez après une longue probation, que ce soit en dehors du chapitre, en présence de trois Frères, et sans rien leur révéler des statuts et coutumes de l'Ordre. Art. 11 E’ espressamente raccomandato di circondarsi delle più grandi precauzioni di fronte a monaci, preti, vescovi, abati e dottori della scienza, perché agiscono nel tradimento per rotolarsi più liberamente nel fango dei loro crimini. Se li ammettete dopo una lunga prova, da farsi fuori dal capitolo in presenza di tre Fratelli e senza rivelargli niente degli statuti e delle abitudini dell’Ordine. Article 12 Avec les laïcs qui servent Dieu dans la simplicité de leur cœur, il est permis de prendre moins de précautions et de les recevoir soit comme Élus, soit comme Consolés, après une probation raisonnable. Art. 12 Con i laici che servono Dio nella semplicità dei loro cuori, è permesso di prendere meno precauzioni e di riceverli sia come Eletti che come Consolati, dopo una prova ragionevole. Article 13 Rituel de “Consolamentum”: le néophyte écrira sa confession générale et l'adressera au Précepteur. Il confirmera cette confession par serment, en présence de deux témoins, et elle sera conservée dans les archives du chapitre. Il dira ensuite les Psaumes, I'Antienne tirée du Deutéronome et il sera béni par tous les frères qui poseront leur main droite sur sa tête, après quoi il jurera silence, obéissance et fidélité. Le Précepteur l'absout de tous ses péchés. Il le délie de tous les commandements de I'Église au nom de Dieu qui n'est pas engendré et qui n'engendre pas, au nom du vrai Christ qui n'est pas mort et ne peut mourir. On récite alors les trois Prières: - Pendant la première, le néophyte se tient debout, les mains levées. - Durant la seconde, il s'agenouille, les bras en croix. - Pour la troisième, il se prosterne la face contre terre. Art. 13 Rito del “Consolamentum”: il neofita scriverà la sua confessione generale e la indirizzerà al Precettore. Confermerà questa confessione con giuramento, alla presenza di due testimoni, e questa sarà conservata negli archivi del capitolo. In seguito dirà i Psaumes, l’Antienne tratta dal Deutèronome e sarà benedetto da tutti i fratelli che metteranno la mano destra sulla sua testa, dopo di che giurerà silenzio, ubbidienza e fedeltà. Il Precettore lo assolverà da tutti i suoi peccati. Lo scioglierà da tutti i comandamenti della Chiesa in nome di Dio che non è generato e che non genera, in nome del vero Cristo che non è morto e che non può morire. Si recitano allora le tre preghiere: - Durante la prima, il neofita sta in piedi con le mani alzate. - Durante la seconda, s’inginocchia con le mani incrociate. - Per la terza, si prostra con la faccia a terra. Article 14, 15, 16 - La première prière est celle de Moïse: «Magnifecetur, fortitudo Domini..... suivie de ces mots: «Dixit que Dominus vivo ego et implebitur gloria Domini universa terra.» Après quoi le Précepteur coupe un peu de la barbe, des cheveux et de l'ongle de l'index droit du néophyte en disant: «Sers Dieu, tu souffriras plus dans ton cœur que dans ton corps en signe de l'alliance de Dieu avec l'esprit de l'homme». - La seconde prière est celle du fils de Marie qui est appelé Jésus: ~Pater aeterne glorifica nos...» , suivie de: «Facta est vox de cœlo, iste filius meux dilectus in quo mihi bene complacuit». Le récepteur passe ensuite un anneau à l'index droit du Frère en disant: «Fils de Dieu, prends cet anneau en signe de ton union éternelle avec Dieu, la Vérité et nous-mêmes». - La troisième prière dite de Baphomet, est celle qui sert d'ouverture au Coran et qui porte le nom de «Fatiha». Le récepteur ajoute: «Un Maître, une Foi, un Baptême, un Dieu Père de tous, et chacun qui invoque le nom de Dieu est sauvé». Il relève alors le néophyte et oint ses paupières avec l'huile sainte en disant « Je te veux oindre, ami de Dieu, avec l'huile de la Grâce, afin que tu voies la Lumière de notre Baptême du Feu et qu'elle brille pour toi et pour nous tous sur le chemin de la vérité et de la Vie Éternelle». Art. 14,15,16 La prima preghiera è quella di Mosè:”Magnificetur, Fortitudo Domini…” seguita da queste parole: “«Dixit que Dominus vivo ego et implebitur gloria Domini universa terra.» Dopo di che il Precettore taglia un po’ di barba, di capelli e dell’unghia del dito indice destro del neofita dicendo:”Servi Dio, soffrirai più nel tuo cuore che nel tuo corpo in segno dell’alleanza di Dio con lo spirito degli uomini”. La seconda preghiera è quella del figlio di Maria, chiamato Gesù: “Pater aeterne glorifica nos...» , seguita da: «Facta est vox de cœlo, iste filius meux dilectus in quo mihi bene complacuit». Il precettore passa in seguito un anello all’indice destro del Fratello dicendo:” «Figlio di Dio, prendi questo anello in segno della tua unione eterna con Dio, la Verità e noi stessi.” La terza preghiera detta di Baphomet, è quella che serve d’apertura al Corano e che porta il nome di “Fatiha”. Il precettore aggiunge: “Un Maestro, una Fede, un Battesimo, un Dio padre di tutti, e ciascuno che invoca il nome di Dio sarà salvato.” Fa alzare allora il neofita e unge le sue palpebre con l’olio santo dicendo: “Ti ungo, amico di Dio, con l’olio della grazia, perché tu veda la Luce del nostro Battesimo di Fede e che brilla per te per tutti noi sul cammino della verità della Vita Eterna. Article 17 La figure de Baphomet est retirée de sa châsse et le récepteur dit: «Le Peuple qui marchait dans les ténèbres a vu une grande lumière et elle a brillé pour ceux qui étaient assis dans les ombres de la mort. Il y en a trois qui rendent témoignage à Dieu et au monde, et ces trois sont: Un» (Saint Jean). Tous les Frères s'écrient: «Yah Allah», c'est-à-dire, «Splendeur de Dieu», baisent l'image et la touchent de leur ceinture. Le récepteur prend ensuite le néophyte par la main et dit: «A présent le Fils de l'homme est glorifié et Dieu est glorifié en Lui.» Voici un nouvel ami de Dieu, qui parle à Dieu quand il lui plaît, à Dieu auquel vous devrez rendre grâce, parce qu'il vous a conduit là où vous désiriez aller et qu'il a exaucé vos désirs. Que la Lumière Divine reste dans nos cœurs et nos esprits. «Amen». Pour terminer la cérémonie, on chante le chant tiré du Livre de la Sagesse, chant qui marque la fin du chapitre. Art. 17 L’immagine di Baphomet è estratto dal suo reliquiario e il precettore dice:”Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce e questa ha brillato per quello che erano seduti nelle ombre della morte. Ce ne sono tre che rendono testimonianza al mondo e sono:”uno- San Giovanni. Tutti i fratelli esclamano:”Yah Allah”, che significa “Splendore di Dio”, baciano l’immagine e la toccano con la loro cintura. Il precettore prende in seguito il neofita per mano e dice: “Al presente il Figlio dell’uomo è glorificato e Dio è glorificato in Lui.”Ecco un nuovo amico di Dio, che parla a Dio quando vuole, a Dio al quale voi dovete rendere grazia, perché vi porta laddove desidererete andare e che ha esaudito i vostri desideri. Che la luce divina resti nei nostri cuoi e nei nostri spiriti. “Amen”. Per terminare la cerimonia, si canta il canto tratto dal libro della Saggezza, canto che segna la fine della nostra riunione. Article 18 Le néophyte est conduit aux archives où on lui enseigne les mystères de la science divine, de Dieu, de Jésus enfant, du véritable Baphomet, de la nouvelle Babylone, de la nature des choses, de la vie éternelle ainsi que la grande Philosophie, Abrax et les talismans. Choses qui doivent être rigoureusement cachées aux ecclésiastiques admis dans l'Ordre. Art.18 Il neofita viene condotto agli archive dove gli si insegnano i misteri della scienza divina, di Dio, di Gesù bambino, del vero Baphomet, della nuova Babilonia, della natura delle cose, della vita eterna e della grande Filosofia, Abrax e i talismani. Cose che devono essere tenute segrete agli ecclesiastici ammessi all’ordine. Article 19 Il est interdit dans les maisons où tous les Frères ne sont pas des Élus ou des Consolés, de travailler certaines matières par la science philosophique et donc de transmuter les métaux vils en or et en argent. Ceci ne sera jamais entrepris que dans les lieux cachés et en secret. Art. 19 Nelle case dove tutti i Fratelli non sono degli Eletti o dei Consolati, è vietato dalla scienza filosofica lavorare alcuni materiali come tramutare metalli vili in oro e argento. Questo dovrà essere fatto solo in luoghi nascosti e in segreto Article 20 Il est rigoureusement interdit de choisir pour Grand Maître un Consolé. Les autres postes et charges principaux de l'Ordre sont réservés aux Élus et aux Consolés. Cette règle fait partie du troisième document dit de Hambourg, appelé le "Livre de Baptême et de Feu" ; elle est signée de Robert Samfort, procureur du Temple en Angleterre. Art. 20 E’ rigorosamente vietato scegliere per Gran Maestro un Consolato. Gli altri posti e cariche principali dell’ordine sono riservati agli eletti e ai Consolati. Questa regola fa parte del terzo documento detto di Amburgo, chiamato il libro di Battesimo e di fuoco; è firmata da Robert Samfort, procuratore del Tempio in Inghilterra. ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------in allegato Ora la traduzione della Regle Elùs ,fatta anche questa dalla Lux di Milano, e spero che da questi due documenti nasca una sana discussione che possa portarci ad un dialogo reale e costruttivo e non rimanere chiusi nella non informazione dei fatti storici che noi cerchiamo d'infondere per una nuova Cavalleria che il momento attuale anela come Fonte Vitale. G.U. Gran Siniscalco del P.T.H.M. fr.Umberto Di Grazia non nobis, domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam Regle Elùs Art. 1 I tempi preparati dai santi sono compiuti. Bisogna fare penitenza, essendo il regno di Dio vicino per coloro che sono stati battezzati nel fuoco e nello Spirito Santo. Art. 2,3,4 Circa le riunioni segrete (capitoli) e i modi di condurle: porte chiuse, un guardiano sul tetto. I Fratelli Eletti devono essere avvertiti con un segnale segreto, subito dopo nona (dalle tre alle quattro del pomeriggio), che una riunione si terrà nella notte. Art. 5,6,7, Come ci si deve accertare delle persone adatte a ricevere l’iniziazione. Mostrare loro l’insufficienza della regola comune, attirarle fuori dalla Babilonia moderna e dalla chiesa il cui insegnamento è vuoto. La Chiesa non è che la Sinagoga dell’Anticristo. Ma gli Eletti si elevano sulle cime della Verità. Alcuni sono venuti d’oltremare nutriti dalla manna divina e avendo delle visioni. Sono Santi, Dio è con loro e possiedono il Tesoro Celeste della Saggezza. Art. 8 E’ vietato ammettere tra gli Eletti i Fratelli che disprezzano la regola ufficiale, perché colui che è negligente nelle piccole cose lo sarà presto in quelle più importanti. Art. 9 Essendo l’ignoranza la fonte di molti errori, nessuno sarà ammesso tra gli Eletti se non conosce almeno il Trivium e il Quadrivium, eccetto i musulmani che non sono interessati alla Babilonia romana e ai suoi errori. Art. 10 Saranno rigorosamente esclusi i discendenti di Arefast, uomo ligio al duca di Normandia Riccardo II che, a causa del suo tradimento, ha causato il martirio di Etienne e di Lisoe a Orleans, (Clerici o laici devono essere esclusi dalla confraternita degli eletti fino alla settima generazione). Art. 11 Rito dell’ammissione degli Eletti: giuramento di mantenere il segreto dell’ordine, la minima indiscrezione sarà punita con la morte. Il ricettore bacerà successivamente il neofita sulla bocca, per trasmettergli il soffio, al plesso solare, che comanda la forza creatrice, all’ombelico, e infine al membro virile, simbolo del principio creatore maschile. Art. 12 Atto di Fede al Dio Creatore e a suo Figlio che non è nato, non è morto, non è stato crocifisso e non è resuscitato. Odio eterno al tiranno secolare e alla Sinagoga dell’Anticristo annunciata da Giovanni. Art. 13 Il neofita calpesterà la Croce con i piedi e ci sputerà sopra; riceverà in seguito la tunica bianca con la cintura. Art. 14 Colui che crederà di potersi permettere di vituperare Gesù, Figlio di Maria, in ragione dell’oltraggio inflitto da noi con il legno della Croce sarà escluso dai capitoli e la sua istruzione non sarà più incoraggiata. Art. 15 Le riunioni non devono durare oltre la terza notte. Si chiuderanno con queste parole che dirà il Precettore, il Visitatore o il Maestro: “Andate, e non gettate ciò che è sacro ai cani, né le vostre perle ai porci, per la paura che vi si ritorcano contro e vi divorino. Dovete restare nella libertà che avete acquisito come veri cristiani di Dio, e mai alzare la mano verso il Cielo come quelli che si trovano nelle catene della schiavitù. Che Dio riempia i vostri cuori di fede, di pace e di gioia, affinché siate pieni di speranza e della forza dello Spirito Santo”. Il Priore o Visitatore tende le mani verso i Fratelli, li benedice senza fare il segno della Croce e dice: “Che il Dio della Saggezza, della Luce e della Pace sia con tutti!Amen.” I Fratelli escono in silenzio. Ai capitoli di ammissione il Precettore dice in generale: “Noi ci inginocchiamo davanti al Padre di tutto, dal quale proviene ogni paternità in Cielo e in Terra, (la mano sulla testa del neofita), affinché ti fortifichi (si dà il nome al neofita) in virtù della ricchezza e della grazia, attraverso il suo Spirito interno all’uomo e che il vero Cristo risieda nella fede del tuo cuore fortificato e reso più stabile, affinché con tutti gli Eletti e i Santi, tu possa comprendere quello che c’è di largo, di lungo, di alto e di profondo nella scienza superiore e nell’amore del vero Cristo e affinché tu divenga pieno di Dio in sovrabbondanza.” Art. 16 Gli Statuti Segreti non saranno tradotti in nessuna lingua volgare e non verranno mai messi nelle mani di nessun Fratello. Saranno letti ad alta voce i giorni dell’Epifania, del Venerdì Santo, di San Giovanni e di San Michele, nel corso del capitolo notturno, spiegati e seguiti dalle nuove disposizioni. Il Precettore acquieterà le discussioni, i malintesi, gli incidenti domestici. Non ci saranno riunioni in quei giorni. Art. 17 Gli Statuti dell’Ordine portati da Oltremare dai Maestri, non sono in contraddizione né con i Vangeli né con i Precetti degli Apostoli. La loro dottrina è questa: “Rinunciare al mondo, mortificare i desideri della carne perseguitare i briganti, ladri, usurai, detrattori, fornicatori. Attraverso il proprio lavoro materiale e morale, condurre la nostra vita, non fare torto a nessun uomo onesto, ricevere con amore quelli che si interessano al nostro sapere, obbedire a Dio prima di obbedire all’uomo. Se ci atteniamo a queste regole di vita, non abbiamo bisogno di nessun sacramento che viene venduto nella Sinagoga di Satana e se non osserviamo il nostro regolamento, i sacramenti non ci daranno niente per la nostra salvezza. Questa è la somma della nostra giustificazione, il riassunto del nostro sapere, al quale nessuna cerimonia può aggiungere qualcosa.” Art. 18 Attenzione Fratelli, che nessuno vi tenti, perché esistono molti falsi cristi bugiardi. Sono l’Anticristo e rinnegano il vero Cristo con la loro sporca via. Il Regno di Dio non è nelle parole dei dogmi, ma nella virtù. Non è nel cibo o nell’acqua, ma nella giustizia, nella pace e nella gioia dello Spirito Santo. Non è la pratica esteriore che farà venire il regno di Dio e quelli che lo pretendono, mentono. Il Regno di Dio è in noi. La Chiesa del vero Cristo al tempo di papa Silvestro si è trasformata in Sinagoga dell’Anticristo, e la Roma di Pietro in Babilonia Moderna. Da là sono venuti i farisei e ora i falsi profeti del popolo e i maestri menzogneri che, sedendosi nelle sedie del Concilio presiedono delle sette di perdizione, rinnegando il Dio che li ha liberati. Onorano Dio con le labbra ma è lontano dal loro cuore. Art. 19 Gli Eletti sono tra i settecento di cui è scritto che non si piegheranno davanti a Baal. Sono stati scelti e non sono di quelli a cui Dio a dato gli occhi per non guardare, delle orecchie per non sentire, uno spirito per punirli. Anche sopra di noi c’erano le tenebre, ma il giorno dell’elezione è arrivato. Rifiutiamo le opere delle tenebre commesse nella Sinagoga dell’Anticristo e rivestiamoci delle armi della luce, siamo un corpo e un’anima. Eletti nella speranza della vocazione, siamo tra quelli che non hanno che un Signore nella fede, il battesimo dello Spirito, un Dio padre di tutto che è sopra di noi tutti e tutti noi. Art. 20 Gli eletti erano la razza prescelta, la santa assemblea, il popolo dell’acquisizione nel quale non ci sono ne Ebrei, né Saraceni, né liberi, né schiavi, né uomini, né donne. Colui che è “Uno” nel vero Cristo-Dio, noi vi annunciamo un Dio che si è rivelato al mondo, noi vi annunciamo un Cristo figlio unico di Dio, che era in Dio da tutta l’eternità, che non è mai nato, non ha mai sofferto, che non può morire , che è onnisciente, che ha animato l’anima del figlio di Maria e che è cosi stato nel mondo, che il mondo non ha conosciuto perché gli uomini in carne ed ossa non hanno mai compreso i suoi miracoli, le sue opere sante, attraverso la forza e la potenza di questo vero Cristo che era da tutta l’eternità emanato da Dio, che per un tempo si è unito all’anima di Gesù, ma che non è mai apparso in carne ed ossa. Poiché il figlio di Giuseppe e Maria è stato un santo, libero da tutti i peccati e crocifisso, noi lo veneriamo in dio e noi lo preghiamo. Ma il legno della croce, noi lo consideriamo il segno della bestia di cui è questione nell’Apocalisse. Art. 21 Se voi vivete secondo lo spirito di Dio che vive in voi e vi guida, non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia. Liberati dai legami della morte nei quali siete già stati prigionieri,, servite con un rinnovato spirito e nell’antico spirito delle Sante Scritture. Prima della vostra liberazione eravate prigionieri della legge. Questa legge era il vostro maestro in Cristo, affinché attraverso questa legge siate giustificati e scelti. Essendo stati scelti, non avete più maestri, avete la libertà del figlio di Dio. Poiché Dio vi ha scelto e voi l’avete riconosciuto, non giratevi verso i più deboli, insufficienti insegnamenti della sinagoga dell’Anticristo e servitelo con tutto il vostro cuore. Art. 22 E’ inutile digiunare. Il Templare è sciolto dalla quaresima e dagli altri digiuni, ma deve curarsi di non scandalizzare nessuno. Tutto è per i puri. Mangiate la carne e ringraziate Dio che vi dona l’abbondanza. Art. 23 Se un Ebreo o un Saraceno, che la nuova Babilonia condanna, vi invita a mangiare, mangiate tutto quello che vi viene offerto e disprezzate gli ipocriti che disapprovano il matrimonio e evitano il cibo che Dio ha creato invece di ringraziarlo per quello che dona all’uomo. Art. 24 Se viaggiate verso l’Oriente o in Spagna, dovete condurre la guerra con giustizia e carità, cercare di proteggere il debole e punire il colpevole. Soprattutto non pensate alla vostra gloria, né ad approfittare della cupidigia dei principi, né ad arricchirvi con la rapina. Durante il periodo di pace, dovete pensare spesso che il vostro Dio è anche quello degli Ebrei e dei Saraceni e quelli che, dietro il velo del Cristianesimo, si ostinano a perseguitare la fraudolenza del papa, sono più graditi a Dio di quelli che fanno cattivo uso delle virtù del nostro Santo Ordine, allo scopo di soddisfare la loro propria gloria e non per la glorificazione di Dio. I Fratelli sono tenuti a fare pratica nelle case dell’Ordine dove ci sono molti Eletti così che, attraverso conversazioni frequenti, aumentino in essi la luce della loro elezione. E, siccome sono numerosi i figli dei nostri padri che sono dispersi nel mondo e impiegati in diverse occupazioni o mestieri, noi vi sollecitiamo a riconoscerli con l’aiuto di segni appropriati. Se voi passate a Orleans,andate devotamente verso le mura della città dove i martiri gloriosi della scienza divina “Stefano e Lisoe”, con dieci altri figli dei nostri padri, sono stati bruciati dietro ordine del Re Roberto il Pio e dei vescovi. Di questo ve ne supplichiamo. Art. 25 Le leggi correnti, che siano dell’Ordine o della Sinagoga dell’Anticristo, devono esser ? davanti agli occhi egli uomini, per non suscitare scandali. Osservate il nostro regime, ma osservate anche le leggi di Roma. Nel vostro cuore però osservate solo la legge scritta nei vostri cuori dallo Spirito Santo. Se uno di voi è andato contro una legge, che si confessi a uno dei nostri preti, o in mancanza di questo, a un laico eletto. Tertulliano ha detto: “Noi, laici, non siamo anche preti?E’ la Chiesa che ha stabilito una differenza tra preti e laici. Dove tre sono insieme, c’è una chiesa perché ognuno vive per la sua fede nella sua fede. Art. 26 In tutte le case del Tempio, gli Eletti devono tenere sia i gradi che quello di amministratore. Ugualmente, gli Eletti devono tenere insieme nei capitoli, per la nomina dei visitatori, precettori, procuratori e altri superiori, il Grande Maestro che non deve essere un Eletto. Art. 27 Se un Fratello Eletto ha ottenuto la carica di Priore o di Prefetto, deve lavorare per mettere in funzione i laboratori della casa come i nostri usi lo richiedono e deve fare ciò con un maestro massone che sia un discendente dei nostri padri. Se questo non è ancora iniziato ed è abile, potete rivelargli la luce. Che si affretti ad edificare il capitolo affinché la luce di Dio dissipi presto le tenebre della Sinagoga dell’Anticristo. Che il Priore renda servizievole il cappellano della casa e se non è d’accordo, che lo cacci e ne prenda un altro. I cappellani devono convincere i Fratelli Cavalieri, servi di armi e Fratelli servitori, a confessarsi al Superiore della casa,che ha il potere di liberarli dai loro peccati, sia di quelli nascosti dalla vergogna che di quelli confessati. A quelli che dubiteranno di questo privilegio, dite che il Sommo Pontefice e il prete superiore del nostro Ordine hanno ricevuto questo privilegio da Cristo, figlio di Dio. Art. 28 Le biblioteche dell’ordine devono sempre avere le Sacre Scritture, le scritture dei Padri della Chiesa, le opere del Maestro Jean Eugene sulla divisione della natura, il libro di Altonis Vercellensis sulla pressatura ecclesiastica, il monologo e il prologo di Anselmo di Canterbury, il libro dei canoni delle concordanze e non concordanze di Gratiani, il libro delle sentenze di Maitre Pierre Lombard, il libro di Maitre Gilbert sulla Trinità di Jean de Salisbury, e infine tutti gli scritti del Maitre Amalrich de Béna e di David de Dinant, nei quali troverete dei tesori di saggezza. Affinché non siate sorpresi nella vostra inesperienza dai corsi di Giustizia dei principi e dei vescovi, vi ordiniamo di mettervi a studiare subito leggi e decreti. Art. 29 Se un Fratello dimentica, sia per superficialità sia per il gusto di chiacchierare, e fa conoscere la più piccola parte degli statuti segreti o di quello che succede nei capitoli notturni, deve essere punito a seconda della grandezza della sua colpa, con una detenzione in catena e sia escluso per sempre dai capitoli. Se il tradimento è provato e se ha parlato con cattive intenzioni, deve essere condannato all’ergastolo o anche segretamente a morte se il bene generale lo richiede. Se vi si interroga dalla giustizia sugli usi, leggi statuti e azioni segrete dell’Ordine, resistete a questa tirannia negando e giurando della vostra ignoranza. L’accusa di falso giuramento cadrà con la maledizione divina ma non su di voi, ma sugli iniqui inquisitori. A voi, al contrario, la ricompensa della verità sconosciuta. Art. 30 Se un Fratello sta morendo, un altro Fratello deve stare con lui, non lasciarlo solo e provare a chiamare un Eletto. Il malato deve chiedere di vedere un Eletto di una casa vicina se non c’è nella sua. Se il morente est tormentato da scrupoli? l’eletto deve tranquillizzarlo., ascoltarlo in confessione, e dichiararlo libero da tutti i peccati, qualsiasi essi siano. Non permettere che il malato si intrattenga con un Fratello del clero o laico che non sia un Eletto. Il morto verrà interrato con la sua cintura rossa, si dirà per lui la Messa del Santo Spirito, in abiti rossi e sulla tomba si inciderà il più antico segno di saluto, il Pentalpha.

 

THULE
Il Nazismo, i Templari e il Santo Graal - Il Commendatore della Commenda Nostra Signora del Tempio di Fiorenza Fr. Roberto Antonio Metelli ( nella foto il Commendatore Metelli giura fedeltà al Tempio sulla Bibbia al cospetto del Gran Balivo dell'Italia centrale)
Quale potrebbe essere l'attinenza tra l'Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e l'Ordine Nero delle SS? Esiste un parallelismo tra le due entita'? In che cosa consisteva l'Ordine Nero delle SS e quali scopi si prefiggeva? Per poter dare una risposta a detti quesiti, che sia in un certo qual modo esplicativa, bisogna risalire, ancorche' in maniera sintetica, alle origini del Nazionalsocialismo e alla figura o, meglio, alle figure di coloro che ne furono i fondatori. Negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale, nel caos generale di una Germania uscita sconfitta dall'immane catastrofe, si inserisce la figura di un giovane ed irrequieto austriaco al quale, assoldato come delatore dalla Polizia di Monaco, viene data la possibilita' di frequentare certi circoli in cui viene perseguita una politica ideologica prettamente antisemita. Il giovane, Adolf Hitler, reduce dai campi di battaglia della Somme, entra così in contatto con una societa' segreta presieduta da un certo Rudolf Glauer, sedicente Barone Von Sebottendorf; una societa' segreta, dicevo, animata da uno spirito fortemente antisemita e dedita a studi pseudo-scientifici rifacentisi alle dottrine teosofica ed ariosofica: la "Thule Gesellschaft" affiliata, quest'ultima, all'allora famoso "Germanenorder", a sua volta un'associazione segreta di cui facevano parte numerosi studiosi di storia tedesca. All'interno di questa struttura, Hitler ha modo di conoscere alcuni adepti che, in seguito, andranno a rivestire un ruolo di primo piano nell'olimpo nazionalsocialista: Heinrich Himmler, Rudolf Hess, Alfred Rosembreg, Hans Frank, per citarne alcuni. Gli studi condotti dai membri della "Thule" facevano riferimento, come detto, alla dottrina propugnata un tempo dalla "Societa' Teofisica", fondata nel 1875 dalla famosa medium e sensitiva di origine russa Helena Petrovna Blavatsky, che si proponeva di divulgare il principio secondo cui la matrice di tutte le religioni avrebbe avuto origine da un'unica verita' divina tramandata, nel corso della storia, ad una ristretta cerchia di iniziati. Madame Blavatsky asseriva di essere stata, lei stessa, iniziata alle arti metafisiche, nella loro accezione rivolta a Dio e alla trascendenza, durante un viaggio nell'allora sconosciuto Tibet. Lo stesso Tibet in cui, secondo certe teorie ariosofiche elaborate dai Nazisti, si era trasferita un tempo la razza ariana per definizione: gli Arii o Ariani, emigrati da Iperborea, la mitica Thule . Una volta giunti al potere, i dignitari del NSDAP (Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi), Himmler in primis, si convinsero di essere inseriti in un contesto storico particolare e riconducibile al "Kali Yuga", l'ultimo dei quattro Yuga previsti dalla religione induista: un'era oscura, cioe', che avrebbe dovuto essere rigenerata tramite un olocausto totale in grado di salvare il popolo ariano, nella fattispecie il popolo tedesco, dalla distruzione dovuta alla commistione con razze inferiori. Pertanto, il primo di luglio del 1935 Himmler, insieme a Hermann Wirth e Walter Darre', getto' le basi di quello che sarebbe divenuto l'Istituto dedicato alle ricerche riguardanti la storia antropologica e culturale della razza germanica: l' "Ahnenerbe Forschungs und Lehrgemeinschaft" che, in seguito, avrebbe assunto la piu' semplice denominazione di "SS Ahnenerbe". Compito precipuo dell' Ahnenerbe era definire un background storico, culturale e scientifico, affinche' nella societa' tedesca prosperasse l'idea di una razza ariana superiore nel tentativo di identificare e riesumare una linea di Germanesimo puro e ancestrale. All'uopo, in seno ad essa furono create organizzazioni misticheggianti con specifici credo e rituali, alle quali furono destinate notevoli risorse. Come sede dell'Istituto e magione dell'Ordine Nero fu scelto il misterioso castello di Wewelsburg in Westfalia, dove Himmler ne organizzo' la struttura sulla falsariga dei Cavalieri Templari, ma piu' vicina al clero cattolico dei Gesuiti, ai cui vertici venivano praticati particolari esercizi di contemplazione e visualizzazione. La stessa struttura di comando e iniziazione delle SS, oltre agli esercizi di meditazione, riprendeva i postulati di ammissione della "Compagnia di Gesu'" così come riportati nei "Vera Acta Gesuitica", un testo settecentesco che rivelava aspetti relativamente oscuri dell'elite gerarchica della Compagnia stessa. Poiche' i Gesuiti si dedicavano, tra le loro varie incombenze, anche allo studio dell'astrologia, della geometria sacra, geomanzia e simbolismo cosmico, le SS studiarono a fondo le stesse materie e, alla fine, ne furono strutturate a immagine e somiglianza; l'iter di un candidato SS ripercorreva quello di un ordine religioso: fratelli semplici, sacerdoti e sommi sacerdoti o Ierofanti. I vertici dello "Schwarze Ordo" vennero, a loro volta, inseriti in un'elite che annoverava dodici fedelissimi, altrimenti detti discepoli, i quali godevano di particolari privilegi e che periodicamente erano tenuti a ritirarsi in meditazione nel loro Sancta Sanctorum: Wewelsburg, appunto. Il castello, edificato nel 1123 e acquistato nel 1934 dal Reichsfuehrer SS per una cifra simbolica, divenne così una sorta di Accademia per Ufficiali superiori delle SS e Centro di Studi Meditativi, nonche' "Vomphalos" o "Centro del Mondo"; l'ombelico, cioe', che legava l'uomo ariano purificato dalla commistione con le razze inferiori, alla madre terra e al cielo. Era il cosiddetto legame cosmo-uomo-terra da realizzare con una struttura templare in cui, grazie ad esercizi runici, si sarebbe dovuta catalizzare la forza cosmica che legava l'uomo al suo ambiente biologico, sociale e spirituale. La forma del maniero, che richiama una freccia orientata verso nord con asse sud-nord, rivelava un aspetto esoterico ed ermetico replicante, negli intendimenti di Himmler, la lancia di Longino, la cui punta e' costituita dalla torre nord. Il nord, la direzione esatta del Polo, la stessa della mitica Thule, cioe' la Patria degli Ariani per antonomasia, gli Iperborei, sta ad indicare una volonta' di ritorno alla Patria ariana e la lancia, circondata da una serie di edifici esterni disposti in circolo, la rappresentazione grafica e reale del "Regressus ad Uterum": essa, la lancia, penetra nell'utero della terra madre per dare origine ad una nuova razza spirituale, determinando un rinnovamento ed un nuovo ordine biologico e spirituale. Wewelsburg divenne quindi un centro culturale e di ricerca volto a pianificare missioni archeologiche, antropologiche, spedizioni esplorative e studi scientifici che confermassero le teorie ariosofiche. Tra le missioni primarie pianificate dall'Ahnenerbe, vi furono le spedizioni in Tibet guidate dal naturalista Ernst Schafer e dall'antropologo Bruno Beger, entrambi Hauptsturmfuehrern SS, ma anche nel deserto del Gobi e in Sudamerica. Con dette esplorazioni gli studiosi dell'Ordine Nero, tra i quali spiccava la figura di un curioso monaco cistercense sospeso a divinis dalle gerarchie ecclesiastiche, Adolf Lanz Von Liebenfels, fondatore dell' "Ordine dei Nuovi Templari", speravano di rintracciare gli ultimi esponenti semidei della civilta' ariana secondo i dettami teosofici ed ariosofici. Ma cio' a cui i membri dell'Ahnenerbe dedicarono piu' tempo ed illimitate risorse, fu la ricerca di oggetti mitici o semi-mitici ritenuti in grado di garantire poteri straordinari a chi li possedesse. E' il caso della lancia di Longino, del Santo Graal e del tesoro dei Templari. Una ricerca che non ebbe fine, se non con la caduta del Nazismo. I risultati delle ricerche condotte nel corso degli anni dai membri dell'Ahnenerbe, si concretizzarono con la sola trafugazione della cosiddetta lancia di Longino o Heilige Lance (Lancia Sacra); l'arma, cioe', con cui il soldato romano Longino pare trafisse il costato di Gesu' morente sulla croce. Essa, detenuta nel complesso imperiale dell'Hofburg di Vienna, dopo l'Anschluss dell'Austria alla Germania nel 1938 fu trasferita a Norimberga e collocata nella chiesa di Santa Caterina: qui venne presentata come simbolo della sacralita' della missione germanica e di invincibilita' del III Reich. Il significato magico ed eroico che Hitler ed i membri dello Schwarze Ordo davano ai massimi simboli della sacralita' cristiana, non permise comunque loro di arrivare al Santo Graal ne', tantomeno, al leggendario tesoro dei Templari. E' in quest'ottica di ricerca che Otto Rahn e Alfred Rosemberg, uno storico tedesco nonche' Ufficiale delle SS il primo e filosofo, ma anche amico personale del Fuehrer il secondo, intrapresero scavi archeologici a Montse'gur ed in altre fortezze catare alla ricerca del Sacro Calice. Secondo la leggenda, infatti, la setta eretica dei Catari, eredi delle proprie dottrine dal culto mediorientale di Zoroastro e dei Manichei, una volta trasferitisi in Europa attraverso la Turchia e i Balcani ed essersi insediati nella Regione francese della Languedoc, avrebbe nascosto il Calice proprio nei sotterranei del Castello di Montse'gur dopo essere sfuggita ad una crociata indetta contro di loro, nel 1208, dai filo-cattolici francesi sotto l'egida di Papa Innocenzo III. Per dovere di cronaca, bisogna dire che a tale crociata non parteciparono ne' i Templari, ne' gli Ospitalieri. Ma da Montse'gur il Graal fu presto spostato per non farlo cadere nelle mani di Simone IV di Monfort nel corso della Crociata Albigese (1209-1218) e nascosto, forse, in un castello sui Pirenei: Montserrat dove, stando alla fantasia del trovatore Wolfram Von Eschenbach, autore di un interessante romanzo medievale sulla "Quete du Graal" o "Parzifal", il quale ambienta l'opera in un castello difeso da cavalieri che egli chiama "Templeisen", sarebbe custodita la Sacra Reliquia. In base a queste scarne indicazioni, il 23 Ottobre del 1940 il Gran Scerdote dell'Ordine Nero (Ahnenerbe) e Reichsfuehrer SS, Heinrich Luitpold Himmler, si reca per un sopralluogo a Montserrat, ma, deluso, non riesce a risolvere il mistero del Graal tra grotte, cavita' naturali e accessi impenetrabili o nascosti. Himmler, a Montserrat, dovette, suo malgrado, scontrarsi con l'indifferenza dei Monaci Benedettini che lo ricevettero con assoluta sufficienza. Altre ricerche, invero, vennero compiute anche nella misteriosa localita' di Rennes Le Chateau, non lontana da Montse'gur, dove si paventava l'esistenza del leggendario tesoro dei Templari collegato, a sua volta, al Santo Graal; tesoro forse ritrovato alla fine dell'Ottocento dall'abate Beranger Sauniere. Anche in questo caso, comunque, la spedizione tedesca non ottenne alcun risultato positivo tant'e' che, stando a leggende metropolitane vociferate dai vincitori e non certo dai vinti, nel Giugno del 1944 fu dato ordine al IV Reggimento SS "Der Fuehrer" della II Divisione SS "Das Reich", di mettere a ferro e fuoco il paese francese di Oradur sur Glane e di massacrarne la popolazione, rea di aver occultato la Sacra Reliquia che Hitler e Himmler stavano, ormai da anni, cercando disperatamente.

 

OPERA DEL CARRO
L’Opera del Carro (Maa’se Merkavah) della tradizione giudaica antica e la sua rinascita nel SATOR templare (Seconda ed ultima parte). A cura del Gran Precettore M.M. Prof.Francesco Corona.
Chi ha confidenza con l’opera di Cornelio Agrippa e con la più antica opera di origine ebraica “Aesh Mezareph”, comprenderà bene che l’argomento palindromi, e lo stesso SATOR templare, hanno derivazioni più complesse di quelle che la maggior parte degli studiosi attribuiscono loro. La complessità è fornita dal fatto che il palindromo non va considerato unico ma associato ad altri palindromi che fanno riferimento a precise tecniche ascetiche già note al tempo di Re Salomone. Tutti sappiamo che il SATOR è presente a Pompei intorno al 70 d.C. e non è certo da considerarsi come singolo Palindromo a se stante del periodo medievale, ma facente parte di un complesso di palindromi tra loro collegati che andremo meglio ad esplicitare nel seguente studio. La maggior parte degli studiosi che si sono cimentati nei palindromi, attribuiscono la particolare morfologia delle lettere del SATOR ad una derivazione comprendente una croce PATERNOSTER Alfa e Omega; noi osserveremo invece che trattasi di un processo evolutivo complesso noto come OPERA AREPO (ovvero Opera del Carro) cui confluiscono differenti palindromi che risulta associato all’Opera del Carro biblica ovvero la Maa’se Merkavah. Le antiche lingue ieratiche consideravano le cifre secondarie rispetto ai simboli geroglifici. I primi quadrati di simboli noti come quadrati enneadici erano generalmente composti da matrici 3x3, citiamo ad esempio la Grande Enneide di Heliopolis . I quadrati di numeri ebbero invece molta importanza nella lingua ebraica, essendo interscambiabili con le lettere, essi divenivano magici quando la somma di ciascuna riga era uguale alla somma di ciascuna colonna. Un quadrato magico di numeri o lettere esplicava le sue proprietà se pensato in rapporto con le 10 sefiroth dell’Albero della Vita e con ciascuno dei quattro mondi OLAM della tradizione ebraica che univano il microcosmo uomo con il macrocosmo divino; quindi venivano a delinearsi rapporti di interscambio energetico tra l’operatore che combinava/vocalizzava i numeri e/o le lettere è i modelli archetipici di universi a geometria chiusa, ove forze sovrannaturali agivano in campi energetici (sigilli) sotto il perfetto controllo dall’operatore. La realizzazione ascetica e le tecniche dell’Opera del Carro facevano quindi riferimento alle seguenti operazioni ascetiche: • Destabilizzazione e controllo di energie basali sopite nel centro Luz o Muladhara dell’asceta (Osso Sacro) • Stabilizzazione dell’energia nel corpo umano ed in particolare nel centro del Cuore (Tiphereth o Anahata) secondo lo schema della Menorah (vedi figura). • Innalzamento del livello energetico-vibrazionale nel centro del Cuore ed attivazione delle Merkavah o veicolo ascetico con conseguente attualizzazione del’Opera del Carro o Maa’se Merkavah (Corpo di Luce). La sintesi di queste tre tappe fondamentali associata alla lettera ebraica Shin &#1513; con le tre colonne di fuoco in testa, veniva trasmessa, nelle scuole misteriche del bacino del mediterraneo, attraverso lo studio esegetico delle lettere incluse in tre diverse Palindromi associate a tre parole sacre necessarie allo studio preliminare ed alla messa in esercizio delle tecniche apprese: IOSUA , SALOM e SATOR. La prima parola corrisponde al nome di Dio a quattro lettere, in lingua ebraica, nel quale è inserita una Shin al centro e veniva vocalizzata con IOSUA o JOSHUA corrispondente, come già studiato, al nome ebraico o equivalentemente aramaico di Gesù . La seconda parola SALOM era associata alla parola ebraica Shalom che oltre ad avere il significato letterale di Pace, aveva un significato esegetico legato alle tre madri (Shin,Alef,Mem &#1513; &#1488; &#1502;) dell’alfabeto ebraico le quali, se vocalizzate, risuanano nella testa, nel cuore e nel ventre dell’asceta in meditazione. La terza parola SATOR sintetizza, esegeticamente, il campo di controrotazione energetica generato dal veicolo ascetico della Merkavah; ma occorre a questo punto procedere con ordine. La tecnica generale consisteva nella vocalizzazione ripetuta delle parole che componevano la Palindrome. La Palindrome scelta dipendeva dal tipo di operazione richiesta. Se le operazioni riguardavano ad esempio il sentiero dell’OPERA AREPO o OPERA DEL CARRO venivano utilizzate in successione sia la Palindrome SALOM sia quella SATOR, per ciascuna di esse si profilavano rispettivamente e propedeuticamente due operazioni chiamate: OPERA MOLAS e OPERA ROTAS. I due profili dell’ OPERA AREPO venivano preceduti dalle pratiche di risveglio del serpente kundalini insite nella palindrome IOSUA. RISVEGLIO ENERGETICO I O S U A O R I L U S I S I S U L I R U A U S O I Ad esempio questa Palindrome, Iosua, vocalizzata con IOSHUA come un mantra indiano, era associata alla prima fase del processo di ascesi e l’obiettivo era il risveglio del fuoco basale kundalini posto nell’osso sacro e la successiva canalizzazione lungo l’asse cerebro-spinale. FISSITA’ NEI TRE CENTRI S A L O M A R E P O L E M E L O P E R A M O L A S Una volta svegliata l’energia veniva mediata con la Shekinah, la presenza dello Spirito divino(Logos) e fissata nelle tre madri: nella testa, nel ventre ed in particolare nel centro del cuore. Veniva realizzata così l’Opera Molas nota anche come levigazione del Cuore della tradizione islamica . Questa operazione era associata alla Palindrome SALOM. ASCESI MERKAVAH S A T O R A R E P O T E N E T O P E R A R O T A S Nell’ambito dell’ Opera Arepo la terza Palindrome SATOR sottendeva l’ Opera Rotas ovvero la rotazione dei campi di energia prodotti nei tre centri energetici ad alti livelli di intensità accoppiati nei circuiti(vedi figura). I tre centri si omologavano poi su due campi sempre in controrotazione con polarità invertita. Il punto dove avveniva l’inversione era il centro del Cuore. L’asceta entrava così nel regno delle Hekalot (sette palazzi) scortato da figure angeliche attraverso il proprio veicolo ascetico che gli consentiva di attraversare tutti e quattro i mondi OLAM della tradizione ebraica.

 

SOLSTIZIO INVERNO
Natale e Solstizio di inverno - Fr. Renzo Manetti della Commenda Santa Maria Salome di Firenze - nella foto
In Siria alcuni filosofi neoplatonici e neopitagorici elaborarono una teologia della luce e del sole, che ebbe una grande diffusione nell’impero romano dei primi secoli; fra questi Posidonio e Numenio, entrambi di Apamea, città della Siria fra Antiochia ed Edessa, che era un grande centro di traffico carovaniero e quindi di diffusione delle idee. Essi svilupparono l’idea di un Dio unico, motore del cosmo, del quale tutti gli dei tradizionali sarebbero stati solo emanazioni, e lo identificarono col sole. Tra il II e il III secolo, sulla scia della diffusione delle religioni orientali e di quella di Mitra in particolare, il culto del Sole finì con l’assorbire i culti tradizionali delle varie province, in un nuovo sincretismo monoteista che tese a divenire la religione comune dell’impero; esso avrebbe dovuto dare all’Impero., di cui ogni uomo libero era ormai cittadino, il valore di una comunità anche religiosa, tenuta insieme da un culto e da una morale comuni, che non abolivano del tutto quelli antichi e tradizionali delle singole popolazioni. Nel III secolo l’imperatore Aureliano impose a Roma il culto del Sol Invictus, collegandolo a quello imperiale. La tolleranza religiosa romana cercò di fagocitare anche il Cristianesimo all’interno del sincretismo solare - imperiale, ma fu invece il Cristianesimo a prevalere ed assorbirlo; così il Sole divenne simbolo di Cristo. Il Cristianesimo fece dunque proprie le feste solari: fra il 335 e il 336 i cristiani di occidente collocarono simbolicamente la nascita di Gesù in prossimità del solstizio di inverno, il 25 dicembre, natale dell’invitto Mitra e del Sole; più lentamente il Natale si diffuse anche in oriente, dove ad Alessandria era festeggiato il 6 gennaio, anche qui sostituendo una festività solare di origine egiziana. Nella porta istoriata della basilica romana di Santa Sabina, del V secolo, sono raffigurati i re magi che adorano il Bambino: essi indossano il berretto frigio degli iniziati di Mitra, con un chiaro riferimento alla vittoria del cristianesimo sul culto antagonista, ma anche all’identificazione di Gesù col Salvatore atteso dai seguaci di Zaratustra, che dunque erano chiamati a riconoscerlo come tale. L’associazione del sole con Cristo si trovava già nei Vangeli, particolarmente in quelli di Giovanni e di Matteo, che è l’unico evangelista a raccontare l’episodio dei magi, utilizzando il simbolismo luminoso di origine iranica che vi è connesso. Nel Prologo di Giovanni il Verbo è Luce:”Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo”; Matteo riferisce l’episodio della trasfigurazione sul monte Tabor, paragonando Cristo al sole: “Si trasfigurò davanti a loro: il suo volto risplendente come il sole, e le sue vesti divennero candide come la luce”. La tradizione che vedeva nel sole e nella luce un simbolo di Cristo fu trasmessa anche da Paolo nella seconda lettera ai Corinti: “…affinché non rifulgesse loro lo splendore del Vangelo della Gloria del Cristo che è immagine di Dio…”;”Perché Iddio, che disse Dalle tenebre rifulga la luce, è Colui che ha rifulso nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria d’Iddio, che è sul volto di Cristo”.. Essa fu ripresa da quei padri della chiesa, che cercarono di conciliare la filosofia platonica con la teologia cristiana: costoro ritenevano che Dio avesse diffuso tra i saggi del passato una verità che avrebbe trovato in Cristo la pienezza della rivelazione. Che dunque la filosofia antica non fosse tutta da rigettare, ma da valutare serenamente alla luce dell’insegnamento dei vangeli. Fra questi Giustino, che nel II secolo riteneva il platonismo una via per comprendere le verità eterne rivelate da Cristo; Clemente Alessandrino, il quale nel III secolo affermava che Dio, come il sole, è il cuore del cosmo. Anche Dionigi l’Areopagita, o meglio l’ignoto autore del V secolo che il Medioevo identificava col discepolo di San Paolo, cercò anch’egli con successo di conciliare il neoplatonismo con il Cristianesimo; non a caso proveniva dallo stesso ambiente culturale siriano, che aveva elaborato il misticismo solare. Dionigi influenzò profondamente il pensiero e la teologia medievale, dimostrando che il misticismo di Platone poteva efficacemente essere conciliato con quello cristiano. L’attribuzione al Verbo del simbolismo solare fece sì che l’oriente, da dove provengono i raggi del sole nascente, diventasse simbolo della Parusia, il ritorno di Cristo nel giorno del Giudizio. Già nel Vangelo di Matteo, si legge: “Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’Uomo”. L’orientamento della preghiera, già presente fra gli egiziani ed i persiani, fu conseguenza logica del simbolismo dell’oriente: Tertulliano invitava a pregare verso l’est e anche S.Agostino menzionava questo uso; secondo Eusebio di Alessandria i cristiani praticarono la preghiera verso oriente almeno fino al V secolo. Si tratta di una pratica comune alle tre religioni abramitiche, ma con una differenza significativa: gli Islamici e gli Ebrei si rivolgevano e si rivolgono tuttora verso un centro simbolico che coincide con un luogo geografico, la Mecca per i primi e Gerusalemme, sede del primo Tempio, per i secondi, mentre i Cristiani pregavano verso la Gerusalemme Celeste, che non si identifica con un luogo, ma con una dimensione che si fonderà con la terra solo alla fine dei tempi. Ne consegue che le sinagoghe e le moschee hanno una nicchia della preghiera che muta la sua collocazione a seconda del contesto geografico, mentre la chiesa cristiana tradizionale presenta costantemente l’ingresso a occidente e l’abside, verso cui si rivolge la preghiera, a oriente. Ma il sole sorge ad est solo negli equinozi: nel resto dell’anno si sposta verso sud est, dove la sua corsa si conclude al solstizio di inverno, e verso sud ovest dove nasce al solstizio di estate. Le chiese più ricche di sacralità si rivolgono al sorgere del sole al solstizio di inverno. Così è per la nostra antica basilica fiorentina di San Miniato al Monte, orientata a sud est per accogliere nel giorno di Natale, prossimo al solstizio di inverno, i raggi del sole matutino, che simboleggiano la supremazia della Luce sulla tenebra e della Parola sulla materia. Sul pavimento marmoreo della basilica un grande zodiaco presenta al centro la figura del sole. Vi si riconosce il simbolo del Verbo, Signore del Tempo e dei moti che regolano e scandiscono l’esistenza. Pensando al Signore del Tempo, si comprende allora perché durante la preghiera esicasta, al momento di pronunciare il Nome, il respiro si interrompa, così come per alcuni vangeli apocrifi al momento della nascita a Betlemme, il tempo si sarebbe fermato per brevi istanti. In entrambi i casi l’eternità irrompe e si riappropria del tempo che le appartiene come un figlio alla madre.

 

VALENTANO
La Città di Valentano ed il Processo ai Templari a cura del Fr. Vincenzo Dionisi della Commenda Nostra Signora di Loreto a Guidonia. - Nella foto l'Avv. Dionisi ( primo da destra) con i componenti della Commenda
Altra Città ubicata nell’area dell’Alta Tuscia Laziale, e di rilevante interesse per l’Ordine dei Cavalieri Templari, è Valentano. In una località poco distante dalla suddetta Città, e denominata “Villa delle Fontane”, sorgeva un complesso di beni appartenuti ai Cavalieri Templari. Per una esatta narrazione dei fatti, appare opportuno descrivere i luoghi. Il toponimo “Villa delle Fontane” sembra indicare un luogo con la presenza di numerose sorgenti d’acqua nelle sue vicinanze. Il toponimo “Villa delle Fontane” si rinviene, per la prima volta, in un atto di vendita dell’anno 839. Orbene, nel Medioevo la possibilità di avere acqua corrente era una condizione fondamentale per le necessità quotidiane e lavorative. Preso atto delle finalità dell’Ordine dei Cavalieri Templari, appare corretto supporre che le acque venissero utilizzate non solo per le esigenze quotidiane della popolazione locale, bensì anche per rifocillare, rinfrescare e curare i pellegrini che ivi transitavano nel corso del loro viaggio di penitenza e purificazione. Il complesso religioso è costituito da una Chiesa denominata “S. Maria del Tempio” (Sancta Maria ad Templum) ed un ulteriore edificio attiguo e comunicante con il primo, utilizzato come abitazione, stalle e magazzini. Si rende noto che attualmente l’immobile risulta essere abbastanza degradato ed in stato di abbandono. Il Prof. Giuseppe Rosati, in un suo testo, afferma che vi era in “ … un rustico casolare sito a un trecento metri fuori dall’abitato (ndr. di Villa delle Fontane) una misera stanza a piano terra munita d’un rozzo altare, per consacrarla al culto. Ivi era esposta alla venerazione dei fedeli una grezza e scolorata tela raffigurante la Vergine che vi si venerava sotto il titolo di “Madonna del nempe” … “. La parola “nempe” viene, dallo stesso Prof. Giuseppe Rosati, rapportata alla parola “nembo”, in quanto si narra che la Vergine salvò il villaggio da una terribile bufera abbattutasi, in epoca imprecisata, sullo stesso; ma altri affermano che la parola “nempe” è la corruzione della parola “Tempio”, riferendosi al periodo di permanenza dei Cavalieri Templari nella Città di Valentano. La Chiesa vera e propria ha l’interno ad aula semplice; sul lato sinistro, si apre un passaggio che metteva in comunicazione la Chiesa con il resto del complesso. L’utilizzo di questa struttura era di certo differenziato; il piano primo posto sul davanti, vicino all’ingresso della Chiesa, doveva essere adibito a spazio di rappresentanza, mentre la parte posteriore forse era destinata a magazzini o foresteria. Sempre sul citato piano primo, si trovavano le stalle. Il piano superiore era occupato dai locali conventuali o dalla foresteria oppure da entrambe. Torniamo al rapporto tra la Città di Valentano ed il Processo ai Templari. Negli anni tra il 1309 ed il 1310, nel territorio soggetto al Papato, l’Ordine dei Cavalieri del Tempio venne sottoposto ad un processo inquisitoriale che seguiva, di qualche anno, quello intentato in Francia da Filippo il Bello. La presenza dei Cavalieri Templari nella Città di Valentano emerge dagli atti di questo processo, riportati integralmente dalla Prof. Anne Gilmour – Bryson nel testo “The trial of the Templars in the Papal State and the Abruzzi”. Si legge nei predetti atti che il giorno 20 Dicembre 1309 gli inquisitori, riuniti nel palazzo episcopale di Viterbo, stesero un elenco delle Chiese Templari e dei luoghi pubblici alle cui porte dovevano essere affisse le citazioni del processo, tra le quali venne indicata la Chiesa di Santa Maria del Tempio in Valentano (“ … et ecclesie Sancte Marie de Valentano dicti ordinis Castrensis diocesis … “). Due giorni più tardi, il 22 Dicembre 1309, il nuntius iuratus Guertius affiggeva “ … cartam continentem dicte citationis edictum in hostiis ecclesie dicti ordinis de castro Valentani Castrensis diocesis iuxta mandatum supradictum … “. Nel 1312, Papa Clemente V, con la bolla “Ad providam Christi Vicarii”, decretava la cessione dei beni templari agli Ospedalieri. Ma della Chiesa di Santa Maria del Tempio non ve ne è menzione. Sembra che la stessa venne inizialmente occupata da persone non aventi alcun diritto sopra la stessa e, successivamente, dopo circa tre secoli, fu recuperata ed integrata tra i beni dell’Ordine dei Cavalieri di Malta. Fr. Vincenzo Dionisi Cavaliere della Commenda di N. S. di Loreto in Guidonia

 

PAURA
Fr. Cavaliere Onorario Albertino Pace. La paura dell’altro: ovvero la “ Metafisica “ del nemico in casa
L’altro da noi, il diverso, il non conosciuto – è noto – desta timore; non sempre incuriosisce. Il fenomeno dei flussi migratori poi, di antica origine fra l’altro (vedi migrazione di interi popoli che hanno decretato insieme alla religione cristiana, la fine dell’impero romano), ripropone oggi e in termini assolutamente non previsti l’incontro, traumatico il più delle volte fra culture, persone, mondi assai diversi fra loro. Tutto questo è il segno incontrovertibile di un mondo nuovo, di un mondo multipolare e di conseguenza multietnico e religioso. Gli strumenti usuali di governo del fenomeno quali: cooperazione, agenzie del lavoro, etc., meritano una rivisitazione culturale che tenga conto – soprattutto – del modello sociale (quasi totalizzante, quello occidentale soprattutto per mediorientali, asiatici e altre etnie non europee) nel quale dovrebbe inserirsi il migrante. Ne consegue che gli strumenti oltre che di natura formativa (conoscenza della lingua, delle leggi e quant’altro) non possono tendere solo – anche se questo è l’aspetto dominante – all’inserimento lavorativo e sociale dell’ospite&#8901;migrante; cosa che di per sé è già un problema, o della meta definitiva della futura cittadinanza. L’antropologia, la dimensione spirituale – questa comune a tutti i popoli anche se differenti – la storia individuale e diversa delle persone migranti devono costituire le solide fondamenta dell’incontro fra i popoli. Si consideri poi – cosa di assoluta importanza e totalmente sottovalutata – che l’immigrazione, soprattutto quella di natura islamica, riguarda popoli fortemente inseriti (a casa loro) nella dimensione sociale del sacro. Ma anche alcuni paesi asiatici e dell’est europeo o altri, non sono da meno. Ci troviamo di fronte a culture caratterizzate dal prevalere della componente spirituale su quella materiale o da questa (quella spirituale) fortemente condizionante. Culture e società che resistono al modello di vita occidentale già all’interno dei loro stessi luoghi di origine. Il più delle volte tale modello è apertamente osteggiato con la rigida applicazione dei dettami tradizionali. Il fondamentalismo islamico indica infatti nel modello di vita occidentale e nei suoi costumi il pericolo maggiore per l’islam militante e tradizionale. A questo si aggiunge, in maniera strumentale, quanto avviene in Palestina. In maniera strumentale, perché il fondamentalista Hamas (e non solo), filiazione militare dell’Iran, vede nella possibile futura autonomia palestinese un pericoloso focolaio potenzialmente laico rispetto ad altri paesi mediorientali. Sulla sfondo - di tutto questo - l’11 settembre e quanto ne consegue. Gli eventi dell’11 settembre 2001 poi, l’origine dei quali va ricercata nel conflitto – oltre il terrorismo – fra le varie fazioni islamiche in lotta per l’egemonia, vanno letti quale preciso segnale per coprire tale scontro, che sa molto di ideologia, distogliendo e indirizzando – con un attacco unificante all’Occidente tutto – l’attenzione delle popolazioni di fede islamica da altri problemi: che sono quelli di una reale e armonica crescita sociale e civile. L’Europa - si pensi alla discutibile sentenza circa la presenza del Crocifisso (simbolo per eccellenza della religione cristiana) nelle aule scolastiche - ha di fatto esasperato il proprio concetto di laicità; vedi quanto avviene in Spagna soprattutto in materia di legislazione fra sessi diversi. Per non parlare dei Paesi nordici: Amsterdam soprattutto. Questo in aggiunta alla non menzione nella stessa Costituzione Europea delle origini cristiane dell’Europa stessa. Cosa che suona quasi ripudio del proprio passato e delle proprie tradizioni. Quanti entrano, entrano pertanto con i loro ben definiti credi religiosi e chiedono giustamente la realizzazione dei loro luoghi di culto. In merito al recente referendum svizzero sul divieto ai minareti, va osservato che il problema non è quello di impedirne la realizzazione; ma quello di ribadire che anche i cristiani in Medio Oriente o altrove hanno diritto all’esercizio e alla edificazione dei loro luoghi sacri. Questo aspetto è quasi estraneo alla cultura della emigrazione europea del secolo scorso. L’uso indiscriminato della forza lavoro, l’abile regia di strutture criminali, l’uso politico che di tale flusso ne fanno alcuni Stati – oltre alla bassa natalità di casa nostra - sono un’aggiunta non secondaria e forse propedeutica a quanto precedentemente detto. Ma integrare modelli sociali così diversi, difficili già di per sé non può essere l’incontro solo di aspettative e di esigenze diverse. Ci troviamo di fronte ad una possibile colonizzazione capovolta? A questo si deve rispondere con la grande tradizione culturale europea: non più eurocentrica (infatti la storia è più sottile di quello che si immaginano le ben più agguerrite avanguardie) ma lavorando per costruire un modello di società bilanciata fra conquiste civili e tradizioni religiose di cui non ci si deve vergognare come ora sembra E lo è in alcuni casi. Quanto detto non deve – però – farci dimenticare che altri fenomeni migratori si stanno manifestando in Europa in tutta la loro complessità, anche se in maniera meno appariscente: soprattutto quella di etnia cinese. Ma le leggi del mercato e della globalizzazione sono false sirene a cui è pericoloso fare orecchio senza un’attenta analisi. Tutto questo pone “ovviamente” il problema centrale della sicurezza dei cittadini, ma nessuna difesa è possibile senza aver prima individuato le cause e le origini dell’”eventuale nemico” . Vostro Fratello nel Tempio Cav. Albertino Pace

 

RADICI
Difendiamo i valori delle nostre radici cristiane nella “Nuova Europa” FF G.U.fr.Vincenzo Felice Mirizio Gran Maniscalco del Priorato del Tempio Hierosolimitano di Mik’Ael
L’Europa è uno dei luoghi in cui i debiti culturali con le tradizioni stabili possono essere documentati lungo l’arco di due millenni. Questo debito spirituale, si scioglie nei riguardi delle tradizioni e nello stesso tempo ci invita a redimerci nei confronti delle nuove culture, che nell’Europa sono in piena formazione. La “nuova” Europa diventa una sfida anche per i cristiani, che nell’attuale visione, devono portare il loro contributo specifico alla configurazione di questa nuova realtà. Occorre a tal proposito ricordare che in Europa i cristiani hanno contribuito alla nascita di una civiltà plurale,hanno fornito l’etica e,ancora oggi, garantiscono la cultura,la storia e le istituzioni di questo continente. Vi sono dei contributi fondamentali che il cristianesimo ha fornito e che l’Europa,oggi in crisi di valori,ha interesse a riconoscere e recuperare:le affermazioni della dignità della persona umana,la centralità della ragione,la solidarietà sociale,la comunità… Noi cristiani, da moltissimo tempo, abbiamo delineato e realizzato quell’opera di “inculturazione”, termine spesso usato per indicare i continenti extraeuropei. Le tradizioni storico-culturali rappresentano tangibili “tracce” non solo per il credente oggetto solo di informazione o di critica,e per molti versi,di venerazione,ma anche per i non credenti. Noi cristiani d’Europa prendiamo sempre più coscienza della reale identità che dovrà essere in futuro una garanzia fondata sulle radici storico-culturali. La storia riporta,inoltre,che i cristiani non potranno mai cancellare dalla memoria i fondamenti delle radici cristiane,mentre molti componenti del mondo ortodosso, sempre più vicini alla Nuova Europa, vi giungono con un lascito fortissimo di tradizioni locali. Per questo non si possono omettere i tentativi di unificazione di popoli con diverse culture senza creare nazionalismi al fine di implementare scontri di religione e patria,in quanto tutto sarebbe politicamente e socialmente dannoso,ma principalmente antievangelico. Non può passare indifferente come la nostra Costituzione Europea e il processo di modifica, operata dai singoli stati, abbia ricondotto i pensatori d’Europa a risvegliare il rammarico di molti credenti per la voluta omissione delle radici cristiane nella carta della legge del nostro continente. Ritengo grave,come cittadino europeo,osservare l’insensibilità dei noti politici, di chiara provenienza cattolica, che hanno preferito tacere sulla verità storica,omettendo di riconoscere il nostro passato – con le sue verità e le sue ombre – senza volersi identificare con esso,anzi richiamando il contribuito del cristianesimo per l’azione determinante nel costituire i fondamenti della cultura europea e l’identità della stessa Europea.”Riconoscere la nostra appartenenza a una società che vuole indagare sui fondamenti della propria legittimità costituisce un atto di veracità” così scrive Paul Ricoeur, le cui radici affondano nell’etica greca della virtù,nella romanità,nel cristianesimo con alcune volte confronti-scontro con l’ebraismo e l’islamismo,altre volte con collisioni nel proprio interno. Probabilmente tutto questo conduce ad un possibile timore che il richiamo alle radici cristiane obblighi l’Europa a doversi ispirarsi al solo cristianesimo. La reale complessità culturale etico e religioso dovrebbe spingere i cristiani ad avventurarsi in un confronto fiducioso con l’umiltà cristiana, senza mettersi in concorrenza con possibili e momentanee arroganze di altre religioni,bisognerebbe,infatti, essere pronti a rinunciare a certi diritti e privilegi acquisiti nel passato, che oggi rappresentano l’ostacolo per credibilità di fede.Gli insegnamenti di Nostro Signore che ha percorso la via Kenotica,dell’umiltà dovrebbe essere d’esempio per la Chiesa e i suoi fedeli La Chiesa non deve apparire come una fortezza,anche se l’Europa fosse aggressiva con i suoi europei non cristiani,in quanto ben conosce che l’ostilità rappresentate nei confronti delle sacre scritture evangeliche non possono né essere rimosse né evitate .Fissiamo in maniera chiara i richiami culturali che sono alla base dell’Europa, in questo periodo spesso evocata in contrasto con la Chiesa di Roma. Pertanto dobbiamo chiederci qual è la natura dell’entità geopolitica che oggi costituisce il continente Europeo. La settorialità tipica della nostra modernizzazione sociale, che vive secondo “etichette”,induce a credere che un’area geografica,più o meno omogenea,corrisponda di per sé ad una uguale area culturale. Identificando l’Europa in questo contesto la difficoltà appare più grave per il fatto che un tempo si presentava con una certa omogeneità trasformatosi nel corso degli ultimi secoli. Oggi pensare come una entità capace di mantenere la stessa cultura significa ricollegarci all’Europa del Medioevo ,che a detta degli storici la “cultura europea” esisteva già nel quattrocento decrescendo con l’inizio del cinquecento. Mentre dall’ottocento e fino al novecento l’Europa appare piuttosto omogenea proprio per netta volontà di spezzare definitivamente i legami con il periodo storico precedente. Diviene sempre più frequente, come riportato da giornali,filosofi e storici, interrogarsi sulle proprie identità e nello stesso tempo meditare in termini europeisti,nella consapevolezza che,quando si parla di storia europea,si parla di Carlomagno e Barbarossa,delle grandi cattedrali gotiche e romaniche,delle prime università risalenti al medioevo. Occorre pertanto riportare che se gli Stati nazionali sono una invenzione moderna,il Medioevo si misura su basi più vaste ed ecumeniche, come il credo cristiano o l’impero romano-germanico,senza dimenticare i Cavalieri Templari,i grandi navigatori e le Summae Teologiche. La civiltà dell’Occidente medievale come la civiltà romana, o meglio dire ellenistico-romana,non aveva interessato che solo parte di quello che noi oggi definiamo continente Europeo. L’Occidente in sintesi l’impero romano-germanico, ha generato le basi di una grande tradizione unitaria,di cui bisogna esserne orgogliosi e senza i quali l’integrazione economica, o addirittura politica-sociale, del continente rimarrebbe priva di spiriti vitali. La liturgia della Chiesa, come leggi e la cultura scolastica conobbe il maggior fiorire tra il XI° e XII° secolo,all’ombra delle scuole monastiche e vescovili garantendo un’espressione comune di potente forza sintetica,e da essa ciascun popolo attingeva secondo le proprie tradizioni. La latinità e il cristianesimo divennero inseparabili a partire dagli ultimi decenni dell’età romano-occidentale,legati per eccellenza ad una lingua scritta come base di una tradizione correlata ad aspetti orali e di lettura. L’occidente nel suo sviluppo presenta due aspetti: uno prettamente scientifico dato dalla genialità di Cartesio e Galileo del 600 e l’altra puramente economica sviluppatasi in Italia e frenata dai Gesuiti. Napoleone valoroso conquistatore tra l’800 e il 900 realizzò l’unificazione dell’Europa grazie alla tolleranza degli stati europei,in quanto intravedevano in lui i nuovi ideali di cambiamento sorti alla fine della Rivoluzione Francese basati sui diritti di “Libertà,Uguaglianza e Fratellanza”, di indiscussa provenienza cristiana. Ma analizzando il periodo storico della Rivoluzione Francese appare inequivocabile che non apportò nulla di innovativo al progresso culturale europeo,perché i suoi principi si trasformarono in una campagna anticlericale e contro la religione. Appare logico che tutto questo servì come valida “rivoluzione” atta a recidere i legami con il passato. La storia non può essere dimenticata, o ancor peggio, ritenuta un ripiego per i facili costumi della nuova politica, spesso priva di valori e fondamenti, dal momento in cui Noi cristiani veniamo spogliati delle nostre “Radici Cristiane”. Non dimentichiamo in questa nuova forma mentis del pressappochismo,che furono proprio i greci a definire l’Europa la parte più occidentale dell’Eurasia, quelle terre di religioni politeiste con qualche sporadica presenza di animismo. Se la cultura e la civiltà greco,romana,etrusca,magno greca,celtica hanno un senso,se hanno lasciato una traccia nel nostro essere oggi,secondo alcuni le radici europee dovrebbero essere politeiste e multiculturali. Il Pontefice, intervenuto in merito per il mancato riconoscimento dei fondamenti cristiani,dovrebbe andare a ritroso nel diverso panorama politico circostante del Sacro Romano Impero affinché l’Europa riconosca quanto rivendicato dalla Chiesa cattolica.Il concetto di Europea,come soggetto politico,lo si fa risalire all’impresa di Carlo Magno ed alla sua fondazione dell’impero “ideologicamente” cristiano. E’ proprio a quest’aspetto che si riferiscono le pretesi curiali della radice cristiana dell’Europa. La storia Europea, se la si vuol far partire dal Natale dell’anno 800 con l’incoronazione di Carlo ad Imperatore del Sacro Romano Impero,allora non possiamo evitare di evidenziare che, a differenza delle civiltà precedenti,vige un sistema totalitario e la cristianizzazione procede con metodi coercitivi tanto da inibire la libertà di culto. Le varie religioni sono state annientate dal fero della spada,armata dallo stesso Imperatore, eliminando così il credo politeista,senza avvalersi dell’amorevole predicazione. Dunque l’Europa,nata cristiana, dettava una condizione intollerante con un dispotismo ideologico assoluto. In occidente il cristianesimo, nel corso del suo periodo di totalitarismo, ha cancellato con la forza la memoria altrui e la storia lo riporta in maniera univoca e documentabile. Le radici cristiane non riguardano solo i valori spirituali dell’Europa, ma anche la concreta esperienza giuridica del “diritto comune”,i cui principi,ben evidenziati dal diritto romano e dal diritto canonico,lasciano la traccia in tante parti degli ordinamenti europei e sono parte integrante delle tradizioni comuni dell’Europa (fonte Agusto Barbera). Un’Europa cristiana è un’Europa che rispetta ugualmente, in modo pieno e completa tutti i suoi cittadini:credenti e laici,cristiani e non cristiani.Essa pur celebrando l’eredità nobile dell’illuminismo umanistico,abbandona la sua cristofobia,e non ha paura né imbarazzo a riconoscere il Cristianesimo come uno degli elementi centrali nell’evolvere della propria civiltà,recuperando le sue tradizioni culturali e spirituali come l’eredità cristiana ( fonte Weiler). I tantissimi aspetti riflessivi,sociologici e culturali, senza dubbio, sostengono un tema di elevata attenzione per i suoi tanti risvolti evocati in ogni settore,e proprio per questo rifiutare il netto richiamo delle tradizioni cristiane,significa rifiutare di affrontare il passato del nostro continente. L’Europa non deve e non dovrà mai essere la soluzione per allontanarsi dalla nostra identità complessa e spesso contraddittoria. In molti auspicano che il testo divenga formalmente la Carta costituzionale dell’Unione Europea,invece lascia un’esile speranza affinché alcuni aspetti siano rivisti e modificati. Interpretandola traspare l’assenza di ogni riferimento etico-morale,rafforzando la tutela dei diritti fondamentali dell’evoluzione della società,del progresso scientifico e degli sviluppi scientifici e tecnologici,omettendo qualsiasi delineamento spirituale. Le regole fondamentali della Nuova Europa permettono ad ogni nazione di ricevere grandi vantaggi economici e politici, ed inoltre al di là di ogni interesse,la via segnata per i popoli è quella di una sempre maggiore cooperazione,che sappia esaltare ciò che unisce,ma se vogliamo costruire il solo entusiasmo non basta. E’ innegabile che le radici europee sono cristiane e cristiani sono i valori del suo patrimonio. L’Europa trae le sue origini dalla realtà storica dell’Evangelizzazione cristiana che ha unito,nella fede, tutte le etnie diverse,purtroppo la storia riporta una forza bellica armata dalla Chiesa di Roma per omogeneizzare l’espansione. La primogenitura religiosa e culturale ha dato l’imput per una prima unità politica durata mille anni (900 al 1800),seguito da conflitti nazionalistici,da cui riemerge la volontà dell’Europa Unita ad opera di tre grandi statisti cattolici Schuman,Adenauer,De Gasperi. L’Europa ha richiamato, dal fondamento cristiano,il principio di giustizia,di fraternità universale con l’infrenabile impulso a progredire e far fruttare i talenti personali al massimo grado di coscienza. Da qui il diffondersi in Europea di santi,monaci,mistici,missionari,educatori hanno portato ad estendere in tutto il continente stupende cattedrali, e mille chiese disseminate fino ai più umili villaggi. Il cristianesimo ha permesso all’Europa antica di esplorare gli altri continenti confrontandosi con altre culture traendo gli stimoli per scoprire nuovi traguardi tecnologici e scientifici. La dichiarazione del Concilio Ecumenico Vaticano II° “Dignitatis umane”, sulla libertà religiosa, enuncia che lo Stato non può imporre una data religione,non può condizionare l’appartenenza ad alcuna confessione religiosa in quanto questo è un diritto fondamentale che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini: i doveri religiosi non possono essere imposti come legge dello Stato. Gesù nostro Signore ha detto: “ non è quello che l’uomo mangia a inquinare l’uomo,ma quello che esce dal cuore dell’uomo”. I valori ispirati dal cristianesimo si sono sempre dimostrati capaci di unire razze culture e religioni differenti;quando la fede non era strumentalizzata per fini d’interesse politici. Dunque ispirarsi alla fede cristiana,non significa imporre la fede,non significa rifugiarsi in improponibili nostalgie integraliste,ma significa ricercare il più solido terreno d’incontro,per evitare che le soluzioni siano dettate dalla legge del più forte. A tal fine occorre sottolineare che anche l’idea della laicità è nata ed ha potuto svilupparsi-tra alterne vicende-solo nell’Europa cristiana. Il Vangelo è il primo a distinguere Dio e Cesare. E’ Papa Gelasio I°,già nel V° secolo,teorizzava la distinzione tra potere spirituale –la Chiesa-, e potere temporale (innanzitutto per difendere l’autonomia della sfera spirituale,affinché non avvenga instrumentum regni). Il dialogo interreligioso non può ignorare i problemi della costruzione dell’Europa,in quanto proprio in questo spazio, nel rispetto della libertà religiosa, si giocherà in gran parte l’avvenire delle religioni monoteiste. Molto inchiostro è stato versato sul problema della costituzione europea. I tre padri dell’Europa cristiana erano convinti di riuscire a superare gli antagonismi secolari che dividevano tedeschi,francesi e italiani,senza alcun riconoscimento e rinnegando la sua fede cristiana. Papa Benedetto XVI° ha fortemente richiamato i fedeli sui valori delle radici cristiane “Tutti coloro che hanno a cuore l’autentico umanesimo e il futuro dell’Europa sappiano riscoprire,apprezzare e difendere il ricco patrimonio culturale e religioso di questi secoli”. Nel corso dell’udienza generale dell’11 novembre u.s., ha sottolineato l’importanza apportata dalla riforma cluniacense al processo di formazione dell’identità europea,che mille anni fa era in piena attività, contribuendo nel primato dei beni dello Spirito favorendo la promozione dei valori umani ed educando l’uomo verso la pace. I benefici apportati da tale movimento monastico alla società furono: a) assicurare lunghi periodi di belligeranza; b) pena la sanzione canonica nel rispettare le persone inermi e i luoghi santi.Grazie proprio a questo l’Europa si formò dello “Spirito”, come Francia,Italia,Germania,Spagna e Ungheria. Appare indiscutibile che tra i valori fondanti l’Europa,vi sono inalienabili riferimenti ai principi cristiani senza un’identità comune. La storia Occidentale e,quindi dell’Europa,da sempre legata ai principi derivanti dalla cultura e dall’etica cristiana, ha dimostrato la netta volontà di trovare un punto d’incontro e di unione. Ed in questo la chiesa cattolica e il cristianesimo hanno sempre rappresentato uno strumento d’appoggio e di sostegno fondamentale. L’Europa e l’Occidente hanno smesso di considerarsi come luogo di religione e,quindi,perdendo i propri valori di riferimento rischiano di far decadere il nostro Continente, dal punto di vista spirituale. Ciò non vuole significare che le comuni radici cristiane su cui si fonda l’Europa, siano state dimenticate ed oltrepassate,ma devono essere riscoperte in tutta la loro importanza dalle nuove generazioni. Questo ineccepibile richiamo alle radici cristiane dell’Europa non vuole essere un’opzione ideologica,ma è un dato storico incontrovertibile, che nessuno peraltro mette in dubbio. Bisogna a Tutti ricordare che i valori trasmessi dalla storia europea non sono univoci e che accanto alle radici che alimentano lo sviluppo del Medioevo cristiano,esistono altre radici,laiche ed illuministiche,alle quali è legata la nascita della modernità. Anche questo è un dato innegabile,ma che sarebbe fuorviante presentare in termini di pacifica “coesistenza culturale” la cristianità e laico-illuministica. Dall’uomo-macchina di Cartesio a quella grande società-macchina che è stato il novecento si compie e si conclude tragicamente l’itinerario della modernità. Tra il IX° e il XIV° secolo la cristianità diede vigore alla costituzione di un’Europa ancora senza nome,seguendo in particolare due direttrici:la conversione di nuove nazioni e lo sviluppo delle popolazioni cristiane. In conclusione Resta da capire se i tanti richiami, affidati a fiumi di inchiostro e pubblicazioni reperibili in rete, possano trovare nei “politici di turno” ,i quali si richiamano ai principi di fede cristiana,la possibilità di rivalutare i fondamenti della Carta Costituzionale Europea. La costituzione di questa nuova entità continentale parte dell’esistenza dei diversi Stati che attualmente sono presenti nel continente. Ebbene,con profondo rammarico non v’è uno solo di questi Stati che nella propria Costituzione abbia un riferimento alle proprie radici cristiane. Così facendo si è voluto ignorare ed estromettere dalla Costituzione della “Nuova Europa” il Cristianesimo in nome della laicità rinnegando la propria anima. Le forti critiche mosse dal mondo, non solo cristiano-cattolico,dovrebbe essere un monito agli insegnamenti del pensiero cristiano-filosofico di Don Sturzo, riportati nelle sue tantissime opere. Coerentemente al credo e al pensiero,Papa Giovanni Paolo II° nella sua lettera apostolica “Entes in Mandatum”, del 22.3.88, affermava: “L’Europa è cristiana nelle sue radici”. Questi indelebili richiami alle nostre origini cristiane, documentate dalla storicità del continente Europeo, rappresentano per tutti un fondamento storico “incancellabile” del passato, reso saldo nella memoria storica della Nuova Europa. I principi dei nostri fondamenti non sono univoci,in quanto oltre alle radici cristiane esistono anche fondamenti laici ed illuministici i quali è legata la fioritura dell’era moderna. La concretezza ideologica non può però presentarsi in sincronismo culturale tra : cristianità e la laico-illuminista. Quindi appare doveroso sottolineare che rievocare la memoria storica non significa assolutamente imporre il ritorno al passato,ma significa meditare anche criticamente sul passato al fine di prendere coscienza e restituire la valorizzazione dei principi dell’essere cittadini europei, secondo anche una tradizione spirituale. Infine mi piace riportare una cronaca cristiana del’732: un’armata musulmana avanzava a Nord dei Pirenei quando il re franco Carlo Martello, capo dell’esercito cristiano, costrinse gli stessi alla ritirata nei pressi di Pointiers. Questo episodio venne annotato come “ Vittoria degli Europei sugli Infedeli”. L’espressione Europa in questo caso non indica non solo una espressione geografica,ma evidenzia un sentimento religioso e culturale improntato su valori d’identità,condizione necessaria per la nostra Europa che appare smemorata, dimenticando le sue radici cristiane che gli hanno garantito l’umanesimo. L’attuale situazione politica europeista,adottando la nuova costituzione,dovrebbe non solo ricercare la ripartizione ottimale delle competenze fra Commissione e Consiglio dell’U.E.,ma ripensare su come ridefinire l’Europa nel suo telos,nella sua identità,senza apparire come la “hybris imperialistica” europea. La Carta Costituzionale è l’espressione e vincolo di principi e civiltà comprendendo i nostri valori e divenendo “Europa Denial” nella sua identità. Ma questo è un’altra storia… La base del nostro sistema politico è il diritto della gente di fare cambiare la costituzione del loro governo -George Washington-

 

TUSCIA
La presenza dei cavalieri Templari nell’Alta Tuscia La prigione posta sull’Isola Bisentina a cura del Cavaliere del tempio Vincenzo Dionisi della Commenda Nostra Signora di Loreto Guidonia ( nella foto)
Nelle acque del Lago di Bolsena sorgono due isole, di origine vulcanica, denominate “Martana” e “Bisentina”, poste innanzi alle rive ove sorgono le Città di Marta e Capodimonte. L’isola Bisentina prende il nome dal centro abitato, in epoca etrusca, romana e medioevale, di Bisentium. La stessa ha una lunghezza di circa 700 mt. ed una larghezza di circa 500 mt. Il più antico ritrovamento della presenza di abitanti al suo interno, risale alla scoperta, avvenuta nel corso dell’anno 1989, ove venne recuperata dalle acque antisanti la stessa una piroga, la quale è stata fatta risalire all’età del bronzo. Esistono, sulla predetta isola, tracce di presenza degli etruschi e dei romani. La parte che interessa la Storia dei Cavalieri Templari è nel periodo in cui questo lembo di tenne venne riconquistata ed inserita nei domini della Chiesa. Ciò avvenne nell’anno 1261 ad opera di Papa Urbano IV, il quale volle poi darle il proprio nome, denominandola “Urbana”. Sulla stessa insisteva una Rocca, rasa al suolo dai Signori di Bisenzio e poi ricostruita da Papa Urbano IV. La Rocca, oggi, non esiste più, forse a causa dell’opera di distruzione di Ludovico il Bavaro nell’anno 1333, accusato di eresia e scomunicato dalla Chiesa, il quale commise detto gesto in spregio a Papa Bonifacio VIII. In fondo alla Rocca venne eseguito poi uno scavo consistente in una grande vano posto nel sottosuolo ed adibito a carcere, denominato “Malta” (cioè “fango”). Detto carcere, anche se con dubbi, sembra che venne destinato a prigione per gli ecclesiastici eretici o colpevoli di altri reati. Si narra che nella predetta prigione vennero reclusi Angelario, Abate di Montecassino, un gruppo di monaci eretici (si ipotizza che fossero n. 11 sacerdoti di Forlì) ed un Gran Maestro Templare. L’attenzione, nel nostro caso, cade sopra quest’ultima figura. Il nome viene indicato in Ranieri (o Raniero) Ghiberti, e l’anno della prigionia viene indicato nell’anno 1295 oppure nell’anno 1299. Ranieri (o Raniero) Ghiberti potrebbe essere individuato in un Canonico della Cattedrale di Firenze e di Fiesole, Cappellano di Clemente IV, Gregorio X, Martino IV e Bonifacio VIII, Amministratore e Rettore del Vescovado di Fiesole. Si rimettono queste notizie affinché se ne possa giungere ad uno studio più approfondito, stante la rilevanza della figura di tale Ranieri (o Raniero) Ghiberti definito Gran Maestro Templare, nonché per l’esistenza sulla menzionata isola di una prigione ecclesiastica. Si rende altresì noto che ad oggi l’isola Bisentina si può visitare ed appartiene al patrimonio del Principe Giovanni Fieschi Ravaschieri Del Drago. Fr. Vincenzo Cavaliere della Commenda di N. S. di Loreto in Guidonia

 

OPERA
L’Opera del Carro (Ma’sé Merkavah) della tradizione giudaica antica e la sua rinascita nel SATOR templare (Prima Parte). A cura del Gran Precettore M.M. Prof. Francesco Corona.
La mistica ebraica più antica, databile tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C., si propone nelle forme di commentari al primo capitolo del libro della Genesi, Ma’sé Bereshit (Opera della Creazione), e al primo capitolo del libro di Ezechiele, Ma’sé Merkavah (Opera del Carro). Ma fu la Ma’sé Merkavah ad avere la maggiore diffusione tra le scuole misteriche ebraiche dell’epoca. Il misticismo della Merkavah viene anche definito come misticismo del Trono di Gloria e si ispira appunto alle scritture che riguardano il carro di Ezechiele, e alle visioni di Enoch e Isaia. “Il mondo del Trono corrisponde al mondo del Pleroma della Pistis Sofia, con i suoi eoni, le sue podestà e le sue dominazioni.” I documenti cui la letteratura della Merkavah fa esplicito riferimento, risalgono al V sec d.C., ma hanno una origine ancora più arcaica riconducibile alla tradizione orale delle scuole mistiche del primo tempio di Salomone ( 900 a.C.). Il testo più antico, giunto fino a noi, è “I piccoli Hekhalot”, al quale fa seguito l’altro intitolato “I Grandi Hekhalot”. La peculiarità di questi testi è che essi sono privi di elementi esegetici, e che entrambi non sono considerati Midrashim cioè si propongono di dare spiegazioni circa le Sacre Scritture, ma finalizzati a dare spiegazioni sull’ascesi mistica. I saggi della Merkavah tramandavano le proprie conoscenze all’interno di vere e proprie accademie vincolate a ben precise condizioni di ammissibilità. La mistica veniva considerata una scienza vera e propria e doveva essere tramandata soltanto attraverso precise istituzioni e categorie di uomini saggi ricordati anche da Isaia (Is 3,3). Gli appartenenti a questi circoli mistici dovevano aver, precisi attributi morali come citato nei Grandi Hekhalot ; inoltre dovevano presentare particolari tratti somatici del viso. Per questo motivo i nuovi adepti venivano giudicati idonei proprio attraverso le loro caratteristiche fisiognomiche. Gli adepti riconosciuti idonei si accingevano a studiare la Merkavah, e poi ad attuare le tecniche mantriche e psicologiche per attraversare i così detti sette palazzi celesti, sino alla visione del Trono di Gloria di Dio. I “Grandi Hekhalot” davano particolare risalto al pellegrinaggio degli adepti attraverso i sette palazzi o cancelli o porte, per esempio nella gnosi cristiana, un posto considerevole era occupato dai signori delle sette sfere dei pianeti (gli arconti), contrari alla liberazione dell’anima dai vincoli terreni. L’attraversamento delle “porte” necessita di un lasciapassare, di un sigillo magico che metta in fuga i demoni, gli arconti ostili. Questo sigillo, ovviamente, viene cambiato man mano che l’adepto avanza negli studi. “Immerso nella visione estatica il mistico della Merkavah prova al tempo stesso un senso d’inibizione che cerca di vincere usando formule magiche sempre più lunghe e complicate; e ciò è simbolo di una lotta sempre più ardua e lunga per oltrepassare quelle porte chiuse che gli impediscono di procedere oltre.”2 Secondo la Merkavah la recitazione degli inni e delle preghiere era necessaria al pellegrinaggio per il compimento del viaggio. Di questi inni se ne conoscono diversi tipi: alcuni sono delle invocazioni a Dio, altri sono dei dialoghi tra Dio e l’uomo che vive nella Merkavah. La particolarità di queste lodi è rappresentata, poi, dall’uso solenne della lingua, che risulta arricchita da diverse combinazioni di parole e spesso prive di significato oggettivo ma dense di significato mistico. La visione del Carro di Dio, sede della Kabod, della Sua Gloria, circondato dai Cherubini, o meglio dalle Chayyoth, le creature alate, con sembianza di uomo, di toro, di leone e di aquila, sarà la meta delle ascensioni mistiche dei devoti, gli Yoredeh Merkavah (coloro che discendono nella Merkavah). Da queste esperienze nascerà la letteratura degli Hekhaloth , libri nei quali il visionario descrive le sale o palazzi celesti, attraverso i quali la sua anima passa per raggiungere il Trono di Dio. Negli Hekhaloth, gli Angeli giocano un ruolo importante, essi sono i custodi delle porte dei santuari, cantano le lodi di Dio, consentono il passaggio verificando la corretta vocalizzazione di nomi da parte del giusto e accompagnano coloro che sono degni di giungere dinanzi alla Gloria di Dio. Questi scritti attingono ampiamente ai cosiddetti Apocrifi dell’Antico Testamento, e soprattutto al Libro di Enoch, sia ebraico sia etiope, nel quale vengono descritti i cieli e le relative gerarchie angeliche. Gli Angeli in questi testi hanno sembianze umane, diversamente dai Cherubini di Ezechiele e dai Serafini di Isaia; infatti sono descritti come uomini alati: “Accadde che, mentre parlavo con i miei figli, due uomini mi chiamarono e mi presero sulle loro ali. Mi portarono nel primo cielo e mi posero là” (Libro Segreto sul Rapimento Di Enoch il Giusto, III). I testi più antichi ci mostrano gli Angeli intenti a sovrintendere ai depositi delle acque celesti, della rugiada, al corso degli astri, ai venti, ai pianeti, Angeli che guidano il corso dei fiumi, che dominano 1’arroganza dei flutti, che impongono all’universo le sue leggi, permettendo allo stesso di esistere. Altri Angeli conducono il carro del sole; hanno ben dodici ali, governano il tempo, 1’allungarsi e il diminuire dei giorni, le stagioni e i loro mesi. Ma il servizio di gran lunga più importante che gli Angeli svolgono è quello di cantare, senza interruzione alcuna, le lodi di Dio: “Come la voce delle acque nel frastuono dei fiumi, come le onde del mare di Tarshìsh quando il vento del sud le percuote, così è il canto che risuona intorno al Trono della Gloria: esso esalta e loda il Re Glorioso. Un esercito di suoni e un grande fragore in cui molte voci assistono il Trono della Gloria per sostenerlo e rinforzarlo, quando Esso esalta e loda il Possente di Giacobbe, come è detto: Santo, Santo, Santo” (Hekhaloth Rabbatì, IX). Dio creò gli Angeli dalla luce e dal fuoco, secondo il Libro di Enoch: “Dalle pietre feci scaturire un gran fuoco e dal fuoco creai tutte le milizie incorporee e tutte le milizie delle stelle e i Cherubini e i Serafini e gli Ofannim e tutto questo lo feci scaturire dal fuoco” (Libro dei Segreti di Enoch, XXIX). Nelle esperienze estatiche dei mistici della Merkavah il Regno del Trono della Gloria di Dio, è un regno di gioia ma anche di timore reverenziale. Esso è descritto come un’immensa distesa di accampamenti in cui eserciti degli Angeli, fiumi di fuoco, nubi di caligine circondano il Trono della Gloria. le Sante Chayyoth, che sono intorno al Trono stesso, possono guardare il Suo volto: essi si coprono gli occhi con le ali, solo all’uomo puro, al mistico è dato guardare il volto di Dio. “Il Santo Benedetto è glorificato da quattro schiere di angeli ministri: il primo accampamento, quello di Michele, sta alla Sua destra; il secondo accampamento, quello di Gabriele, sta alla Sua sinistra; il terzo accampamento, quello di Uriele, sta davanti a Lui; il quarto accampamento, quello di Raffaele, sta dietro di Lui. E la Presenza del Santo Benedetto sta in mezzo, ed Egli siede su di un Trono elevato ed eccelso. Il Suo Trono sta in alto, e i quattro accampamenti stanno in sale di fuoco e di fiamma. Di fronte a essi stanno le ruote del Trono della Gloria, e le Merkavoth che stanno nel settimo santuario, che è nei cieli (...). Fra un accampamento e l’altro vi sono fiumi di fuoco che passano in mezzo ad essi e poi continuano, ed escono sotto il Trono della Gloria, e ciascuno di essi è profondo come il grande abisso, e la loro larghezza è pari alla larghezza del firmamento. Salgono e scendono e scuotono tutte le schiere, e fra un campo e 1’altro vi sono caligini di purità che li circondano, e fra una schiera e 1’altra vi è una nube di luce davanti e una nube di oscurità di dietro; e le loro ali [degli Angeli che vivono negli accampamenti] sono lunghe come le loro teste, e ammantano di fuoco le loro facce per non vedere e non conoscere 1’aspetto della Shekinah; poiché la Shekinah è presso di loro in ogni luogo. E ognuno di questi angeli è vestito di fiamma e avvolto di manti di fuoco. Essi sono pronti con terrore e timore, a compiere la volontà del loro Creatore” (Massèkhet Hekhalot, VI). Abbiamo visto come la Shekinah è da intendersi come presenza dello Spirito Divino. L’uomo che voglia tentare la discesa nella Merkavah deve innanzi tutto essere in perfetto stato di purità, poi deve conoscere i nomi degli Angeli, posti a guardia delle porte dei santuari celesti, pronunciarli nel modo corretto, deve quindi aver ricevuto una particolare rivelazione. Non è sufficiente infatti trovare i nomi negli scritti antichi, occorre riuscire a pronunciarli. La lingua ebraica ha una scrittura solo consonantica ed è impossibile riuscire a pronunciare un nome se se ne ignorano le esatte vocali: ad esempio nomi come ZHRRY’L, o ’DRW’TH O’N ’YDY PST o TWTRWSY’H O SWRTG, WHDRY’L, SRWYLY’L, così come si trovano nei testi antichi, sono impronunciabili per chi non ne apprenda la pronuncia orale da un maestro oppure ottenga una qualche rivelazione. Nel Libro di Enoch, si trovano i nomi degli Angeli addetti alla cura dei giorni, dei mesi e delle stagioni. Particolare importanza è posta all’Angelo Mik’ael che assume il suo aspetto Metatron ed è spesso identificato con lo stesso Enoch o Ermete Trimegisto soprattutto nelle dottrine esoteriche esso è chiamato Principe del Volto poichè può guardare Dio. L’Alfabeto del cabalista Rabbi ‘Aqivà, riporta l’elenco dei nomi dell’angelo Metatron: “Settanta nomi ha Metatron, che è Enoch figlio di Iared e sono questi: Yhw’1, Yh, Ywpy’1, ’Ppy’1, Mrgyy’1, Gywr’1, Tndw’1, TTndy’1, Ttry’1, Tbtby’l..., il piccolo Yhwh, a nome del suo maestro, come è detto: ‘Poiché il mio nome è in lui’ (Esodo 23,21), Rkrky’el, N’my’l, Sgnzy’1, principe di sapienza”. Settanta nomi ha Dio e settanta nomi ha Metatron, a Lui sono stati consegnati tutti i poteri; Egli è: “Principe della Torah, angelo principe della sapienza, angelo principe dell’intendimento, angelo principe della gloria, angelo principe del palazzo, angelo principe dei re, angelo principe dei notabili, angelo principe dei prìncipi sublimi e eccelsi, numerosi e insigni, che sono in cielo e in terra” . L’idea di Metatron come aspetto di Mik’ael o trasfigurazione di Enoch od ancora come piccolo YHWH, finisce con il prevalere nella tradizione mistica medievale. Metatron diviene il difensore di Israele nel processo celeste dello Yom Kippur (Giorno dell’espiazione), quando tutta la comunità di Israele è giudicata da Dio. E’ sempre Metatron a portare le preghiere di Israele davanti al Trono di Dio e ad intercedere per il popolo, si ravvisa in lui un qualche funzione messianica di Figlio che nello Zhoar lo associerà maggiormente alla figura dell’arcangelo Mik’ael. Per concludere, visto l’alone di mistero suscitato nei secoli , è possibile ipotizzare che le rappresentazioni medievali del SATOR templare (OPERA ROTAS) siano in realtà un richiamo all’Opera del Carro (Ma’sé Merkavah) della tradizione giudaica antica ed alle tecniche psico-fisiche di ascesi mistica ad essa associate. (Parte Prima) Fr. Francesco Corona

 

SOLSTIZIO
Aspettando l’arrivo del solstizio d’inverno tra credenze antiche e mitologia popolare FF G.U. fr.Vincenzo Felice Mirizio Gran Maniscalco del Priorato del Tempio Hierosolimitano di Mik’Ael
Dopo la prima quindicina d’agosto,al fastigio dell’estate,si innestano nuove forze del ciclo dell’anno con visibili stormi meteorici come le stelle cadenti. Questa nuova fase dell’anno,conduce l’uomo alle soglie dell’equinozio d’autunno e del solstizio d’inverno. Nella prima decade settembrina la terra si rinfresca, cadono le prime foglie dagli alberi,la vegetazione svanisce,gli spiriti della natura si ritirano alle radici delle piante. Nel cielo le nubi oscurano le stelle e la stessa luce del sole, mentre la nebbia scende ed avvolge la superfice della terra. L’oscurità scende sempre più fitta sulle teste degli uomini e la terra si chiude come una rosa quando perde i suoi petali. Nel corso dei mesi seguenti la fredda acqua cade e si arrotola in neve mentre il vento gelido segna l’inizio dell’inverno:l’uomo è giunto alla soglia del solstizio d’inverno. Quando la natura decade la terra si spoglia lo spirito umano coniuga la sua energia passando dalla dorata luce dell’estate alla beatitudine del calore concedendo allo spirito umano il giusto vigore del fervore estivo. Quando la luce e la temperatura svigorisce,gli alberi perdono il loro fogliame lo spirito umano, con l’avvicinarsi dell’inverno, pone l’attenzione su ciò che deve realizzare e risolvere per migliorarsi dentro e fuori. I rigori del clima invernale conducono l’uomo a trovare il desiderio di quiete nell’intimo della propria casa,dove arde il fuoco della familiarità, l’attenzione si concentra sullo “Spirito Solare” inteso come la luce interiore che illumina il mondo al calare delle tenebre esteriori. Al solstizio d’inverno la Dea Madre genera il “Fanciullo Solare”,ricco di profonde forze spirituali che conducono l’Uomo all’incarnazione terrena. Con l’inizio del mese di novembre, il clima giunge alle temperature più fredde e l’Uomo deve ritrovare i doveri spirituali e terreni,ricchi di energia necessaria per fronteggiare l’anno che sorgerà dalla oscurità dell’inverno. Il solstizio, in origine, era la festa del Fuoco e del Sole,fin dall’antichità l’uomo manifestava ogni sorta di riverenza verso il sole,identificando in esso la divinità creatrice mentre il fenomeno fisico del fulmine lo considerava una manifestazione irata del divino. La festa della divinità della Luce , riferita a Mitra, celebra la solennità del solstizio d’inverno intesa come la rinascita della natura in concomitanza all’allungamento delle giornate aumenta il tempo di luce sulla terra Il periodo indicato ha subito varie mutazioni nel corso della vita dell’umanità,ad esempio: nella Roma antica si festeggiavano i “Saturnali” in onore di Saturno,simboleggiante il dio dell’agricoltura tra il 21 e il 25 dicembre, i Celti festeggiavano il solstizio d’inverno con la raccolta del vischio, ritenuto sacro dai sacerdoti druidi,i quali utilizzavano il falcetto d’oro per accedendere il fuoco propiziatore. Il termine “solstizio” deriva dal latino “solstitium”,che significa letteralmente “sole fermo” (da sol “sole”, ad esistere, “stare fermo”). Se ci troviamo nell’emisfero nord della terra,nei giorni compresi dal 22 al 24 dicembre possiamo osservare come il sole sembra fermarsi in cielo,fenomeno tanto più accentuato quanto più ci si avvicina all’equatore. In termini astronomici,il sole inverte il proprio moto nel senso della “declinazione”,raggiungendo il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Conseguentemente si osserva che la notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno diminuisce,verificandosi la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. A seguire,la luce del giorno gradualmente tende ad aumentare e il buio della notte diminuisce fino al solstizio d’estate (nascita di San Giovanni Battista) nel mese di giugno. Il giorno del solstizio d’inverno cade il 21 dicembre,ma l’inversione del moto solare diviene visibile tra il terzo/quarto giorno successivo. Il sole in questo periodo giunge nella sua fase più debole come luce e calore per ritornare vivificante ed invincibile sulle stesse tenebre. Questa interpretazione “astronomica” spiega perché il 25 dicembre sia la data celebrativa più diffusa in molti popoli con culture differenti. Quanto riportato permette di comprendere la reale conoscenza degli antichi sulla corretta osservazione dei movimenti astronomici. Questa ricorrenza è diffusa in tutta Europa, nata nel corso della festività di YULE,legata alla celebrazione del sole e della madre terra quando comincia a prepararsi ai primi raggi del sole per meglio rendere fertile la futura semina. Tra i vari miti collegati a Yule si ricorda la battaglia tra il vecchio Re dell’Agrifoglio,simbolo dell’oscurità e della vecchiaia,e il giovane Re della Quercia che richiama la luce del nuovo anno. Il rito di Yule rievocato attraverso il suo ceppo, riunisce ogni anno gli uomini attorno al suo fuoco ardente in ricordo della antica battaglia, ove il Cristo viene simboleggiato dal sole come emblema divino di luce vivificante. A questo punto di svolta del Sole che, dopo essere arrivato al punto più basso del suo percorso stagionale torna ad allungare le giornate, gli antichi Romani un po’ tutte le altre civiltà del mondo anche se in modo diverso associarono la festa della nascita del Sole Invitto, del Sole cioè che tornava a illuminare le giornate e scaldare il suolo. Questa festività segnava la fine del ciclo negativo del Sole e l’inizio di un nuovo periodo stagionale. Per tradizione popolare il Solstizio invernale è associato al 21 di Dicembre, ma non sempre esso si verifica in tale giorno. Come noto l’anno solare è lungo 365 giorni 5 ore e 49 minuti circa, mentre l’anno civile, essendo necessariamente costituito da giorni interi trascura le briciole e si ferma a 365. Questo significa che ogni anno di calendario noi lasciamo per la strada queste briciole determinando uno sfasamento progressivo rispetto ai fenomeni astronomici a ciclo annuale. Per recuperare questo sfasamento, come è noto a tutti, ogni quattro anni viene aggiunto un giorno all’anno civile, riportando così le cose al loro ordine I festeggiamenti del Solstizio d’inverno si protraggono per l’intero periodo Natalizio (Sol Invictis), la mitologia rievoca la notte in cui le streghe tramandano i segreti dell’arte della magia. Il solstizio si colloca a cavallo tra il 21 e il 22 dicembre:il sole è al nadir,il punto più basso ove tocca la linea orizzontale rispetto al parallelo locale. La Bibbia riporta la nascita ufficiale di Gesù Cristo in primavera, collocazione che la Chiesa fin dai primi primordi ha spostato tale evento inserendola nel Solstizio d’inverno,perché è proprio in quel periodo che la Luce si fa strada nell’Oscurità del mondo,riaffiorando nei principi cristiani. Nell’antichità questo periodo rappresentava il passaggio ciclico tra magia e dramma , in quanto l’oscurità prende il sopravvento sulla luce e la natura muore simbolicamente in attesa della nuova resurrezione di speranza . Le giornate seguenti il Solstizio divengono sempre più lunghe. vivificando il potere del Dio sole che cresce e manifestando la potenza della sua luce rigenerante. Tutto ciò ha una valenza magica e propiziatoria centrata sul mito della morte-rinascita. Morte del vecchio per il nuovo,morte del vecchio e usurato Dio sole per la vitalità del nuovo sole fanciullo,morte del seme che viene raccolto nel grembo della madre terra che si accinge ad accoglierlo. Anche la tradizione romana del III° secolo eradicava questo periodo nel culto della divinità popolare parallelamente al cristianesimo segreto. L’imperatore di Roma Aureliano,istituì la giornata del solstizio d’inverno con la grande festa del Natalis Solis Invictis (natale del sole invitto),seguito da riti fantasmagorici, accettati anche dagli stessi seguaci di Cristo. In questa festa di Luce ricca di profondi messaggi esoterici ed iniziatici legati al profondo risveglio interiore, l’uomo passa dallo stato alchemico della NIGREDO per giungere all’oro filosofale del “SOLVE ET COAGULA”: morte e rinascita,purificazione ed elevazione. Il solstizio rappresenta la “porta” un tempo sorvegliata dal guardiano Giano Bifronte e con l’avvento del cristianesimo e stato sostituito dai due Giovanni: il Battista al solstizio estivo e l’Evangelista a quello invernale. Queste due figure sono il simbolo di due dimensioni nel corso dei quali i solstizi si uniscono aprendo le porte favorendo il passaggio della morte simbolica dell’adepto con l’inizio del rito iniziatico. Nel periodo delle celebrazioni e dei festeggiamenti per le festività natalizie,la moltitudine globalizzata con giustificazioni religiose si trasforma nel totale consumismo sfrenato,senza comprendere lo straordinario evento magico che accade con un elevato simbolismo della tradizione primordiale. Il solstizio d’inverno come già riferito è il passaggio dalle Tenebre alla luce,come pochi sanno, molti popoli nel periodo intorno al 25 dicembre celebrano la nascita di esseri soprannaturali : l’ Egitto festeggia la nascita del dio Horo e il padre Osiride. Proprio nel buio della notte è necessario mantenere alta la “fiamma della fede” fino al sorgere dell’alba come segno trionfale della luce sulle tenebre. Nelle carte dei tarocchi la rinascita della luce viene raffigurata dal Bagatt simboleggiante l’essenza dell’uomo nel creare la vicinanza fra spirito e materia. L’iniziatico intraprende l’opera alchemica lavorando con i tre principi e i quattro elementi (tre piedi e quattro angoli del tavolo),in cui l’uomo è rappresentato dal il metallo lavorato e portato allo stato della perfezione :l’oro. Il numero riportato sulla sua carta è il numero “1” ed indica l’immobilità con il suo cappello a forma di otto allungato indicanti il movimento d’elevazione spirituale che conduce alla quadratura del cerchio. Con il solstizio invernale si diviene sensibili nel passaggio dal nulla all’unità,come riportato nel passo biblico di Giovanni Battista (nato nel giorno del solstizio d’estate) riferendosi a Gesù (nato nel solstizio d’inverno) dice: “ Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”. Il simbolismo delle porte solstiziali,corrisponde all’entrata e all’uscita dalla Caverna Cosmica:la prima porta è quella “degli uomini” corrispondente al solstizio d’estate con l’entrata del sole nel segno del cancro,la seconda quella “degli dei” al solstizio d’Inverno con il passaggio del sole nel segno del capricorno. La caverna nell’esoterismo iniziatico indica il momento della totale interiorizzazione dell’essere ossia il luogo della nuova nascita dell’adepto. La seconda nascita si focalizza nel comprendere il significato dei Piccoli Misteri, differenziandosi dalla terza nascita,in corrispondenza dell’uscita della porta solstiziale d’inverno che conduce ai Grandi Misteri.La seconda nascita si focalizza come rigenerazione psichica invece la terza opera direttamente sulla individualità dell’ordine spirituale,in quanto l’iniziato deve, in quel percorso, risolvere la sua individualità trovando la comprensione sovraindividuale. Egli ripercorre tre tappe del processo alchemico: le tenebre si ispessiscono,l’alba si illumina e la fiamma rifulge. Nella visione macrocosmica si ha il passaggio del sole nel segno del cancro,con il solstizio d’estate. Contrariamente,il solstizio d’inverno corrisponde al microcosmo come presa coscienza del fondamento della spiritualità con uscita nella luce. L’importanza della comprensione esoterica deve essere intesa come un riflesso dell’illuminazione che porta un fascio di luce nel buio della caverna, descritta dal mito della “caverna sacra” di Platone la cui fonte è il “sole intelleggibile”. Questo passaggio deve essere interiorizzato nel suo profondo significato esoterico,perché descrive l’esterno immerso nel freddo e nel silenzio a differenza dell’interno che vive grazie alla luce del sole della coscienza dove la mezzanotte dell’anima è pronta per una nuova rilevazione. La luce occulta rigenera e fortifica l’animo dell’adepto dal quale nascerà il nuovo seme,che seminato sotto terra al gelo,freddo e neve darà i nuovi frutti e nello stesso istante germoglierà la nuova coscienza dell’iniziato. I segni invernali del capricorno,dell’acquario e dei pesci indicano un clima di freddezza,silenzio e umidità che viene sciolto dai primi raggi di sole , riportando a risplendere i fiori con l’inizio della primavera. Quando il Cristianesimo si diffuse,vennero conservate le celebrazioni divine sostituendo gli antichi riti con le regole del nuovo credo. Il calendario romano solare,venne adottato dalla Chiesa romana ufficializzando la celebrazione della nascita del Cristo in concomitanza del solstizio d’inverno,già “dies natalis Soli Invicti” (il giorno di rinascita del Sole Invitto) dedicando invece il solstizio d’estate a San Giovanni Battista che aveva battezzato nel fiume Giordano il Cristo Gesù. I Pagani festeggiavano l’avvento del “sole bambino” bruciando il ceppo nel fuoco ed onorando la dea nei suoi vari aspetti di Madre. Nel cristianesimo,l’antica celebrazione continua a vivere nella consuetudine del ceppo di Natale,che si accende con un frammento dell’anno precedente,in quanto i suoi resti proteggono la casa contro fulmini e incendi. Sempre dall’antico ciocco deriva il tronchetto di natale,tipico dolce natalizio. Il vischio,l’agrifoglio ed il sorbo rappresentano le piante ritenute sacre dagli antichi Celti, più l’edera che deve la sua fama a Dioniso,divinità greca dell’oltretomba. Originariamente la vite e l’edera simboleggiavano l’aspetto estivo e quello invernale del dio che, pur non raffigurando Giano bifronte,ha aveva sempre una personalità bivalente. Sappiamo che l’anno celtico è diviso in due metà e le due “porte” della natura (rappresentate da Samhain e Beltane) introducono rispettivamente alla parte oscura e alla parte luminosa dell’anno. Imbolc, che per tradizione si celebra nella notte fra il 31 gennaio e il 1° febbraio, scandisce il tempo intermedio fra buio e luce, è una fra le quattro festività principali dei Celti e celebra ritualmente l’arrivo della primavera. Il Cristianesimo è riuscito a trasferire a sé tali pratiche religiose, modificando la "nascita del sole" con la "nascita di Cristo", e la "luce solare" con la "luce divina del Figlio di Dio". Il sincretismo si compì lentamente, finché la notte tra il 24 e il 25 dicembre, cioè la "nox postsolstiziale" che coincideva con l'occasione in cui ormai da secoli si festeggiava una luminosa genesi astrale, divenne anche la notte della nascita di Cristo. Insomma tra il IV° e il V° secolo la Chiesa romana, preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari e soprattutto dal mithraismo, che con la sua morale e spiritualità, non dissimile dal cristianesimo, poteva frenare se non arrestare la diffusione del vangelo, pensò di celebrare nello stesso giorno del Natale del Sole (Sole Invictus) il Natale del Cristo, come vero Sole. Quanto all'accostamento di Cristo al dio Sole Mithra (culto più antico dell'Antico Testamento di quasi 500 anni) fu abbastanza facile. Giovanni nel Nuovo Testamento affermava "...in Lui era la vita e la vita era la Luce, la Luce che splende nelle tenebre, la Luce vera che illumina ogni uomo" (Giovanni 1,4-5 e 9). Tertulliano che scrisse su quasi tutti i problemi che agitavano la Chiesa del tempo, e che coniò molti concetti che dovevano poi essere alla base della dottrina della Trinità e della cristologia, scriveva "...ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perché è un fatto notorio che noi preghiamo orientati verso il Sole che sorge e che nel Giorno del Sole ci diamo alla gioia, a dir il vero per una ragione del tutto diversa dall'adorazione del Sole" (Tertulliano, Ad Nationes I, 13). E Tertulliano con queste parole tornava all'Antico Testamento dove il Messia veniva preannunciato dai profeti come Luce e Sole. Isaia scriveva "Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande Luce e su coloro che abitavano la terra tenebrosa una Luce rifulse" (Isaia 9,1). Altrettanto scriveva Malachia "Sorgerà con raggi benefici il Sole di giustizia" (Malachia. 3,20). -Fonte rinascita del sole cristiano. La scelta del freddo e ghiacciato febbraio, come inizio della primavera, si spiega con le concezioni spirituali più profonde degli antichi Celti, per i quali ogni cosa iniziava nell’oscurità e veniva generata nei luoghi più intimi e nascosti, nel ventre profondo della Dèa. A tal proposito vi è un proverbio – “sotto la neve pane, sotto la pioggia fame” – che illustra molto bene lo stato di maternità della natura in questo periodo: i semi stanno per germogliare sottoterra, la pioggia a causa delle gelate potrebbe comprometterli o distruggerli.Ogni Cavaliere puro di cuore deve meditare sull’antica tradizione in cui il simbolo della nuova rigenerazione cosmica è rappresentato dal sole e dalla luce congiunti nell’essenza immortale dell’essere umano. Con la notte del solstizio d’inverno,simbolicamente è possibile accedere alla via ascendente in cui l’uomo può, se lo desidera nel suo profondo, percorrere la strada della risalita spirituale. Quando la notte domina, il ritorno alla luce permetterà la raggiante rinascita spirituale. Dunque il solstizio d’inverno rappresenta la via dell’elevazione spirituale simboleggiata dal sole fermo all’orizzonte pronto per ricominciare la risalita, portando la Luce a vincere le Tenebre è rafforzando lo Spirito a vincere Materia. In questo momento è fausto (propizio) per seminare il seme nella direzione desiderata dalla tradizione interiore. Il fondamento è quello di ottenere la pace interiore riuscendo ad operare una rivoluzione della propria coscienza. Tutto ciò deve mirare a consolidare i validi principi della Società dell’essere e non dell’apparire,impegnandosi nel rieducare i vari ordini sociali verso l’amore,la fraternità e la giustizia. Oggi manca il valore e la volontà di instaurare tra i vari popoli di ogni ceto culturale e religioso il riconoscersi tutti uguali e figli della stessa” Essenza Divina” uniti nel comune viaggio verso la pace. Purtroppo viviamo nel momento della grande avversità verso la quale accentriamo la nostra bramosia del possesso,dell’egoismo, dell’avidità e della violenza facendo venir meno il senso filosofico della vera democrazia, non riuscendo ad estirpare definitivamente il male della nostra società che continua a vivere incondizionatamente. La vera sfida da compiere oggi e quella di formare le coscienze secondo un modello di vita che sappia veramente additare un’etica capace di generare la ferma volontà ad alzare lo sguardo dal materialismo. Partendo da questa meditazione, speriamo, che la nuova luce propiziatoria, risvegli i nobili valori dell’uomo con la speranza che questo nuovo solstizio d’inverno, giunto ormai alle porte , semini in ognuno di Noi “il seme della speranza”. “Comanda persino gli spiriti impuri e gli obbediscono” Mc 1,21-28

 

JERUSALEM
Gerusalemme la” Terra Santa” dei conflitti delle Religioni Monoteiste Aspetti di geopolitica della contesa Israeliana-Palestinese FF G.U. Fr.Vincenzo Felice Mirizio Gran Maniscalco del Priorato del Tempio Hierosolimitano di Mik’Ael
La nascita di Gerusalemme risale a più di 5000 anni fa. Nel 3500 a.C. alcuni gruppi di pastori nomadi scoprirono una sorgente d’acqua dolce ai margini del deserto, sulle prime pendici delle colline delle Giudea, e intorno a questa preziosa fonte costruirono una serie di ripari stagionali per sé e per le greggi. La sorgente era quella di Gihon, nella Valle del Cedron (o Kidron); il piccolo insediamento divenne presto una modesta cittadina, che il popolo cananeo dei Gebusei battezzò in seguito Uru-Shalim, dal nome del dio Shalem: ancora oggi in ebraico la parola shalom significa pace. I Gebusei nel XV-XIV secolo a.C. circondarono la città di spesse mura per proteggerla dagli assalti delle popolazioni vicine fino all’VIII secolo avanti Cristo. Tuttavia, nei suoi primi secoli di vita, Uru-Shalim era un centro modesto, un gruppo di poche case senza grande rilevanza economica o strategica. Intorno all’anno 1000 a.C., il giovane re David - il Davide eroe della Bibbia - decise di conquistare la piccola città gebusea, e di farne la capitale del nuovo Regno di Israele.Davide fortificò la città, ne arricchì lo splendore architettonico, e la battezzò con un nome destinato a durare nei millenni: Gerusalemme. Dopo Davide, la responsabilità del regno, passò nelle mani del saggio re Salomone, che diede un nuovo impulso alla crescita della capitale: Salomone profuse tutto il suo talento di amministratore e tutta la sua capacità creativa per fare di Gerusalemme la più ricca e potente città di Israele; a lui si deve la costruzione del Primo Tempio e una serie di edifici grandiosi e solenni formanti il complesso della sua reggia. Tutte le testimonianze archeologiche, comunque, confermano che durante il regno di Salomone, il Tempio era il maggior luogo di culto del Paese, e che nelle feste principali era frequentato da migliaia di fedeli provenienti da tutto il territorio di Israele. Alla morte di Salomone, nel 931 a.C., il regno si divise in due parti: a nord Israele, e a sud il regno di Giuda, con Gerusalemme capitale (fonte sapere). Gerusalemme rappresenta un luogo di enorme importanza simbolica per le tre religioni monoteistiche, tre culture in cui la storia riporta da sempre un conflitto cruento. In questa Terra troviamo tre modi diversi di essere,di vivere,di pregare e di sentire. L’antichissima storia di questa città fa convergere il simbolismo dell’ebraismo,cristianesimo e islamismo intrecciando miti,tradizioni,culti e profezie legati nelle vicende che hanno determinato forti ostilità tra le stesse, invece di essere progenitrici di sincretismo e tolleranza. Da sempre la Terra Santa fu meta di continui pellegrinaggi per ripercorrere i luoghi della passione di Cristo, e nel IV° secolo gruppi di religiosi, a seguito di San Girolamo, fondarono in Gerusalemme una comunità con l’obiettivo di fornire la guida alla visitazione dei luoghi sacri. Oltre alle semplici spedizioni spirituali, la città cominciò ad essere meta anche di viaggi politici vedendo capostipite la madre di Costantino, nella ricerca dei resti della croce di Cristo.Il luogo più antico e sacro di Gerusalemme (Città Vecchia) è la Roccia del Tempio,su cui sorge la grande cupola dorata presso la moschea Al-Aqsa risalente al 691, periodo del Califfato di Damasco.La Cupola della Roccia poggia sulla simbolica edificazione ottagonale,che ricorda il profeta Maometto nel suo Viaggio Notturno “per mostrare a lui alcuni dei nostri segni” (Corano,Sura XVII). Su quelle fondamenta, secoli prima, era stato costruito il Tempio di Erode il Grande,teatro di molti episodi della vita di Cristo,distrutto dalle legioni romane nell’anno 70, su cui ancora prima sorgeva il Tempio di Salomone,abbattuto dai Babilonesi nel 588 a.C. Ripercorrendo la storia si evidenzia in questo stesso luogo anche il Monte Moriah ove Abramo si recò per eseguire l’estremo sacrificio del figlio Isacco. Dunque proprio la Roccia è la principale protagonista di ogni evento in cui il destino del mondo sembra concentrarsi su di essa,trasformatasi nei secoli in un luogo circondato da posizioni belliche e strategie divisorie. Proprio in cima al monte c’era la spianata rocciosa trapezoidale (visibile sotto la Cupola della Roccia) con il primitivo aspetto del rilievo assomigliante ad un tronco di cono su cui venivano recitate le preghiere al Divino. Sul monte si immolavano le vittime sacrificali,si meditava sul Cosmo,sulla creazione dell’uomo e del mondo ed era considerata all’epoca come oggi la Montagna Sacra più antica dell’umanità. Le diverse confessioni religiose e le tante profezie custodiscono la sede degli estremi eventi dell’Armageddon,considerato il luogo della conversione universale della lotta finale fra il bene e il male e della venuta del Mahdi (Messia). Su questa Sacra Pietra si saliva per dare alla Coscienza un nuovo respiro per far sbocciare lo Spirito dell’Uomo,prima di divenire la bramosia del possesso e del materialismo di oggi. Ponendo in essere un’attenta riflessione sulla Terra Santa di Gerusalemme,indipendentemente dalla propria fede religiosa o ateismo,è ammirevole ripercorrere la Storia e la tradizionalità culturale degli Ebrei,Cristiani e Musulmani, nei rispettivi quartieri. Dalla porta di Jaffa all’inizio della Cittadella di Gersusalemme, dirigendosi a suq,vi solo lunghi e stretti corridoi di mercati dove vendono qualsiasi articolo,la città è vivace,frenetica e variopinta.La particolarità dei loro articoli sono le Croci Cristiane,Menorah (candelabro a 7 breccia),i Kippah (copricapo degli ebrei maschi),chador (indumento femminile islamico). I vari quartieri ed in particolar modo gli ingressi alle zone musulmane ed ebree sono presidiate da militari.Il luogo che richiama molti pellegrini è il Muro del Pianto, luogo sacro dell’Ebraismo, che secondo la Bibbia custodisce l’Arca dell’Alleanza nella quale sono serbate le Tavole della Legge. In questo luogo i fedeli pregano con le mani poggiate sul muro ponendo nelle fessure dello stesso i biglietti contenenti le loro suppliche. Alle spalle del Muro del Pianto,vi è il quartiere Islamico con la “Spianata delle Moschee” in cui viene fatto divieto di entrata ai non musulmani. Lateralmente alla Piazza del Muro sono ubicate le fontane per le abluzioni dove gli ebrei si lavano le mani prima della recita delle preghiere,stesso rituale dei musulmani nelle loro moschee. Al centro esiste un piazzale che può accogliere ben 250.000 fedeli. È qui che avvenne il sacrificio di Isacco e che Salomone fece costruire il Tempio distrutto da Nabucodonosor,ricostruito dal re Erode (verso il 20 a.C.), poi nuovamente distrutto da Tito (nel 70 d.C.). Il Muro occidentale costituisce l'unico resto di questo Secondo Tempio. I giudei pregano recitando le Sacre Scritture, ma anche i laici della diaspora, si ritrovano su queste rovine, simbolo della nazione ebraica. Sei grandi fiamme conservano il ricordo dei sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti. Con l'accompagnamento di una guida, scoprirete le vestigia della città erodiana e imboccherete un lungo tunnel scavato ai piedi del Muro occidentale. Dalla piazza si intravede il Monte degli Ulivi, che sovrasta la zona orientale della città,e che ove la tradizione cristiana lo riporta come il luogo in cui Gesù trascorse la sua ultima notte prima di essere arrestato. Il Monte degli Ulivi accoglie il più antico e vasto cimitero ebraico del mondo,e numerosi santuari. Si visita in seguito il giardino del Getsemani,basilica di Tutte le Nazioni e dove Cristo fu arrestato, che ospita la roccia sulla quale Gesù passò le sue ultime ore, prima dell’arresto; la grotta del Getsemani, dove Giuda l'avrebbe tradito, ed infine la cripta bizantina, che accogliere la tomba della Madonna. Il Monte degli Ulivi domina dall'alto la parte orientale di Gerusalemme, oltre la Valle del Cedron, al di là delle cupole dorate dell'Haram esh-Sheriff. Da qui si gode uno dei panorami più celebri di Gerusalemme: vista dall'Har Ha-Zetim la Città Vecchia, al tramonto, rifulge di mille tonalità calde come le sue antiche pietre, l'oro delle moschee, il verde dei giardini e delle palme che svettano da dietro i muri dei quartieri medievali. Per chi lo osserva dall'Haram esh-Sheriff il Monte degli Ulivi è più simile, forse, a una piccola foresta di chiese, fitta di campanili e di cupole, è qui che i religiosi di tutte le confessioni hanno costruito le loro chiese più significative o più grandi, come la Basilica dell'Agonia (di origine bizantina e poi crociata, e ricostruita nel XX secolo), la Basilica del Pater Noster o la chiesa del Monastero russo ortodosso di Santa Maria Maddalena, che con le sue cupole a bulbo riflette lo stile dell'architettura russa del secolo XV (anche se, come tutte le chiese del Monte degli Ulivi, è stata costruita solo nel secolo scorso). Sul Monte degli Ulivi, sorge infine il più grande e più antico cimitero ebraico di Gerusalemme, che ospita tombe del periodo gebuseo del II millennio a.C. (il cimitero è stato poi abbandonato nel 135 d.C.); qui la tradizione cristiana ha posto infine il luogo dell'Ascensione, costruendo una cappella, ora trasformata in moschea, sul punto esatto in cui Gesù Cristo avrebbe lasciato l'orma del suo piede sinistro prima di abbandonare per sempre la terra. Il Santo Sepolcro è il luogo di devozione dei Cristiani,situato nel quartiere cristiano della Città Vecchia, riunisce i tre momenti fondamentali della vita santa di Gesù Cristo: la morte, la sepoltura e la resurrezione. Al tempo di questi eventi il sito del Golgota (Calvaria, in latino) e del sepolcro erano situati fuori dalle mura; nel 41-44 d.C. Erode Agrippa fece costruire il terzo muro che consentì di integrarli nella città. L'imperatore Costantino, dopo il Concilio di Nicea (325), fece abbattere il Tempio a Venere-Ishtar (fatto edificare dall'imperatore Adriano) e al suo posto vi fece erigere il Martiryon, un'ampia basilica a cinque navate, e l'Anàstasis (resurrezione, in greco), un'edicola a pianta centrale con cupola.Secondo la tradizione, la madre di Costantino andò a Gerusalemme e sul luogo del sacro sepolcro scoprì la Croce, simbolo di santità per eccellenza.Nel 614 i Persiani incendiarono il Santo Sepolcro conquistando la sacra Croce. Dopo quattordici anni l'imperatore Eracleo sconfisse i Persiani, restituendo la Croce a Gerusalemme e facendo ristrutturare la chiesa.Nel 1099 il califfo el-Hakim Be-Ammar Allah la distrusse. L'imperatore bizantino Costantino Monomaco fece restaurare la parte che restava dell'Anàstasis e costruire una cappella per tutelare il Calvario. Per la basilica non poté fare niente, perché era stata completamente rasa al suolo. In seguito alla conquista di Gerusalemme da parte dei Crociati, dal 1099 al 1149 fu costruita un'unica chiesa che comprendeva i siti del Calvario, della sepoltura e della resurrezione di Gesù Cristo.Il nuovo edificio era costituito dall'Anastàsis ristrutturata unita ad una chiesa crociata con tre cappelle. Anche il Calvario era incorporato alla costruzione. Sulla nuova facciata fu edificata la torre campanaria a cinque piani. Nel secolo XVIII la cupola venne ristrutturata. IL Santo Sepolcro,o Chiesa della Resurrezione, è un edificio religioso ubicato nel quartiere cristiano della Città Vecchia che la tradizione riporta come il luogo in cui Gesù fu crocefisso,sepolto e resuscitato. Proprio da questo luogo si snoda la Via Dolorosa, un percorso affollato da processioni e suddiviso in quattordici Stazioni indicanti il tragitto della passione di Gesù dal Pretorio al Monte Golgota.La tradizione della Via Crucis è molto antica, e risale al tempo delle crociate subendo nel corso del tempo molte varianti fino a giungere, oggi, all’attuale percorso in seguito alle scoperte archeologiche e storiche. La Via Dolorosa è un itinerario di preghiera di origine medievale che ripercorre, suddiviso in 14 Stazioni, il percorso di Gesù Cristo dal Pretorio al Golgota, snodandosi tra le case di pietra del quartiere musulmano per approdare all'atmosfera solenne, agli ori e all'incenso del Santo Sepolcro. Fin dal secolo XII i religiosi di Gerusalemme avevano preparato dei percorsi per i pellegrini rappresentati dai luoghi della Passione di Cristo. In realtà, sia il tracciato della Via Dolorosa sia il numero esatto delle stazioni hanno subito nei secoli un buon numero di variazioni e ripensamenti: all'origine la processione prevedeva solo sette tappe, poi portate a 14 nel XVI secolo per soddisfare le esigenze dei pellegrini medievali, che in Europa avevano già adottato la Via Crucis più lunga. Anche il punto d'inizio è stato spostato più volte, e ha preso l'assetto attuale solo quando si è creduto di identificare l'area del Pretorio con la zona della Torre Antonia (secolo XVI, ma l'identificazione è ancora controversa); il punto della II stazione (Imposizione della Croce, parete esterna della cappella della Condanna) è stato fissato solo nel 1914. Anche se su alcune stazioni non vi è accordo tra i cattolici e i Cristiani di rito ortodosso. Stazione 1: Una cappella rappresenta il luogo dove Cristo fu flagellato e gli venne consegnata la croce Stazione 2: Girate in Al-Wad Road, è il luogo della prima caduta di Cristo Stazione 3: Gesù incrocia lo sguardo di Maria Stazione 4: si svolta nella Via Dolorosa, Gesù viene aiutato a portare la croce Stazione 5: Il volto di Gesù asciugato con un panno Stazione 6: La seconda caduta Stazione 7: Pietra con la croce latina, qui Gesù invitò le donne a non piangere. Questa stazione segna una deviazione di percorso e occorre tornare indietro sulla via Dolorosa per proseguire. Stazione 8: L’ottava stazione è una deviazione nei pressi della Basilica del Santo Sepolcro, qui Cristo cadde per la terza volta Le successive 4 stazioni si trovano nella sezione superiore della Basilica del Santo Sepolcro, dove Gesù è stato svestito, inchiodato, crocefisso ed è infine morto. La tredicesima e ultima stazione è nella cappella del Santo Sepolcro, sempre all’interno della Basilica. Santo Sepolcro. Nell'uscire dalla città attraverso una porta si dice che Gesù inciampò e cadde. La Lettera agli Ebrei ricorda l'uscita di Gesù attraverso una porta (Ebr 13,12). Il nome di "Giudiziaria" datole dai pellegrini non possiede fondamento storico. Pensando a Gerusalemme ci si ritrova semplicemente nel mistero di Dio e nella storia dell’umanità. Pur rimanendo il centro del Giudaismo è diventata il centro della cristianità e il luogo di culto della religione Islamica. Nell’era moderna,i fedeli delle tre religioni,il giudaismo,il cristianesimo e l’islamismo rivendicano a gran voce i loro diritti di possessione. La Terra Santa di Gersusalemme,avrebbe dovuto unire e raccogliere i credenti in Dio,e invece,nel corso dei secoli, e ancora oggi, questo luogo rappresenta il centro dei conflitti,in cui si dice di combattere per Dio,o meglio per dominare i luoghi Santi che rievocano la storicità delle memorie religiose di ciascun popolo che vi abita. Gerusalemme doveva essere il luogo della riconciliazione e di pace per tutta l’umanità, invece resta incapace di donare pace e speranza ai suoi abitanti ed ai tantissimi pellegrini che vi giungono. L’esperienza storica dimostra l’impossibilità per uno Stato o per un Governo di garantire la libertà a Gerusalemme,in quanto ognuno di essi chiude e apre la città a seconda delle proprie iniziative in tema di sicurezza.La motivazione religiosa conduce all’esclusivismo o in parte alla supremazia umana di un popolo rispetto agli altri vicini divenendo impossibile la vocazione universale di una città di pace e armonia tra i residenti. I Cristiani sono presenti in Terra Santa da 2000 anni, diventati nel corso dei secoli una fascia di netta minoranza rappresentando la terza comunità dopo gli ebrei e i musulmani. I cristiani israeliani appartengono a Israele,i cristiani palestinesi appartengono alla Palestina facendo parte anche loro dell’immane conflitto esistente, pur avendo gli stessi diritti e doveri di qualsiasi altro cittadino. Considerando l’universalità di Gerusalemme,la comunità internazionale è stata più volte coinvolta nel creare le condizioni per stabilire la pace fra le popolazioni. La città è troppo preziosa per dipendere unicamente dalle autorità politiche governative locali,ma dovrebbe considerare la necessità di una malleveria internazionale coinvolgendo nello stesso obiettivo i cinque componenti della Città Santa:due popoli e tre religioni. Dunque spetterebbe ai due popoli interessati,israeliani e palestinesi, unitamente alle religioni coinvolte,giudaismo,cristianesimo e islamismo, definire lo statuto particolare di reciproca convivenza e di rispetto per garantire l’anelata pace. Solo così la città di Gerusalemme potrebbe nel tempo divenire la “Capitale” dei due popoli e dei due Stati ritrovando nel reciproco riconoscimento la ragione per diffondere la fratellanza tra i popoli. Fino a quando la questione di Gerusalemme non verrà risolta, le ostilità,le diatribe e l’odio persevereranno sui territori della città. Occorre sottolineare che qualunque soluzione imposta con la forza non condurrà mai alla pace, anche se potrà dare una condizione di temporanea stabilità, ci saranno sempre onte di violenza. Senza un proficuo cammino di giustizia ogni tentativo rimarrà vano e isolato perché la politica del “fatto compiuto” non condurrà mai ad una pace solidale poichè non richiama alla giustizia. L’attività diplomatica della Santa Sede (S.S.) distingue, senza scinderli, tre aspetti fondamentali del dissidio di Gerusalemme: 1) il conflitto sulla sovranità e la tutela del suo significato religioso e culturale,la S.S. ritiene tale conflitto una questione di giustizia che deve trovare in entrambi le parti la soluzione,riservandosi,per la sua autorità morale,il diritto di esprimere il parere sul rispetto della giustizia e sulle soluzioni apportate. 2) Riconosce la posizione della comunità internazionale e le risoluzioni dell’ONU. 3) La S.S., in merito al significa religioso e culturale, chiede che la principale zona della Città Vecchia,con i luoghi santi e le comunità umane e religiose risiedenti,siano rispettati insieme ai diritti di libertà,fede e coscienza, anche per i pellegrini di tutto il mondo. Chiede altresì una parità di diritto e di trattamento per tutte tre le religioni monoteistiche con libertà di accesso alla città santa per i cristiani locali e per i pellegrini. Per poter attuare tutto ciò propone per la città uno “statuto particolare con garanzie internazionali”. Le stesse Chiese di Gerusalemme si sono espresse sulla posizione della Città Santa nel loro Memorandum Comune del 23 novembre 2004, trovandosi in sintonia con la S.S. In relazione al conflitto sulla sovranità loro esprimono che i due popoli interessati,israeliani e palestinesi,devono essere uguali nei diritti e nei doveri inclusa la stessa sovranità. La cronistoria ci insegna che Gerusalemme per divenire una “Città di Pace” non deve essere il dominio di un solo popolo o di una esclusiva religione,ma deve essere condivisa da tutti ed aperta a tutti,solo questi due passaggi possono garantire una visione universale della città. Questa condivisione potrà aiutare coloro che detengono il potere a comprendere l’attaccamento degli altri per la Città accettando di conseguenza il principio di comunicabilità tra le varie etnie esistenti in loco. Il raggiungimento di questo importante obiettivo segnerà Gerusalemme come simbolo nazionale di due popoli con le loro tre religioni, donando i propositi per la nascita della Capitale spirituale dell’umanità. Il giorno in cui questa “soluzione” sarà da tutti accettata, Gerusalemme cesserà d’essere il centro dei conflitti, divenendo il luogo Santo in cui tutti i contrasti troveranno il loro giusto appianamento. Breve analisi storico-politica Etimologia Il nome "Palestina" deriva dal Greco "Phalaistine" e sta a indicare la terra dei "Filistei", popolo indoeuropeo proveniente dall'area egeo-balcanica, che si stabilì nel tratto costiero da Gat a Gaza all'inizio del secolo XII a.C., fondando cinque città sulle quali dominò fino al VII secolo a.C., quando perse la sua individualità politica ed etnica, fondendosi con altri popoli.Il nome Palestina fu rispolverato dai Romani molti secoli più tardi quando, dopo la repressione della seconda rivolta ebraica nel 135 d.C., rinominarono la terra d'Israele provincia romana di "Syria Palestina"; alla città di Gerusalemme imposero il nome di "Aelia Capitolina" e fu vietato agli Ebrei di entrarvi, allo scopo di cancellare, dalla regione, ogni segno della loro presenza. Il territorio del Mandato Britannico di Palestina era suddiviso in due parti dal corso del fiume Giordano che sarebbe dovuto diventare il confine fra i due futuri stati: Transjordan Arab Land (Giordania), con popolazione a larga maggioranza araba, oltre che beduina ashemita; Palestine Jewish National Home (Israele), con popolazione a maggioranza ebraica, oltre che una consistente minoranza araba, beduina, drusa, circassa, ecc.. La Cisgiordania (lett.” la parte al di qua del Giordano”, è un territorio senza sbocco sul mare sulla riva occidentale del fiume Giordano, in Medio Oriente. Ad ovest, nord e sud confina con Israele, a est, oltre il fiume Giordano, confina con la Giordania. Dal 1967, a seguito della guerra dei sei giorni, la maggior parte della Cisgiordania è sotto occupazione militare israeliana. L'Autorità Nazionale Palestinese , in sigla ANP, è un'istituzione stabilita per disciplinare il controllo di determinate aree nella Striscia di Gaza ed in Cisgiordania Col termine Striscia di Gaza si indica un territorio palestinese confinante con Israele ed Egitto nei pressi della città di Gaza. Si tratta di una regione costiera di 360 km² di superficie, popolata da circa 1.400.000 abitanti di etnia arabo palestinese.[1] Quest'area non è riconosciuta internazionalmente come uno Stato sovrano, ma è reclamata dall'Autorità Nazionale Palestinese come parte dei Territori palestinesi. Dalla battaglia di Gaza del 2007 il governo della striscia è oggi nelle mani dell'organizzazione palestinese Hamas. L'Egitto ha governato la Striscia di Gaza tra il 1948 e il 1967, ed oggi controlla la propria frontiera meridionale tra il deserto del Sinai e la Striscia di Gaza, dalla quale è diviso dalla Philadelphi Route. Israele ha governato la Striscia di Gaza dal 1967 al 2005, dopo si è ritirato. Ai sensi degli accordi di Oslo firmati tra Israele e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Israele mantiene il controllo militare dello spazio aereo della Striscia di Gaza, delle frontiere terrestri (attraverso la barriera tra Israele e la Striscia di Gaza) e delle acque territoriali La suddivisione del territorio di Palestina fra Ebrei e Arabi non avrebbe comportato alcuno spostamento umano, ma si sarebbe limitata ad inserire una frontiera di Stato lungo il corso del fiume Giordano. La Storia ci racconta che poi le cose sono andate molto diversamente. Il confine della zona araba venne spostato dagli Inglesi, sotto ricatto petrolifero, sempre più verso il mare, fino ad arrivare al piano di spartizione proposto dall'ONU nel 1947 che proponeva uno Stato ebraico minuscolo e spezzettato in tre tronconi, di cui il più esteso formato dal deserto del Neghev. Tale suddivisione (figura a lato) fu ugualmente accettata dagli Ebrei, senza riserve; però non fu accettata dagli Arabi, i quali non soddisfatti di allargare i propri confini ben oltre il fiume Giordano, pretendevano il possesso dell'intera regione. Alla fine del Mandato Britannico nel maggio del 1948, truppe arabe formate da eserciti regolari e da volontari nazionalisti panarabi provenienti da ogni parte sferrarono un attacco militare su tutti i fronti al nascente Stato d'Israele. Alla fine del conflitto, la situazione era come nella cartina a lato, con la striscia di Gaza annessa all'Egitto, e la Cisgiordania inglobata dalla Giordania insieme a Gerusalemme, a formare il Regno di Transgiordania. Questa situazione è durata fino al 1967 (fonte IL Cannocchiale). Nel 1967, con la Guerra dei Sei Giorni, Israele prese sotto il suo controllo la Cisgiordania, Gaza, la penisola del Sinai e le Alture del Golan. "Gerusalemme venne riunita sotto l’autorità d’Israele: si iniziò immediatamente a ricostruire il quartiere ebraico della Città Vecchia e le famiglie arabe, che avevano occupato le case degli ebrei espulsi dagli arabi nel 1948, vennero a loro volta allontanate. Gli ebrei poterono così tornare a pregare al Kotel (il cosiddetto Muro del Pianto, presso cui, dal 1948 al 1967, gli Arabi avevano tassativamente proibito non solo agli Israeliani, ma a tutti gli ebrei del mondo di pregare)" (Santus, 2002). Il conflitto israelo-palestinese spesso si concentra sul tematiche più forti,tendenzialmente militari e politiche. La natura molto particolareggiata del conflitto si alimenta dalla convergenza di molti fattori: culturali,religiosi,sociali,economici che trovano le loro radici nella quotidianità degli abitanti che sono coinvolti nella contesa. La questione politica e militare vive fasi alterne e spesso seguite da lunghe pause di calma apparente,infatti i mutamenti della trasformazione demografica contribuiscono a trasformare le qualità della società,e di conseguenza alterando l’esile equilibrio fra i due fronti.La risultante di questo fenomeno è un’articolato connubio fra demografia e vicende geopolitiche,influenzando i trend demografici,ma nello stesso frangente condiziona la politica in virtù dell’unione che esiste tra sviluppo della popolazione e le trasformazioni socioeconomiche e ambientali che non possono rispondere alla strategia dell’ espansione dell’abitato. Analizzando nello specifico questa realtà,l’aumento della popolazione araba e ebraica della Città di Gerusalemme trasferisce nella politica, tramite la dialettica fra maggioranze e minoranze, i possibili rapporti di forza conseguenti,fino a creare l’identità fondamentale. Lo studio attento della demografia segna sensibilmente le diverse opportunità di vita offerta nel contesto sociale del luogo,in cui la particolarità della condizione di Gerusalemme, scaturita da motivazioni sociali,religiose e culturali,crea molte divaricazioni per lo più di tipo religioso che amministrativo.E’ proprio l’impossibilità all’espansione urbanistica, che il territorio non offre, getta l’aspra contesa su Gerusalemme. Come la storia riporta, Gerusalemme è sempre stata al centro dei fuochi di conflitto arabo(palestinese)-israeliano,in virtù dell’elevato valore simbolico custodito dalla città sia per il mondo islamico e sia per la religione ebraica. La vicenda culturale e religiosa della città è sempre stata al centro di occupazioni,contese,guerre che hanno apportato molteplici varianti ai confini municipali. Per meglio comprendere l’attuale assetto geopolitico si riporta un breve excursus. Lo storico avvenimento che cambiò le sorti della Terra Santa sono senza dubbio rappresentate quando, nel novembre del 1948 in seguito al mandato britannico,l’ONU votò la risoluzione 181 che prevedeva la divisione della Palestina in uno stato Arabo ed uno stato Ebraico,con un’enclave internazionale che comprendeva Gerusalemme e Betlemme.Il netto rifiuto palestinese e i successivi discordi generarono il primo conflitto arabo-israeliano,al termine del quale,il 14 maggio 1948,la Jewish Agency emanò la costituzione dello Stato di Israele, racchiudendo sotto il suo dominio l’85% di Gerusalemme conquistato durante il conflitto bellico.L’esercito arabo-giordano assunse il rimanente controllo dei luoghi santi compreso l’11% di Gerusalemme (Città Vecchia e i Villaggi circostanti). Le Nazioni Unite si assicurarono il 4% del restante territorio,dove fu istituita una zona di controllo internazionale. La condizione ufficializzata, con la cessazione del conflitto bellico del 1949, vide la suddivisione in due parti della Città,in cui il primo ministro israeliano Ben Gurion, nello stesso anno, enunciò che la parte di Gerusalemme conquistata durante il conflitto non doveva più intendersi territorio occupato,ma parte integrante dello Stato di Israele. Le varie proteste a livello internazionale e la conseguente risoluzione 303,imprimeva la necessità di porre la Città di Gerusalemme sotto il controllo internazionale previsto nella precedente risoluzione 181.Dal 1948 al 1967 la situazione diventò relativamente stabile. I confini di Gerusalemme ovest furono ampliati ìn tre direzioni,a seguito della crescita della popolazione,con un conseguente conflitto dei 6 giorni;nel corso del quale Israele occupò sia la West Bank che Gerusalemme est determinando il rovesciamento delle soluzioni emanate dall’ONU. Nel corso di questi anni nulla è cambiato soprattutto sulle condizioni politico-governative, mentre i confini della municipalità hanno, in più riprese, modificato la loro estensione fino a raggiungere nel 1993 una superfice di 126 Kmq con l’ulteriore mutamento legato alla edificazione del Muro e al progetto della Grande Gerusalemme. I vari accordi che si sono susseguiti hanno determinato condivisioni parziali rispetto alla contesa Israele-palestinese su Cisgiordania e la Striscia di Gaza,lo status di Gerusalemme rimane una questione delicatissima,con i Palestinesi che rivendicano la sovranità di Gerusalemme Est e gli Israeliani che si oppongono a qualsiasi cessione,tanto da aver inserito nalla Basic Law d’Israele (equivalente alla costituzione italiana) che Gerusalemme è “l’eterna ed indivisibile capitale” dello stato ebraico. Il West Bank (Cisgiordania) abbonda di luoghi citati nel Vecchio e Nuovo Testamento e ospita alcuni dei più antichi siti archeologici del mondo. La città dalla storia più remota è forse Gerico:nata intorno al 7000 d.C. Secondo il racconto di Giosuè, dell'Antico Testamento, gli israeliti assediarono la città e ne demolirono le mura con gli squilli delle trombe dei loro sacerdoti. Nablus (Shechem) è un'altra città di grande importanza per la storia biblica. Qui Abramo ricevette la promessa di una terra per le sue genti (Genesi, 33, 6-7), Giacobbe acquistò un campo (Genesi, 33, 18-9) e Giosuè radunò il suo popolo per rinnovare l'alleanza (Giosuè 8, 30-35, 24, 1-29). Illustre è la storia di Betlemme nel Vecchio Testamento, infatti il nome di questa città è senza dubbio legato alla nascita di Gesù. A sud di Gerusalemme si trova lo storico regno di Giuda,facente parte dell'impero seleucide di Persia divenuto indipendente nel II secolo a.C. In seguito all'espulsione degli ebrei da Gerusalemme nel 135 d.C., le terre oggi note come Israele fecevano parte della Siria-Palestina romana. Nei secoli che seguirono il processo di cristianizzazione fu costante, anche se alcuni territori, soprattutto Gaza, conservarono le loro radici pagane. Gaza fu a lungo una città di cultura e lingua araba, almeno a partire dal 435 a.C. La lingua araba fu diffusa nella Palestina meridionale dagli idumei e dai nabatei e dal IV secolo d.C. si diffuse anche nella Palestina settentrionale.In seguito alla divisione dell'impero romano nel settore occidentale e in quello orientale (il processo fu completo nel 395 d.C.), la Palestina si trovò sotto il dominio bizantino. Il cristianesimo conobbe una rapida diffusione quando l'imperatore Costantino (331 d.C.) ne fece la religione ufficiale. I luoghi legati alla vita e alla predicazione di Cristo furono venerati come santi e vennero costruite chiese e monasteri. Qualche secolo dopo, l'avvento dell'islam rappresentò una sfida per i cristiani di Palestina e nel 638 d.C. Gerusalemme fu presa dalle truppe del califfo Omar. I cristiani furono espulsi dalla città e per avere una reazione da parte della cristianità bisognò attendere la prima crociata (1096-99), il cui scopo fu la liberazione della Terra Santa dall'occupazione islamica. Intorno alla metà del XIX secolo, gli ebrei europei iniziarono a emigrare verso la Palestina, dando vita a piccole comunità agricole. Gli attriti tra i nuovi arrivati e le popolazioni locali, soprattutto islamici e arabi di fede cristiana, non tardarono a verificarsi. La prima guerra mondiale segnò un'epoca di drammatici cambiamenti, perché sia gli ebrei sia gli arabi di Palestina cercano appoggi agli inglesi. Le trattative condotte con entrambi i gruppi furono inconcludenti, ma in definitiva la Gran Bretagna promise di appoggiare gli ebrei nel loro desiderio di costituire uno stato in Palestina. La stessa, in cerca di una strategia per abbandonare questi territori, consegnò la responsabilità alle neonate Nazioni Unite, che approvarono un piano di spartizione della Palestina tra arabi ed ebrei. Gli arabi rifiutarono interamente la direttiva. Gli ebrei, invece, espressero il proprio accordo, anche se una grande incertezza accompagnò la loro decisione. La tensione crebbe, gli inglesi lasciarono la Palestina e Israele dichiarò la propria indipendenza. Gli scontri tra arabi ed ebrei non tardarono ad accendersi. Egitto, Siria, Giordania e Libano invasero la Palestina, ma furono respinti dai colini ebrei, che poterono disporre di armi moderne e di un'adeguata strategia. L'anno seguente, una tregua promossa dalle Nazioni Unite segnò il cessate il fuoco, ma gli israeliani fecero in tempo a occupare importanti territori palestinesi, compresa la Galilea, le pianure costiere e il deserto di Negev. L'Egitto occupò la Striscia di Gaza, mentre la Trasgiordania (che sarebbe poi diventata Giordania) tenne il West Bank e il settore orientale di Gerusalemme. Migliaia di arabi persero le loro case negli scontri e trovarono rifugio nel West Bank, a Gaza e negli stati arabi vicini. Il confine tra Israele e i territori occupati dai palestinesi prese il nome di Linea Verde, colore usato sulla cartina durante i negoziati. I rapporti tra arabi ed ebrei continuarono a essere difficili, situazione esacerbata dalla presenza di campi profughi abitati da migliaia di arabi palestinesi. Il 13 giugno del 2002 lo Stato di Israele comincia la costruzione di un muro di confine con la Cisgiordania. La finalità è quella di bloccare il passaggio dei kamikaze palestinesi che arrivano in territorio israeliano e si fanno scoppiare per le strade di Gerusalemme e Tel Aviv. Già terminata la costruzione della parte nord del muro, la parte sud, i cui lavori sono stati avviati nel 2003, sarà di 145 Km di cui 132 in recinto elettronico e 13 in cemento armato dell’altezza di 8 metri. Attorno al muro fossati larghi dai 60 ai 100 metri, ogni 300 metri il muro viene dotato di vere e proprie torri di controllo,inoltre sono presenti anche 9 check-point e 41 varchi agricoli. Il muro, dovrà raggiungere nel complesso 600 Km di lunghezza totale (il muro di Berlino era lungo 155 Km) e costerà ad opera terminata, un milione di dollari al chilometro. La “barriera difensiva”, come amano definirla gli israeliani, divide circa 200 mila palestinesi di Gerusalemme,separati dai loro connazionali della Cisgiordania, in pratica Israele con questa operazione ingloba, con decisione unilaterale, anche l’1,6% del territorio proprio della Cisgiordania, oltre alla Tomba di Rachele, sacra anche ai mussulmani, e la città di Hebron. La mappa(in basso riportata) più recente del percorso del muro, ultimata nel FEBBRAIO 2005, rivela che, completato, il quasi 25% della popolazione della la Cisgiordania è danneggiata dalla perdita della terra: imprigionamento in ghetti, o isolamento in aree di fatto annesse ad Israele. Israele afferma che il muro e’ una struttura temporanea volta a separare fisicamente la Cisgiordania da Israele, al fine di prevenire gli attacchi suicidi contro i cittadini israeliani. Comunque, la collocazione del muro (che in alcuni punti si spinge fino a 6 Km all’interno del territorio palestinese) e la lunghezza progettata (attualmente di 750 Km, nonostante il confine con Israele si limiti a meno di 200 Km), suggeriscono l’idea che si tratti di un’altro tentativo di confiscare la terra palestinese, agevolare un’ulteriore espansione coloniale e ridisegnare unilateralmente i confini geopolitici, incoraggiando al tempo stesso un esodo palestinese dovuto all’impossibilita’ di sostentarsi attraverso la propria terra, di raggiungere le scuole e i posti di lavoro, di avere un’accesso adeguato alle fonti d’acqua o recarsi nei centri di assistenza sanitaria. Forse il muro non ha ricevuto la necessaria attenzione, principalmente perché si pensa che segua la Green Line – il confine internazionalmente riconosciuto che esistente tra Israele e la Cisgiordania prima della guerra del 1967. In realtà, il muro non coincide affatto con la Green Line, ma penetra profondamente nella Cisgiordania – in alcuni punti addirittura fino a 6 Km oltre la Green Line. Secondo il rapporto pubblicato nel Dicembre 2004 dal Palestinian Monitoring Group, solo il 9% della lunghezza totale del muro ad oggi calcolata (752 km), segue la Green Line. Questa edificazione chiamata “barriera di sicurezza”, come ben riportato in figura,non segue il confine tra Israele e Cisgiordania,ma si espande per oltre 20 km racchiudendo nello stato ebraico una buona metà delle terre palestinesi della Cisgiordania usurpando la maggior parte delle fonti idriche. E’ prevista nella Valle del Giordano una seconda muraglia, di circa 20-30 km all’interno della Cisgiordania, avente lo specifico scopo di estromettere i palestinesi dalle terre fertili,risorse d’acqua e da ogni possibile contatto con la Giordania. Conseguentemente appare logico che verranno definitivamente annesse ad Israele la Valle del Giordano e il deserto della giudea. La fortificazione israeliana, della zona nord-ovest della Cisgiordania, renderà impossibile la sopravvivenza del popolo palestinese, in quanto le riserve, con una sola possibilità di comunicazione tra gli stessi villaggi, determineranno il difficoltoso sostentamento alle terre fertili rimaste oltre il muro. Le comunità “imprigionate” dentro il muro più vicine al confine israeliano quali Qalqillya,Tulkarem riportano alla memoria i ghetti ebraici delle nostre città italiane. Le fonti israeliane per i diritti umani Betzelem 80.000 palestinesi perdono ogni aiuto dal momento che i loro possedimenti si trovano al di là della edificazione.La parte nord-occidentale della West Bank (Jenin,Tulkarem,Khaliliya) copre il 40% delle terre coltivabili della Cisgiordania con un’alto tasso di produttività rispetto alle altre regioni confinanti.Qui sorgono i 2/3 delle sorgenti della West Bank con 28 pozzi ubicati, dalla divisione muraria, nel territorio israeliano. In condizione più allarmante e tragica vivono i 30.000 palestinesi dei tredici villaggi dell’ovest del muro di confine con Israele, ai quali gli viene impedito il transito verso la Cisgiordania e persino verso le città alle quali si dovrebbero spostare per i loro fabbisogni lavorativi,familiari e di studio. Lungo il percorso della muraglia sorgono alcune “porte” di transito, tra le due aree divise, rilevatasi una grande beffa. Le porte vengono aperte a piacimento dai soldati israeliani,rendendo ancor più eclatante il tenore di vita dei poveri palestinesi per l’impossibilità di garantirsi i mezzi di sussistenza,condizione che sfocia in un vera e propria pulizia etnica. Osservando la planimetria del “muro della vergogna” (così denominato dalla comunità internazionale) gli abitanti sono cinti in tre grandi riserve,uno da Jenin a Ramallah,un'altra da Betlemme a Hebron e una terza nei dintorni di Gerico,separate le une dalle altre senza alcuna possibilità di comunicazione o altro. Chiaramente emerge il chiaro disegno della politica israeliana, che va oltre il discusso piano di sicurezza,con l’annessione all’esteso stato ebraico che un numero ristretto di arabi confinati nei villaggi privi di ogni retroterra. Dunque lo stato palestinese non potrà mai costituirsi, in quanto tutte le necessarie condizioni sono soppresse dalla vicina Israele. Per poter garantire ciò è necessario il ritiro delle truppe militari israeliane,una continuità territoriale all’interno dell’habitat palestinese e il conseguente sbocco verso l’esterno della cinta muraria con la Giordania e l’Egitto e ancora il dovuto riconoscimento del diritto dei profughi. Le reazioni internazionali per di garantire al popolo palestinese la legittima entità sociale,territoriale,politica ed economica della West Bank e di Gaza, hanno suscitato poca sensibilità alle tante richieste di mobilitazione pervenute dagli stessi. Il muro nella sua complessiva lunghezza risulta triplo a quello dell’ex muro di Berlino con un’altezza rispettivamente doppia. La sua cintura sottrae alla West Bank il 22% dei territori palestinesi rispetto ai confini stabiliti dall’ONU nel 1948,percentuale che si va ad congiungere all’attuale 42% già sottratto dagli insediamenti dei coloni israeliani e dalle by pass road che permettono il collegamento tra i loro insediamenti. Appare molto chiaro che i terreni sottratti corrispondo a quelli maggiormente fertili e più vicini alle fonti idriche.L’analisi politica evidenzia due punti fondamentali: Il Primo consiste nel sottrarre risorse di sopravvivenza alla popolazione palestinese,come falde acquifere,terre coltivabili,pascoli,mercati e fabbriche che vengono demolite o stretti nella morsa dei chek points che controllano tutti gli accessi alla città ai rispettivi villaggi della West Bank. Il Secondo stabilisce una nuova linea di confine più favorevole al governo israeliano con conseguente nuova mappatura dei territori senza tenere in considerazione le risoluzioni ONU e le relative determinazioni in merito. In questa chiara ottica non si evidenziano gli aspetti fondamentali che sostengono la necessità di garantire una maggiore sicurezza allo stato ebraico condizione che viene senza dubbio messa in crisi dalle pressioni governative israeliane esercitate sui palestinesi,impedendo la possibilità di garantire un protocollo di pace tra i due stati. Quando parliamo di “STATO” si intende un’entità territoriale sotto controllo della Palestina, condizione fantomatica poichè l’edificazione della muraglia non permette la libera circolazione delle persone e delle merci necessarie alla creazione dei presupposti per uno stato palestinese libero e indipendente. Il governo israeliano ha ulteriormente costruito un lungo muro di 22 km attorno alla Città di Gerusalemme dividendo fisicamente, dalla Cisgiordania, la città in Gerusalemme Est e Gerusalemme Ovest. L’edificazione del muro rientra nel progetto del “Piano Metropolitano di Gerusalemme”.Tale presenza renderà impossibile la nascita a Gerusalemme Est della capitale dello stato palestinese. Questo piano incorporerà anche l’area della Tomba di Rachele,come prospettato nel progetto denominato “contenitore” di Gerusalemme.Secondo gli ordini militari israeliani il sequestro dei terreni, firmati il 9 febbraio 2003,sono a tutti gli effetti confiscati e lo stato ebraico avrà il diritto di utilizzarli a seconda delle proprie esigenze. Quanto dichiarato dagli israeliani contravviene “de facto” al II° Accordo di Oslo del 1995. Nello stesso documento veniva ulteriormente indicato che la Tomba di Rachelle e la strada principale di Gerusalemme, che conduce ad essa, è sotto controllo della sicurezza israeliana,anche se i palestinesi possono continuare a transitare liberamente sulla stessa. Al fine di proteggere l’area di culto potevano essere disposte delle stazioni di guardia israeliana sul tetto di “Wafq building”. Nella realtà i residenti oltre il muro,sono limitati da filo spinato e trincee,in modo da impedire l’attraversamento dei palestinesi per ragioni di sicurezza. Tutto ciò ha determinato la chiusura della Tomba di Rachelle, da sempre luogo di pellegrinaggio per persone di diverse religioni, trasformandola in un campo militare accessibile ai soli israeliani. La necessità di riaffermare il rispetto della Convenzione di Ginevra, in merito alla protezione delle popolazioni occupate congiuntamente all’obbligo delle risoluzioni emanate dall’ONU sul conflitto israeliano-palestinese, e precisamente la 181 (divisione della Palestina in due stati),242 (ritiro da tutti i territori occupati),194 (diritto al ritorno dei profughi palestinesi) e dei diritti umani e nazionali del popolo sottomesso, non hanno trovato in alcun modo l’attendibilità del governo israeliano nell’attuare e mantenere saldo quanto sancito. Le dimensioni del progetto fanno ben capire che non si tratta di una semplice protezione di sicurezza,ma della netta separazione di un popolo tramite una muraglia che raggiunge in alcuni punti 60-70 metri di larghezza,con un susseguirsi di filo spinato,un fossato,il muro stesso di 8 metri d’altezza dotato di un sistema di rilevamento elettrico,un tratto sterrato,una strada asfaltata e poi nuovamente reticoli di filo spinato.I territori situati tra la Linea Verde e il muro sono dichiarati “zona militare chiusa”,e i palestinesi possono accedervi esclusivamente dai check points. Strategia militare, politica internazionale, ideologie religiose: se il conflitto israelo-palestinese è stato spesso studiato secondo queste angolature, praticamente sconosciuto è il peso delle sue componenti demografiche. Componenti che, in realtà, hanno svolto in passato, e ancor più svolgeranno in futuro, un ruolo determinante nelle decisioni di carattere politico. Dalle proiezioni sugli andamenti demografici, nei territori dell'ex mandato britannico (Israele e Palestina), emerge che nel 2050 gli ebrei potrebbero essere circa il 35% della popolazione complessiva. "Dobbiamo capire che Israele non potrà essere contemporaneamente grande (e quindi esente da concessioni territoriali), ebraica e democratica. Sarà necessario rinunciare almeno a una di queste tre prerogative". Tra gli ispiratori della svolta politica che ha portato al ritiro israeliano da Gaza, in questo libro coraggioso Della Pergola si mostra, attraverso il prisma della popolazione, come cambiano gli equilibri di una convivenza difficile, ma inevitabile, e suggerisce una riflessione complessiva capace di portare ad un credibile processo di pacificazione e di offrire un fondamento politico autentico alla formula "due popoli, due stati". Israele sta costruendo una barriera lunga 700 km in tutta la Cis-Giordania (West Bank). Dice che la struttura è per la sicurezza, ma la paura di quelli che si oppongono è che sia un tentativo di definire dei confini. La maggior parte della barriera sarà costituita da una barriera di rete metallica alta almeno 3 metri, rinforzata da avvolgimenti di filo spinato e un fossato. Alcune sezione considerate ad alto rischio sono state realizzate con pannelli di cemento. L’intera opera voluta dal governo Sharon è costata 1,2 miliardi di euro e realizzata oltre i 6/7 chilometri più ad est della Linea Verde. Al tempo della costruzione alcune fonti israeliane e palestinesi documentavano le stime delle perdite subite dal popolo palestinese,come l’enorme traffico di alberi di ulivo ripiantati nelle ville dei ricchi ebrei…circa 30000 contadini privati dei propri poderi perché confinati oltre il muro ricevendo anche la beffa di non vedere installare le 26 porte che il governo israeliano aveva promesso per consentire il transito dei residenti. L’espropriazione per effetto della vigente legge ottomana fa si che molte terre dette “miri” appartengono al sultano;e se conseguentemente i contadini non garantiscono un buon raccolto nell’arco dei tre anni il tutto torna al suo successore,lo stato di Israele. Pertanto è necessario evidenziare quattro elementi: Il muro occidentale è quello più conosciuto,punta verso est e ingloba alcune colonie (Ariel e Emmanuel),prima di giungere nella profondità per circa 30 chilometri all’interno della Cisgiordania. A Gerusalemme e nei suoi dintorni sorgono una serie di muri che cingono una parte di Betlemme racchiudendo le periferie palestinesi,di conseguenza alcuni quartieri Arabi si trovano divisi sia dalla Cisgiordania che da Gerusalemme. La chiusura edificata ad est della sponda occidentale,prima della Valle del Giordano con le relative confische, è annessa tutta alla parte orientale della Cisgiordania. La moltiplicazione delle enclaves palestinesi. La creazione del sistema di chiusure e di enclaves riporta al 1978, quando il governo Begin crea il progetto di colonizzazione di massa della Cisgiordania. Dunque per tutti i suoi fondamentali aspetti questo è il presente riservato ai poveri palestinesi,accerchiati dai reticolati di filo spinato nelle loro enclaves,costretti a richiedere il nulla osta per consentirgli il passaggio oltre il muro. Il lento trasferimento della popolazione palestinese rappresenta un epilogo drammatico per ognuno di loro, nel lasciare la sua patria,la sua casa,i suoi affetti, un movimento silenzioso che si tramuta nella perdita della loro indipendenza. “La costruzione del muro fra Israele e Cisgiordania viola la legge internazionale danneggiando le prospettive di pace a lungo termine” con queste parole Kofi Annan ,Segretario delle Nazioni Unite il 28 novembre del 2003, annuncia all’Assemblea Generale dell’ONU la reale difficoltà nel monitorare l’azione bellica e oppressiva israeliana contro il popolo palestinese. Il 9 dicembre del 2003,l’Assemblea dell’ONU trasferiva, per dovuta competenza, alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja,massimo organo giuridico di riferimento per le questioni tra Stati. Detta risoluzione,non rappresenta giuridicamente un potere coercitivo,passato con 90 voti favorevoli,sette contrari (USA e Israele) e 74 astensioni (compresi i Paesi dell’Unione Europea,guidata dalla presidenza di turno italiana). A quella precedente ne seguì un’altra di condanna dell’Onu contro Israele il 22 ottobre 2003,votata da 144 stati e respinta da 4 (Israele,Usa,Isole di Marshall e Micronesia), con 12 astensioni. I lavori di costruzione del muro ebbero inizio nel giugno 2002 intorno al distretto di Zabuba,estremo nord della Cisgiordania giungendo a sud nella città di Qalqilya.La parte settentrionale è lunga 145 km, di cui 132 km sono costituiti da un recinto elettronico,mentre i restanti 13 km sono edificati in cemento armato. Il muro alto 8 metri,circondato da fossati (larghi 60-100 metri) e da reti di filo spinato,e con torri di controllo ogni 300 metri.Lungo il tracciato sono state costruite strade per i coloni,41 varchi agricoli e 9 check-point per pedoni e veicoli. Questione alla Corte dell’Aja IL 9 luglio del 2004 la Corte Internazionale dell’Aja rivendicava il suo potere enunciando il suo giudizio in merito alla legalità del Muro costruito da Israele. A parere dello stato ebraico la realizzazione di questa barriera difensiva ha ridotto del 90% gli attacchi terroristici, contrariamente i palestinesi denunciano che lo stesso è stato edificato in larga parte su territorio occupato rendendo impossibile la normale vita quotidiana. La decisione assunta dalla Corte, e letta dal presidente Shi Jiuyong, riportava il seguente punto: - la barriera è contraria al diritto internazionale e pertanto viene demandato allo stato di Israele il suo smantellamento. A tal fine va precisato che il lavoro della Corte non è un processo,ma esprime il solo parere giuridico che l’Assemblea Generale dell’ONU demanda per competenza . A conclusione della questione giuridica, l’ONU apre la fase politica pianificando i suoi interventi in merito. Pertanto quanto enunciato non rappresentava un verdetto nella controversia fra i due Stati, ma veniva indirizzata esclusivamente all’ONU,condizione spesso mal interpretata nelle sue prerogative giuridiche. La decisione assunta dalla Corte e inviata all’ONU fu preceduta dalle disposizioni emanante dall’Alta Corte di Giustizia di Israele, con la quale ordinava di modificare notevolmente la tracciatura del Muro per rendere vivibile il territorio occupato della Cisgiordania. Kofi Annan all’epoca Segretario Generale dell’ONU, ribadiva allo stato ebraico la necessità di uniformarsi al diritto internazionale accettando il parere di illegalità espresso dalla Corte dell’Aja.Altresì gli israeliani sono responsabili nel tutelare gli interessi dei palestinesi in quanto potenza occupante, previsto anche dalla convenzione internazionale dell’Aja. In risposta lo stato occupante non riconosceva in alcuna maniera le disposizioni emanate in quanto i giudici non avevano affrontato il fondamentale problema:se non ci fosse stato il terrorismo non ci sarebbe stata la barriera. Con le stesse modalità gli Stati Uniti comunicavano che la Corte non aveva alcuna competenza in maniera perché rappresentava un discorso politico. Contrariamente il rappresentante dell’ Unione Europea per la politica estera aveva già chiesto di smantellare del muro. La Corte si è distanziata dalle decisioni espresse dall’Alta Corte Israeliana, perchè cercava di bilanciare le esigenze di sicurezza del suo stato con le esigenze umanitarie, in quanto le norme internazionali in materia dei diritti umani non concedevano deroghe basate su esigenze militari o di sicurezza. Ogni decisione intrapresa dall’ONU con l’emanazione delle risoluzioni prese non hanno assolutamente trovato nello Stato di Israele la giusta volontà nell’intraprende i piani di pace e di tutela del popolo palestinese calpestando i diritti inalienabili degli esseri umani. IL World Council of Churches (WWC) riunendosi a Ginevra il 17 febbraio del 2004, esprimeva le proprie preoccupazioni in relazione alla confisca e alla distruzione dell’entità dei territori palestinesi e delle relative risorse, sconvolgendone l’esistenza dei tanti abitanti confinati per la costruzione della muraglia. I componenti della WWC avendo valutato il rapporto aggiornato sulla costruzione del muro, ordinata dagli israeliani nei Territori Palestinesi Occupati (OPT) intorno a Gerusalemme Est sconfinando i perimetri della linea verde stabiliti con l’armistizio del 1949, si ponevano in netta contrarietà rispetto alle nome del diritto internazionale. La documentazione pervenuta dai Capi delle Chiese in Gerusalemme,dalle Chiese aderenti al WWC,dalla Santa Sede e dal Segretario dell’ONU esprimeva l’inammissibilità dell’acquisizione del territorio palestinese con la forza, in quanto violava gli editti trascritti nel Patto di Kallog-Briand del 1928 e dell’art 2 par.4 della Carta delle Nazioni Unite,condannando fermamente tutte le forme di violenza generate dallo stato ebraico e delle sue forze di difesa all’interno degli OPT e dai gruppi armati palestinesi contro la popolazione civile all’interno d’Israele. IL WWC riconosceva il diritto e il dovere dello Stato Israeliano di proteggersi contro gli attacchi suicidi,senza però contravvenire al diritto internazionale,consentendo al diritto palestinese di resistere contro l’occupazione ebraica. Nello stesso documento si accoglieva e si invitava l’opinione della Corte Internazionale di Giustizia affinché gli Stati dell’ONU intervenissero per ristabilire i termini della pace e della riconciliazione. In questa descrizione delle violazioni del diritto internazionale, non possono passare inosservati i bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza,riguardanti gli obblighi di proteggere la popolazione dei luoghi occupati. Le menzogne con cui Israele dichiara la sua azione di difesa a seguito di razzi palestinesi non trovano alcun riscontro. Questa ulteriore presa bellica israeliana è inequivocabilmente proibita dalla Convenzione di Ginevra,in quanto la sua azione coinvolge la popolazione civile e non militare. Questa esagerata violazione riporta tre aspetti: 1. Lo Stato di Israele afferma che i bombardamenti hanno l’obiettivo di annientare le postazioni di sicurezza controllate da Hamas, in quanto la sua maggioranza presiede il governo di Gaza. L’azione bellica colpisce i dipartimenti di polizia,struttura non militare e separata dall’ala militare. 2. Alcuni attacchi sferrati su obiettivi civili, quale una fabbrica di materiali plastici e un canale televisivo, erano obiettivi civili e non militari. 3. La condizione della densità del popolo di Gaza e del suo affollamento in un territorio molto limitato porta inevitabilmente a colpire i civili e non i miliari. In questo perpetuarsi delle violenze contro i dettami della Convenzione di Ginevra gli Stati Uniti hanno la loro complicità. Le azioni messe in campo dall’esercito israeliano,la reclusione forzata degli abitanti di Gaza all’interno di territori circoscritti, con l’impossibilità di passaggio del confine di tutte le attrezzature necessarie per il loro sostentamento, l’impedimento del transito degli osservatori ONU, trovano molta responsabilità nelle azioni degli americani . Gli USA sono la causa di continui rifornimenti militari tramite elicotteri Apache ed F16,entrambi forniti ad Israele grazie ad una concessione di 3 miliardi di dollari all’anno. Tra il 2001 e il 2006,Washington ha trasferito in Israele 200 milioni di dollari in pezzi di ricambio per gli F16 unitamente alla stipulazione di un contratto di 1,3 miliardi con la Raytheon Corporation per la fornitura dei missili TOW (anticarro teleguidati), Hellfire (missili aria-terra anticarro in dotazione agli elicotteri) e i missili “sfonda bunker” . Tutti questi mezzi sono stati utilizzati contro la popolazione confinata nello stato ebraico. Se pensiamo,gli USA sostenere il proprio fatturato con l’esportazione dei propri prodotti senza contravvenire delle leggi statunitensi sull’Arm Export Control (ACT), regolanti l’esportazione delle armi,che nello specifico proibisce l’uso delle armi USA per qualsiasi scopo se non per difendere i propri confini. In questa situazione appare logica la preventiva conoscenza dell’attacco degli israeliani su Gaza, rendendosi complici dell’efferatezza delle loro azioni. Indirettamente inatti gli USA meno intensa l’azione del Consiglio di Sicurezza frenando anche la diplomazia dei governi e alleggerendo le loro pressioni sull’azione israeliana. Spiritualità Cristiana,l’Europa e gli Ebrei in Terra Santa La cristianità è un mondo in movimento che da Gerusalemme ha raggiunto l’Africa e l’Europa. San Marco Evangelista fondò la Chiesa ad Alessandria nel 42 d.C., ed all’inizio del IV° secolo le Chiese di Roma,Costantinopoli,Alessandria,Antiochia e Gerusalemme, venivano ritenute le più importanti e unite dalle preghiere della fede. Il Monachesimo rappresentò un altro sviluppo del cristianesimo estendendosi anche nel Nord Europa. L’impero Romano nella sua divisone fra Oriente ed Occidente, con la conquista dei territori della chiesa di Alessandria,Antiochia e Gerusalemme da parte dei musulmani e arabi nel VII° secolo, resero ancor più difficoltosi i contatti fra le stesse e l’Europa. Al tempo dell’ Impero Romano,i cristiani orientali parlavano di ecumene mentre i cristiani del mondo occidentale parlavano di Cristianità. In quel contesto storico i Cristiani erano concentrati nell’Europa meridionale,diffondendosi gradualmente verso i territori settentrionali. A seguito della caduta dell’Impero Romano d’Occidente,il territorio europeo venne diviso politicamente mentre proprio la fede cristiana garantì il mantenimento dei legami fra le gente, superando le barriere di confine linguistiche e politiche. Nel corso dell’anno 1648 nacquero i fondamenti di stato nazionale e dei relativi rapporti diplomatici a seguito della pace di Westfalia. La nuova Unione Europea richiamò poco la spiritualità cristiana perché moltissimi anni addietro fu la fonte principale della sua costituzione, rappresentata oggi esclusivamente dall’ economia. La cultura europea si diversifica dall’Europa Occidentale a quella Orientale. Nell’Europa Orientale la secolarizzazione è stata imposta come atto di forza dall’ideologia marxista e strettamente legata all’ateismo, invece nella zona Occidentale il processo è avvenuto in maniera diversa. Lo spostamento delle masse sono state fonti del cambiamento della spiritualità,in quanto hanno trasferito dall’Europa Occidentale la fede in altre zone del mondo (dal XVI° al XIX° secolo) per dar seguito ad un contro esodo nei territori d’origine portandone i diversi aspetti del cristianesimo. Nel XX° secolo la libertà di fede religiosa esisteva solo in una parte dell’Europa occidentale contrariamente alla zona Orientale in cui esisteva l’obbligo di una sola religione imposta dall’autorità governativa. Questo non ha fatto altro che favorire influssi di gruppi religiosi esterni che ne hanno pagato il loro nascere con la persecuzione. La relazione tra cristiani ed ebrei in Terrasanta ha conosciuto grandi momenti di relazione, durante i XX° anni di storia della fede cristiana. La tensione tra le due religioni non è mai stata a causa della fede,ma sempre per politica e per geografia. Le conseguenze relazionali, quando il sentimento religioso è raddoppiato da un sentimento politico conflittuale, triplicano con conseguenti disagi nella fede,nell’ideologia e nella manipolazione delle scritture sui concetti fondamentali della terra,alleanza e promesse divine. Per l’ebreo la Terrasanta è stata donata da Dio ad Abramo e alla sua discendenza, mentre per il cristiano rappresenta un sentimento di confisca della sua terra. Questo disagio di carattere religioso rende i rapporti tra cristiani ed ebrei in Terrasanta problematici e conflittuali. Un dato storico riporta che cristiani ed ebrei in Terrasanta hanno in comune una lunga strada che risale al giorno della Pentecoste. La prima comunità cristiana uscita dalla comunità ebraica fu il giudeo-cristianesimo, fenomeno storico religioso, che ha generato un’ eredità teologica,catechetica e liturgica importante. Il periodo che congiunge cristiani ed ebrei è stato il medioevo essendo delle minoranze all’interno di una maggioranza musulmana, con la quale condividevano la stessa storia. Le sane relazioni tra i popoli non dipendono dagli abili negozianti politici di turno,ma da una condivisione nel conoscersi ed accettare l’altro per i valori umani,culturali e spirituali. Per un vero credente,l’alterità è possibile poichè nulla è impossibile a Dio (Lc1,37). La parola di Dio profondamente rispettata dai cristiani e dagli ebrei della Terrasanta, è da intendersi come fraternità nel riunire i popoli di tutte le fedi,diviene un boomerang di ostilità con tutte le conseguenze che la storia di oggi riporta. La fedeltà alla parola di Dio permette di liberarsi da pressioni consce e inconsce, in quanto si assumono posizioni concettuali preconcette privandoci dell’oggettività nel riflettere sui reali fondamenti della fede. Le parole delle Sacre Scritture devono restare lo strumento di insegnamento di Dio, non uno strumento di odio e di guerra tra i popoli, e deve essere la forza per legare credenti e non. Gerusalemme è un vero campo di alterità. Cristiani ed Ebrei in Terrasanta vivono e commemorano la storia della salvezza. La memoria del passato deve essere una fonte di coraggio per riconciliarsi al presente, divenendo una sorgente profetica per l’avvenire,quando non dovranno più esserci soldati, ma uomini che ravvicinano uomini al cospetto dell’Eterno considerandosi fratelli…L’armonia fraterna, vissuta nella pluralità, sarà testimone, in Terrasanta, della speranza di una terra senza limiti e restrizioni divenendo la sorgente di pace e di libertà, in cui tutti gli uomini di buona volontà troveranno la loro fede senza odio e senza ostilità. Speriamo che un giorno tutto questo sia possibile…. I legami storici tra ebraismo, cristianesimo ed islamismo sono evidenti nei luoghi sacri, luoghi di culto per i fedeli di diverse religioni Religione Cristiana: La religione cristiana si lega alla città di Gerusalemme sugli avvenimenti narrati nella Bibbia: Essenzialmente si tratta della nascita di Gesù e gli eventi che l'hanno preceduta, tutti gli avvenimenti legati alla sua infanzia e predicazione. Gerusalemme è anche teatro della passione e della resurrezione di cristo. La religiosità di questa città, da parte dei cristiani, svanì con l’inizio delle crociate che videro Gerusalemme non come santa, ma unicamente come fonte redditizia. Religione Mussulmana: Gerusalemme in arabo al-kuds ("la santa"), rappresenta per il popolo mussulmano l’identità morale e spirituale. Anche per questa religione, come per il cristianesimo, i mussulmani le sono legati per fatti storicamente avvenuti e trascritti nel loro libro sacro il Corano: "Sia lodato Allah che trasportò il suo servitore di notte dalla moschea santa alla moschea lontana, della quale noi abbiamo benedetto il recinto". Con questa frase si sancisce la sacralità di questo luogo, che fu conquistato dagli arabi nel 638 ad opera del califfo Omar. Religione Ebraica: Per questa religione la città assume un significato religioso, soprattutto di identificazione territoriale. Fu la terra promessa della bibbia del popolo ebreo e la capitale del regno di riunificazione religiosa (Sion) istituito dal Re David prima della venuta di cristo. Non c’è vocabolo di cui non si sia oggi fatto così largo abuso come di questa parola: libertà. Non mi fido di questo vocabolo, per la ragione che nessuno vuole la libertà per tutti; ciascuno la vuole per sé. (Otto von Bismarck)

 

CROCEFISSO
Il simbolo cristiano nei fondamenti dei valori civili del nostro Paese:il Crocefisso la crociate dei non credenti FF G.U. fr. Vincenzo Felice Mirizio Gran Maniscalco del Priorato del Tempio Hierosolimitano di Mik’Ael
Nella giornata del 3 novembre, il mondo cattolico ha subito una pesante condanna “ideologica”, come definita dal Vaticano, in quanto la Corte Europea dei diritti dell’uomo con sede a Strasburgo,a seguito del ricorso presentato dalla signora italiana Lautsi ,di Abano Terme,ha stabilito che l’esposizione del crocefisso in classe “è contraria al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con diritto dei bambini alla libertà di religione”. La stessa Corte, altresì, ha decretato che vi è stata la violazione dell’articolo 2 del protocollo 1 congiuntamente all’articolo 9 della convenzione. Nel dettaglio la sentenza di Strasburgo, potrebbe essere interpretata dagli studenti educati nelle aule in cui è affisso il crocefisso come orientamento “forzato” alla religione cristiana creando disaggio per quanti seguono il culto di altri fedi religiose,come l’islamismo,l’ebraismo e il buddismo. Ciò che sfugge alla Corte Europea è che l’esposizione nelle classi delle scuole italiane della croce di Cristo deve essere associato con il cattolicesimo come fondamento del pluralismo educativo, ritenuto essenziale per una “società democratica” come concepita dalla Convenzione dei diritti umani e riconosciuta dalla Corte costituzionale italiana. Conseguentemente la sentenza di Strasburgo evidenzia che un simbolo di una data confessione ubicato in luoghi di frequenza pubblica, come la scuola, pone dei limiti al diritto dei genitori di educare i propri figli secondo le loro ideologie di fede. A questo proposito occorre soffermarci sul concetto di laicità distinguendo la dimensione temporale e la dimensione spirituale e fra gli ordini e le società cui tali termini appartengono,non potendosi realizzare in termini di uniformità nei diversi Paesi secondo una specifica istituzionalizzazione di ogni singolo Stato. In sostanza il chiaro concetto di laicità italiano è molto distante da quello francese o spagnolo. E’ chiaro che il Crocefisso può assumere diversi significati e conseguentemente esprimere intenti diversi a secondo dei luoghi in cui viene posto. Per tale ragione la presenza del crocefisso al fuori degli ambienti di culto riveste per i credenti i suoi valori spirituali e di fede, per i non credenti non potrà mai assumere un significato discriminatorio sul piano religioso in quanto richiama i valori dell’intero ordinamento costituzionale che sorreggono i fondamenti del nostro convivere civile,svolgendo anche una funzione sull’orizzonte laico diverso da quello puramente religioso. La sua alta rappresentazione simbolica ed educativa non costringe alcuno a professare il nostro credo, ma testimonia i valori dell’elevato fondamento dei valori civili. Vorrei sicuramente ricordare che l’ondata Zapaterista in Europa ha determinato in molte nazioni un tacito benvenuto condizione che in Italia ha dovuto fare i conti con una movimento laico lungimirante. Nel corso del tempo la pressione laicista sembra sempre più agguerrita e virulenta contro ogni rilievo religioso. Questo fenomeno del tutto Europeo prende di mira il Cristianesimo e soprattutto il cattolicesimo,la cui consistenza istituzionale è agli antipodi dei valori convenzionali,scelte di vita sponsorizzate dalla mentalità corrente,giungendo alla deriva dove si pretende di relegare la dimensione di fede all’ambito privatissimo della coscienza escludendo qualsiasi riverbero sociale e politico alle convinzioni religiose trovando spesso nei credenti delle risposte remissive e titubanti. Non dobbiamo rassegnarci perché rischieremo di favorire l’espulsione dei valori religiosi dalla sfera pubblica, e la negazione dei nostri valori civilmente rilevanti,come l’uguaglianza e la solidarietà. Eliminare il Crocefisso dai luoghi pubblici, come sentenziato da Strasburgo, rappresenta un evento grande per la nostra storia,che ha coinvolto molte persone a cambiare persino il modo di calcolare gli anni,facendoli partire dalla nascita di Cristo, elemento chiave. Vorrei ricordare, a quanti sponsorizzano questa nuova ondata ideologica, per coerenza dovrebbero anche chiedere di impacchettare le chiese al fine di far prevaricare l’essenza di uno stato laico senza alcun fondamento costruttivo tramandatoci dalla storia . Dobbiamo riflettere che eliminare la storia è sempre grave e pericoloso. Sulla croce non vi è solo il Dio di una fede,ma c’è il simbolo laico e storico dell’Uomo che soffre a causa delle ingiustizie. Si vuole con un colpo di spugna cancellare la storia di Cristo e del Cristianesimo, che rappresentano per l’Europa un fondamento base della nascita della cultura occidentale arricchita dalla fonte del sapere pervenutaci dal periodo delle crociate e la conseguente espansione araba. Secondo Adel Smith (presidente unione musulmani d’Italia, un convertito all'Islam, cittadino italiano di padre scozzese, dirige a Ofena (L'Aquila) un'associazione islamica, che è insieme partito politico, denominata Unione dei Musulmani d'Italia (e da non confondere con l’Unione Musulmani in Italia dell’im&#257;m torinese Abdulaziz Khounati, peraltro nata dopo l’iniziativa di Smith). Smith è regolarmente attaccato, su Internet e altrove, come esponente di una di quelle associazioni microscopiche che riescono a ingannare giornalisti confusi dai nomi apparentemente "ufficiali" delle loro organizzazioni -fonte Cesnur), il crocefisso deve essere tolto da ogni edificio scolastico perché quel “cadavere in miniatura” sovverte l’animo dei bambini nella loro sensibilità, mentre alcuni docenti affermano di non aver mai notato che il crocefisso suscitasse negli studenti particolari fastidi . Il problema della rimozione “forzata” del Crocefisso è divampato da quando alunni musulmani ed altri credi hanno cominciato a frequentare le scuole italiane. La questione doveva principalmente evidenziare, nei confronti dei “non cattolici” presenti nelle nostre scuole, il rispetto per gli italiani e delle loro tradizioni culturali e religiose dando anche la possibilità di convivere fra loro senza mai imporre un credo diverso dal loro. Nello stesso modo anche gli studenti della nostra nazione dovrebbero imparare a condividere il credo degli eventuali compagni di banco che professano religioni diverse al fine di evitare possibili discriminazioni di fede. Lo sguardo che noi cattolici poniamo sul crocefisso ci aiuta a meditare : “Dio si è fatto uomo ed è venuto ad abitare tra noi” portando la croce per tutti. Nei tempi in cui non era possibile leggere i sacri testi,sulle pareti delle Chiese venivano dipinti episodi biblici in modo tale che tutti potevano comprendere il contenuto del testo cristiano. Oggi l’influsso dei cattolici nella vita sociale italiana diventa sempre meno visibile,ma dobbiamo riconoscere come la storia d’Italia è fondata su basi solide della religione cattolica cristiana. A tal proposito coloro che si sentono “deviati nella loro ideologia” e si battono per l’integrazione dei musulmani presenti “regolarmente” in Italia dovrebbero chiedersi, o meglio ancora, proporre se fossero disposti a fare altrettanto nei loro paesi..occorre senza mezzi termini ricordare a questi nuovi “pensatori” che nei loro paesi agli stranieri è fatto divieto di professare pubblicamente una religione che sia contraria alle loro leggi, basate sul Corano !!!. Dunque col pretesto di un’equivoca tolleranza,ci chiedono di eliminare la Croce di Cristo dai luoghi pubblici perché richiama i fondamenti della religione cattolica, allora viene spontaneo ipotizzare: se costoro nel corso delle loro passeggiate incontrassero una chiesa cristiana ne chiederebbero l’abbattimento al fine di non essere deviati dal loro credo.. Tutti coloro che fondano i loro principi nella validità ideologica dell’eliminare il Crocefisso,mirano esclusivamente a cancellare i riferimenti iconoclastici della religione cristiana comprese le domeniche e le festività della nostra fede. Far rimanere il Crocefisso nella scuola non vuole essere significare, imporre, ad altri il proprio credo, si chiede solo che siano rispettati i valori della civiltà aventi radici profonde della nostra storia, spesso condizionata dall’azione mediatica togliendoci la capacità di decidere serenamente, perché ogni civiltà e cultura possiede le basi ereditate dal passato. La nostra bella Europa è incisa da elementi grandiosi ricevuti dalle antiche civiltà greca-romana. Appare fin troppo logico, anche per coloro che hanno volutamente oscurato le proprie radici,che la sentenza emessa dalla Corte di Strasburgo è la conseguenza della paura dei governanti europei che nel corso della stesura della Costituzione Europea hanno palesemente omesso di inserire i riferimenti delle radici cristiani degli Europei. Il crocifisso è un simbolo “religioso”,che esprime la verità della fede cristiana:ricorda visivamente Gesù Nazareno,figlio di Dio fatto uomo e vissuto da vero uomo,condannato a morte dal procuratore di romano della Giudea,Ponzio Pilato. E’ chiaro che il Crocefisso è il simbolo religioso per chi professa la fede cristiana. Per chi non la professa è il simbolo del cristianesimo,così come la mezzaluna è simbolo dell’islam e la stella di Davide è il simbolo dell’ebraismo. L’ostensione del Crocefisso in un luogo pubblico può risultare offensivo per chi non crede o professa altre religioni. L’ostensione di un oggetto in luogo pubblico è offensivo: • se sconvolge l’ideologia e i sentimenti contro il buon costume; • se invoglia sentimenti di odio e di razzismo contro altre persone; • se spinge a compiere azioni brutali e delinquenziali . Se il non cristiano si pone di fronte al Crocefisso non può essere indotto a compiere azioni immorali,perché il Cristo sulla Croce subisce l’odio e la violenza più atroce,senza invocare vendetta e accetta la morte per amore di Dio e per la salvezza degli uomini,passaggi che indubbiamente sfuggono a quanti carichi di protagonismo ideologico fomentano la mera volontà nell’affossare il credo religioso custodito in ogni buon cristiano. Indubbiamente un musulmano può non gradire la vista del crocefisso,ma non ha motivo di sentirsi offeso,infatti l’asserzione che riporta Gesù morto crocefisso non è fatta contro l’islam,poiché il cristianesimo ha professato la propria fede nel valore salvifico della morte in croce di Gesù anche nei secoli antecedenti alla predicazione di Maometto riferita nel Corano. Sotto l’aspetto culturale,il Crocefisso è la parte essenziale della cultura italiana ed europea. Il costume,il linguaggio,la pittura e altre forme di arte sono segnate dal crocefisso,fino al punto che se si volesse, nella lontana ipotesi, cancellare dalla storia dell’arte il nostro Paese,bisognerebbe estinguere una grande parte di cultura italiana privando per la bramosia di qualche “lungimirante ideologo” l’identità della nostra Nazione. Questo deve essere un chiaro segno che non si pone a nessun fraintendimento che l’esposizione del crocefisso in un’aula scolastica pubblica dello stato italiano rappresenta un’espressione della cultura storica del nostro Paese e non devono esserci motivi per porre la fine alla sua tradizione secolare. Pertanto appare molto chiaro, che chi ha ottenuto la cittadinanza italiana proveniente dall’Oriente e professando una religione diversa dal credo cristiano, al conseguimento di quanto richiesto allo Stato Italiano, non gli dà il diritto di esigere che il popolo italiano si adegui alla sua cultura cancellando la propria identità storico-religiosa. E’ molto chiaro e semplice che la fede cristiana non la si impone,ma si propone e non sarà certo la presenza del crocefisso ad imporre ad una scuola l’indirizzo cattolico. Bisogna ben sottolineare a molti che all’azione di protesta hanno aderito moltissimi “laici” di ogni indirizzo formativo,perché convinti che la rimozione del simbolo cristiano privasse la scuole di uno dei tanti elementi della cultura del nostro Paese. L’ubicazione del Crocefisso nella scuole è legiferato da precise norme amministrative che ne impongono la presenza. In particolar modo bisogna fare riferimento alle circolari del Ministero dell’Istruzione 22.11.1922 e 26.05.1926,mai abrogate. Tali discipline,ritenute dal Consiglio di Stato,nel parere del 27 aprile del 1988 n.63,non inficiate dagli accordi di modificazione dei Patti del Laterano del 1984,si riconnettono all’articolo 140 r.d. n.4336 del 1860,contenente il regolamento di attuazione della celebre legge Casati (l.n.3725 del 1859),che includeva il Crocefisso tra gli arredi delle aule scolastiche. Il tutto è stato annotato in giurisprudenza :”non può costituire pregiudizio alcuno per la formazione culturale ed ideologica dell’alunno…data la particolare importanza che la figura di Cristo ha assunto nella nascita e nella evoluzione della civiltà occidentale” (Pretura di Roma 28 aprile 1986). In un’ottica di fede,il simbolo cristiano continua ad essere,come direbbe San Paolo:” follia per i pagani e scandalo per i giudei”;segno di contraddizione tra i popoli che sfida le logiche umane dell’assurdità di un Dio crocefisso,al quale però, prima o poi, tutti si arrendono. Occorre con forza riaffermare la necessaria etica per le democrazie al fine di custodire il supporto delle scelte politiche e dei conseguenti orientamenti sul piano normativo. Il perpetuarsi del conflitto, tra cultura cattolica e cultura laica ricevuto dal retaggio della generazione risorgimentale e post-risorgimentale conduce all’affermarsi di una debolezza esistente nelle democrazie, emblematico il caso italiano. In questi ultimi giorni tutte le testate giornaliste italiane hanno dato ampio risalto alla questione trovando nelle Istituzione un chiaro disdegno alla sentenza pronunciata dalla Corte di Strasburgo che con il suo volere giuridico ha dettato alla nostra nazione un sovvertimento dell’ideologia culturale sulla quale si fonda la nostra cultura. Non possono passare inosservati i lunghi e legittimi pensieri del Premio Nobel Dario Fo,il quale in un giornale politico riporta alcuni passaggi sulla questione cultura e tradizione: “Il cattolicesimo della Chiesa romana nasconde dietro il crocefisso interpretato come riscatto,una cultura e una storia di violenze,sopraffazioni,guerre. In nome della croce sono stati commessi grandi misfatti,crociate,inquisizioni,la rapina e i massacri del Nuovo mondo,la benedizione degli imperi e degli uomini della provvidenza. Pensate che il cattolicesimo ha proibito fino all’ottocento di tradurre in volgare la Bibbia e il Vangelo. In nome di quel segno si sono commessi i crimini più efferati”. Questi passaggi storici non possono sicuramente esimerci, pur rimanendo fedeli ai nostri saldi principi di fede, l’importanza temporale che la Chiesa ha rivestito nel periodo dell’alto medioevo ove l’affarismo ecclesiale poneva tragiche risoluzioni verso le quali, il compianto Papa Giovanni Paolo II°, ha tratto la ferma convinzione di dover chiedere perdono, in nome della Chiesa, di fronte al mondo e di fronte alla storia, per gli errori commessi nel servizio alla verità attraverso il ricorso a metodi non evangelici. E così ha fatto il 12 marzo 2000, in occasione della Giornata del perdono.…considerazione d’obbligo peruna dovuta riflessione, condizione opinabile nelle altre religioni esistenti. In conclusione,non ci si può indignare nel costatare che l’antico diritto romano fu modificato per l’influsso del cristianesimo, purtroppo neanche gli italiani si stanno rendendo conto di quanto i loro fondamenti sono intrisi di cristianesimo. Si osserva inermi come l’arroganza musulmana in Italia reclama a gran voce l’eliminazione del Crocefisso dalla scuole italiane, non portando alcun rispetto alla Nazione che li ospita. Il grave e reiterato insulto arrecato alla religione cristiana e soprattutto al popolo italiano rischia di farci perdere l’identità della radice religiosa, e solo confidando nella parola di Cristo si può determinar rigenerazione dell’umanesimo del nostro tempo. Dio, perdonali, non sanno quello che fanno, non per niente li hai creati tu. Carl William Brown

 

MOSAICO OTRANTO
I simboli cavallereschi e la cerca del Graal nel mosaico di Otranto. A cura del Fr. G. Precettore e M.M. Francesco Corona
Il mosaico pavimentale della cattedrale dell’Annunziata di Otranto è il più grande d’Europa, fu realizzato nel periodo medioevale che va dal 1163 al 1166, in piena età normanna, dalla scuola d’arte dei monaci basiliani dell’abbazia di San Nicola di Casole a pochi chilometri a sud di Otranto, la città pugliese più orientale d’Italia. La scuola artistica del monastero era all’epoca presieduta dallo ieromonaco Pantaleone, preside della facoltà pittorica del monastero. Il monastero, attualmente ridotto ad un rudere, rappresentò nel medioevo uno dei più fiorenti centri di cultura cosmopolita del mediterraneo; significativa testimonianza di questa importanza sono i numerosi palinsesti, di rara fattura, sparsi per le più importanti biblioteche d'Europa, ed il capolavoro per eccellenza, l’immenso mosaico pavimentale di Otranto. L’abbazia di San Nicola di Casole, gettò le basi sulle quali sorse il Rinascimento italiano, anticipando infatti di più di un secolo le città del nord Europa, già dal 1160 il monastero operava come una vera università alla quale era associata una accademia di scienze talmudiche, una ricca biblioteca, ed un assai conosciuto Scriptorium equivalente ad una vera e propria casa editrice dell’epoca. Dai riferimenti espliciti del mosaico di Otranto, “Opus Insigne” (1163-1166), come lo definisce lo stesso ideatore Pantaleone, si possono agevolmente dedurre le caratteristiche cosmopolite del messaggio culturale della scuola del monastero basiliano, aperta ad una “Sapienza Globale”, per la quale, concettualmente, le conoscenze della storia dell’uomo con i suoi miti ed i suoi più reconditi misteri, confluivano in una unica visione tradizionale unitaria. Il mosaico resta dunque la più vivida testimonianza della grandezza dell’operato dei monaci basiliani ed ha come tema principale l’Albero della Vita della tradizione ebraico-cristiana, tuttavia presenta un linguaggio simbolico non facilmente interpretabili dall'uomo moderno, almeno per ciò che concerne una visione d'insieme puramente storico-mitologica, tale linguaggio racchiude al suo interno un messaggio per l'uomo universale, egli diviene il vero protagonista delle scene musive interagendo a più riprese con il divino, in una dimensione che enfatizza quegli aspetti tipici della mistica medioevale propri delle accademie talmudiche e che trascina con se tutta l'eredità passata delle metafisiche ebraica ed orientale. Questo punto è fondamentale per comprendere come uno studio sul mosaico basato esclusivamente sulla filologia e sulla paleologia dei simboli visti puramente nel contesto storico di riferimento dell’opera non è sufficiente. Molti studiosi trovano indecifrabile il tessuto linguistico-espressivo del mosaico negando spesso l’evidenza dei fatti (ad esempio i riferimenti ai simboli tantrici induisti o le esplicite simbologie graaliche etichettando queste ultime come “contaminatio medievalis”) ma ciò che in realtà viene ignorato dalla scienza ufficiale è il fatto che tali componenti di linguaggio fanno parte di un contesto esegetico legato ad una tradizione soteriologia che Frithjof Schoum definiva l’ unità trascendente di tutte le religioni e che ci riconduce a quel tempo prediluviano in cui si parlava una unica lingua ed esisteva una unica espressione dei riti religiosi. In realtà Pantaleone muove da un unico piano ontologico tutto incentrato su misticismo ebraico del Sefer Yetzirah pertanto l’asse principale del mosaico è costituito dall’Albero della Vita biblico equivalente, come riferimenti posizionali e simbolici all’Albero della Vita cabalistico in un rapporto di scambio energetico tra microcosmo uomo e macrocosmo universo. Il modello energetico proposto dall'Albero della Vita di Pantaleone riprende un antico filone di conoscenze oramai frammentarie, note agli antichi Indù ed ai maestri ebrei che interpretavano il Talmud nel metodo denominato haggadah alla base della cabala ebraica così come la conosciamo oggi. Tale metodo, che ritroviamo nel simbolismo del mosaico come strato esegetico estraibile dalle scene bibliche, segue una percorribilità dell'alto verso il basso per raggiungere l'unificazione delle coscienze, e successivamente dal basso verso l'alto per seguire il sentiero dell' ascesi mistica. Per ciò che concerne i simboli cavallereschi e la Cerca del Graal, il mosaico offre una originale visione che parte da antichi riferimenti vetero-testamentari legati alla Coppa d’Oro di Babilonia come emblema di virtù per i Giusti o Puri di Cuore, tale coppa custodita dal Giusto (uomo nudo con bastone) nelle scene musive dell’abside , diviene nel presbiterio l’archetipo della coppia edenica intesa come ricongiungimento androginico degli opposti eterici, i cui corpi fisici, prossimi all’espulsione, sono sottoposti all’impulso del serpente, ovvero al guasto o degradazione dell’eros secondo la corrente della brama “per aver mangiato dall’albero della conoscenza del bene e del male” e aver precluso così la via all’Albero della Vita. Da ciò il sentimento eroico-cavalleresco del ricordo di un mondo edenico perduto, espressione precisa delle simbologie poste in cima all’albero della navata centrale del mosaico come le scene di Re Artù a cavallo di un caprone ed in pugno la Sacra Lancia e le scene di Parsifal nudo. Il sentiero di crescita ed intuizione cavalleresca di questo mondo perduto però parte da lontano, osserveremo come le simbologie della navata centrale seguono i canoni del misticismo ebraico della cabala come via verso la virtù, verso un equilibrio di forze contrapposte che agiscono alla base dell’albero (Malkuth) , ovvero alla base della colonna vertebrale in un rapporto efficiente micro-macro cosmico. Risulta interessante osservare come le simbologie della cabala e le sefirot oltre a sovrapporsi alle simbologie dell’albero della Vita del mosaico, equivalgano in modo comparativo ad esplicite simbologie induiste riferite al sistema dei chakra o centri energetici del corpo umano e che Pantaleone ha volutamente inserire sia nella navata centrale sia nel presbiterio. Segnaliamo inoltre la possibile presenza di una tomba templare allineata con l’asse del mosaico posta all’altezza delle scene di Re Artù e Parsifal, situata all’ingresso della cripta sotto il presbiterio. Ho personalmente assistito allo scavo alla fine degli anni settanta e all’atto del rinvenimento la tomba presentava e presenta tuttora, una croce patente di color porpora al centro dell’asse laterale. Che ci fosse una attività templare ad Otranto, come porto mercantile, è fuori discussione ed è documentato da numerose testimonianze non abbiamo però riferimenti espliciti sull’utilizzo della basilica di Otranto per capitoli templari sappiamo tuttavia che il vescovo che commissionò il mosaico ai monaci basiliani era sul libro paga dei monaci templari di Otranto è percepì nel 1190 una somma ingente pari a 270 malachinos d’oro. Quindi è presumibile, ma è solo una ipotesi, che la basilica, e quindi il mosaico, fossero utilizzati anche per riti templari a mezzo di compensi in monete d’oro. Torniamo adesso al mosaico procedendo nella trattazione nei successivi paragrafi con una analisi dei simboli cavallereschi secondo lo schema tracciato. Il Graal vetero-testamentario del mosaico di Otranto Il corpo centrale del mosaico (abside, presbitero e navata centrale), è di particolare interesse soprattutto per i temi cavallereschi. Partendo dall’abside infatti Pantaleone pone alla destra del cavaliere impegnato nella caccia al cinghiale un saggio che ha ricevuto insegnamenti da un maestro con verga iniziatica a forma di tau. La scena di caccia e la figura del Drago-Serpente alato che stringe il cervo, hanno un riscontro oggettivo nelle mitologie nordiche. La ferita prodotta dal drago è inguaribile, il cervo nelle spire del serpente viene spesso riferito all’essenza cristica strangolata dalle brame e dalle pulsioni che solo l’azione angelica dell’arcangelo Michael può liberata come unico vincitore nella lotta contro il Drago. Pantaleone fornisce inoltre i riferimenti alla via per la restituzione, nel centro del cuore del giusto, dell’originaria beatitudine ovvero la restituzione dell’Albero della Vita come impresa ultima del Graal o via di Michael. Quindi attraverso riferimenti biblici e mitologici, Pantaleone vuole comunicarci che alla chiamata di Dio non ci si può sottrarre (Giona) è necessario lottare contro i leoni (Sansone) con spirito eroico pur di raggiungere Dio. Pertanto viene presentata una via sapienziale, la via dei saggi iniziati come Mosè che si tramandano i misteri e che hanno per discepoli uomini qualificati, perfetti eroi solari. Questo tema è in rapporto con la visione globale del mosaico e con le successive scene della Cosmogenesi del presbiterio. Difatti, nelle scene dell’abside possiamo notare ancora Sansone che lotta contro il leone, due scimmie che mangiano frutta simbolo delle tentazioni demoniache, un asino simbolo di energie non qualificate e caotiche, un uomo nudo con in mano una coppa ed un bastone, ed infine altri due uomini nudi in ginocchio Nelle libro delle Lamentazioni vi è un esplicito riferimento alla nudità simbolo di purezza ed al calice che presto arriverà anche per la figlia di Edom. E’ un chiaro riferimento ad una iniziazione che ha origini vetero-testamentarie, prerogativa dei giusti che non verranno sopraffatti dalla luce Divina. Tale prerogativa si ripeterà poi con il calice dell’ultima cena benedetto da Gesù Cristo. Nella tradizione occidentale sarà la stessa coppa che darà origine alla mitica ricerca del San Graal. La coppa nelle mani del giusto è d’oro, ciò può essere spiegato con l’allegoria biblica alla Babilonia prima della perdizione: la coppa nelle mani del Signore che inebriava tutta la terra prima che le genti divenissero folli. Affianco alla figura dell’uomo puro troviamo uomini nudi inginocchiati poiché incapaci di resistere all’ambrosia divina. L’uomo puro sostiene la coppa aiutandosi con il bastone dei saggi e quindi osserviamo qui il legame esplicito di origine biblica tra nudità, purezza e saggezza che ritroveremo poi nella navata centrale con le scene di Re Artù e Parsifal. L’archetipo del Graal nel presbiterio del mosaico di Otranto Le forze androginiche del Logos che, mediante l’etere del suono, ordinano l’elemento infero della terra ossia la luna, provocano una passaggio dalle acque inferiori(pesci) a quelle superiori(volatili). Le figure del presbiterio, poste in un quadrato di 4x4=16 cerchi, riassumono la totalità dei principi o archetipi cosmogonici chiamati ASTHAROT e rappresentati, nel Pantheon delle divinità caldaico-babilonesi, con il simbolo di un asino eretto. Nel mosaico l’asino eretto è posto da Pantaleone al centro del presbiterio e suona una musica celestiale attraverso la lira a sette corde. Gli strumenti musicali nel presbiterio sono proprio il flauto e la lira. Viene subito da pensare alla disputa tra il flauto di Marsia e la lira d’Apollo del mito ellenico. Il flauto è lo strumento incantatore del serpente che mette in moto una ghirlanda di lettere ebraiche intorno alla sirena dalla doppia coda. La lira invece richiama l’armonia delle sfere celesti ed il principio dell’ordine cosmico del quale a poco a poco le due polarità positive e negative si separano per dare origine alla coppia primordiale edenica. Nelle scene musive del presbiterio troviamo chiari i principi del Sacro Amore espressi dalle immagini di Re Salomone e dalla Regina di Saba minacciati dalla sirena dalla doppia coda (melusina) Isthar-Astarte che come la Lilith del Genesi Rabbà, corrisponde ad una altro principio quello della Donna Celeste, l’ Iside-Ecate con ai piedi i simboli del sole e della luna. Una figura femminile fondamentale per ritrovare l’accordo eterico perduto. Il tema della donna interiore o dell’amore celeste, della sposa originaria ritrovata è fondamentale per l’eroe solare poiché portatore del contenuto ineffabile del Graal. La chiave di questo accordo è la connessione occulta con un sistema di equilibri cosmici di cui la luna è supporto e simbolo. La donna sulla terra continua a mantenere un antico rapporto con la luna poiché detentrice del principio che compenetra e domina la materia inferiore e che rappresenta un elemento costitutivo della sua anima. Tale struttura è sensibilmente illusoria ma è parimente simbolo di restituzione di un mondo superiore perduto, ecco perchè l’uomo virtuoso nel guardare la donna eletta sente affiorare la speranza della resurrezione di un grado di beatitudine e di purità di cui l’esistenza attuale è privazione. Gran Praeceptor e Magnum Magister Fr. Francesco Corona

 

HALLOWEEN
Dalla tradizione Celtica agli Irlandesi fino ai giorni nostri;quale mistero serba la notte di Halloween ?? “trick or threat” FF G.U. Vincenzo felice Mirizio Gran Maniscalco del Priorato del Tempio Hierosolimitano di Mik’Ael
Chi di noi non ha mai sentito parlare della notte di Halloween? Si tratta di una celebrazione molto radicata nella cultura americana ed in quella anglo-sassone, in generale, da diversi anni a questa parte,anche l'Italia ha accolto - a modo suo - questa preziosa occasione per dar libero sfogo alle più macabre e divertenti fantasie. Per certi versi, potremmo assimilare Halloween al nostro Carnevale, seppure orientato decisamente verso l'aspetto più oscuro, soprannaturale, della realtà.- Ultime stime in Italia dove dieci milioni di persone, oltre otto milioni di bambini e adolescenti e almeno due milioni di adulti, festeggeranno Halloween, la «notte delle streghe» tra il 31 ottobre e il primo novembre. Una cifra in aumento del 3% rispetto allo scorso anno. Telefono blu, rileva un giro d’affari in crescita del 5% sul 2008 e circa 400 milioni di euro, tra party e allestimenti di negozi (150 mln), travestimenti (100 mln), gadget (100 mln) e zucche, cerini e altri oggetti (50 mln) -. La nostra società spesso cerca di diffondere le sue regole inculcando realtà sbagliate e variopinte,ma questo non avviene sempre in maniera “visibile” in quanto la sua diffusione giunge in maniera sublime. Ed è proprio per questo che innanzi a sistemi arroganti e mediatici decidiamo di andare controcorrente. La cultura millenaria della moderna coscienza,viene saccheggiata fino a giungere alle sfere più intime. Nel momento in cui predispongono lo spirito alla riflessione sul dono della vita,attraverso la contemplazione di chi la ha onorata santamente (Ognissanti),ci si accorge del netto annientamento della vita interiore con il festeggiamento del 31 ottobre della mascherata lasciva della notte di Halloween. L'abitudine di mascherarsi in occasione di Halloween deriva, probabilmente, dall'usanza celtica di indossare pelli di animali e maschere mostruose durante i riti di Samhain e dell'accensione del Fuoco Sacro, per spaventare gli spiriti e tenerli lontani dai villaggi. ( I Celti credevano che la vigilia di ogni nuovo anno (31 Ottobre) Samhain, Signore della Morte, chiamasse a sé i Morti (che secondo la cultura celtica risiedevano in una terra chiamata Tir nan Oge insieme al Popolo delle Fate) e permettesse loro di unirsi ai vivi. Per impedire, quindi, agli spiriti maligni di soggiornare sulla terra e di impossessarsi del corpo dei vivi, la notte dell'ultimo dell'anno, in tutti i villaggi, venivano spenti i focolari e il Fuoco Sacro che ardeva perenne sull'altare.Il fuoco veniva, poi, riaccesso durante la notte dai Druidi, custodi del sapere e delle antiche tradizionie, con una cerimonia che si svolgeva in un bosco di querce e prevedeva canti, balli, sacrifici animali e che serviva per dare il benvenuto al nuovo anno, sancendo definitivamente la fine di quello vecchio ). -Fonte Halloween dal medioevo ad oggi- Le origini cronistoriche di questa festa risalgono all'epoca in cui le isole britanniche erano dominate dalla cultura celtica, prima che l'Europa cadesse sotto il dominio di Roma. La tradizione vuole le origini della festa di Halloween risalgano ai tempi degli antichi CELTI quando il cambio delle stagioni veniva onorato con grandi celebrazioni pagane. Nella loro cultura, e conseguente tradizione celtica,il passaggio dall’estate all’autunno e l’inizio dell’anno nuovo,viene caratterizzato dalla fine del lavoro agricolo denominato Rito di Samhain durante il quale,secondo quanto si credeva,le porte ultraterrene permettevano agli spiriti la libertà di girovagare senza limiti sulla terra,venendo a contatto con gli esseri della terra. All’epoca l’inizio del nuovo anno ricadeva il 1°novembre, seguito dai festeggiamenti che si svolgevano nel corso della notte del 31 ottobre.I Celti ,della Gran Bretagna e della Francia del nord ,celebravano un rito autunnale chiamato Samhain. Questa ricorrenza, che segnava la fine dell'estate, era speciale per i Celti, poiché indicava per loro l'inizio di un tempo di transizione: si preparavano all'inverno. La stagione della raccolta era finita, gli armenti venivano portati nei campi e alcune bestie venivano macellate. Le famiglie si riunivano per una stagione di lunghe notti di lavori in casa e di racconti. Questo periodo era considerato magico. Era il momento dell'anno in cui pensavano che il velo tra i mondi dei vivi e gli spiriti diventasse ancora più sottile, i vivi potevano comunicare con i morti, ed i morti ritornavano sulla terra. In molte culture l'autunno è un periodo di riflessione su coloro che non sono più fra noi. In seguito della conquista delle isole britanniche, da parte dell’impero Romano,i Celti furono devastati e il rito di Samhain venne inglobato nelle loro tradizioni divenendo una momento di festa giocosa accorpato alle celebrazioni del 1° novembre in onore della dea dei frutti “POMONA”. Nel corso del tempo, proprio i Romani trasmisero al popolo Cristiano la tradizione della festa. Attraverso le conquiste romane, Cristiani e Celti vennero a contatto. L'evangelizzazione delle Isole Britanniche portò con sé un nuovo concetto della vita, molto distante da quello celtico, e durante tale periodo la Chiesa tentò di sradicare i culti pagani, ma non sempre vi riuscì. Halloween non fu completamente cancellata, ma fu in qualche modo cristianizzata, tramite l’istituzione del giorno di Ognissanti il 1° Novembre e,seguito dalla commemorazione dei defunti il 2 Novembre. I Cristiani contribuirono a rendere la festa del 31 ottobre simile a quella di oggi e lo fecero già a partire dal nome. Con il passare del tempo questi spiriti, che una volta venivano ritenuti selvaggi e potenti, assunsero un connotato nettamente diabolico e malvagio. La chiesa affermava infatti che, gli dei e le dee e tutti gli altri esseri soprannaturali delle religioni antiche, fossero di impronta diabolica, che le forze spirituali con cui le persone venivano in contatto erano vere, che costituivano delle manifestazioni del diavolo, principe della beffa, conducendo l'uomo verso l'adorazione di falsi idoli. Così, durante le celebrazioni di Halloween, apparvero rappresentazioni di fantasmi, scheletri, simboli della morte, del diavolo e di altre creature maligne, come le streghe. Il significato di “Halloween”,deriva dal fatto che il 31 ottobre è la vigilia di Ognissanti, in inglese ALL HALLOWS’Day. Considerando attentamente il fatto che la vigilia si dice EVEN e che,quindi,il 31 ottobre è il giorno dell’All Hallows’ Even,è facile intuire come questa espressione sia giunta a comporre la parola Halloween, per semplice contrazione dei termini. Occorre ben specificare che la data del 31 ottobre, rappresenta non soltanto un evento culturale celtico,ma anche il satanismo. In esso si racchiude uno dei quattro sabba delle streghe,dove i primi tre segnavano il tempo per le stagioni “benefiche”: il risveglio della terra dopo l’inverno,il tempo della semina,il tempo della messe. Il quarto sabba indicava l’arrivo dell’inverno e la “sconfitta” del sole e dunque freddo,fame e morte.Originariamente la festività cattolica di Tutti i Santi non era legata ad Halloween,infatti con Papa Gregorio IV° nell’840 si festeggiava nel mese di maggio e non il 1° novembre. Nel 1048 Odilo de Cluny spostò la celebrazione cattolica all’inizio di novembre ,al fine di detronizzare il culto celtico di Samhain. La festività mascherata di Halloween è divenuta ormai un fatto culturale determinando una colonizzazione economica del mondo occidentale, con l’espediente del divertimento della notte del 31 ottobre, tutto è permesso,anche per i bambini, l’improvvisazione di scherzi e feste di quartiere. Quello che invece non deve sfuggire è che il mondo dell’occulto lo riporta come il giorno più magico dell’anno,è il capodanno del mondo esoterico,è la festa più importante per i seguaci di satana. La Bibbia riporta nel verso di Isaia 5,20: “ Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene ,che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre,che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro”. L’antica leggenda irlandese riporta che: un fabbro malvagio,tirchio e perverso (“Ne'er-do-well” “non ne combino una giusta”) chiamato Stingy Jack,una notte della festa di tutti i Santi dopo la sua ennesima bevuta venne colto da malore. Il diavolo nel richiamare la sua anima è costretto ad esaudire alcuni suoi desideri,tra i quali lasciarlo in vita,giungendo perfino a rinunciare alla sua anima. (Jack chiese al Diavolo che gli venisse concesso di bere un ultimo bicchierino. Ottenuto il permesso, si lamentò del fatto che non aveva nemmeno un soldo per pagare la consumazione, così pregò il Demonio di trasformarsi in una moneta da 6 pence. Avvenuta la mutazione, Jack afferrò la moneta e la mise nel suo portafoglio, avente la caratteristica di una croce ricamata sopra. Imprigionato irrimediabilmente, per riottenere la libertà, il Diavolo accettò il patto proposto da Jack, che consisteva nel posticipare di un anno la sua morte). Jack,ignaro dell’effetto della sua malattia (epatopatia alcolica),muore un anno dopo. Respinto dal Paradiso,il fabbro irlandese non trova nemmeno posto all’inferno a causa del precedente patto con il diavolo. A mò di rito Jack intaglia una grossa rapa mettendovi all’interno della brace fiammante, in segno della sua dannazione eterna. Con questa lucerna il fantasma del fabbro torna nel mondo dei vivi. La tradizione vuole che gli irlandesi,colpiti dalla carestia immigrarono in America nel 1850 e approdati nel nuovo mondo,trovarono delle zucche che,a differenza delle piccole rape indigene,erano sufficientemente grandi da essere intagliate. Così le zucche sostituirono le rape e divennero le Jack O’lantern. Le stesse vennero da all’ora sempre utilizzate nella ricorrenza della notte di Ognissanti, poiché, secondo la mitologia, teneva lontani gli spiriti inquieti dei morti che tentavano,come il fabbro di Jack,di tornare a casa. La lugubre storia di Jack serba fatti storici, ed in modo magico, mira a rievocarli. Quando il termine “ jack-o'-lantern” apparve per la prima volta in uno scritto del 1750, si riferiva a una sentinella o ad un uomo che portava una lanterna. La gente credeva che la notte di Halloween gli spiriti ed i fantasmi abbandonassero le tombe per ricercare il calore delle loro vecchie dimore. Gli abitanti dei paesi, timorosi di essere visitati dai fantasmi di vecchi proprietari, si mettevano in costume per spaventare questi spiriti sulla strada del ritorno. Lasciavano anche del cibo ed altri doni (treat) vicino alla porta, in modo da placare gli spiriti e da non far distruggere loro né le case né i raccolti, inviandoli a proseguire il loro cammino. Iniziarono anche a intagliare e dipingere delle facce nelle rape in cui mettevano delle candele illuminate, sperando che il simulacro di un'anima dannata potesse far scappare i fantasmi. La spaventosa carestia delle patate, in Irlanda (1845-50) obbligò più di 700.000 persone ad immigrare in America. Questi immigranti portarono con loro anche la tradizione di Halloween e di Jack o'Lantern, ma le rape non erano così diffuse come in Irlanda (anche se venivano utilizzate persino le patate e le barbabietole), così le sostituirono più che egregiamente con le zucche americana. Oggi la zucca intagliata rappresenta la faccia sogghignante del furbo fabbro, Jack, ed è forse l'icona più famosa di Halloween. Nell’Irlanda celtica, la ricorrenza del Samhain era caratterizzata da due colori: l'arancio, per ricordare la mietitura e con essa la fine dell'estate, ed il nero, a rappresentare l'imminente buio dell'inverno. Ecco perché, tuttora, i colori tipici di Halloween sono arancione e nero, abbondantemente usati in costumi e addobbi. Alcuni secoli prima di Gesù,una setta segreta dominava il mondo celtico. Ogni anno,nella ricorrenza della festa di Halloween,questa celebrava in onore della sua divinità pagana un festival della morte. Cristiani,non lasciamoci fuorviare da apparenti tradizioni e mode,ma teniamo alta la vittoria che ha sconfitto il mondo,la nostra fede (Giovanni 5,4). Rammentiamo profondamente che le disastrose conseguenze dell’influenza magica non sono immediate,ma si manifestano nel corso del tempo con crisi di violenza inaudita. La fede cristiana la sua Chiesa, articolata in molte realtà anche emergenti,e lo Spirito Santo suscita la nascita e la formazione di comunità che collaborano con Parrocchie portando nuova linfa evangelica. La Parola di Dio, gli insegnamenti di tutta la Tradizione Cattolica, dalle prime comunità cristiane fino ad oggi sono chiarissime, 150 sono i passi della Sacra Scrittura che dall'Antico al Nuovo Testamento, vietano il ricorso più o meno inconsapevole a pratiche magiche, esoteriche, occultistiche, spiritiche e via dicendo. Ad esempio il Deuteronomio, ai capitolo 18, versetti 9-14 dice: "Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti, non imparerai a commettere gli abomini delle nazioni che vi abitano.Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia, né chi faccia incantesimi, né chi consulta gli spiriti e gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore... Tu sarai irreprensibile verso il Signore tuo Dio, perchè le nazioni di cui tu vai ad occupare in paese, ascoltano gli indovini e gli incantatori, ma quanto a te, non cosi ti ha permesso il Signore tuo Dio". La simbologia esoterica di riferimento nella festa di Halloween come pipistrelli,gatti neri, luna piena… hanno poco in comune con la vigila di Samhain, trattasi di simboli del mondo dell’occulto che hanno trovato una collocazione nella festa del 31 ottobre. Le notti in cui la luna, nella sua meravigliosa luce incanta la terra, diviene l’ideale per praticare certi riti occulti. I gatti neri si associano alle streghe, per superstizione,perchè si credeva che trasferissero il loro spirito in essi. Ai pipistrelli vengono attribuite capacità occulte, in quanto le loro caratteristiche di uccello nel mondo dell’occulto sono il simbolo dell’anima e del demonio, vivendo nelle tenebre.Le origini della festività Halloweeniana sono interposte alla magia,stregoneria e satanismo. Questa data di riferimento è la vigilia del nuovo anno della stregoneria che a causa del suo connubio occulto con la festa apre una sorta di porta nella vita delle persone rendendoli particolarmente influenzabili. Nella notte delle streghe,chi condivide la goliardia dei festeggiamenti inconsapevolmente si mette in contatto con gli spiriti che altro non sono che angeli decaduti e ossia demoni. La struttura spirituale che circonda l’uomo è molto semplice: c’è Dio,il Figlio unigenito Gesù Cristo,lo Spirito Santo,gli Angeli e gli angeli decaduti con il loro capo, Lucifero divenuto satana. Dobbiamo essere molto attenti al non avvicinarci al mondo esoterico attraverso i rituali di massa che,in determinate feste come quella di Halloween simboleggiano i rituali satanisti come la diffusione di amuleti, che dietro l’apparenza mascherata creano pratiche di stregoneria. Questa ricorrenza precristiana,radicata soprattutto nei Paesi anglosassoni,si è diffusa anche nella nostra terra con una storicità antichissima risalente al 4000 a.C. Il problema non è da sottovalutare perché,con la scusa della ritualità di un’ingenuo divertimento,si cela una tendenza all’esoterismo e alla superstizione, già fortemente in crescita nei giovani, anche se, come già riportato, fu il cristianesimo a impadronirsi dell’usanza e a raccogliere in questi giorni il ricordo di Ognissanti e dei defunti. Comunque nel pensiero dei tanti diviene assai difficile coniugare l’antica tradizione della festa di Halloween con il “merchandising” dei negozi e delle feste organizzate nei vari luoghi di incontro dei giovani e meno giovani, vivendole come una notte di solo e puro divertimento..ma allora ci chiediamo sarà veramente così ??. Efesini 5:11 "Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre; piuttosto denunci

 

SORORES
SORORES TEMPLI a cura del Commendatore della Commenda Santa Maria di Magdala di Roma Nob. Dama Lea Grammauta
Sin dall’inizio ho ritenuto di fregiarmi, in un modo che sembrava essere una forzatura storica, del titolo di dama templare. Ciò perché in realtà la figura della donna, raramente, viene associata agli ordini cavallereschi e, comunque, sempre in modo del tutto marginale. Tuttavia spinta da “sana curiosità femminile” ho voluto sbirciare nelle pagine di autori che all’argomento hanno dedicato delle sezioni dei loro lavori. In particolar modo, due sono i testi in cui si fa riferimento alla presenza femminile nell’ordine templare : “I cavalieri di Cristo. Gli ordini religioso-militari del Medioevo.XI-XV sec.” di A. Demuger e parte del IX libro del Dizionario degli Istituti di Perfezione (DIP). E’ senza dubbio opportuno evidenziare, prima di tutto, che tutte le testimonianze della presenza di “Sorores Templi” provengono dalle provincie occidentali e dove, nonostante l’atteggiamento nei loro confronti fosse prevenuto, erano accolte e “tollerate”. Sicuramente la situazione che più di ogni altra era adottata per permettere l’ingresso delle donne negli ordini era quella “della struttura conventuale mista dei monasteri doppi in cui un edificio maschile era unito a quello femminile, sia giuridicamente che fisicamente, sotto la guida di un solo abate o di una sola badessa”. Una delle testimonianze più significative di questo status è quella che riguarda, alla fine del XII sec., l’attività di una DOMUS doppia di Rouel in Catalogna dove, nel 1198, i fratres e le sorores obbedivano ad una donna: la Praeceptrix Ermengarda d’Oluja. E ancora, durante i processi all’ordine, il templare Ponsard de Giry nella sua deposizione scritta del 1309 descrive alcune usanze dei monasteri doppi o misti e che spesso trovavano conferma nelle regole o negli statuti come quella di donne che, entrate nelle case erano prese a con la forza ed ingravidate dai cavalieri. I loro figli diventavano, a loro volta, templari. Alle “sorores” fa rifermento nel suo sermone n. 37 del 1240 anche Jacomo da Vitry. E’abbastanza plausibile, pertanto, che l’accettazione di sorelle che professavano i tre voti monastici, povertà – carità e obbedienza, dovesse essere un’effettiva consuetudine benchè ciò non sia suffragato da alcun testo o documento ad hoc. Effettivamente la Regola Templare, così come venne approvata nel 1129 nel Concilio di Troys, dedica all’argomento un intero paragrafo (art. 54) facendo riferimento, precisamente, ad un’usunza da interrompere. “La compagnia delle donne è pericolosa, poiché il demonio, da sempre compagno, ha potuto distogliere molti dalla retta via del paradiso. D’ora in avanti le donne non saranno più accolte nella casa del Tempio in qualità di sorelle. Cari fratelli, d’ora in avanti converrà abbandonare tale usanza, in modo che il fiore della castità rimanga per sempre fra voi” Il suddetto riferimento lascerebbe ritenere, più precisamente, che nel corso dei 9 anni che precedettero l’approvazione del loro ordine, i templari accettarono tra di loro sorelle con cui vivevano nel su citato sistema delle case miste o doppie. Proprio questa convivenza promiscua di fratres e sorores nella medesima domus si pensa sia stata all’origine della decisione di interrompere l’esperimento di apertura dei monasteri alle donne nelle quali si vedeva la minaccia al voto di castità. Negli statuti si accenna anche ad altri due tipi di donne: - le benefattrici: donne laiche esterne all’ordine che partecipavano ai benefici spirituali in virtù delle donazioni o delle opere compiute per i Templari. - Le consorores: espressione che probabilmente si riferiva ad una molteplicità di categorie: le converse, le oblate, le donate che, in cambio del dono della propria persona e dei propri beni, in totalità o in parte, ricevevano un’assicurazione di sostegno materiale e spirituale da parte dell’Ordine.

 

CATARI
I CATARI, Il massacro di “uomini buoni” "Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi" La Crociata contro gli Albigesi a cura del Magnum Magister Fr. Raffaele Sepe Gran Cerimoniere P.T.H.M.
I Catari erano un gruppo di religiosi, definiti eretici, dalla Chiesa Cattolica Romana, in quanto rappresentavano un serio pericolo per quella che sarebbe dovuta divenire, e forse lo era, la religione principale nell’Europa del tempo. Il Concilio di Nicea del 325 d.C., sancì inequivocabilmente, il dogma cattolico, pertanto, chi intendeva minimamente discostarsi dai dettami del concilio, veniva considerato una minaccia mortale, tanto da dover essere combattuto e osteggiato anche nelle forme più violente. La popolazione catara, era una piccola comunità di uomini saggi e religiosi che avevano fatto voto di povertà e di castità. I Catari, vivevano del lavoro della terra e delle elemosine, la povertà e la semplicità erano le caratteristiche predominanti. Vestivano di umili tuniche bianche e giravano, per il sud della Francia in coppia, le umili sopravvesti erano legate in vita da una comune corda. Non avevano denaro tanto meno proprietà. Spendevano il giorno in preghiera e predicando il messaggio di Gesù Cristo alla gente comune, in particolare alla povera gente, sempre bisognosa di una parola di conforto. Sovente la coppia di catari si soffermava nel vero e proprio ausilio nel lavorare la terra, la realtà rurale del tempo era affogata dalla necessità di pagare il tributo ai signori locali e in modo particolare al Vescovo. I Catari ricevevano in cambio soltanto qualcosa da mangiare. Questa era la semplice vita della popolazione catara. Lo scontato successo sociale, con il passar del tempo sancì la condanna di questa comunità, sottolineo che anche alcuni feudatari e signori, apprezzavano lo stile di vita di costoro che venivano definiti “uomini buoni” ed anche alcuni sovrani locali aderirono alla fede catara. Abiuravano il crocifisso, ritenuto non tanto il simbolo ma quanto lo strumento di passione e di tortura del Cristo. Non credevano nella resurrezione della carne e né alla SS Trinità. L’adesione dei nobili, questa insolita vita spesa in totale povertà, era troppo lontana dai severi principi della Chiesa ortodossa del tempo. L’omettere di elargire il tributo ai Vescovi, scatenò le ire della Chiesa, anche perché i Catari ritenevano di poter risalire al divino attraverso l’esperienza di vita senza il bisogno, udite udite, di Vescovi e Preti. Soltanto i Perfetti, erano giunti all’unione con il sacro e potevano predicare ai discepoli in virtù della loro perfezione in vita ritenendo che in ogni uomo alberga il tempio di Dio. Per i nostri, il male era sulla terra e Gesù, seppur ricolmo di Spirito Santo era sempre un Uomo. Una rivoluzione religiosa, un Sacrilegio, una eresia. Questo era inammissibile per Roma, tutta la Curia si scatenò contro i buoni uomini e le buone donne. Furono inviati eminenti ecclesiastici in terra catara a riportare l’ordine tra i dissidenti. La missione fallì, ormai il catarismo era parte integrante del territorio anche tra i nobili, che richiedevano in punto di morte, non già la benedizione cattolica, ma il CONSOLAMENTUM, rituale cataro di riappacificazione con Dio. Giova sottolineare che il Dottore della Chiesa, Bernardo di Chiaravalle, futuro Santo, osservando la vita dei catari e l’approfondimento dei loro rituali religiosi, che si noti, non richiedevano la presenza di un celebrante ecclesiastico, si rese perfettamente conto della semplicità dei catari, e asserì senza ombra di dubbio che non aveva mai visto tanta semplicità ed amore in quei rituali, e che non vedeva nei Catari assolutamente nulla di male. Non bastò la Chiesa non poteva sopportare un simile “affronto”. Roma scatenò una violenta Crociata contro gli albigesi ( il nome proviene perché molti catari risiedevano nella città di Albi). Questa crociata vera INFAMIA della Chiesa cattolica antepose cristiani contro cristiani, fratelli contro fratelli, nel nome di Dio. Due furono i Pontefici che si accanirono,Innocenzo III e Gregorio Magno. Il primo, nominò Simon de Monfort capo delle forze armate ed indisse la crociata; il secondo dette ordine di costituire la famosa quanto terrificante “SANTA INQUISIZIONE””, fondata poi da Domenico di Guzmann, futuro fondatore dell’ordine dei domenicani. Ad un attento osservatore, non potrà sfuggire che costui nonostante LO STERMINIO DI MIGLIAIA TRA DONNE VECCHIE BAMBINI INNOCENTI, fu, ironia della sorte, santificato. I Templari, nel sud della Francia, da Templari, non poterono assistere inermi a tale selvaggia carneficina fratricida, condotta con stermini, torture ed ogni altra aberrante malvagità, pertanto manoscritti in volgare narrano di misteriosi Cavalieri dai mantelli grigi che si diedero al martirio, combattendo all’ultimo sangue al fianco di quegli uomini buoni e a quelle donne buone che volevano soltanto il bene dei deboli e degli oppressi. Non si chieda a noi, neo Templari, per ideologia o per reminiscenza, da che parte saremmo stati. Il Magnum Magister Gran Cerimoniere P.T.H.M. Fr. Raffaele Sepe

 

SANTUARIO
Il 1° Gran capitolo Nazionale del Priorato a Veroli: il valore dell’essere veri Cavalieri del Tempio La speranza e il timore sono inseparabili non c'è timore senza speranza, né speranza senza timore François de La Rochefoucauld F fr.Vincenzo Felice Mirizio Grande Ufficiale del PTHM – Gran Maniscalco del Priorato
La Commenda di San Giovanni Battista – Terra del Salento, nei giorni 17 e 18 ottobre u.s., ha partecipato all’attività del 1° Gran Capitolo Nazionale del Priorato del tempio Hierosolimitano di Mick’Ael presso la Basilica di San Maria di Salome in Veroli, sede nazionale del Priorato. In questi giorni la Basilica ha festeggiato la commemorazione del secondo ritrovamento delle spoglie di Santa Maria Salome, avvenuto dopo il terremoto che ha distrutto interamente la città di Veroli. Il Cardinale Segretario di Stato di Sua Santità, Tarcisio Bertone, ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nella Basilica dedicata alla patrona della città riferendosi, nel corso della sua omelia, agli insegnamenti di Santa Maria Salome :"Un anno giubilare è sempre per tutti un tempo straordinario, che permette di riscoprire la bellezza e la gioia della vita cristiana. I santi ci aiutano con la loro testimonianza a riappropriarci dei valori fondamentali del cristianesimo, che sono alla base di ogni esistenza che si definisca umana. Questo è il primo messaggio che Maria Salome ci comunica: seguire il Signore, non separarsi da lui neppure nei momenti difficili. La troviamo anche fra le donne che si recarono al sepolcro per rivolgere le ultime cure al corpo di Gesù per la sepoltura". Per l’occasione anche il Magnum Magister ,i Grandi Ufficiali,Balivi, Commendatori e Cavalieri del Priorato, accompagnati dal Reverendissimo Padre Spirituale Don Angelo Maria Oddi (Rettore della Basilica), hanno partecipato ufficialmente all’importante evento ricco di forti emozioni per l’ottavo centenario del corpo di santa Maria Salome,patrona della diocesi e sede come già riferito, del Priorato. L’emozionte intenso lavoro capitolare si è svolto presso l’Abbazia di Casamari, nel corso del quale sono stati svolti importanti e dettagliati argomenti sul primo anno di attività del Priorato e dell’imponente “tour de force” svolto dal Magnum Magister per realizzare questo eccezionale evento. L’impegno di ogni singolo componente del M.M. e del Reverendissimo Don Angelo hanno reso possibile raggiungere importanti obiettivi con la Comunità di sant’Egidio nel pianificare una stretta collaborazione con il progetto DREAM, al quale ogni Commenda si impegna in futuro a porgere gli aiuti a quanti nelle popolazioni dell’africa vivono il dramma della sieropositività all’HIV. Nello specifico il M.M. ha riunito il Gran Consiglio convocando i G.U. Balivi e Commendatori del Priorato, nel corso del quale sono stati affrontati importanti argomenti al fine di rendere operativi molti intendimenti,pianificati dai Grandi Ufficiali per garantire una valida testimonianza dell’operato, a conclusione della quale la Commenda di san Giovanni Battista è stata lodata, per la sua attività, da parte del M.M. e dai Commendatori della Commende di Roma,Guidonia,Napoli,Reggio Calabria e Milano pianificando per il futuro un consolidamento di rapporti di ricerca storica,con qualche tentennamento da parte di un G.U. Il laborioso ed attento lavoro che la Commenda del Salento, nel corso di questi mesi, ha saputo, con moltissimi sforzi,riguarda la ricerca storica alla riorganizzazione la Cancelleria e tanti altri ben documentabili sul sito della commenda ( HYPERLINK "http://www.commedasangiovannibattista.it" www.commedasangiovannibattista.it). La conoscenza della storia dell’ordine del tempio può essere il biglietto da visita per ogni Cavaliere che vive il neotemplarismo senza l’ostentazione del mantello e nè delle decorazioni, divenendo per Noi il primo punto inopinabile da raggiungere. Proprio questo è il motivo per cui l’intero M.M., per tramite il Gran Cancelliere del Priorato fr.Maurizio Navarra ci ha concesso il riconoscimento di “progetto pilota”. Durante la domenica, vissuta nella solennità del capitolo presso la Chiesa Templare di Sant’Erasmo, sono stati investiti nuovi Cavalieri con l’elevazione al Grado di Grande Ufficiale del Commendatore della Terra del Salento,fr.Vincenzo Felice Mirizio con funzione di Gran Maniscalco che prevede la responsabilità della formazione e contatti con altre associazioni templari unitamente al nuovo riassetto dell’organigramma del PTHM. Nel corso del nostro rientro nel Salento alle ore 23,00 di domenica 18 ottobre abbiamo sostato presso il Santuario della Madonna di Jaddico,a otto chilometri circa da Brindisi, indossando i mantelli per una foto ricordo. La storia di questa chiesa campestre,risale ad una grancia di presumibilmente origine benedettina,caduta in rovina oltre duecento anni fa,alcuni elementi ne fanno risalire l’origine al tempo delle Crociate. Il santuario fu l’opera del vigile urbano Teodoro d’Amici,il quale la notte del 12 agosto 1962 udì una voce femminile che lo invitava a tornarvi,a mezzanotte dell’imminente 14,con fiori e ceri. La notte successiva il sogno si ripete e incuriosito decide di obbedire a quanto gli viene chiesto. Seguirono altri sogni e altri appuntamenti,di cui il più significativo fu quello del 7 settembre del 1962 quando gli apparve la Madonna,in tutta la sua regale maestà ,con le mani aperte dalle quali si sprigionavano raggi di luce che lo abbracciarono. La Madonna gli indicava che in quel posto doveva ereggere la sua chiesa. Da quel momento il protagonista visse un grande momento mistico fino a portare a termine in meno di un anno la Chiesa. In seguito il rudere si illuminò per altre dodici volte alla presenza di testimoni. Il tempio fu consacrato l’8 dicembre 1965,in coincidenza della chiusura del concilio ecumenico Vaticano II°. Sembrerà strano, ma tutte le testimonianze riportano che le apparizioni della Vergine Maria si contemplavano alle ore 23,00 e noi senza saperlo giungemmo alle ore 23,00 (apprendendo da fonti storiche questa coincidenza)al rientro della nostra partecipazione al 1° Gran Capitolo Nazionale del PTHM. L’entusiasmo che ci ha sempre animato nel vivere gli ideali della “Cavalleria Templare” ispirata ai dettami del cistercense San Bernardo e le ricerche della scrittrice Simona Cerrini,ospite del Priorato,ci porta a vivere il nostro “neotemplarismo” lontano da quanti pretendono di denominarsi “ordini” barattando titoli in cambio di esagerate somme finalizzate al commercio di mantelli e insegne. La nostra presenza nel PTHM è la prova di quanta speculazione ci sia distro tale termine,oltraggiando la cristallina onestà etica e morale. Siamo fieri, come veri “Cavalieri del Tempio”, di essere testimoni del nostro credo improntato sull’apostolato laico cattolico affidandoci a Dio tramite il nostro protettore San Michele Arcangelo, indossando il nostro candido mantello che porteremo sempre con dignità e onore difendendo i più disagiati come segnò della nostra umiltà. Con questi veri sentimenti di pienezza di coraggio e virtù porteremo avanti i segni tangibili del valore interiore della fede del tempio.

 

S ERASMO
La Chiesa di S. Erasmo in Veroli : impressioni e suggestioni tra Storia e Teofanie, a cura del Gran Precettore Magnum Magister P.T.H.M. Prof. Francesco Corona.
. A breve distanza dalla Porta Romana in Veroli, si eregge maestosa la chiesa romanica di Sant’ Erasmo (XII sec.) edificata sugli antichi luoghi di culto di un precedente monastero e sede scelta per il nostro primo Gran Capitolo Nazionale. La chiesa è dedicata al Santo martire che secondo la tradizione cristiana fu scampato per sette giorni alla straziante morte ad opera di San Michele Arcangelo nostro sommo patrono. La Chiesa di Sant’Erasmo conserva dell'edificio originario la facciata con portico a tre archi, le absidi e il campanile. In origine si trattava sicuramente di un cenobio benedettino, forse fondato dallo stesso S. Benedetto in viaggio da Subiaco a Montecassino. All’interno una tela el maestro Sebastiano Conca ricorda lo storico incontro tra Federico Barbarossa e il Papa Alessandro III avvenuto in Sant’Erasmo nel 1170. Sempre nel 1170 in Sant’Erasmo assistiamo alle nozze di Oddone Frangipane con Eudocia, nipote di Manuele I Comneno imperatore di Bisanzio. La tradizione misteriologica eucaristica ricorda inoltre che il giorno di Pasqua del 26 marzo 1570, sempre in Sant'Erasmo, venne esposto il SS. Sacramento per le quaranta ore di pubblica adorazione e da un calice contenente l’Ostia consacrata si sprigionò una luce abbaiante seguita da altri fenomeni teofanici che durarono circa 30 minuti, rimarcandone la sacralità di un luogo dove forte era ed è tuttora la presenza del Logos così come descritta nell’evangelo di Giovanni. Tornando all’osservazione degli ambienti, possiamo notare sulle colonne del porticato, le immagini di alcune croci templari all’interno di una singolare triplice cinta composta da due cerchi ed un quadrato. Sempre nella parete interna sinistra dell’atrio, troviamo un affresco della Vergine che ricorda la figure più antica di Iside con ai piedi i simbolo del sole, della luna e del serpente. In tutta onestà intellettuale ci si interroga come mai imperatori, papi , nobili famiglie e cavalieri templari scelsero proprio la chiesa di S.Erasmo per eventi così importanti e per sottolineare, con simboli ben visibili ,il proprio passaggio a perenne memoria. Ad esempio il simbolo della triplice cinta che ricopre la croce templare ricavata da 4 vescica piscis, poteva assumere un significato simbolico di 'sacralizzazione' di quel luogo o della sua valenza iniziatico-rituale di tipo graduale (ovvero ritualità su quattro gradi iniziatici:1) la Croce intesa come rito ufficiale; 2) Prima Cinta circolare come primo grado del Tempio Interiore, 3) seconda Cinta Circolare o secondo grado, 4) Cinta Quadratica finale o ultimo grado rituale) cui l’adepto templare era sottoposto, così come la trasposizione ovvia dell’affresco della Vergine con ai piedi i simboli solari e lunari ed il serpente imprigionato sotto piedi della Vergine, ovvero l’antico nemico che ostacola la ricerca del Cristo da parte dell’uomo e che solo tramite la Vergine è possibile combattere e sconfiggere. .La Vergine infatti assume, in differenti tradizione religiose ma soprattutto in quella cristiana, un importanza fondamentale. Nel rapporto che si instaura con la figura del Cristo fglio unigenito si esplica tutta la potenza salvifica sprigionata dall’amore per il figlio; la Vergine è continua preghiera ossia qualcosa di più dell’ordinario pregare; è un orientamento potenziale della volontà la quale nell’essenza è dedizione assoluta al Divino da cui origina. Vergine , Madre, Figlia del tuo Figlio…… sottolineava San Bernardo da Chiaravalle nella preghiera alla Vergine. La moderna cavalleria, può difatti manifestare tale attitudine alla preghiera, la mitezza che essa implica non diminuisce la forza del coraggio e dell’audacia, anzi l’alimenta. Il moderno templare può giungere ad avvertire l’assurdo dello stato di freddezza della ragione rispetto all’esistere perché scopre in tutto ciò che esiste un coro di devozione che si eleva verso il Divino, un coro che è anelito di redenzione e vuole essere sentito, interpretato nella propria interiorità. Sottraendosi a tale compito, il moderno templare tradisce la propria natura spirituale, tradisce il mondo ed impedisce la teofania ovvero la manifestazione del divino. Durante il nostro primo Gran Capitolo ci piace pensare che le sfere apparse in alcune foto e che riportiamo in figura, siano proprio la manifestazione teofanica di Dio che ci ama e ci sprona a continuare su questa strada già tracciata dal Cristo risorto. Gran Praeceptor e Magnum Magister. Francesco Corona

 

CANCELLIERE
A volte si cerca solo lontano e non si pensa a quanto c’è vicino al luogo in cui si vive. E così è stato!! La curiosità e l’interesse a conoscere i luoghi dove risultano essere stati presenti insediamenti templari mi ha “trascinata” non molto lontano dalla mia attuale abitazione: la tenuta di Tor Pagnotta, situata a sud di Roma, tra la Via Laurentina e la Via Ardeatina. TENUTA DI TOR PAGNOTTA a cura del Cancelliere della Commenda di Roma Santa Maria di Magdala Paola Cenciarelli
Nel 1259 i Templari, e precisamente Fra Pietro Fernandi, magister Domus Militiae Templi in Italia, cedono dei possedimenti, tra cui la Rocca di San Felice Circeo e alcuni appezzamenti agricoli in Terracina e dintorni, al Vice Cancelliere della Chiesa Pironti, in cambio della Tenuta di Tor Pagnotta ( nel documento di permuta viene indicato che detta tenuta era situata nel distretto cittadino chiamato “Piliocti”, da qui la deformazione moderna a Tor Pagnotta). La Tenuta aveva un casale fortificato da una torre, della quale attualmente sono visibili pochi ruderi; aveva una estensione di circa 414 ettari, di cui gran parte destinati all’agricoltura, il rimanente in pascoli, prati e boschi. I Templari decidono tale scambio facendo rilevare che la Rocca di San Felice Circeo aveva dei costi di manutenzione e custodia elevati, senza l’apporto di alcuna utilità; invece con la Tenuta di Tor Pagnotta ampliano i loro possedimenti agricoli e con la Via Laurentina e la Via Ardeatina, in mezzo alle quali era situata, hanno uno sbocco diretto ai terreni già in loro possesso, come la tenuta di Sant’ Eramo (vicino all’attuale città di Pomezia). Il casale di Tor Pagnotta, negli atti del processo intentato ai Templari dello Stato Pontificio, viene citato da un testimone, raccontando che in esso veniva fatta elemosina e venivano accolti e rifocillati dei poveri. Questo fa pensare che la tenuta non avesse un carattere solo agricolo, e che oltre ai locali abitativi per i Templari e per i contadini , avesse anche dei luoghi atti ad ospitare e rifocillare pellegrini e poveri. La tenuta era parte di una delle precettorie più importanti d’Italia, quella di Santa Maria in Aventino, vicina alla sede papale e, per questo, centro politico di notevole rilevanza. La precettoria possedeva molti appezzamenti di terreno, sia all’interno dell’area urbana che nelle vicinanze, destinate a varie coltivazioni, in modo particolare di grano e vino. Un inventario giovannita del 1339 ci fa ricostruire il patrimonio fondiario della precettoria a tale data, supponendo la derivazione templare di alcuni beni; nell’inventario, oltre alla tenuta di Tor Pagnotta risultano la tenuta di Sant’Eramo , la tenuta di San Migrano (vicino ad Albano Laziale), la tenuta di San Lorenzo di Castel Campanile, insieme ad altri appezzamenti di minore entità presso le mura civiche a Testaccio, delle vigne fuori Porta San Paolo, tra via Ostiense e il Tevere e tra via Ostiense e via Appia e una vigna circondata da mura vicino la Chiesa di Santa Maria in Aventino. A riprova dell’importanza della precettoria di Santa Maria in Aventino c’è anche il fatto che era il principale centro di raccolta delle merci e delle derrate alimentari destinate in Terrasanta, che venivano immagazzinate nelle grotte del Monte Testaccio, facente parte della precettoria, per poi essere imbarcate al Porto di Ostia. Questo accentramento di possedimenti, convalidato anche dalla cessione della Rocca di San Felice in favore della Tenuta di Tor Pagnotta, insieme all’ampliamento e all’omogeneità, ci evidenzia l’attenzione dei Templari ad evitare il dispendio di spese di gestione ed il minor rendimento produttivo. Recenti lavori di urbanizzazione nella zona di Tor Pagnotta hanno dato modo di eseguire una campagna d’indagine archeologica; è risultato che della torre, situata su un’alta collina e a metà strada tra le Vie Laurentina e Ardeatina, in un luogo strategico, si conservano i resti della base, di forma quadrata, realizzata in scaglie di selce e l’alzato costruito in frammenti di tufo, selci e scaglie marmoree; si sono evidenziate, inoltre, tracce di un articolato sistema di canalizzazioni scavate nel banco di tufo con probabile destinazione per uso agricolo, forse per l’impianto di un frutteto di meli o per un vigneto. Per quanto riguarda Santa Maria in Aventino, dopo lo scioglimento dei Templari, passò ai Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni, che la chiamarono Santa Maria del Priorato. Oggi è la Villa Magistrale dell’Ordine di Malta. Paola Cenciarelli Cancelliere della Commenda di Roma Santa Maria di Magdala

 

CODICE DA VINCI
IL Vangelo di Filippo il Codice da Vinci e la Maddalena…appunti di una meditazione 2° Parte M fr.Vincenzo Felice Mirizio Commendatore della Commenda S.G.Battista – Terra del Salento PTHM “…e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32)
IL bestseller “IL Codice da Vinci” ha determinato innumerevoli polemiche perché si pone su due livelli di lettura: 1) è la storia di uno studioso di simbologia che scopre l’esistenza di una setta che custodisce un segreto capace di indebolire le forti basi del cristianesimo:Gesù Cristo non sarebbe morto ma,dopo essersi unito con Maria Maddalena,sarebbe fuggito in Francia procreando la dinastia dei Merovingi, il cui Sang Royal sarebbe in seguito stato denominato San Graal; 2) è l’espressione di un romanzo di idee,nato in uno specifico momento culturale,ignoto alla maggior parte dei lettori. Pertanto appare evidente che il successo del romanzo è dovuto alle sue provocazioni: la storicità dei racconti biblici,la vera natura di Gesù Cristo,le origini e lo sviluppo nel corso dei secoli del credo cristiano. Le tesi sostenute esprimono un’ idea basata sulla cultura giudaico-cristiana fondata sulla falsità del matrimonio di Cristo con la Maddalena;la quale Nostro Gesù Cristo avrebbe voluto al vertice della Chiesa Cattolica. Nel corso di questa seconda parte non potremmo sfiorare tutte le controversie sollevate dall’autore nella stesura delle sue pagine,ma ci limiteremo ad analizzare le modalità e i retroscena con i quali Brown ha dimostrato che le sue teorie valgano tanto nell’ambito del suo romanzo quanto nella nostra realtà.Tutto ciò,pur essendo cristiani praticanti, non ci deve indurre nell’essere indifferenti o lontani da queste ipotesi teoriche,ma ci devono spingere ad affrontare con chiarezza e meticolosità i suoi fondamenti (… caro fr.Rocco veritas filia temporis ). Non può sfuggire alla critica la reazione dei tantissimi lettori che si sentono ingannati dalla Chiesa per le moltissime verità, tenute volutamente nascoste, e, grazie a Brown, emerse oggi. Nella pagina che precede il bestseller, l’autore fornisce una serie di descrizioni che permettono al lettore di ambientarsi ed in particolar modo, sotto il titolo “Informazioni storiche”, lo stesso scrive:” Il Priorato di Sion,società segreta fondata nel 1099, - è una setta realmente esistente. Nel 1975,presso la Bibliothèque Nazionale di Parigi sono state scoperte alcune pergamene,note come Les Dossiers Secretes,in cui viene fornita l’identità di numerosi membri del Priorato,compresi sir Isaac Newton,Botticelli,Victor Hugo e Leonardo da Vinci”. Una nota fondamentale ai fini della stesura è rappresentata dalla figura del grande Leonardo da Vinci inserito nella rete del complotto. Ho letto in rete tantissimi commenti di lettori italiani e americani,i quali riportano alcune critiche aspre, da altri invece considerato come il tomo che ha cambiato la loro vita perché gli ha permesso di capire definitivamente la verità della storia umana in generale e della religione cristiana in modo particolare. Ciò che avviene nel thriller è stupefacente ed attrae, nei suoi 105 capitoli più un prologo e un epilogo come vere lezioni cattedratiche,i lettori pretendono di fondarsi su documenti storici “reali” e tenuti nascosti da un tremendo complotto secolare,di cui la Chiesa (cattolica) è la principale regista. Questi presunti documenti, divenuti la fonte della verità,sono stati riportati anche da un altro testo, pubblicato circa venti anni fa, intitolato “Holy Blood,Holy Grail”. La storia riporta che il Santo Graal sarebbe nella realtà il nome di copertura di Maria Maddalena,regolarmente sposata e messa incinta da Gesù, dalla quale nacque la figlia di nome Sara,da cui derivò la casa reale francese dei Merovingi. Il particolare legame con la Francia è dato da Giuseppe d’Arimatea,che sarebbe stato zio di Gesù,e avrebbe portato la Maddalena incinta nella “ comunità giudaica” (sic) francese. Con la morte della Maddalena,il suo sarcofago unitamente a molti documenti sulla fallacia divinità di Gesù,e del cristianesimo sono stati sepolti con lei. L’importante verità nascosta al mondo è stata soffocata da una lotta secolare della Chiesa,che ha sempre tentato di mettere il guinzaglio ad un pugno di indomiti difensori della verità. Questo suo dominio avrebbe nascosto quanto restava della religiosità precristiana e dello stesso cristianesimo primitivo,basati sulla centralità delle figure femminili,a livello umano come divino. Su questa “base storica” pone le fondamenta la teorica browniana. Secondo questa ipotetica versione,il Priorato sarebbe stato istituito da Goffredo di Buglione nel 1099, dopo la conquista di Gerusalemme, ed avrebbe avuto il sostegno militare dei Cavalieri Templari, con lo scopo di conservare la verità sulla mortalità di Cristo ed il matrimonio con la Maddalena,trovando riscontri nei vangeli apocrifi. Sicuramente tutti ricorderanno, con la pubblicazione del libro nel 2003 e dell’omonimo film del 2006, l’interesse verso le mortificazioni corporali. L’uso del cilicio e della disciplina era comune tra i membri numerari dell’Opera come altre pratiche saltuarie di mortificazioni corporali:dormine per terra e sottoporsi a docce molto fredde. Per l’Opus Dei gli istinti del corpo sono da “ordinare” ,non un nemico da combattere,ma esattamente il contrario – il dolore anzitutto spirituale – è considerato benedetto perché redentore. La struttura, molto criticata in Italia per la presunta attività di lobbismo, è accusata di proteggere e favorire la carriera dei cattolici nella politica e nell’economia e di indirizzare l’orientamento politico italiano. L’Opus Dei non rende pubblico ne nomi ne chi smette di appartenere come membro,poichè rappresenta un legame di fede strettamente personale. L’articolo 191 della costituzione originale riportava “ I membri sappiano bene che dovranno osservare sempre un prudente silenzio a proposito di nomi degli altri associati e non dovranno mai rilevare a nessuno che essi stessi appartengono all’Opus”. Proprio quest’articolo nel tempo ha in seguito alimentato il forte sospetto che la struttura religiosa funzioni come una società segreta. Nel corso degli anni ottanta l’articolo venne modificando deliberando la facoltà di rilevare la propria appartenenza all’Opus Dei. In risposta alle moltissime controversie ,già con la sesta ristampa dell’edizione italiana a cura di Mondadori è stata sostituita pagina 9, contenente informazioni storiche,con una integrale pagina bianca. Il lettore inizia dunque ad appassionarsi alla trama del bestseller,e quando giunge al termine è profondamente provato dalle rilevazioni riportate. Infatti si apprende inverosimilmente che Gesù aveva affidato la Chiesa che avrebbe dovuto proclamare la priorità del principio femminile non a San Pietro,ma a sua moglie,Maria Maddalena. Sempre secondo la teoria del libro,l’imperatore Costantino (280-337),avrebbe inventato il nuovo cristianesimo sopprimendo l’elemento femminile,asserendo che Gesù Cristo era Dio,e facendo ratificare queste sue idee patriarcali,autoritarie e anti-femministe al Concilio di Nincea (325). In tale concilio viene abolita la verità su Gesù, sul suo matrimonio .e la relativa discendenza .Conseguentemenete il primo obiettivo era riconoscere quattro vangeli “innocui”,fra i dieci, proclamando i restanti “eretici” ed altri “gnostici” in quanto riportavano la vera storia di Gesù e i suoi legami con Maria Maddalena. La sfortuna dell’imperatore Costantino e della stessa Chiesa Cattolica fu che i discendenti fisici di Gesù scamparono alla sua persecuzione riuscendo perfino a dominare il trono francese con il nome di Merovingi. L’azione messa in atto dalla Chiesa mirava a distruggere i Merovingi con l’aiuto dei Carolingi . Per questo nacque il Priorato di Sion un’ organizzazione esoterica con l’obbiettivo di difendere la discendenza di Gesù e il suo segreto. Intanto la Chiesa Cattolica prosegue la lotta al principio femminile, con la messa al rogo delle streghe, non riuscendo a bloccare il Priorato di Sion che protegge i discendenti di Gesù:”i Plantard” e “Saint Clair”. Gli illuministi usavano insinuare nel popolo l’odio verso la Chiesa preparando la Rivoluzione Francese. Il tutto si articolava attraverso centinaia di opuscoli,libri,pamphlet provenienti dagli ambienti illuministici e massonici negli anni immediatamente precedenti alla stessa rivoluzione che diffondevano, nelle menti ignoranti dell’epoca,falsi miti,oziosità e corruzione dei conventi religiosi.La malvagità dei gesuiti,il genocidio degli indios del Perù erano dovuti alla complicità dei missionari con le forze politiche locali. La mitologia illuministica sui conventi veniva riportata nel 1760 nel romanzo “La religiosa di Denis Diderot” e ininterrottamente ristampato per dieci edizioni continuate in Unione Sovietica. Per una tragica ironia storica,sarà la stessa Rivoluzione Francese a fornire l’inconfutabile prova della falsità del mito antimonastico.Ai monasteri maschili e femminili la stessa Rivoluzione offrirà molti riconoscimenti come la “libertà”. INCLUDEPICTURE "http://web.tiscalinet.it/Agrapha/image/copto.jpg" \* MERGEFORMATINET Nel testo vi è, come già riportato nella prima parte pubblicata antecedentemente un chiaro riferimento al Vangelo Gnostico di Filippo :” più avanti Sophia legge un frammento del Vangelo di Filippo,un testo gnostico,che per Teabing e Langdon prova la relazione carnale tra Gesù e la Maddalena,dal momento che la chiama compagna del salvatore.. Come ogni esperto di aramaico,la parola compagna all’apoca,significava letteralmente moglie”. Nella realtà il vangelo apocrifo di Filippo è scritto in COPTO (antica lingua egizia),non in aramaico !! condizione che evidenzia come Brown non ha ben compreso la reale trascrizione della lingua originale del vangelo. La parola “compagna” nella lingua copta significa “amica” e non sposa. Un’ulteriore associazione riportata dall’autore verte sul fatto che il concetto tra “sinistro” e “sfavorevole” sia opera della Chiesa,ma questa dizione deriva dall’occidente dalla cultura romana arcaica. Nel capitolo 55 del Codice da Vinci viene riportato: “lo statuto di Gesù come figlio di Dio è stato ufficialmente votato al Concilio di Nincea…e per di più con un voto di maggioranza assai ristretto”. Nella storicità del Concilio di Nincea viene documentata la presenza di trecento Vescovi dei quali solo due non sottoscrissero il Credo,l’affermazione più grave è che fino al 325 Gesù sarebbe stato visto come un “uomo” grande e potente. All’epoca del Canone Muratoriano – risalente al 190 d.C.circa – il riconoscimento dei Quattro vangeli come Canonici e l’esclusione dei testi Gnostici era un processo completato novant’anni prima che Costantino nascesse e,quindi la fonte riferita dall’autore risulta infondata . Sempre nel prosequio del capitolo 55 viene riportato:” Dato che,quando Costantino aveva innalzato la condizione di Gesù,erano passati quasi quattro secoli dalla morte di Gesù stesso,esistevano migliaia di documenti che parlavano della sua vita di uomo mortale…” Dunque il Concilio di Nincea non avenne 4 secolo dopo la morte di Gesù,in realtà nel 325,cioè tre secoli dopo,un errore molto grave per quanti vogliono attestare la storicità della fonte. Inoltre,i primi testi eretici sulla vita di Gesù risalgono alla metà del secondo secolo,e fine al IV° secolo non risultano più di una decina. La reazione della Chiesa alla pubblicazione del “Codice da Vinci”, è stata un chiaro segnale di una complessità di questioni dirompenti per la stessa credibilità. Molti si sono chiesti come mai un bestseller narrante una storia, giudicata falsa e conseguentemente inattendibile per l’opera calunniosa e offensiva nei confronti di Cristo e della Chiesa, ha avuto dal 2003 a oggi tanto successo ??...Sicuramente non per le sue qualità narrative o per la fondatezza della sua storicità, considerando la causalità tralascia un qualcosa di inspiegabile…Il successo delle vendite può essere visto come un’insinuazione paradossale di un dubbio sulla conoscenza delle origini del cristianesimo,in cui la Chiesa rischia di perdere o eludere la proprio dignità. I milioni di lettori, che in rete hanno creato molti blog scambiandosi opinioni, sono cristiani curiosi,anche se male informati e conseguentemente colti di sorpresa nell’apprendere l’ipotesi dell’unione carnale tra Gesù e la Maddalena. Questo rappresenta il nocciolo dello scandalo,anche se è il semplice avvio di una complicata storia di poteri e di scontri all’interno delle istituzioni ecclesiastiche. La Chiesa dobbiamo ammetterlo è sfidata sul terreno che sino a ieri riteneva di gestire sovranamente – il controllo dottrinale e mediatico delle proprie origini e della propria logica istituzionale. Pur avendo trasmesso attraverso le sue fonti ogni smentita sull’ipotetica relazione tra Gesù e Maddalena,deve necessariamente porsi di fronte all’affrontare la radice di una complicata vicenda di rapporti affettivi e rispondere alla gravità delle problematiche morali .In quel periodo, il Segretario della Congregazione per la dottrina della fede, monsignor Amato reagì come se si trattasse di un vergognoso attacco globale e diffamatorio contro la Chiesa,tanto da ipotizzare che se tale attacco fosse stato indirizzato al Corano o alla Shoah avrebbe fomentato una reazione mondiale. Occorre riportare i diversi pensieri di due intellettuali cattolici attivi come Franco Cardini che commentava il successo del bestseller come un’operazione di discredito del Vaticano ad opera dei falchi della Casa Bianca a causa della guerra in Iraq,notoriamente criticata dalla Santa Sede,invece Vittorio Montessori era dell’idea di invitare i cattolici a fondare una lega contro la diffamazione del Cristianesimo. La vera sfida del Codice da Vinci non doveva assolutamente far assumere alla Chiesa un tono vittimistico dell’ortodossia umiliata,ma doveva svolgere una diffusione mediatica e culturale di informazione critica schiettamente storica e dottrinale e non risolta. Il dibattito sulle origini della Chiesa deve essere attuato trattando i cristiani come adulti,non come eterni minori da indottrinare e da difendere contro la cattiva informazione. Sul giornale dell’Avvenire del 3.01.07 monsignor Ravasi riporta i tanti equivoci che hanno segnato fin dalle sue origini la figura di Maria proveniente da Magdala. In un villaggio della costa occidentale del lago di Tiberiade,allora centro commerciale ittico,emerge dal Vangelo di Luca (8, 1-3),in un elenco di discepole di Cristo, un ritratto abbozzato di Maria di Magdala,dalla quale erano usciti 7 demoni, simbolo della pianezza. Non si può sapere molto sul male morale o psichico che affliggeva Maria, eliminato da Gesù. La tradizione popolare nei secoli seguenti fece divenire Maria Maddalena una prostituta,infatti nella pagina evangelica precedente al capitolo 7 San Luca narra la storia di un’anonima peccatrice nota in quella innominata città. Questa peccatrice pubblica dovrebbe essere la Maria di Magdala riportata nelle righe successive attribuendo ad essa tutta la storia riportata dall’evangelista. La stessa, sapendo della presenza di Gesù in casa di un notabile fariseo, si presentò compiendo un venerabile gesto di amore apprezzato da Gesù: aveva cosparso di olio profumato i piedi del rabbi di Nazaret,li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati con i suoi capelli. A seguire subentra un altro equivoco. Nel capitolo 12 di Giovanni,Maria sorella di Marta e di Lazzaro,amici di Gesù,compie lo stesso gesto che,tra l’altro era segno di ospitalità e di esaltazione dell’ospite. Tutti gli Evangelisti sono concordi nel segnalare la presenza, al momento della crocefissione e della sepoltura di Gesù, di Maria Maddalena giunta a Gerusalemme alla sequela dello stesso e per vivere con lui e coi discepoli le sue ore della passione. Nel vangelo di Giovanni ( 20, 11-18) viene riportata la luce ancora pallida dell’alba di Pasqua che celebra l’incontro tra Cristo e Maria e Magdala. Maria scambia il Cristo col custode dell’area cemeteriale. Questa cecità è tipica di alcune apparizioni del Risorto:si pensi solo ai discepoli di Emmaus che gli camminano insieme a lui per ore senza riconoscerlo (Luca 24 13-35). Il profondo significato è puramente teologico, in quanto il Cristo travalica le coordinate umane,storiche e fisiche e per poterlo riconoscere occorre mettersi sul canale trascendentale della fede. Per questo quando Gesù chiama per nome Maria lo riconosce rispondendo in aramaico Rabbui, “mio maestro”. Lasciando i vangeli Canonici ed esaminando gli Apocrifi,sorti nella cristianità d’Egitto attorno al III° secolo, in alcuni scritti Maria di Magdala viene identificata con Maria,la madre di Gesù. La sua trasfigurazione raggiungerà negli scritti una tale altezza da scegliere la figura della Maddalena fino a renderla un simbolo,e Sapienza per eccellenza. Questo risultato viene paradossalmente ottenuto attraverso un’immagine sulla quale la lettura posteriore, con malizia,ricamerà allusioni voluttuose ed erotiche. Infatti nel Vangelo di Filippo apocrifo,scoperto nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto si legge: “IL Signore amava Maria Maddalena più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca. Gli altri discepoli,vedendolo con Maria,gli domandarono: Perché l’ami più di tutti noi ?” Per quanti sono ignari di simbologia biblica possono semire il sospetto su Maria e Gesù,fantasticando sulla relazione sessuale tra i due. In tutti gli scritti gnostici cristiani la Maddalena è solo l’esempio della conoscenza piena dei misteri. Dunque una Santa vittima di equivoci,sospesa tra due estremi: carnalmente abbassata a prostituta o ad amante,spiritualmente elevata a Sapienza trasfigurata. Dall’attenta lettura del libro emerge: l’autore Brown non ha mai letto un vangelo apocrifo e se l’ha fatto mistifica la cronologia storica. Il canone biblico comprende il catalogo ufficiale dei libri componenti la Bibbia che la Chiesa riconosce come ufficiali del proprio credo. L’etimologia della parola greca “kanon” indica un’asta rigida e nel senso più stretto, rappresenta un modello in rapporto al quale si può determinare la regola del cristianesimo stesso. Nella letteratura alessandrina la parola “kanon” si riferiva alla raccolta di opere classiche ritenute degne per la lettura. Invece il termine Apocrifo (nascosto,di dubbia origine) è semplicemente rappresentato da quei tomi che racchiudono una certa affinità con la sacra Scrittura verso i quali la comunità cristiania non ne riconosce la canonicità. Dunque Apocrifo si contrappone a Canonico e questo vale sia per l’Antico sia per il Nuovo Testamento. Il canone biblico fu stabilito l’8 aprile 1546 al Concilio di Trento,con il decreto “De Canonicis Scripuris”, che stabiliva l’elenco dei testi canonici contenuti nel “Decretum pro Iacobitis” del precedente Concilio di Firenze (4 febbraio 1441). Occorre sottolineare che le prime decisioni conciliari traggono origine dai Concili africani di Ippona (393) e Cartagine (397 e 419). I quattro Vangeli furono riconosciuti da Ireneo di Lione verso il 180 d.C. Dunque la prima lista canonica risale al tempo di Ironeo,quando lo studioso Muratori ritrovò in una biblioteca di Milano i quattro vangeli accolti nel nuovo testamento denominandoli successivamente canone Muratori: vangelo di S.Matteo,S.Marco e S.Luca detti sinottici per le somiglianze esistenti tra gli stessi quando confrontati in parallelo ,e di San Giovanni. L’erudito Origine filologo definì alcuni apocrifi eretici.Verso il 200 in Occidente, i quattro Vangeli,gli Atti degli Apostoli,l’Apocalisse di S.Giovanni e le tredici lettere di Paolo furono riconosciuti canonici in quanto conservavano le radici della storia della comunità cristiana. Il conseguente consolidamento dei canoni in Occidente e Oriente concluse la definitiva accezione del termine “apocrifo” intorno al 400 da Agostino. A partire dalla seconda metà del V° secolo, vi fu il consenso sui 27 tomi del Nuovo Testamento. Per una corretta interpretazione dei “criteri di canonicità” bisogna ricordare che per esseri tali devono fondare la propria veridicità su tre aspetti: Antichità apostolica,attribuzione degli scritti direttamente o indirettamente agli Apostoli che furono diretti testimoni oculari della vita di Gesù. Cattolicità, ossia il consenso della Chiesa Ortodossia, e cioè la conformità all’insegnamento trasmesso oralmente dagli Apostoli. Proprio a differenza di quanto riporta Brown,l’imperatore Costantino non ideò nessuna nuova Bibbia,anzi non fu lui a scegliere l’istituzione del canone ne tanto meno scartò alcun testo, anche perché il processo, come già detto, ebbe origine molto tempo prima del periodo costantiniano. Le particolarità emerse nel Codice da Vinci richiamanti il Vangelo di Filippo, risalente alla seconda metà del III° secolo, contengono le 127 massime,in parti riferite al II°, secolo e nel suo insieme documentano una catechesi sacramentale degli gnostici. Lo “gnosticismo” indicava un gruppo di studiosi di dottrine religiose del II° e III° secolo derivante dalla parola greca “gnosis” che significa conoscenza. Conseguentemente le religioni gnostiche evidenziano come l’Uomo per essere salvato deve liberare la propria conoscenza (gnosis). E’ passato qualche anno dalla prima edizione del Codice da Vinci e sembra quasi che non se ne parlì più, però non si documenta il danno culturale portato in molti credenti..Uno degli aspetti fondamentali del codice è stato quello di confondere e bigottare le fonti storiche del sapere. Per una corretta attendibilità della trasmissione epigrafa dei vangeli bisogna conoscere e comprendere i manoscritti venuti alla luce e messi a disposizione di quanti hanno la bontà di leggere. I manoscritti ritrovati o tramandati sotto forma di rotoli o di papiri vengono classificati “codici” così classificabili: 88 papiri (più antichi),274 unciali (codici a carattere minuscolo),2975 (minuscoli) e 2209 lezionari ad uso liturgico. Non tutti i codici riproducono l’intero Nuovo Testamento. I quattro Vangeli composti da 2083 codici sono: le lettere di San Paolo, di San Pietro,San Giacomo,San Giovanni, San Giuda Taddeo e l’Apocalisse,di cui si è riprodotto un numero minore di codici. Il papiro più antico il 7Q5 scoperto a Qumran e risalente al 50 d.C., riporta un frammento del vangelo di Marco. Nel Magdalen College Oxford viene conservato il papiro P64 consistente in piccoli frammenti del vangelo di Matteo datato prima del 70 d.C. Invece il codice vaticano B03 comprende 759 fogli e contiene quasi tutto il Nuovo Testamento custodito nella Biblioteca del Vaticano. Il Codice Sinaitico 0 01 (Londra British Library) contiene 346 fogli più l’intero Nuovo Testamento. Quando sono stati scritti i Canonici i testimoni oculari della vita di Cristo erano ancora in vita, e due di loro furono Apostoli ed Evangelisti (San Matteo e San Giovanni). Invece la storia riporta che l’apocrifo di Filippo narra la vita di Gesù dopo 100 anni dalla morte degli Apostoli. Un altro criterio di contrapposizione tra Canonici e Apocrifi è la valutazione della provenienza apostolica: San Matteo è Apostolo con san Giovanni,San Luca collaboratore di San Paolo e San Marco molto vicino a san Pietro,il quale riferisce solo le testimonianze di quest’ultimo. La fonte evangelica del messaggio di Cristo ha un elemento in comune: i fedeli sono tutti ebrei.. I Canonici scritti in greco conservano un tratto semitico nel linguaggio, alcune frasi dei Vangeli sono inusuali perché rimangono nella forma semitica,aramaica (Abbà = Papà,Rabbonì= Maestro ecc) . Invece i vangeli Apocrifi riportano un risultato differente:scritti in copto senza nessun tratto semitico. Questo passaggio è necessario perché come l’autore Brown fa esplicito riferimento ai Vangeli gnostici di Tommaso,di Filippo,della Verità,rinvenuti a Nag Hammadi e risalenti al IV° secolo d.C. Questi furono epigrafati all’interno di una comunità che intendeva raccontare la vita di Gesù per confermare le proprie teorie filosofiche. Trattasi di citazioni usate molto raramente da tutti i Padri della Chiesa (scrittori cristiani dei primi quattro secoli quali: San Clemente,San Giustino,San Ireneo…),i quali invece riportano circa 30 mila volte di Vangeli Canonici. Pertanto appare chiaro che gli Gnostici, sia come “mitologia” che come “scritti di parte”, sono viziati da pregiudizi filosofici in cui solo l’autore ne riconosce l’autenticità storica. I Vangeli Canonici riportano l’importanza del “principio femminio” valorizzando continuamente le “pie donne” per la grande dignità nell’essere state fedeli ai piedi della croce durante la passione di Cristo. INCLUDEPICTURE "http://www.cozy-corner.com/book/images/THE-DA-VINCI-CODE.jpg" \* MERGEFORMATINET Leggendo pagina 271-275 del Codice da Vinci vengono evidenziati alcuni aspetti sulla storicità di Cristo,enunciati dall’anziano studioso inglese Teabing : “La vita di Gesù è stata scritta da migliaia di suoi seguaci in tutte le terre..più di ottanta vangeli sono stati presi in considerazione per il Nuovo Testamento..” “Chi ha scelto quali vangeli includere ?”.. La Bibbia come noi la conosciamo è stata collezionata dall’imperatore pagano Costantino…Nel cristianesimo non vi è nulla di originale. “Costantino convocò la famosa riunione,nota sotto il nome di Concilio di Nincea,nel 325..si discussero molti aspetti del cristianesimo,che furono decisi attraverso un voto in una maggioranza assai ristretta..” “Costantino commissionò e finanziò una nuova Bibbia escludendo i vangeli che parlavano dei tratti umani di Gesù..bruciandone i vecchi vangeli…”Fortunatamente i vangeli che furono banditi da Costantino furono salvati e tra questi i Rotoli del Mar Morto..” La Chiesa cercò in tutti i modi di impedirne la diffusione..Quel che intendo dire è che quasi tutto ciò che i nostri padri ci hanno insegnato di Cristo è falso” pagina 276. I Vangeli più antichi risalgono a pochi decenni dalla morte di Gesù, altri invece risalgono alla fine del primo secolo,in base a criteri filologici,chimici,archeologici. La Chiesa primitiva,ha riconosciuto nei quattro vangeli l’origine apostolica,confermata dagli stessi autori:San Paolo, San Pietro,San Giacomo e dalla comunità primitiva. I Vangeli Apocrifi sono esclusi non perché negassero la divinità di Gesù,ma perché credevano di renderla credibile con racconti miracolosi controproducenti . Tutti e quattro gli evangelisti trascrivono esplicitamente che Gesù era figlio di Dio e il Cristianesimo è nato da subito come fede in Gesù vero uomo e vero Dio. Il Concilio di Nincea ha semplicemente deciso sul problema della Trinità,definendo che il Figlio è della stessa sostanza del Padre. Le accese proteste del 19 maggio del 2006 da parte degli ambienti cattolici anticiparono l’uscita del film de “IL Codice da Vinci”, il giornale dei Vescovi Italiani l’Avvenire invitava i cattolici al boicottaggio del film.Tuttavia nonostante la contrarietà del quotidiano cattolico, oggi come all’epoca dei fatti,non si può in nessuna maniera negare la libertà di espressione perché verrebbe meno il fondamentale diritto di critica,e la Chiesa Cattolica in questo senso non è stata attenta alla libertà degli autori anzi il suo è stato un vero attacco alla libertà d’espressione. L’aspetto della vicenda è l’evidente sfiducia delle autorità ecclesiastiche nella capacità di spiegare le proprie verità. Non si può spiegare altresì lo strano successo del bestseller pervicacemente anticristiano ,che ha trovato un ritardo secolare con cui la Chiesa si è aperta alla conoscenza storico-critica delle Scritture. Mentre il testo si basa sul fascino del complotto,che vellica il lettore a vedere in azione un potere segreto quasi illimitato,la critica di Avvenire si fonda sulla “paura” di una cospirazione fin troppo reale. Nella storia la teoria dell’intrigo è stato spesso il mezzo con cui la classe sociale precaria,in Occidente tipica piccola borghesia,ha sempre espresso (“faute de mieux”) l’angoscia di trovarsi schiacciata tra una massa, che ambisce a impadronirsi dei suoi modesti privilegi, e una élite di potere colluso. Nella stessa maniera la Chiesa cattolica si sente cinta da una élite “relativista” e da una massa damnationis che insegue la soddisfazione dei propri istinti,e reagisce, come spesso ha reagito all’ipotesi del complotto, con il vittimismo aggressivo. Da buon cristiano quello che sfugge in molti di Noi è, che la pubblicazione del besteseller e del relativo film, ha fatto emergere una Chiesa indebolita e spaventata. Questo ha determinato moltissimi interrogativi nell’esercito dei credenti, rendendo ancor più pericolosa l’azione mediatica di Brown che con il suo besteseller ipnotizzatore - page turner - si è arricchito a spese di un’ istituzione millenaria come la Chiesa Cattolica. La storia della calunnia anticristiana è lunga duemila anni. Appena nato il Cristianesimo è stato combattuto con la falsità (Mt 28,15),oggi si combatte con tecniche più raffinate la disinformazione e la contro-informazione, mutate con l’evolversi della cultura:dalle persecuzioni dei primi secoli alle velenose diffamazioni escogitate da Filippo IV° il Bello contro papa Bonifacio VIII°,fino ai sistemi filosofici del Settecento e dell’Ottocento, ostili alla Chiesa. In questo nuovo millennio è andato sempre più affermandosi l’anti-religious entertainment (intrattenimento anti-religioso) denunciato per la sua azione efficace,ma devastante nell’annientare la Chiesa Cattolica. Tra le righe emergono una serie di credenze esoteriche,neo-gnostiche e femministe che si pongono in diretta opposizione alla fede cattolica rappresentandola come menzognera e tratteggiata come istituzione misoginica . L’ideologia rappresentata dal libro risalirebbe a molti decenni prima trovando nell’autore un’abile deformatore della Teologia cattolica rimpastata a suo piacimento. Lo scritto nel suo intruglio appare al lettore, nel corso della narrazione, un intreccio di riferimenti storici apparentemente veritieri. Tutto quanto deve servire a sollecitare soprattutto i Cattolici a conoscere meglio il vangelo e la storia della Chiesa ,al fine di ritrovare l’autenticità del credo da un lato, e dall’altro trovare una Chiesa meno divisa, ma più vicina alle realtà esistenti senza apparire confusa e disattenta perché impegnata in lotte di successione e divisioni dei poteri ecclesiastici (bertoniani e ruiniani…).Una buona cultura generale sarebbe sufficiente per difendersi dalle mistificazioni che mediaticamente cercano di ledere il credo cattolico trovando negli “impreparati” un facile terreno di diffusione delle loro fantasticherie. La vera questione in gioco perciò è la difesa dell’irriducibile differenza tra l’autentica realtà dei fatti e l’evanescente irrealtà del mondo costruito dai media, che manipolano la realtà spezzandola e ricomponendola a loro piacimento. . Aspetti Conclusivi Giunti alla fine di quest’approfondimento possiamo osservare che non basterebbero le scoperte degli apocrifi gnostici o la teoria dell’archetipo femminile,puntualizzata da Jung,per rendere possibile la “costruzione culturale” di un credo poco conosciuto nei credenti,ma proprio per questo non possiamo esimerci dal leggere e conseguentemente arricchire la nostra conoscenza sulle tematiche storiche spesso travisate dallo scrittore di turno facendoci allontanare dalla realtà. La comprensione della fede cristiana nel suo percorso storico e culturale, la si può raggiungere solo rivisitando la Sacra Scrittura insieme alla lettura dei Vangeli Canonici e Gnostici confrontandoli al fine di capire l’abisso tra sorbietà storica e la nebulosa evanescenza riportata nel bestseller del Codice da Vinci cha sovvertito in molti la fede del Cristo martirizzato ancora oggi da fantasiose infondatezze. Mi sento di esprimere che la lettura di questo libro in molti è divenuta l’occasione per recuperare la solidità storica del patrimonio cristiano che da millenni ha trasformato l’odio in amore e il pessimismo in speranza. La Chiesa Cattolica non può continuare, come oggi appare, divisa nei suoi poteri ecclesiastici (CEI), come tutti hanno avuto modo di leggere e di osservare, rendendo ancora più distante quei valori che ogni cattolico ricerca…e purtroppo per molti diventa un terreno fertile per la crescita di falsi miti fondati sull’inesistenza storico,sociale e culturale .

 

IMPRIMATUR
Quando la verità della storia diventa dirompente “Imprimatur” M fr.Vincenzo Felice MIRIZIO Commendatore della Commenda S.G.Battista-Terra del Salento A volte l’uomo inciampa nella verità,ma nella maggior parte dei casi,si alza e continua per la sua strada -W.Churchill-
IL 2 giugno 2009 “ La 7 “ trasmetteva il programma “Complotti” documentando l’importanza del bestseller “Imprimatur”, originariamente pubblicato nel 2002 in Italia e misteriosamente boicottato, a differenza dell’enorme successo raggiunto in altri paesi d’Europa. La curiosità fu tanta da non potermi esimere dal ricercare in rete i vari siti nazionali ed esteri per approfondire l’argomento, tanto che balzò agli occhi che il libro in questione era edito in 45 paesi e tradotto in 20 lingue,ma stranamente non acquistabile in Italia. Nel corso dei giorni non venne mai meno l’interesse nel reperire ulteriori fonti in quanto dalle evidenze giornalistiche estere emergeva il suo valore letterario,sia per i suoi contenuti storici riportati e documentati da fonti attendibili,sia per l’incredibile boicottaggio creatosi nel nostro paese contro gli autori Monaldi&Storti. Dunque appariva logico che tutto ciò mi affascinava ed era un’acquisto che dovevo fare pur considerando la mia passione per la storia medievale. Dopo circa quattro mesi riuscì ad acquistare una copia in lingua italiana, secondo particolari indicazioni reperite in rete dal fan club sorto in Italia in difesa del libro. Le varie vicende riportate, basate su fonti giornalistiche perfino americane, evidenziano a caratteri cubitali come il potere temporale della Chiesa sul monopolio editoriale sia stato l’artefice della messa in moto del clima oscurantista verso un tomo che non aveva altro che la colpa di aver svelato la vita non proprio “santa” del pontefice:Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi nato a Como il 16 maggio 1611,elevato al soglio pontificio il 20 settembre 1676,morì il 12 agosto 1689 fu sepolto in San Pietro e i romani si divisero i suoi abiti come reliquie). Il pontefice, secondo la storia, mise a disposizione ingenti somme di denaro per aiutare l’imperatore Leopoldo I° d’Austria e il re di Polonia,Giovanni Sobieski,nella lotta contro i Turchi che cingevano Vienna. Parte del bottino fu donato dal Sobieski alla Madonna di Czestochowa. La sconfitta segnò, per l’impero Ottomano, l’inizio di un lento ed inesorabile declino. IL Papa istituì la festa del Nome di Maria,alla cui intercessione venne attribuita la vittoria. Innocenzo XI° si scontrò con il re di Francia Luigi XVI°,favorevole alla Chiesa gallicana autonoma da Roma,il quale pretendeva l’indipendenza del potere civile da quello ecclesiastico e la superiorità del “Concilio Ecumenico del Papa. La riposta del pontefice fu quella di proclamare la nullità della “Dichiarazione del clero gallicano” (1682),rifiutando categoricamente le nomine ecclesiastiche ordinate dai sovrani. L’autorità pontificale condannò il sacerdote spagnolo Michele Molinos e il quietismo,definendolo la dottrina eretica dalla stessa inquisizione poichè predicava l’orazione mentale passiva,l’annichilazione della propria volontà,la passività e l’abbandono totale in Dio. Volle eliminare il nepotismo e gli abusi di corte e pretese dal clero sapienza,saggezza e virtù, pretendendo che le carriere ecclesiastiche fossero il risultato di virtù e meriti, e non di ambizione. Nell’anno del Signore 1956 Pio XII° lo proclamò beato giungendo fino ad oggi con la sua Santificazione. E dunque perché questo libro è stato così dirompente negli ambienti ecclesiastici che ha ricevuto un totale ostacolo alla sua diffusione e ristampa ? Secondo gli autori la causa di beatificazione di papa Innocenzo XI° inizia subito dopo la sua morte, ricevendo un blocco per secoli, fino a quando nel 1956, viene finalmente beatificato. A determinare tutto ciò, per lunghissimo tempo,fu proprio la “voce” che vide nella figura del pontefice uno dei finanziatori,se non il principale finanziatore,del golpe del 1688 che portò al potere gli Orange e conseguentemente consegnò agli eretici la Gran Bretagna. Nelle loro asserzioni gli autori hanno rintracciato documenti inediti che provano il legame sempre negato. Tali documenti originali sono i libri mastri della casa Odescalchi ,la famiglia del pontefice, svolgenti attività finanziaria riportando tutte le transazioni bancarie concesse. Leggendoli con attenzione è emersa l’elargizione di cospicue somme, tramite intermediari,come i veneziani Carnezzi e Rezzonico,nelle casse degli Orange. Stemma Orange In estrema sintesi,a seguito della morte di Innocenzo XI°,quando gli Orange sono ormai i regnanti della corona d’Inghilterra,chiedono al papato di passare sotto la giurisdizione pontificia proprio per porre fine al drenaggio fiscale, che sulla propria popolazione incombeva, al fine di ripianare i debiti contratti con il papa precedente,trovando nel papa Alessandro VIII° un netto rifiuto perché molto imbarazzante. Sempre nella rilettura dei documenti, gli autori scoprirono che il Principato di Orange era a ridosso dei possedimenti pontifici di Avignone,anzi erano una specie di enclave al suo interno. L’accurata descrizione storica di Roma del 600 la pone in un suggestivo scenario di intrecci, di segreti storico-culturali suscitando molta curiosità. In questi scenari si descrive la Francia alleata segretamente con i Turchi, per rompere l’accerchiamento soffocante posto dall’imperatore e dal papa,quest’ultimo impegnato attivamente nella difesa della cristianità occidentale minacciata a Vienna,pronto ad appoggiare tutte le forze che possono porre in difficoltà l’odiato monarca francese,eretici compresi,siano essi giansenisti,sia Guglielmo d’Orange. E’ proprio la presunta “rivelazione” della strana alleanza, tra il pontefice e gli Orange, diviene l’oggetto delle ostilità, creatasi e ben documentate in appendice nel volume provenienti dall’ archivio segreto del Vaticano. Secondo l’ipotesi degli autori la documentazione reperita non sarebbe mai stata vagliata nel corso del procedimento della beatificazione, specificando che Imprimatur non vuole assolutamente avere una valenza anticlericale o tanto meno anticattolica,ma che la stessa chiesa può nel tempo appurare, quanto rinvenuto, e rendere pubblica l’annosa verità. Non vorrei tediare su argomentazioni, se pur attinenti che potrebbero interessare forse a pochi,ma non si vuole assolutamente neanche dare un’indirizzo di critica o altro, si vuole solo dare una descrizione asettica di un’epilogo riguardante l’inquietante irreperibilità del volume nelle librerie italiane e nei vari siti di vendita della rete,così come Edgar All Poe riporta alla conclusione del celebre romanzo Landor’s Cottage del 1850, in cui rinuncia di formulare una critica su quanto descritto. Dopo dieci anni di ricerca da parte degli autori,”Imprimatur”è un romanzo che ruota intorno al mondo politico ed ecclesiastico della figura di Atto Melani. Quest’ultimo rappresenta un personaggio realmente esistito, un fenomeno musicale della Francia di Mazzarino e del suo re Luigi XIV°,rilevatosi, ad un’analisi storica più attenta, come un talento spionistico e politico di primordine in grado di gestire gli scandali più giganteschi delle corte d’Europa a partire da quella pontificia. …..descriviamo brevemente la storia IL libro, dall’alto valore letterario con una storica inchiesta avvincente e istruttiva, va letto al fine di recepire il suo contenuto descrittivo come il tentativo della potenza Turca di invadere l’Europa Occidentale e i tanti retroscena delle potenti monarchie d’Europa, che sotto mentite spoglie, suggellano la vittoria della cristianità e non solo… senza dimenticare il frate Marco d’Aviano. Papa Innocenzo XI°, della famiglia dei bancheri e finanzieri Odescalchi, apparirà ai lettori coinvolto in traffici di denaro per i suoi interessi privati. A differenza del libro di Dan Brown,Imprimatur descrive seriamente la ricostruzione storica, basata su documenti nè trasformati né tantomeno mistificati, rendendolo più pacato e interessante. L’ampia appendice fornita dagli autori con le relative citazioni dei documenti inediti reperiti nell’archivio storico del Vaticano riportano la figura di papa Innocenzo XI° nella controversa vicenda che lo avrebbe visto finanziatore di Guglielmo d’Organge,un eretico,che conquista l’Inghilterra eliminando subito il cattolicesimo. Il tutto ebbe origine l’11 settembre del 1683…la peste,la guerra e gli strani intrighi del pontefice accecato dall’odio verso la Francia che,pur di contrastarla,strinse accordi con gli eretici di tutte le risme. In questa famigerata data,vigilia della decisiva battaglia di Vienna,assediata dalle armate dei turchi, scoppia un presunto focolaio di peste all’osteria del Donzello a Roma,scattando la quarantena per gli ospiti del locale. Fra questi vi era Atto Melani – abate e cantore,ma soprattutto spia per conto del re cristiano di Francia,inviato a Roma per rintracciare l’ex sovrintendente di Francia,Nicolas Fouquet creduto morto nel carcere di Pinerolo, invece vivo e vegeto girovagava per Italia. Lo stesso aveva barattato serbatamene la sua libertà in cambio del “secretum morbi”, ovvero il segreto per diffondere la peste,che il monarca francese voleva utilizzare a scopi bellici (…guerra batteriologica di oggi) . Sulle tracce di questo indizio,Atto Melani unitamente al garzone della locanda, cominciò la sua misteriosa investigazione attraverso i cunicoli sotterranei che,da sotto la locanda attraversavano Roma, scoprendo anche il tentativo di uccidere il papa vecchio e malato. Ritornando al papa finanziatore,lo stesso avrebbe avuto tutto l’interesse nel paventare il successo di Guglielmo,poichè doveva ricevere indietro gli stessi finanziamenti con i relativi interessi. Proprio questo episodio, rinvenuto nella documentazione inedita, bloccò il processo di santificazione di Innocenzo XI°,infatti a causa della pubblicazione del libro, a cura dalla casa editrice Mondadori nel 2002,i vertici del Vaticano preferirono abbassare l’attenzione sulla sua figura indietreggiando e occupandosi della beatificazione del frate cappuccino Marco d’Aviano,un sottoposto del pontefice nella città di Vienna. Il 27 aprile del 2003, in piazza San Pietro, papa Giovanni Paolo II° elevò alla gloria Marco d’Aviano,veneratissimo nella viennese cripta dei Cappuccini accanto agli imperatori assurgici. La sua devozione popolare vive, non solo nel nord est d’Europa,in quanto si contrappose all’ostilità di un fondamentalismo musulmano che non dimenticò che il sogno di un’Europa sottomessa ad Allah si infranse il 12 settembre del 1683 sotto le mura di Vienna,con l’assalto travolgente di una forza cristiana galvanizzata dall’incitamento di padre Marco,ponendo fine all’islamizzazione da parte dei 150 mila guerrieri dello spietato Gran Visir Kara Mustafà. La Francia tradì la cristianità mirando ad indebolire l’imperatore,il monarca francese giunse a stringere patti con l’impero ottomano. Tenuto conto della forza cristiana molto ridotta, rispetto alla potenza Turca, e priva di artiglieria,padre Marco dopo un’ infiammante predica mista tra latino e tedesco, stringendo tra le mani la croce di legno, coinvolse anche i protestanti riuscendo a sbloccare perfino la rivalità tra gli stessi capi che d’impeto si gettarono contro l’armata islamica annientandola, sventando ogni possibile avanzata ottomana, costringendoli alla ritirata.Padre Marco all’alba del 12 settembre 1683 celebrava la messa sul Kahlemberg,la collina che sovrastava la città,servito sull’altare dai re e dai principi dell’esercito cristiano. Le tragiche circostanze trasformarono un’uomo di pace, del tutto alieno agli intrighi della politica, in uno straordinario suscitatore di eroismi guerrieri,un’abilissimo diplomatico dell’unità cristiana. Oggi il fondamentalismo islamico lo riporta come un nemico, tanto d’aver costretto, nella data di santificazione, un rafforzamento della sicurezza in piazza del Vaticano. Tutta questa vicenda indebolisce di molto la personalità del papa Innocenzo XI°, tanto che dopo l’11 settembre del 2001,il Vaticano prepara una mastodontica celebrazione per la sua canonizzazione, con l’obiettivo di appoggiare lo schieramento anti-islam organizzato a livello internazionale,ma l’uscita del libro Imprimatur né inibì ogni possibile realizzazione, per la diffusione di importanti riferimenti a livello giornalistico internazionale. L’azione di ripiego del 27 aprile 2003 su frate Marco d’Aviano divenne misteriosamente inderogabile, tralasciando il virtuoso papa Innocenzo XI° che attendeva da trecento anni la santificazione. L’evento fu riportato dalle maggiori testate giornalistiche italiane: “Quella beatificazione farà tremare l’Islam” titolava a caratteri cubitali il Corriere della Sera, senza far alcun cenno alle vicende del libro Imprimatur, che costrinse gli ecclesiastici del Vaticano a dirottare le loro intenzioni primarie. In conclusione, gli autori Monaldi&Storti offrono, oltre all’intrattenimento storico, inediti documenti fedelmente ritrovati nell’Archivio Segreto del Vaticano che per molte ragioni non sono mai stati ricercati. Per la chiesa cattolica diviene difficile canonizzare papa Innocenzo XI° proprio per il ritrovamento dei documenti che videro il suo coinvolgimento come finanziatore degli stessi eretici contro i cattolici Stuart. Oggi la sola certezza è il fatto che il testo non e più rintracciabile per i tanti lettori affascinati da questa opera intrisa di mistero e non solo…

 

LA CUPOLA
I Cavalieri del Tempio la Cupola della Roccia e la tradizione storico-culturale M fr.Vincenzo Felice Mirizio Commendatore della Commenda S.G.Battista-Terra del Salento
La terra genericamente denominata Palestina corrisponde più o meno agli attuali Israele e Giordania Occidentale, delimitata a Nord dal Libano e a Sud dal triangolo del Sinai, è stata oggetto di conquista da parte di molti popoli nell'arco di tutta la storia conosciuta. Uno dei luoghi più sacri della Terra e senza dubbio rappresentata dall’altura rocciosa di Gerusalemme conquistata dai Crociati nel 1099 dopo la prima crociata. Per la fede cristiana rappresentava, all’epoca come oggi, il luogo della passione di nostro Signore Gesù Cristo divenendo il luogo di pellegrinaggio dei fedeli che si spostavano dall’Europa verso il Levante. In seguito alla conquista crociata,i cristiani tramutarono la Cupola d’Oro nel Templum Domini e la Moschea di Al-Aqsa divenne il Templum Salomonis sede del Re Latino. La “Cupola della Roccia” (in arabo Qubbet es-Sakhra) denominata anche Moschea di Omar, rappresenta il più memorabile esempio di architettura araba coniugata all’eleganza dell’arte bizantina e persiana. La raffigurazione del Templum Domini, luogo di culto del cristianesimo nel periodo della conquista crociata, divenne il celebre sigillo usato dai Cavalieri del Tempio unitamente a quella della Basilica del Santo Sepolcro. La loro fama di abili soldati votati in difesa della Chiesa profondi osservatori della regola di San Bernardo, seppero mantenere buoni rapporti con i musulmani senza incorrere nelle strali dei Pontefici e delle gerarchie della Chiesa di Roma. Bisogna dire come la cronologia della storia vuole che i Templari divennero nel medioevo sinonimo di esoterismo,intrigo ed eresia determinandone la sospensione a seguito del processo taumaturgico-affaristico voluto da Filippo IV° . Ritornando alla struttura maestosa della Cupola della Roccia, essa è posta su un rialzo alla quale si accede da ampie scalinate sormontate da eleganti arcate dette “Bilance”,che rappresentano nella tradizione musulmana lo strumento con cui Dio valuterà le anime dei morti (chissà come la pensano in proposito i geovisti!!!). Le relative porte sono disposte verso i quattro punti cardinali che si congiungono ai muri esterni rivestiti inferiormente di marmo grigio con venature multicolori e superiormente di maioliche arabescane. Il materiale usato per la costruzione proviene da rovine di palazzi romani e bizantini. Nel suo interno la moschea è decorata da splendidi mosaici con raffigurazioni di linee fantastiche attorcigliate nel comporre fiori e ghirlande che richiamano i tipici disegni senza immagini della legge coranica (l’artista non deve assolutamente raffigurare l’immagine di Dio). Sul pavimento in marmo si estendono preziosi tappeti persiani che formano la base a due file di pilastri e colonne che dividono l’interno della moschea in due parti concentriche ove risplende la luce soffusa filtrata dalle 56 vetrate policromate. La Sacra Roccia compare al centro circondata da una balaustra in legno scolpito elevata per circa due metri dal suolo indicante, secondo la tradizione araba, il luogo in cui suoneranno le trombe per il giudizio universale. Al di sotto della Sacra Roccia vi è la caverna indicata come il luogo di preghiera di Salomone,Davide,Elia e il profeta che apre nella placca il Pozzo delle Anime rappresentando il transito delle anime in attesa del giudizio finale secondo i musulmani. La roccia indica la tradizione del Monte Moria (2Cr 3,1) riconosciuta verosimilmente come il luogo dell’apparizione a Davide dell’angelo che annunciava la fine del castigo di Dio (2Sam24,16ss). Il Re Davide in seguito l’acquistò da Ornan destinandola come luogo di culto per la Sacra Alleanza. Invece per la tradizione ebraica mishnaica viene riconosciuto come luogo riportato nella Genesi (capitolo 22) riferendosi al sacrificio di Isacco. Dalla Sacra Roccia erge la Cupola d’Oro sostenuta da 12 colonne di marmo variopinto sormontate da capitelli di vario richiamo artistico. La Cupola formata da due calotte in legno anteposte rivestita di alluminio colore oro.Il suo strato di sughero permette e preserva il fresco nel variare della temperatura. Lo stile bizantino del mosaico, che affresca il tamburo della cupola su fondo in oro, riporta la raffigurazione del simbolismo cristiano del grano e dei grappoli d’uva. I lavori di costruzione, voluti dal califfo Abd el-Malik nel 685, si conclusero sei anni dopo ad opera di architetti bizantini. Quando il dominio crociato giunse su Gerusalemme, trasformò la moschea in chiesa cristiana denominandola “Templum Domini” ritornando nella sua origine con l’avvento di Saladino nel 1187 che gli donò una maggiore splendezza con marmi e mosaici. Un sigillo dell’Ordine riproduce fedelmente la scritta “S.Tnbe Templi Xristi”evidenziando la moschea di Omar in cui fu concessa la spianata del Tempio di Salomone. Le meraviglie della sua struttura, oggi ammirata dai tantissimi visitatori, secondo la storia costituì le fondamentale per la costruzione delle chiese ottagonali del Tempio. L’architettura cristiana impiegata per l’edificazione di strutture battisteriali era presente presso la religione dei Giovanniti. I Templari, monaci e difensori della cristianità nel Levante, indicarono nel sigillo della Cupola della Roccia una conquista dei Loca Sancta divenendone i difensori del Tempio di Salomone,luogo che diede la nascita alla loro casa madre.Pertanto appare logico ritenere che l’adozione della forma ottagonale o rotonda occupi un ruolo chiave per l’edificazione delle chiese templari scoprendone anche l’importanza del simbolo. Le architetture ottagone, di derivazione templare,occupano un “commixtio” tra idee archittoniche cristiane e musulmane rappresentando in Europa le pregevoli realizzazioni del loro sapere tutt’ora visibile. Le cattedrali “Gotiche”,ma anche i romanzi del Graal, custodiscono la tolleranza verso il mondo Arabo che aprì le porte ad un sapere antichissimo in cui trovò il continente europeo pronto a farne tesoro. Considerando il calcolo e la logica matematica,come lo zero e i numeri 1,2,3,ecc, introdotti per la prima volta nel XII° secolo nell’Europa cristiana grazie agli influssi indiani che attraverso gli arabi e i Templari giunsero nella cultura del nostro sapere. La loro conoscenza, avvolta spesso nel fine mistero, ne determinò la congiura contro essi stessi concludendosi nella loro condanna proprio in virtù della potenza che raggiunsero nell’alto medioevo. IL Legame Templare con i misteriosi scalpellini, che realizzarono questi “libri di pietra”, fece comprendere la mole del loro sapere da cui prese origine la nuova scienza dell’Ordine del Tempio,costituito da nove fratelli guidati da Ugo di Payns,Conte di Champagne, con l’obiettivo di difendere i pellegrini in Terrasanta . La loro missione fu approvata dal re Baldovino che gli offrì un’area sottostante a quella che, secoli prima era il Tempio di Salomone, occupata dalla moschea di Omar la strabiliante Cupola della Roccia. In verità alcuni archeologi sono convinti che l’area concessa da Baldovino ai Templari fosse quella della moschea di Al-Aqsa distante solo quattrocento metri dalla Cupola della Roccia e che in epoca crociata era un palazzo militare.Il punto fondamentale è che “quel” Tempio è la chiave dell’arcano mistero dell’Ordine e di tutta la loro conoscenza pervenuta dalla “Porta Coeli”, sotto la quale venne ritrovato il misterioso tunnel della conoscenza rivelandola al Mondo intero…e le prove storiche sono tangibili e inconfutabili. In quel luogo del “mistero” a poca distanza troviamo il crocevia di due dei tre luoghi sacri dell’Islam,il luogo più santo del Cristianesimo e il senso stesso della religione ebraica con la presenza del Muro del Pianto.. Dissotterrare in quei luoghi significava approfondire l’essenza delle tre religioni monoteiste non solo templare,e di illustri uomini medioevali come Federico II°. Nell’era moderna molto si è detto sulla cronistoria del più antico Ordine del Tempio, riconosciuto da papa Onorio II° nel 1128 nel corso del Concilio di Troyes, protagonisti del ritrovamento dell’Arca dell’Alleanza,delle Tavole di Mosè per giungere addirittura ai piani costruttivi delle piramidi egiziane e del Tempio di Salomone, che racchiudeva un ricco valore simbolico. Dall’architettura templare con il suo ottagono come la Cupola della Roccia,il Castel del Monte di Federico II°,i tanti battisteri delle chiese preromane ridotte in poveri ruderi, sul territorio italiano rimane solo qualche presenza come a Pisa,Asti,Bologna e Brindisi le cui chiese di forme ottagonali o rotonde rappresentano l’universo, come sostiene Sant’Ambrogio. L’ottagonalità è l’esatta evoluzione della circolarità, da un punto di vista cabalistico il numero “8” contiene i numeri completi del Divino e dell’Uomo,il tre,quattro e cinque rimangono sotto un’unità della perfezione del nove e dunque il cerchio rappresenta il Divino naturale,l’ottagono e le simbologie che ne derivano esprimono un Divino materializzato alla nostra dimensione. L’Anastasis, (Chiesa del Santo Sepolcro) ossia la chiesa più sacra del cristianesimo voluta da Costantino nel 326 CE sul Monte di Golgota, vide la processione di Gesù in pianta circolare comprendendo anche un frammento della pietra che racchiuse il Sepolcro dopo la crocefissione. In teoria sarebbe il posto più sacro dello stesso Vaticano. In linea d’aria la vicina Moschea di Omar riporta una traccia della “Porta Coeli”, già citata prima nel rievocare la venerazione dell’assunzione di Gesù in cielo , secondo alcuni ricercatori l’imperatore romano Costantino avrebbe sbagliato l’edificazione del reale punto confondendolo con la Cupola della Roccia. Non possiamo non riportare che questo luogo è Bet-El,la Casa di Dio,la scala del Paradiso che il profeta Giacobbe vide in sogno con gli angeli andare su e giù. I mitici Templari studiarono a lungo l’area sacra e si accorsero e recuperarono le conoscenze dovute…ed ecco che le chiese da loro edificate possiedono l’ottagonalità riprodotta dalla Moschea di Omar. Le colonne custodiscono un’unione tra la perfezione celeste e la perfezione terrestre a cui si può giungere e comprenderne la profondità del significato solo con il completamento di un meditato lavoro di conoscenza matematico-cabalistico. Tra i tanti ricercatori c’è chi riporta che i Templari fossero fedeli a una religione “superiore” a quella cristiana,ricca di una fenomenologia simbolica destinata all’elevazione spirituale dell’Uomo e conosciuta da solo pochi eletti. Lo stile gotico, senza alcun dubbio, deriva dall’Ordine dei Templari rinvenuto nei cunicoli scavati in quello che fu il Tempio eretto da Salomone ai tempi di Israele. Le scoperte rinvenute dai monaci-guerrieri portarono nel continente europeo dei cambiamenti senza precedenti. Il loro rientro fu segnato dalla prima costruzione in stile gotico a Sens nel 1128,poi a Evreux,Rouen,Reims,Amiens,Bayuex e Parigi seguite dopo sette anni dalla misteriosa cattedrale di Chartres. Queste cattedrali sono una Bibbia di pietra, un’affastellare di energia spirituale espressa con un comune linguaggio criptico, come venerare un santo, un episodio biblico e nascondendoci realtà pagane. Tutto ciò porta ad un solo ed unico fondamento, ed ossia tutti i crociati ambivano a possedere il suolo sacro della Terrasanta,in un’epoca in cui il dialogo interreligioso fra ebrei,islamici e cristiani visse un periodo d’oro tra il X-XIII° secolo vedendo i Templari custodire la loro fortezza sul Monte Moriah,mentre a Damasco i Califfi cercavano convergenze fra le tre fedi monoteiste. Sicuramente i Templari avevano la loro residenza sulla Montagna Sacra di Gerusalemme con le sue radici eradicate nella sacralità della preistoria. Il solo spirito sincretico ed il valore della roccia di Gerusalemme travalicava i limiti di ogni religione spingendo i Cavalieri Templari nel ricercare una coscienza di fede profonda. Essi furono fedeli servitori della Chiesa, su quella Sacra Roccia, dopo Abramo uniti nel più estremo vincolo di fratellanza spirituale confidando nel valore dell’Antico Testamento in cui Isaia (56,7) riporta: “….li condurrò sul mio monte santo..il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti popoli”. I mistici di ogni fede sapevano inoltre che la sacralità della Montagna era destinata a tutta l’umanità come evidenziato nel Corano (sura V,53): “ se Dio avesse voluto,avrebbe fatto di Voi tutti un solo popolo….” .Lo stesso desiderio lo affermava Gesù come dice Giovanni (10,16) : “….diventeranno un solo gregge e un solo pastore”. Per questo fondamento i Cavalieri del Tempio tentarono di creare il Tempio “per tutti popoli nel Centro del Mondo” spinti da un sincretismo di legame fra loro. Nel passato l’ingente movimento di pellegrini devozionali unitamente ai soldati,cavalieri ed ecclesiastici resero possibile una conoscenza diretta dei Loca Sancta divenendo la centralità dell’interesse delle potenze crociate. Lo sviluppo dell’architettura sacra divenne nella cultura europea del tempo un punto indiscutibile del prestigioso resoconto delle opere cronachistiche e storiografiche fondate sulla conoscenza diffusa in Occidente dai santuari cristiani di Terrasanta. Il culto del Santo Sepolcro in età romanica e protogotica annovera nel primato la presenza degli Ordini Monastico_Militari che influenzano con la Prima Crociata il profondo cambiamento storico-religioso. Le principali edificazioni realizzate in Europa dagli Ordini Militari rappresentarono nella rotonda del Santo Sepolcro l’integrazione tra il culto devozionale e liturgico modificandone la simbologia fino a dare al luogo stesso una temporanea deposizione di Cristo. In questa chiave di lettura per il profano può indicare tutto e nulla,ma la sua interpretazione nel ripercorrere i luoghi di culto realizzate dai Templari spesso attribuita alla conoscenza esoterica trova la giusta identità. Gli ordini militari dunque fungevano da collegamento tra i fedeli occidentali e i santuari dei Loca Sancta per la conoscenza dei luoghi venerati e dei culti che custodivano. In tutti gli edifici di culto sacro difesi dagli Ordini militari presentavano nella loro struttura architettonica una pianta centrale richiamando i titoli dei riti dei santuari teofanici. Le chiese realizzate in Europa, poste al contrario delle copie del Santo Sepolcro, promosse da nobili e da altri ordini, lungo le vie pellegrinaggio quali: il Camino di Santiago,la via Romea,o i principali porti d’imbarco per il Levante, già ricco di chiese negli itinerari,fornendo ai pellegrini cristiani la possibilità di ricevere aiuto e pernottamento e incentivando la diffusione del proprio ruolo di “difensori” della Terrasanta. Questa memoria sia liturgica e culturale dei Loca Sancta rappresentava, con tali edificazioni nell’immaginario europeo, il potere di questi Ordini Militari nella difesa dei luoghi della passione di Cristo. La particolare funzione dei monaci armati si moltiplicarono dalla Francia meridionale,Italia settentrionale e costiera,Spagna centro-settentrionale e Portogallo fino a giungere in Germania e Polonia con l’Ordine Teutonico. I principali centri rimasero Parigi,Londra e Tomar per la penisola iberica dove furono costruite delle chiese richiamanti le “rotonde” gerosolimitane,come l’Eglise du Temple di Paris,l’Old Tempie e il New Tempie di Londra per i Templari,la Chiesa di St.John of Jerusalem di Clerkewell a Londra per gli Ospedalieri e la Igreja do Cristo del Castello di Tomar. La più importante cattedrale del mondo di Chartres era stata costruita nel 1135 sui resti di tre precedenti edifici,di cui il primo risalente al VI° secolo BCE distrutta nel 743;il secondo,carolingio risalente al IX° secolo,distrutto dai Normanni nell’858,la terza ricostruita nell’876 come santuario mariano insigne per la custodia della santa reliquia del Velo della Vergine distrutto nel 1020 da un incendio, si salvò solo la cripta dalla quale fu elevato lo spettacolare tempio di maestosa presenza dello stile gotico primitivo. L’importanza della sua struttura, nata in una cittadina di pochissimi abitanti, non stupisce poichè il sincretismo cristiano ha voluto edificare un santuario dedicato a Maria su un tempio celtico consacrato alla Dea Madre. La detta realizzazione avvenne con due propositi: il primo costituire un testo di religiosità destinato agli analfabeti;il secondo custodire uno speciale testo scientifico nel quale racchiudere le misure dell’alchimia e della cabala in uso degli occultisti. La struttura di Chartres tiene insieme le proporzioni matematiche della Geometria Sacra. I due campanili della cattedrale richiamano le colonne del maestro-allievo Yachin e Boaz (riferimento cabalistico) del Tempio di Gerusalemme:la più antica torre è quella di destra del 1145, la cui guglia è ottagonale. Invece a sinistra abbiamo la torre del 1506 ricostruita dopo un’incendio. Nel portale nord viene raffigurato il Re del Mondo Melkisedek. L’arte e l’architettura esprimono, nelle loro simbologia, un collegamento tra il mondo terrestre e il mondo celeste. La costruzione cubica sormontata da una cupola raffigura l’unione della terra e del cielo rappresentati dal quadrato e dalla circonferenza del Tempio. Nel simbolismo il quadrato e il cubo sono da accostare alla terra e al cielo come recettività universale,invece la circonferenza e la sfera richiamano l’essenza della perfezione Divina. Pertanto l’edificazione di un Tempio richiama un modello cosmico in cui il cubo della base e la sfera della cupola sono lo “spiritus,anima,corpus” . Nel relativo passaggio dal cubo alla sfera e il passaggio dal corpo allo spirito,l’ottagono svolge la funzione di elemento intermedio,solitamente nella forma di tamburo tra il corpo centrale del tempio e la cupola. I Templi della Mecca , Gerusalemme e la Cupola della Roccia, presenti nelle due Città Sante espressione del Monoteismo Abramico, furono i modelli dai quali nacque l’arte islamica dei secoli successivi. La storia della Mecca ci riporta al Profeta Abramo,che edificò nella valle della Mecca il Tempio cubico di Ka’ba. Mentre i Templi di Gerusalemme e la Cupola della Roccia sono strettamente collegati poichè sul monte Moria prima fu edificato il Tempio di Salomone e dopo dai suoi ruderi fu realizzata l’attuale Cupola della Roccia (Qubbat as-sakhara),che custodisce la roccia su cui il Profeta Ibrahin concesse la scarificazione del proprio figlio. Nella Cupola della Roccia lo spazio interno è suddiviso in aree quadrate o rettangolari da 40 pilastri, le colonne esaltano il ritmo architettonico ricordando i Santi della Tradizione Islamica nel sostegno del Mondo. La sua costruzione vuole simboleggiare la rinascita del Tempio di Salomone, ove un antico midrash ebraico etichettato come “Nistarot Rabbi Shimon Bar Yohay” riportò i musulmani come gli iniziatori del riscatto di Israele e dove Abd al Malik divenne l’autorità divina con il nome di “nuovo Salomone”. Gerusalemme, città contesa da tre religioni occidentali e mediorientali, custodisce le proprie radici in questa terra dalla notte dei tempi. Il Cristianesimo,l’Ebraismo e l’Islamismo sono religioni Abramitiche perché riconoscono la discendenza dal patriarca Abramo. Nella cronistoria, l’ebraica è la più antica seguita dal Cristianesimo con la nascita di Gesù Cristo,figlio di ebrei per giungere nel 570 con la nascita di Maometto e dell’Islam (Cristo viene riconosciuto dal loro credo come il Profeta di Maometto). Come già riferito nel primo millennio avanti Cristo nel luogo ove sorgeva la Cupola della Roccia ancor prima sorgeva il Tempio di Salomone,distrutto dai Babilonesi (586). In seguito su questa terra venne costruita la Chiesa del Santo Sepolcro e successivamente la Cupola della Roccia. Dunque la stessa per gli Ebrei è il luogo dove fu compiuto il sacrificio di Isacco riportato nella Genesi,per i Cristiani rievoca la passione di Cristo invece per la religione Islamica è il luogo dell’ascensione del Profeta Maometto al cielo. Ogni fede ritiene sacra la Cupola e tutti ne reclamano l’attinenza perché gli eventi narrati nelle loro scritture sacre riportano la genesi in questo luogo. Secondo i musulmani gli orientali hanno tradotto la parola di Dio dall’arabo e di conseguenza la stessa ha perso il valore della sua purezza !!.Pertanto occorre evidenziare che l’Hadit non è la parola di Dio,ma racchiude gli aneddoti riportati dai seguaci di Maometto e pertanto la sua traduzione non produce alcun segno di impurezza come inteso dai musulmani. Conclusione Il Tempio di Salomone luogo di fede e delle invasioni si estende su un’altopiano di 144 mila metri quadrati che svetta a 20 metri sulla città antica. Rappresenta un crocevia di cultura,miti,amore e fede. A seguito della sua distruzione nel 578 a.C. fu edificato un secondo tempio realizzato dagli Ebrei al ritorno dall’esilio in Babilonian(liberati dai persiani). Prima della venuta di Cristo,il tempio fu modificato da Erode. Nel 70 d.C. i Romani di Tito per punire l’insubordinazione dei Giudei lo distrusse. Questo vulcano di fede non si è mai raffreddato e secondo la tradizione ebraica il primo tempio sorse attorno ad una roccia di pochi metri quadrati sulla quale avvenne la creazione della vita,e sulla stessa roccia Adamo realizzò il primo altare a Dio. E sempre lì Abramo per la fede in Dio stava per immolare suo figlio. Contrariamente i musulmani fondarono la loro credenza sul fatto che Maometto da quella roccia salì sulla scala di luce per visitare il Regno Celeste ricevuto dai profeti e da Allah,facendovi in seguito costruire la Cupola della Roccia Sacra. La sua maestosa struttura con la cupola d’ora che richiama tantissimi visitatori e pellegrini svetta sulla città Santa di Gerusalemme. Sul monte fu edificata anche la moschea di Al-Aqsa. Quando i crociati rientrarono in Europa in seguito alla sconfitta subita da Saladino, le moschee tornarono sotto il dominio musulmano fino al 1967, quando l’esercito israeliano issò la propria bandiera sulla Cupola della Roccia. L’azione diplomatica di Moshe Dayan, autore della vittoria in sei giorni, fece ammainare la bandiera a conclusione degli accordi con i palestinesi, prevedendo la libera entrata degli ebrei nella Cupola in cambio del controllo amministrativo a livello religioso. Gli ebrei inoltre mantenevano il controllo armato del luogo santo con svolgimento delle loro riti religiosi presso il Muro del Pianto. Ancora oggi vi sono gli idealismi estremi rappresentati dal gruppo integralista ebraico dei Fedeli del Tempio, intenzionati alla ricostruzione dello stesso e all’abbattimento delle moschee dalla Spianata,dopo il sacrificio di una giovenca rossa:le sue ceneri,impastate con acqua e unguenti dovranno rendere “puri” i discendenti dei Leviti. Secondo questa profezia tutto ciò favorirebbe la venuta del messia. Questa edificazione del nuovo tempio è condivisa da una parte della destra USA definita “cristiano-sionista”, poichè importante per la venuta di Cristo. Il sionismo cristiano è un moderno movimento teologico e politico che adotta le posizioni ideologiche più estreme del sionismo, sì da diventare dannoso a una giusta pace in Palestina e Israele. Il programma sionista cristiano contiene una visione del mondo in cui il Vangelo è identificato con l’ideologia di imperialismo, colonialismo e militarismo. Nella sua forma estrema, pone l’accento su eventi apocalittici conducenti alla fine della storia piuttosto che sull’amore e la giustizia di Cristo vivente oggi. Noi rigettiamo categoricamente le dottrine del sionismo cristiano come insegnamenti falsi che corrompono il messaggio biblico di amore, riconciliazione e giustizia. Noi rigettiamo inoltre l’alleanza contemporanea tra i capi e le organizzazioni dei sionisti cristiani con elementi del governo di Israele e Stati Uniti che oggi impongono sulla Palestina i loro confini preventivi unilaterali e il loro dominio. Ciò porta inevitabilmente a cicli di violenza senza fine che minano la sicurezza di tutti i popoli del Medio Oriente e del resto del mondo. Noi rigettiamo gli insegnamenti del sionismo cristiano che giustificano e sostengono queste politiche, che fanno avanzare l’esclusivismo razziale e la guerra perpetua anziché il vangelo dell’amore universale, della redenzione e della riconciliazione insegnati da Gesù Cristo. Anziché condannare il mondo alla distruzione di Armageddon noi chiamiamo ciascuno a liberarsi dalle ideologie del militarismo e dell’occupazione. Piuttosto, che avvenga la guarigione delle nazioni! (fonte Monsignor Michel Sabbah, Patriarca Latino di Gerusalemme) Un aspetto poco noto del conflitto israelo-palestinese è il massiccio coinvolgimento del movimento cristiano fondamentalista statunitense o di derivazione statunitense (questo fenomeno è noto in italiano sotto vari nomi: cristiano-sionismo, cristianosionismo, sionismo cristiano). Un coinvolgimento che si è intensificato con la crescente politicizzazione della "destra religiosa" a partire dagli anni '70, ma che risale a molti decenni fa. I "cristianosionisti", constano di circa cinquanta milioni di simpatizzanti, all'interno dell'unica potenza rimasta attualmente sulla terra, assumendo molte forme dalla pressione sistematica sui candidati nelle elezioni affinché si schierino incondizionatamente a favore di Israele, al servizio volontario nell'esercito israeliano in mansioni umili per liberare soldati per il combattimento; dai gemellaggi tra chiese statunitensi e le colonie militanti impiantate da ebrei fondamentalisti e non nei Territori occupati, a trasmissioni radiotelevisive in cui si invita non solamente alla conversione, ma all'accettazione di Israele nelle "sue frontiere stabilite da Dio", un concetto piuttosto ampio. Invece secondo la profezia,cristiani ed ebrei saranno come nell’Apocalisse di Giovanni armati contro l’Anticristo in Terra Santa,come a suo tempo l’ex Presidente americano Regan indicò come Anticristo la potenza Sovietica, oggi sostituita senza dubbia dall’Islam. Queste profezie “molto pericolose” potrebbero divenire il fulcro di uno scambio apocalittico in cui le piogge di fuoco narrate dalla Bibbia sono state sostituite dalle testate nucleari di Israele e Pakistan ( potenza leader dell’islamismo), trasformando il fondamento storico e le credenze di fede del Sacro Monte. E’ esaltante e mitica l’epopea militare dei monaci guerrieri quanto è negletta la loro funzione svolta al servizio della collettività cristiana,scientifica e culturale europea. Nel contesto della conflittualità tra la Chiesa Latina e l’impero,l’Ordine del Tempio non fu altro che il complesso strumento utilizzato dalla Chiesa per conseguire il primato nel disporre definitivamente il potere delle due spade ;quello politico-militare e quello religioso-spirituale. La strategia era fondata sull’intesa dell’azione sociale ed economica finalizzata anche a cambiare la struttura feudale che custodiva una missione segreta dell’ordine. La condivisione di questo “segreto” coniugava i Templari e la Chiesa difendendola fino alla morte. Fu proprio il loro progetto nell’attività sociale,politico e soprattutto finanziario che determinò l’annientamento dei Templari, quando il “potere politico” accortosi del loro dominio in tutti i settori del tempo reagì spietatamente incriminandoli delle molteplici accuse infamanti per la loro fede trovando nel re francese il principale regista. “Possiamo notare che l’abbandono della fede in Dio rende finalmente l’uomo schiavo della magia e delle forze occulte” (op. cit., pag. 73 - cit. da Christian Klopfenstein, “La Bible e la santé”, Le pensée Universelle, Paris.

 

PERGAMENA
La pergamena della discolpa: i Templari innocenti dall’accusa di Eresia Chinon 17-20 agosto 1308 M fr.Vincenzo Felice Mirizio Commendatore della Commenda S.G.Battista –Terra del Salento PTHM
I soldati del monarca francese Filippo il Bello, alle prime ore del venerdì 13 ottobre del 1307,irruppero sul più potente ordine militare della cristianità: i Cavalieri del Tempio. L’accusa mossa a loro carico, netta e terribile,fu l’eresia. Secondo l’articolata richiesta d’arresto gli stessi avevano rinnegato Dio e consacrato nel demonio la loro fede. Questa infamia esecrabile rappresentava la più deplorevole vergogna tanto da sembrare un’opera taumaturgica. L’ironia della storia, che spinse Filippo IV° a sposare tale accusa verso l’Ordine, fu l’esclusivo desiderio di accaparrare l’ingente tesoro dei Cavalieri Templari. L'Ordine fu fondato nel 1118, da Ugo di Payns cavaliere della regione francese Champagne, col nome originario di “Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone”. Prese successivamente il nome di “Ordine del Tempio” dalla sede di Gerusalemme, presso la Cupola della Roccia. Il loro compito era quello di proteggere la Terra Santa, successivamente alla prima crociata, quando la maggior parte dei cavalieri erano ripartiti per l'Europa. Ufficializzati da papa Innocenzo II nel 1139, assunsero la struttura di un ordine monastico-militare che traeva ispirazione dal modello cistercense. Integrarono la regola benedettina e cistercense ai classici voti degli ordini monastici (povertà, castità e obbedienza), lasciando all'ordine tutti i loro beni economici. Loro capo spirituale fu Bernardo di Chiaravalle (Bernard de Clairvaux), canonizzato nel 1174, dottore della Chiesa. All’inizio del XIV° secolo i Templari possedevano una ricchezza assoluta ed invidiata dai sovrani del tempo,le loro espansioni erano suddivise in otto langues (regioni linguistiche) che oltrepassavano i limiti francesi. I maestosi castelli, che dominavano sull’intera Francia, e le vaste tenute, che si estendevano dall’Europa fino al Levante d’Outemer, rappresentavano la potenza strategica di un ordine militare-monastico fondato per difendere i pellegrini che si recavano in Terrasanta. Le loro flotte salpavano dal porto di La Rochelle, in cui era ubicato il cantiere navale delle galee templari, il loro fascino rappresentato dal vessillo battente la croce patente ricamata sul drappo bianco era l’incondizionata testimonianza della loro fede verso Dio la Chiesa di Roma e la diretta dipendenza dal Vicario di Cristo (bolla papale Omne Datum Optimum 1139-Innocenzo II). Ciò che li distingueva dagli Ordini militari era la loro fortezza monetaria prestata a molti sovrani d’Europa, i quali contrassero con gli stessi enormi indebitamenti,senza dimenticare che nelle loro entrate giungevano perfino i tributi musulmani. Le nuove ricerche archeologiche hanno ben documentato che i primi novi cavalieri avevano iniziato dei lavori di scavo sotto il Monte del Tempio,condizione che fomentò nelle menti diaboliche del tempo il ritrovamento del tesoro di Salomone, nascosto nel 40 d.C. a seguito della distruzione da parte delle Legioni di Tito. La storia esoterica attribuisce la verità di queste voci al ritrovamento dell’Arca dell’Alleanza,delle Sacre Scritture e del prezioso Santo Graal . La sua struttura nel trecento rappresentava l’antitesi del loro nome di “poveri” e, tenuto conto della loro ricchezza, nulla li accumunava con tale denominazione. Quello che sembrò strano al momento dell’arresto dei cavalieri, da parte dei soldati francesi,era che dell’ingente tesoro posseduto ne venne trovato una piccolissima parte, e dunque dove era finito ??. L’articolato piano di cattura, nei confronti degli alti dignitari dell’Ordine,fu perpetuato dal monarca diramando ordini sigillati che non potevano essere rimossi prima del periodo stabilito, onde evitare la diffusione di notizie. Anche il non ritrovamento e dunque il mancato riscontro della fondatezza del loro idolo “BAPHOMET” (Padre di Saggezza), venerato nel corso delle cerimonie d’iniziazione, confermava che qualcosa trapelò. Nell’ostile interrogatorio a cui furono sottomessi, i cavalieri rifiutarono di riconoscersi colpevoli di pratiche sataniste. Il cavaliere Etienne de Troyes descrisse all’inquisizione la raffigurazione di una “testa” verso la quale ogni cavaliere poneva la propria venerazione. Nonostante la massima segretezza dell’ordine di irruzione,i Templari furono comunque preavvisati,prova ne fu il mancato ritrovamento del loro tesoro. Un cavaliere descrisse la messa in salvo del tesoro, unitamente alle sacre reliquie, verso un luogo imprecisato, al fine di preservarlo dalle mani della corona francese. Dopo molti secoli di dominio sviluppatosi con un’ aumento esponenziale del loro potere militare ed economico e della loro l’influenza determinata sul mondo religioso medioevale,la loro fine si esaudì in tempi così celeri, tanto da esercitare nei profani un fascino dirompente che si diffuse in tutta Europa. L’epilogo più desolante dell’intero processo fu l’immolazione dell’ultimo Gran Maestro J. De Molay che non esitò a salire sul rogo testimoniando la sua innocenza e quella dell’intero Ordine di fronte alle infamanti accuse di idolatria e omofagia . La crudele condanna costituisce la vicenda più oscura della storia dell’ordine monastico-militare per aver rappresentato il fulcro dell’istituzione più potente della cristianità del XIV° secolo. I cronisti dell’epoca riportano la serenità con cui De Molay affrontò la morte sul rogo convocando innanzi al tribunale Divino il pontefice e il monarca francese per quanto aveva perpetuato….e la storia la conosciamo bene… Nel corso del tempo la leggenda divenne fonte di ispirazione per l’inventiva di novellisti e creatori di sette, e solo nel rinascimento con la nascita dell’interesse verso l’occultismo,si determinò la riapertura delle vecchie leggende riportate dall’inquisizione, ove emergevano gli strani rituali che non suscitarono alcuna attenzione dell’uomo del trecento. I capi d’accusa contro i Templari fecero emergere le presunte affiliazioni demoniache ed eretiche, che sembravano appartenere ad un sogno taumaturgico, comprendendo la rinuncia a Cristo con l'atto di sputare sulla croce e il concedersi in intimità con gli altri membri maschi dell'Ordine, ma i Templari erano famosi per la loro purezza e la fedeltà al vero cristianesimo. Analizzando la sequenza di queste annotazioni, il pontefice, dinanzi a certe affermazioni sconvolgenti dei Templari, si convinse che gli atti contro la religione denunciati da Filippo il Bello come prove d’eresia (quali il rinnegamento di Cristo e lo sputo sulla croce) fossero invece parte di un rito d’iniziazione osservato segretamente durante la cerimonia d’ingresso nell’ordine, una specie di prova di coraggio e d’obbedienza che i precettori imponevano ai nuovi confratelli per testare il loro carattere. Le accuse rivolte ai templari erano false, le loro confessioni estorte con la tortura e prive quindi d'ogni valore. I cavalieri non erano né migliori né peggiori d'altri membri di ordini di quel tempo. Soltanto, Filippo IV aveva bisogno del loro danaro, delle loro vaste proprietà terriere, delle loro fortezze, e così i suoi ministri diffusero menzogne sulla colpevolezza con l’intento precostituito di annientare l’Ordine stesso. La responsabilità di tutto ciò, che fu forse il maggior assassinio giudiziario del medioevo, spettò soprattutto al re di Francia,con la complicità del papa che si lasciò ricattare, divenendo anch’egli persecutore dell'ordine. I Cavalieri del Tempio erano innocenti; restarono fedeli persino ad una Chiesa che li perseguitava. Martiri della verità, difesero il loro ordine malgrado le torture e i roghi. Con menzogne e spergiuri avrebbero potuto aver salva la vita, comprarsi la libertà e un comodo compromesso. Si rivelarono cristiani migliori e più santi del papa e dei cardinali stessi che si piegarono vilmente a un'autorità statale iniqua. L’articolato processo durato sette anni merita, se pur dopo sette secoli, una corretta rilettura storica per poter chiarificare le tante congiure e falsificazioni che segnarono l’onore e la fedeltà dell’Ordine e dei suoi dignitari. Furono giustiziati nell'Europa del Nord in virtù d'un arbitrio giudiziario formato dalla Chiesa .In Spagna e Portogallo sopravvissero come Cavalieri di Cristo, e si distinsero in grandi opere in campo letterario, architettonico, artistico. La responsabilità di tutto ciò fu del re di Francia e fu il peggiore assassinio giudiziario del medioevo. Ma anche il papa mancò: si lasciò ricattare, divenendo anch'egli, in tal modo, persecutore dell’Ordine che in realtà avrebbe dovuto difendere. La loro memoria rivendica ancora oggi il diritto che l’Ordine del Tempio venga formalmente riconosciuto non colpevole . La distruzione dei templari e la razzia del loro capitale risultò di fatto una grave perdita per la cristianità: "diminuì le possibilità della Chiesa di creare nuove istituzioni sociali”. Mancavano all'epoca numerosissime opere pie per ospedali, collegi universitari, associazioni, collegi universitari. J. De Molay nel corso del processo menzionò le generose elemosine che l'ordine profondeva. La prova dell’innocenza “Il Papa sacrificò i Templari per evitare lo scisma e salvare l'unità della Chiesa” (Barbara Frale, Officiale dell'Archivio Vaticano ) A tutt’oggi gli storici,gli scrittori e gli appassionati cercano di rispondere alla mole della documentazione ritrovata, ai tantissimi interrogativi emersi sulle reali motivazioni e successive discolpe che videro il famigerato Ordine colpito in disgrazia per conto di un sistema politico e religioso integrato e corrotto. Il tutto fu pianificato con la complicità del consigliere della cancelleria del Regno di Francia del re Guglielmo Nogaret che rese pubblica la farsa più inverosimile agli occhi dei credenti e degli stessi indiziati. Egli passò alla storia per le vicende medievali che, per la loro cruenza, anche oggi sono motivo di interesse per il grande pubblico : il contrasto con Bonifacio VIII culminato nel c.d. "schiaffo di Anagni" (1303) e la persecuzione dei Cavalieri del Tempio conclusasi poi con il tragico rogo (1314) dei templari Molay e Charney in un'isoletta della Senna. Vicende entrambe che, come anche il trasferimento dei papi ad Avignone, sono collegate al preciso disegno di affermare la piena autorità di uno stato "nazionale" come la Francia. L’intera celebrazione del processo si concluse in maniera drammatica, vedendo la chiara complicità del sottomesso papa Clemente V°. L’inchiesta si snoda in due punti: 1) svolta per ordine del monarca francese vorace di denaro e indebitato con lo stesso ordine ; 2) richiesta del pontefice nel rivedere gli atti processuali dopo anni di torture e strazianti confessioni estorte dai carnefici francesi. I notai redassero i verbali delle confessioni, nel Castello di Chinon, riportando le asserzioni che sconfessarono l’infamante credenza costruita ad arte contro il Gran Maestro e il Gran Precettore di Normandia nell’ammissione delle proprie colpe successivamente ritrattate. L’importante documento ,rinvenuto e tradotto presso l’Archivio Storico del Vaticano, ad opera della ricercatrice Barbara Frale è “La pergamena di Chinon”. La stessa contiene l’interrogatorio condotto sui Templari da Clemente V°, l’unica vera inchiesta del papato sull’ordine messo sotto accusa dal re di Francia Filippo il Bello. Una ricerca supplementare dimostrò che quel fascicolo, dall’aspetto così comune e frugale, possedeva un valore storico enorme: non era infatti l’originale diplomatico dell’inchiesta pontificia, conservato tuttora in Vaticano sotto forma di alcune solenni pergamene, bensì un “brogliaccio” che il papa aveva fatto produrre ad uso privato. Il pontefice si rinchiuse nell’abbazia di Malaucène e per settimane studiò ed esaminò le prove contro i Templari effettivamente emerse durante il processo: a questo scopo si era fatto preparare dalla Cancelleria apostolica il brogliaccio, cioè un quaderno, con le trascrizioni delle inchieste realizzate sull’ordine del Tempio in modo da poter lavorare più agevolmente, con l’aiuto di alcuni collaboratori di fiducia. Dalla minuziosa analisi e dalla sequenza di queste annotazioni, il pontefice, dinanzi a certe affermazioni sconvolgenti dei Templari, si convinse che gli atti contro la religione denunciati da Filippo il Bello come prove d’eresia (quali il rinnegamento di Cristo e lo sputo sulla croce) erano del tutto infondate. L’epilogo intrigante del “giallo medioevale”, sulla base del nuovo carteggio emerso, aiuterà a comprendere i tantissimi lati oscuri del più inverosimile garbuglio della storia dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio. Lo scartafaccio custodito in gran segreto per volontà del pontefice era finalizzato nel ritrovare i presupposti giuridici per dar seguito alla riforma dell’Ordine. Il chirografo dimostra che i cardinali francesi e romani erano coinvolti nella congiura contro i Templari,infatti la cronistoria riporta che le spie di Filippo il Bello si erano accordati con i Colonna e con gli Orsini (La famiglia Orsini è stata una tra le più antiche famiglie della nobiltà romana, da sempre schierata con la parte guelfa. Vari suoi rappresentanti sono stati protagonisti illustri nel Basso Medioevo e nel Rinascimento. Da questa famiglia provengono ben tre papi: Celestino III ovvero Giacinto Bobone Orsini, Niccolò III ovvero Giovanni Gaetano Orsini, Benedetto XIII nato Pietro Francesco Orsini, nonché 34 cardinali. Autentici artefici della politica pontificia nel XIII secolo, durante la cattività avignonese si scontrarono con gli interessi della famiglia Colonna, dando luogo ad una famosa rivalità che ebbe fine solo con la riappacificazione del 1511 voluta da Giulio II della Rovere) (La famiglia Colonna è una delle più antiche ed importanti famiglie romane e discendono dai conti di Tuscolo. Prime notizie si hanno già dal X secolo e poi ancora a partire dal XII secolo, con documenti relativi Pietro Colonna. Per molti secoli numerosi membri della famiglia Colonna hanno ricoperto importanti titoli religiosi, con un Papa Martino V nella prima metà del Quattrocento ed ebbero molti cardinali. Molte furono anche le cariche civili ricoperte come Senatori del popolo romano.Iin epoca medievale notevoli furono le lotte per il potere a Roma che contesero con i principali antagonisti, soprattutto gli Orsini, e successivamente con altre famiglie rivali tra le quali i Riario ed i Borgia che appoggiati dal potere del Pala, arrivarono anche alla confisca di edifici in seguito ridonati ai legittimi proprietari da Papa Giulio II e Leone X) perché al soglio pontificio salisse un personaggio manovrabile e condiscendente alla volontà del monarca francese come Bertrand de Got futuro Clemente V°. Il complotto aveva in serbo le seguenti postille favorevoli per entrambe le famiglia e lo stesso re di Francia,ed esattamente: a) versamento al cardinale Orsini di 1000 fiorini d’oro annui,il quale svolse un infido ruolo presso lo stato pontificio all’epoca. b) l’abrogazione della scomunica papale di Bonifacio VIII° contro la famiglia Colonna che aveva colpito anche i cardinali Pietro e Giacomo. c) trasferimento del papato ad Avignone con lo scopo di esercitare un maggiore controllo sul pontefice. Il processo ai Templari si svolse infatti per la quasi totalità nel periodo della "cattività avignonese" che vide, dopo gli scontri tra il papato e la monarchia francese, l'arcivescovo di Bordeaux, Bertrand De Got, salire al soglio pontificio con il nome di Clemente V° e spostare la sede papale da Roma ad Avignone: era il 1309.L’astuto e perfido monarca francese veniva considerato con disprezzo dai regnanti degli altri stati europei,ma ciò che interessava era l’accelerazione del processo contro i Templari con l’avallo dell’egida della Chiesa. Clemente V° attraverso il documento di Chinon intendeva documentare che le false confessioni furono commissionate per esclusiva volontà del monarca. La promulgazione della bolla “Facies Misercordium” ( A.D. 1308) riporta che gli alti dignitari dell’Ordine di Normandia,Inghilterra confessarono spontaneamente la negazione per Cristo nel corso dell’investitura cavalleresca,emanata il 12 agosto e retrodatata,ma va ricordato che gli interrogatori si svolsero dal 17 al 20 agosto…strano!!! E perché questo?? Chiara volontà nel denigrare l’integralità dell’Ordine. Alla Santa Inquisizione, che si ostinava crudelmente nell’estorcere le confessioni ai Templari, sfuggiva il loro esere sempre pronti nell’offrirsi al sacrificio fino alla morte in quanto fedeli ai principi della Miles Christi. L’onestà e il coraggio di J.De Molay e De Charney rappresentavano gli eredi esemplari della militanza di alto rango per gli Uomini fedeli alla regola di San Bernardo. Nel 1308 la bolla “Vox in Eccelso” conteneva i dettami della soppressione dell’ordine con trasferimento dei beni all’ordine degli Ospedalieri con la bolla “Ad Providam” del 1312. La cronaca del processo fu riportata dal monaco Gugliemo di Nangis autore della “Vita dei re di Francia”,della quale si riporta in seguito una breve passaggio: “poiché quattro Templari senza eccezione alcuna avevano ribadito le ammissioni e parevano disposti a perseverare in esse,il concilio,riunitosi il lunedì dopo la festa di San Gregorio sul sagrato della Chiesa di Parigi,avendo preso in esame con una certa sollecitudine molte questioni,li condanno al carcere duro per il resto della vita. Ma quando i cardinali credevano di aver concluso una volta per tutte la vicenda,improvvisamente e inaspettatamente due di loro,il Maestro dell’Ordine e il priore di Normandia difendendosi con ostinazione dagli attacchi del cardinale che aveva tenuto il sermone e da quelli dell’arcivescovo di Sens,ritrattarono la confessione e tutto quanto era stato dichiarato in precedenza. E poi il cardinale li consegnarono nelle mani del preposto di Parigino fino al giorno seguente,quando avrebbero deciso il da farsi. Appresa la notizia il re,consultò i saggi membri del suo consiglio evitando però di rivolgersi agli ecclesiastici,e ordinò che i due templari fossero messi al rogo quel giorno stesso ai vespri,su un isolotto della Senna,situato tra i giardini reali e la chiesa degli eremiti di Sant’Agostino. Ed essi apparverò così determinati a sopportare le fiamme con tanto coraggio da suscitare grande ammirazione e stupore negli astanti per l’imperturbalitità con cui affrontarono la morte e la fermezza mostrata nel diniego finale”. …questioni di bolle papali Il registro del pontefice riporta, nella sua cronologia, molte missive emesse come la : “Eudem Modum” destinata ai vari Vescovi dell’orbe cristiano, ritroviamo anche sei lettere con la stessa datazione,tra cui la” Faciens misericordiam” e la “Regnans in coelis”, che riportano l’assoluzione di Chinon ai vescovi e ai sovrani; la “Ad omnium fere notitiam” sulla restituzione dei beni templari alla Santa Chiesa unitamente alla “Deus ultionum dominus” in cui nominava alcuni prelati con la funzione di curare i beni dell’Ordine e alla “Cum te et quondam alios” in cui assegna alcune pensioni ai presuli impegnati nello svolgere le indagini nelle proprie diocesi. La circostanza, con cui venne articolata l’inchiesta di Chinon e la genesi della bolla Facies misericordiam indicò che il procedimento era diretto all’insaputa del Re. Nella bolla “Subit assidue” del 5 luglio 1308 il pontefice promulgò il divieto assoluto di interrogare il Gran Maestro e i dignitari dell’Ordine, se non in sua presenza, e che dovevano essere giudicati dallo stesso. Questo testimonia che, indebolito dalle accuse, l'ordine fu quindi sottoposto a fortissime pressioni (di evidente natura economica) da parte del re di Francia. Di fatto Filippo IV, a causa della guerra con l'Inghilterra, si era indebitato notevolmente verso i Templari, i quali continuavano ad accumulare ricchezze. La messa in stato d'accusa e la successiva espropriazione fu quindi un espediente per evitare il tracollo del regno di Francia …assoluzione con formula piena Per emettere una sentenza definitiva sarebbe stato necessario infatti un regolare processo, che prevedesse anche l’esposizione delle tesi difensive da parte dell’ordine. Ma lo scandalo suscitato dalle infamanti accuse rivolte ai Templari (eresia, idolatria, omosessualità e pratiche oscene) avrebbe dissuaso chiunque, secondo il pontefice, dall’indossare l’abito templare e, d’altra parte, una dilazione nella decisione in merito a tali questioni avrebbe prodotto la dilapidazione delle ingenti ricchezze offerte dai cristiani all’ordine, incaricato di accorrere in aiuto alla Terrasanta per combattere i nemici della fede. L’attenta considerazione di questi pericoli, unitamente alle pressioni di parte francesi, convinsero il papa a sopprimere l’Ordine dei Cavalieri del Tempio, così come in passato, e per motivazioni di assai minori, era accaduto ad ordini religiosi di importanza ben più rilevante. L’assoluzione contenuta nel segreto documento “Nelle intenzioni dell'Archivio segreto vaticano non c'è nessuna volontà celebrativa, né tanto meno riabilitativa, dell'Ordine dei Templari. Il nostro compito si ferma agli studi storici” (mons. Sergio Pagano, Prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano) Il processo all’Ordine dei cavalieri Templari, ormai assodato, fu istruito per volontà della corona francese che agiva per scopi puramente politici e senza il minimo fondamento probatorio. Filippo il Bello, sovrano capetingio, che portava sulle spalle l’eredità teocratica del nonno Luigi il Santo, era riuscito nell’intento di mobilitare l’opinione pubblica contro il potente ordine. La giurisdizione pontificia fu agilmente scavalcata dagli agenti del governo, mentre si mobilitava un organismo giudicante assolutamente non convenzionale: l’Inquisizione regia. Di grande interesse sarebbe una ricerca che trattasse la composizione di una cronaca, il più possibile dettagliata e imparziale, delle vicende che videro l’Ordine dei Templari imputati in un processo per eresia. La drammatica storia del processo al più nobile degli ordini religiosi, l’Ordine dei Cavalieri Tempio, inizia nel 1307, ma è alla data della fondazione che dobbiamo risalire per conoscere appieno questa straordinaria istituzione: vent’anni dopo la presa di Gerusalemme, corre l’anno 1119 a partire da questa data per trecento anni l’Ordine del Tempio fu l’emblema dell’Ortodossia. La pergamena redatta a Chinon, diocesi di Tours, nel 1308 tra il 17 e il 20 di agosto, contiene l’assoluzione impartita da Clemente V all’ultimo Maestro del Tempio, frate Jacques de Molay, e agli altri capi dell’Ordine dopo che questi ultimi hanno fatto atto di pentimento e richiesto il perdono della Chiesa; dopo l’abiura formale, obbligatoria per tutti coloro che erano anche solo sospettati di reati ereticali, i membri dello Stato Maggiore templare furono reintegrati nella comunione cattolica e riammessi a ricevere i sacramenti. Il papa inviò nel castello reale di Chinon, dove erano ingiustamente reclusi Molay ed alcuni cavalieri dignitari dell'Ordine, una commissione, tra cui il nipote del papa, il cardinale giurista Bérenger Frédol, per eseguire un processo inquisitorio secondo i canoni della Chiesa. Questa pergamena dichiara i Templari non prosciolti bensì assolti,la stessa era serbata da Clemente V° nel suo archivio “segreto” indicante con tale termine documenti privati del pontefice e non altro,tanto che sono state rinvenute numerosissime cedoline d’ingresso all’archivio del papa già a partire dal 500. L'intervento di Fredol, alta autorità cardinalizia, non poteva essere che giustificata dall'importanza della circostanza, che coinvolgeva i Capi dell'Ordine e sarebbe terminata con la loro assoluzione. Dalla vicenda emerge anche una nuova figura di Clemente V°, solitamente visto come il "cappellano di Filippo il Bello”. Secondo tali atti i templari, dopo aver confessato le loro colpe (rituali di iniziazione, ecc.), facendo atto di sottomissione alla Chiesa chiedendo il perdono al Papa, furono assolti dall'accusa di eresia formulata dai giuristi del monarca di Francia. Lo scrittore-archeologo Valerio Massimo Manfredi dichiara” un dramma di proporzioni epocali, quasi apocalittiche, con una conclusione di una drammaticità smisurata e un duello all'ultimo colpo e all'ultimo inganno tra un re e un pontefice francesi”. La sala Indici dell’ASV contiene gli inventari di milioni di tomi di storia tanto, che pur oggi nell’era dell’informatica e della scannerizzazzione, diviene difficoltoso reperire le fonti più utili ai fini della ricerca sull’Ordine del Tempio,e proprio la Frale commenta che per questi motivi la pergamena è stata solo recentemente ritrovata. Dopo settecento anni il Vaticano sembra giungere alla soglia della verità storica del fantasioso processo contro i Templari. Non potremmo mai sapere quanti si sono cimentati nel tradurre ed interpretare le pergamene unitamente ai corretti riscontri incrociati per stabilire con chiarezza le vicende della verità del 1300 che vide coinvolti i Cavalieri del Tempio. Le testimonianze riportate alla luce dalla ricercatrice Frale (25 ottobre 2007),insieme alle relative specifiche, evidenziano la totale estraneità del pontefice alle tremende persecuzioni rivolte all’Ordine dalla monarchia francese. La pergamena (70x58 cm) controfirmata dai tre legati pontifici che componevano la commissione voluta dallo stesso Clemente V° erano: Berenger Fredol (nipote dello stesso pontefice),Landolfo Brancacci (filofrancese) ed Etienne de Suisy, i quali giunsero alla conclusione proprio nel Castello di Chinon, ove erano rinchiusi i Templari, nel concedere l’assoluzione e non la condanna. Giovanni Villani riporta nelle cronache dell’epoca l’influenza esercitata dal monarca sul conclave di Perugia durato 11 mesi per l’elezione a pontefice di De Got (Clemente V°) con tutte le conseguenze che ne derivarono. A conclusione dell’inchiesta condotta dai legati pontifici, e dinnanzi alle prove emerse, avrebbero dovuto denunciare il monarca e chiederne la scomunica da parte del pontefice ,ma così non fu. Il sovrano tentò ogni possibile difensiva al fine di evitare i nuovi interrogatori,ma stranamente a dirsi, proprio il pontefice sospese cautelativamente l’Inquisizione in quanto aveva intuito la vile persecuzione della corona francese contro i templari basata su soli indizi di colpevolezza . Il pontefice affidò ai legati pontifici la bolla “Ad Preclaras” in cui veniva formulata l’allusione perpetuata da Filippo il bello nello screditare la Chiesa di Roma. A seguito di ciò il monarca fu costretto a trasferire a Poitiers sede di residenza del papa i Templari lasciando a Chinon gli alti dignitari dell’Ordine. La monarchia francese reagì innescando un vero meccanismo di ricatto che costringerà in seguito Clemente V all’ambiguo compromesso sancito nel 1312 durante il Concilio di Vienne. Non potendo opporsi alla volontà del re di Francia, Filippo il Bello, imponeva l’eliminazione dei Templari,e il papa rimosse l’ordine dalla realtà del tempo senza condannarlo né abolirlo, ma piuttosto isolandolo in una specie di “ibernazione” grazie ad un abile artificio del diritto canonico. Dopo aver dichiarato espressamente che il processo non aveva provato l’accusa di eresia, Clemente V sospenderà l’ordine dei Templari in via di una sentenza non definitiva dettata dalla superiore necessità di evitare un grave pericolo alla Chiesa, con divieto, pena scomunica, di continuare ad usarne il nome ed i segni distintivi. Lo stesso monarca annunciò anche che Bonifacio VIII° aveva comprato la sua elezione al soglio pontificio nel 1294 e pertanto doveva essere processato per simonia. I Templari furono oggetto di altre accuse morali, il loro Ordine soppresso e le proprietà francesi dell'ordine devolute ai Cavalieri Ospitalieri, rimanendo di fatto di proprietà a Filippo IV che espropriò anche le banche dei Templari. Filippo IV in cambio accettò la sospensione del processo a papa Bonifacio VIII, il quale aveva cercato in tutti i modi di contrastarne il potere. Secondo i documenti originali del processo, recentemente ritrovati negli archivi vaticani, il papa assecondò la richiesta di re Filippo di Francia di scioglimento dell'Ordine per impedire uno scisma con la Chiesa francese, condizione che oggi avrebbe rappresentato, come l’Inghilterra, un’allentamento del credo di Santa Romana Chiesa. Nella realtà molti dei cavalieri confluirono nell’Ordine dei Cavalieri di Rodi o assunsero varie denominazioni a secondo della tradizione nazionale. L’esistenza di una tradizione Templare, ininterrotta dall’ultimo Maestro ad oggi, rappresenta il rinascere di un sincero Spirito Templare che custodisce nei suoi principi la credenza in Dio e nella Chiesa Latina, principi che furono scritti nella regola di Bernardo da Chiaravalle, sino a ieri sembravano sopiti,oggi più che mai attuali. La sentenza non definitiva del pontefice, con la quale sospese l’Ordine, rappresentò un atto di impedimento finalizzato a frenare lo scisma tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Francia. La pubblicazione del “Processus contro Templarios”secondo il prefetto dell'Archivio segreto del Vaticano, monsignor Sergio Pagano, specifica con cura che il volume vuole smentire tutte le possibili indiscrezioni, a suo dire " imprecisioni ", sul possibile ripensamento da parte della Chiesa sulla penosa sorte dei Monaci Guerrieri. La pubblicazione racchiude al suo interno la riproduzione fedelissima di quattro pergamene, la cui lunghezza complessiva somma 5 metri e mezzo e in cui sono stati annotati 38 verbali di interrogatori. I primi tre documenti si riferiscono all'inchiesta pontificia sull'Ordine dei templari tenutasi a Poitiers, e costituiscono gli esemplari superstiti di un corpus originario di cinque rotoli membranacei. La quarta pergamena rappresenta il documento più importante, intorno al quale si concentra l'interesse degli studiosi e degli appassionati della vicenda. Essa è stata rinvenuta solo nel 2001 ed è l'atto originale di assoluzione concessa dai cardinali plenipotenziari del Papa Clemente V al Gran Maestro del Tempio Jacques de Molay e agli alti dignitari templari, rinchiusi nel castello di Chinon. La posizione della Chiesa, ben espressa da mons. Pagano, non può essere altrimenti: esclude ogni intento riabilitativo dell'Ordine , ma pensa bene di produrre un opera con i documenti originali, che a quanto si dice sia in tiratura limitatissima e dal costo a dir poco esorbitante (5.900,00 Euro Iva inclusa). «Tra le accuse che vennero rivolte ai Templari - spiega Cardini - c’erano quelle di essere stati in qualche modo sedotti dall’Islam e attirati dall’eresia catara. Due elementi che non potevano coesistere». Nell’inchiostro e nella cartapecora, racchiuso nel contenitore in cuoio naturale "toscano pieno fiore", conciato artigianalmente con procedimento di "concia vegetale", rifinito con tamponatura a mano ha dimensioni di cm 47 x 33 x 12,5 costituito da un’ unica pelle avvolge sia il cofanetto porta-documenti che il volume di commentario scientifico di sette secoli fa, si racconta di quei giorni d’estate quando giunsero al castello i cardinali plenipotenziari di Clemente V, con i relativi sigilli in cera rossa dei cardinali inquisitori. Oggi fornisce, dopo una attenta rilettura, la corretta interpretazione del processo durato dal 1307 al 1312 definito, dalla stessa Frale, “un intrigo internazionale,un gioco di poteri dove si scontrano l’autorità della Chiesa e l’autorità di alcuni sovrani”. Secondo quanto finalmente chiarito nel corso dell’esame degli atti processuali ,i Templari non erano Eretici, e dimostrarono la loro reale posizione al pontefice riguardo alle accuse mosse contro l’Ordine. Lo stesso pontefice rivide personalmente le inchieste svolte attribuendo il valore probatorio soprattutto su quella che lui stesso aveva presieduto a Poitiers. La rivisitazione degli atti fece emergere alcuni interrogativi: la presenza del cardinale Berenger Fredol ottimo giurista che si dedicò ad un inchiesta poco rilevante all’epoca; e come fu possibile permettere ad un laico la distruzione di un pezzo della Chiesa di Roma sottraendo i beni del Tempio e utilizzandoli per scopi bellici contro il sovrano cattolico inglese. Il tutto sembra inverosimile,ma l’analisi storiografica ha riportato a galla la verità che molti sospettavano, ma non ne avevano la certezza. La pubblicazione dell’opera ha suscitato un’ interesse a carattere mondiale dovuto soprattutto al fatto che la storia Cavalieri del Tempio, nati per proteggere i pellegrini e la Terra Santa, è stata sempre al centro di leggende, dicerie, morbosità varie. I documenti (208, 209 e 210) riprodotti nel volume Processus contra Templarios riportano l’inchiesta pontificia sull’Ordine dei Templari tenutasi a Poitiers e costituiscono gli esemplari superstiti di un corpus originario di 5 rotoli contenenti le confessioni di 72 Templari interrogati da Clemente V dal 28 giugno al 2 luglio 1308, evidenziando anche la volontà del pontefice a riformare l’Ordine fondendolo con l’Ordine degli Ospedalieri (futuri cavalieri di Malta). Ciò sancì la non colpevolezza dall’accusa di eresia con la bolla Vox in Excelso e veniva richiamato il solo malcostume diffuso da alcuni membri dell’Ordine. La validità della pergamena fu sottoposta al vaglio da specialisti storici medioevalisti di fama internazionale come Barber (Cambridge),Demurger (Sorbona),Cardini (Firenze) e Tommasi (Perugia) che confermarono che il documento era inedito . Valutata con analisi diplomatiche,paleografiche e codicologiche risultò autentica. Le perplessità che fomentavano gli storici miravano a chiedersi come mai la Curia serbava gran parte di questi importanti documenti che davano una diversa interpretazione delle accuse mosse contro l’Ordine del Tempio e perché fu tenuto nascosto. A queste domande dopo minuziose ricerche la stessa Frale ha risposto che per spiegare il brigantaggio tra politica ,religione,denaro e chiesa, emergeva palesemente che l’entaurage del monarca francese falsificava gli atti ad uso pubblico. La verità emersa è indispensabile nel ridare la corretta luce allo spirito di fede templare, per secoli distorta da intrigate vicende di malcostume propinate dalla mania dell’avere del monarca francese in combutta con alcuni prelati della Chiesa Romana. Indubbiamente questa testimonianza concretizza ciò che si sapeva e che non si poteva dimostrare per mancanza degli atti,condizione tramutata il 13 settembre 2001 con la pubblicazione dei fondamenti dell’innocenza dei Templari. L’inconfutabile certezza della prova confermò ancora una volta che i Poveri Cavalieri di Cristo patirono nella fede di Dio per l’alchimia diabolica e perversa di un monarca che volendo affondare l’eredità spirituale di un prestigioso passato dell’Ordine rimase lui stesso intrappolato tra le sue menzogne oggi venute alla ribalta glorificando la loro testimonianza contro i puerili e risibili atti d’accusa,colpito nella sua integrità dalla persecuzione accanita della storiografia illuministica, quella stessa che etichettava senza mezzi termini mille anni di storia medievale come “evo oscuro”, la storia del Tempio si era presto trasformata in “leggenda nera”, per nulla dissimile da quella altrettanto falsata dell’Inquisizione. Concludo riportando il pensiero della scrittrice Cerrini, profondo desiderio,al quale mi associo, in segno di una testimonianza che oggi la storia deve riportare in onore dei Templari che abbracciarono il valore della fede per poi patire brutalmente in difesa dei valori di Dio e della Chiesa. “Se potessi pronunciare un desiderio… ecco, vorrei che questi templari, i veri templari, possano vincere un'ultima battaglia: non essere più considerati come simbolo per eccellenza dello scontro fra civiltà e religioni al tempo delle crociate, ma semmai, da laici religiosi, come precursori realistici di una via del dialogo e della convivenza”.

 

GEOVA
M fr.Vincenzo Felice Mirizio Commendatore Commenda S.G.Battista –Terra del Salento PTHM IL Significato della Sacra Scrittura nell’ analfabetismo dei seguaci di Geova Guardate di non lasciarvi Ingannare. Molti verranno sotto Il mio nome dicendo: "Sono Io", o "Il tempo è prossimo". “Non seguiteli". (Gesù) Luca 21,8 (discorso Apocalittico) I Testimoni di Geova non sono cattolici e neppure cristiani, dal momento che non credono nella divinità di Gesù. Eppure la loro facilità di accesso al mondo cristiano è, in larga parte, dovuta al massiccio utilizzo di strumenti cristiani - soprattutto Bibbia e linguaggio - che rivendicano equivocamente come propri, generando grande confusione nelle persone non ben preparate. Testimoni di Geova "militanti", quantificabili a livello mondiale in quattro milioni di fedeli, sono presenti in Italia con circa duecentomila adepti che si impegnano nel "servizio di campo" di porta in porta.
Ma se, oltre ai "militanti", volessimo farci un’idea del reale bacino di utenza dei Testimoni di Geova, il riferimento che dovremmo prendere in considerazione è offerto dal numero di persone che partecipano alla celebrazione annuale della Cena del Signore, l’unico evento "liturgico" di questo "nuovo movimento religioso". I numeri ci direbbero allora che i Testimoni di Geova presenti in Italia sono circa quattrocentomila, ovvero che l’Italia ospita complessivamente una percentuale di aderenti in rapporto alla popolazione globale che è maggiore a quella di qualsiasi altro Paese del mondo. L’assenza di cultura biblica presso i fedeli cattolici non è certamente un dato positivo. L’ignoranza della dottrina cattolica, la freddezza e il disordine liturgico, la confusione teologica, l’assenza di spirito missionario presso i cattolici, sono tutti aspetti che indubbiamente favoriscono la penetrazione dei nuovi movimenti religiosi. Se dalla loro diffusa tiratura della “Torre di Guardia” cercano di inculcarci una Bibbia del tutto trasformata,noi dobbiamo essere pronti da buoni Cavalieri di Cristo a difendere l’integralità delle Sacre Scritture…nel loro credo rifiutano per principio tutta la Tradizione vivente della Chiesa: l'insegnamento dei Padri, i grandi Concili che hanno precisato il contenuto della fede contro errori ed eresie, la liturgia, gli studi fatti dai teologi lungo i secoli. E giustificano tale rifiuto inventando che nell'anno 100 i cristiani sarebbero caduti in una grande “apostasia”, consolidata poi dall'imperatore Costantino, che avrebbe fondato la Chiesa cattolica! Ma poi, qual è la loro Bibbia? Quella originale, scritta in ebraico e in greco? O una sua traduzione fatta da studiosi specializzati? No, la Bibbia che vi offrono in italiano è una traduzione dall'inglese! È intitolata Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture. Tra gli errori più gravi, contro la fede cristiana sostenuti dai testimoni di Geova c’è il seguente: 1. Negano la divinità di Gesù Cristo. La loro Bibbia, così manipolata e falsificata, non può dunque costituire il fondamento della vera fede. San Pietro, nella sua seconda lettera (1,20), ammonisce: “Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione”. tanto meno, quindi, alla spiegazione del tutto arbitraria dei testimoni di Geova. Spunto di riflessione Sulla base di questo brevissimo intendimento formulerò uno spunto di meditazione sulla esegesi biblica e sull’analfabetismo biblico che diffondono i Testimoni di Geova. La consapevolezza del problema impone una riflessione più attenta sulla “Traduzione del Nuovo Mondo delle Scritture” (TMN) principale strumento del loro proselitismo costituito da un un florilegio di versetti biblici dai quali emergono diversità significative sul fondamento di fede degli argomenti teologici:la divinità di Cristo,la Trinità,l’immortalità dell’anima. Infatti bisogna sapere che ogni postulante geovista è corredato da una ricca tradizione protestante formata dalle manomissioni riportate nel TMN,operata per richiamare una cristologia arianna come riportato nel vangelo di Giovanni in cui si legge:” In principio era il Verbo,il Verbo era presso Dio,e la parola era presso Dio” che secondo la manovrata traduzione geovista riporta che Gesù non sarebbe altro che l’arcangelo Gabriele sotto mentite spoglie,ossia un non Dio,ma un’ essere intermedio tra Creatore e Creatura. Le mistificazioni interessano ogni aspetto della dottrina, essendo l’uso della Bibbia il loro cavallo di battaglia distorta nella loro esegesi i cui i cattolici dopo la taumaturgica “apostasia” hanno corrotto le Sacre Scritture tenendola nascosta agli eletti e, ancor peggio, sempre secondo i geovisti, l’ecumenismo del dono dello Spirito delle Chiese è considerato un’invenzione diabolica. Generalmente usano frasi staccate dal contesto di un brano determinando per il lettore attento una netta contraddizione delle loro stesse teorie fantasiose dimostrando tutto e negando tutto,a loro intendimento. Al fine di negare il verso “il castigo eterno” riportato al capitolo 25 versetto 46 di San Matteo,ove Gesù conclude il suo discorso sul giudizio finale,i geovisti sostituiscono la frase “supplizio eterno” con “troncamento eterno”,che lascerebbe intendere l’annientamento dell’anima peccatrice. Il nesso di tutto ciò sta nel documentare che l’anima non è immortale . Sempre i brillanti pensatori di Brooklyn traducono la parola ebraica “néfesh” che significa “persona” con anima umana in modo tale che in ogni versetto in cui la Bibbia indica una persona che muore la traducono anima “che muore”. L’Antico Testamento non viene assolutamente accettato e conseguentemente escluso dalle loro scritture. La Sacra Scrittura contempla i testi dell’Antico Testamento come ispirati a Dio e contenuti nella versione greca detta “dei Settanta” scritto tra i 250 e 150 anni prima di Cristo e destinata agli Ebrei viventi fuori dalla Palatina e conoscitori della lingua greca. Nel parafrasare i “Settanta” essi comprendono: 7 libri (tobia,Giuditta,I°Maccabei,II°Maccabei,Baruch,Sapienza,Ecclesiastico,più alcuni richiami di Daniele e di Ester) che non sono citati nella Bibbia Ebraica,ma accettati dagli Ebrei fuori la Palatina (Diaspora), ritenuti dalla Chiesa come fondamento ed ispirati dai Padri Apostolici (San Clemente Romano). Il motivo della loro scelta voluta!!! mira nel far scomparire i tomi in cui vengono esplicitamente riportate le verità negate dai geovisti ed ecco spiegato il loro rifiuto. Uno scritto storico, se riferisce la data ed il luogo di un evento,deve essere considerato alla lettera condizione diversa se abbiamo di fronte un genere poetico,eppure i geovisti trovando nella bibbia i numeri simbolici li usano per calcoli esoterici che nulla hanno a che fare con l’insegnamento della Bibbia. Da ciò si deduce la semplice strumentalizzazione dell’uso distorto e fantasmagorico del contenuto biblico. Ancora più grottesco quando negli anni trenta del secolo passato stabilirono che Gesù non era stato crocefisso bensì “appeso” a un palo di tortura,e per questo la parola “croce”svanisce dal Vangelo e sostituita dalla parola “palo”, L’interesse dei curatori di Brookliyn è stato quello di incidere sul profondo spirito d’identità,ove “Geova” sostituisce i seimila richiami della parola Dio,Signore,Gesù,generando molta confusione nella lettura della corretta considerazione degli episodi biblici. Innanzi a tanta confusione e falsificazione del fondamento sacro della fede Cristiana, l’unico antidoto sicuro nel debellare il diffondersi del movimento brooklyniano è rappresentato nel conoscere bene le Sacre Scritture come da insegnamento di San Gregorio Magno Papa. Il solo analfabetismo cristiano di ritorno trova terreno fertile per rendere sensibile la loro diffusione in quanto mancano le basi fondamentali di una cultura biblica. In conclusione e, contrariamente a quanto vanno diffondendo, si sottolinea che non solo usano la parola di Dio,ma si servono della parola di Dio per diffondere “porta a porta” una fede priva di ogni fondamento…e chissà se mai lo troveranno. Buona Meditazione !!

 

CROCIATA
La IV° crociata:un intreccio da Venezia a Costantinopoli e il mistero del Mandylion H fr.Vincenzo Felice Mirizio Commendatore della Commenda S.G.Battista – Terra del Salento- P.T.H.M.
Dopo la conquista di Gerusalemme da parte di Salah-Ad-Din, le crociate furono operazioni di guerriglia con mire politiche ed economiche ideate sotto il segno della croce. L’esempio tipico nella storia medioevale è la IV crociata lanciata con lo scopo di liberare Gerusalemme e che si conclude con la presa di Costantinopoli, impero cristiano usurpato dagli stessi crociati. Questo epilogo della storia declinò ogni ragione determinando una forte tensione su tutti fronti fra i latini e i bizantini, già esistente dall’inizio della I°crociata. La curia pontificia a fine giugno dell’anno 1198, annuncia una nuova crociata tramite il centosettantesimo papa (Innocenzo III°): “ La Chiesa addolorata ha pianto,la sua voce,il lamento e il suo strepitio sono risuonati”.L’eredità dei luoghi santi che videro la passione di Cristo sono stati profanati. Alla fine del XII°secolo le armate di Saladino avevano sottratto la Città Santa ai Cristiani, per i quali diviene obiettivo di riconquista. Tra il 1188 e il 1190 si levò dall’Europa una crociata di straordinaria partecipazione,guidata dai re di Francia e Inghilterra e dall’imperatore Federico Barbarossa con un seguito di 100.000 uomini d’arme avendo l’intento di portare in Terrasanta i soccorsi per terra e per mare. La conseguente fatalità determinò la morte di Barbarossa mentre attraversava il fiume in Asia minore generando un totale disorientamento nell’esercito. Filippo II di Francia, giunto nei luoghi della Terrasanta, non completò quanto pianificato e a seguito della conquista di ACRI riprese il ritorno per l’Europa nel 1191 .In questo frangente solo Riccardo Cuor di Leone,re d’Inghilterra, aveva eroicamente respinto la forza del Saladino ad Arsuf nel settembre del 1191, mentre Gerusalemme era rimasta sotto il dominio dell’infedele determinando il fallimento degli obiettivi della crociata. Nel 1195 Enrico IV°,figlio di Riccardo,raccolse la sfida lasciata incompiuta dalla morte del padre giungendo a conquistare pochi stati,poiché la morte prevalse anche su di lui,senza raggiungere Gerusalemme . Nel corso di quel periodo l’instabilità dei principianti latini creò le condizioni di ingerenza interna ed esterna nelle dispute che dividevano i principi cristiani tra loro. La cristianità subiva lacerazioni su più fronti;l’impero d’Occidente senza il capo,quello d’Oriente scosso da lotte violente,la guerra tra Francia e Inghilterra e la stessa Chiesa in disputa con l’eresia ed in preda ad una crisi riformatrice. - Nel calendario attualmente in uso nella maggior parte dei paesi del mondo, il calendario gregoriano, i secoli vengono conteggiati convenzionalmente a partire dalla nascita di Cristo, con i numeri ordinali romani (es.: I, II, III...). I secoli antecedenti alla nascita di Cristo vengono numerati a ritroso rispetto a questa, usando sempre i numeri romani, seguiti, però, dalla sigla a.C. (avanti Cristo). Quando può sorgere un'ambiguità, per i secoli successivi alla nascita di Cristo, dopo il numero romano, viene specificata la sigla d.C. (dopo Cristo)- Nel 1198 l’Europa cristiana si presentava disorientata e nello stesso anno saliva al soglio pontificio il Lotario ei Conti dei Segni che scelse il nome di Innocenzo III°: l’8 gennaio 1198, stesso giorno della morte di Celestino III. Il nuovo pontefice, di forte personalità, già dal momento della sua elezione aveva la consapevolezza del potere ecclesiale:esercitando la Signoria sull’impero,sui re e sui principi di tutta la cristianità e concretizzando l’idea teocratica. Innocenzo III stesso riteneva che: il papa non fosse il rappresentante di Pietro,cioè dell’uomo,ma di Cristo,cioè di Dio.La sua potestà discendeva solo da Dio,unico legame tra Dio e l’Uomo,inferiore a Dio,ma superiore all’uomo;in lui si centralizzavano i tre poteri temporali di (Sommo) sacerdote,giudice (supremo) e re (dei re). La volontà del papa era di rafforzare la posizione della Chiesa nei confronti dell’impero, facendo valere la sua fermezza sulle investiture imperiali, condizione che trovò in Ottone IV(successore di Enrico IV) una pieghevole sottomissione alla volontà papale. Nel periodo del pontificato di Innocenzo III°, se pur di breve durata, molte furono le iniziative,come il decreto del primato papale sulla chiesa universale,e per aver concesso le indulgenze ai militi che combattevano sotto il segno della croce in Terrasanta. Questo fanatismo aveva contribuito, nella Francia del Sud, al perpetuarsi di massacri e violenze incontrollate contro gli Albigesi condizione che spinse lo stesso papa all’appello della moderazione rimanendo inascoltato. Il movimento di violenza messo in atto dai militi era l’occasione per attuare una vera pulizia etnica a carattere religioso. La “moda crociata” fu denominata “MATER ECCLESIA” per la liberazione del Santo Sepolcro dagli infedeli. L’epistola, che la cancelleria pontificia inviò a mezza Europa alla metà dell’agosto 1198, conteneva una pianificazione organizzativa della IV° crociata,dove venivano delineate le motivazioni spirituali riferite alla terra ove aveva posato i piedi Cristo divenuta la meta dei pagani.La sede apostolica esternava il dolore nell’incitando gli animi alla riconquista: ”O Voi tutte che passate per la vita,guardate e vedete ,se vi è un dolore simile al mio” (LAM 1,12). Tale invocazione alla crociata era un “PRELIUM CHRISTI,”ossia una battaglia di Cristo,per Cristo e con Cristo;quindi una vendetta all’insulto patita sul crocefisso :” ad prelium Christi bellandum et vindicandam iniuriam Crucifixi”. Gli occidentali preferivano combattere fra loro invece di impugnare la spada contro i musulmani,i quali avevano lo scopo di annientare i paesi e cancellare i nomi e la loro storia,condizione che spingeva il papa a richiamare i cristiani sull’amor proprio e all’amore dei laici: “Dov’è dunque il vostro Dio ?”.Lo stesso era ben consapevole che il popolo cristiano era molto disorientato, per i precedenti fallimenti riportati in battaglia senza mai aver raggiunto gli obiettivi prefissati,e pertanto esortava nel non confidare nelle forze terrene,ma nella potenza di Dio;come riporta la sacra scrittura :”gli israeliti erano stati sconfitti da Beniamino una e due volte,ma alla terza Dio li aveva guidati alla vittoria (Gdc 20,15-48)”. Su questi fondamenti sacri,il Lotario invocava l’Europa cristiana in nome di Dio e sotto la Sua protezione, mettendo a repentaglio tutto per chi si era fatto Uomo per gli Uomini…”il servo negherà i propri averi temporali al Suo Signore,quando Egli lo ha colmato di ricchezze eterne ??”. Ogni città,nobile e cavaliere doveva armare un congruo numero di militi ad defensionem terre nativitatis Domince,unitamente agli ecclesiasti (abati,arcivescovi e prelati), che supplendo con denaro, dovevano facilitare il loro reclutamento pena la sospensione dall’ufficio.L’esercito doveva raggiungere la Terrasanta nell’anno successivo (1199) nel mese di marzo,Lo stesso papa, al fine di non apparire come colui che imponeva ad altri le spese della crociata, specificò che le stesse sarebbero state sostenute dalla curia pontificia. Innocenzo III° scelse due cardinali come legati pontifici per la missione bandita: Soffredo,cardinale prete di santa Pressede e Pietro Capuano,cardinale di Santa Maria in Violata,uomini timorati per la scienza e l’onestà in “opere et sermone”. Lo stesso pontefice rilegò il segno della croce sulle spalle dei legati. La missione dei Legati pontifici doveva procedere in due distinte direzioni: Capuano doveva intercedere verso i Re di Francia e Inghilterra per intraprendere una trattativa di pace o quanto meno una tregua quinquennale, e Soffredo doveva recarsi a Venezia per richiedere l’intervento marittimo della Serenissima per il trasferimento dei militi verso la Terrasanta. I benefici spirituali, officiati dal Pontefice, raggiunsero i più compiuti ed articolati aspetti normativi delle indulgenze consegnandoli ai Legati pontifici affinché li concedessero a quanti avevano intrapreso l’ideale della crociata.Nell’indulgeva il pontefice ricompensava tutti coloro che abbracciavano il valore della croce nel peregrinatio verso il Levante e rimetteva tutti i peccati confessati con la bocca e col cuore,promettendo un “aumento” della salvezza eterna. Un’ indulgenza così magnanima, per il periodo indicato, spinse molti ad intraprendere il viaggio verso i luoghi della Terrasanta,anche perché nell’epoca medioevale il “peccato” doveva essere già liberato sulla terra con intensi e devozionali digiuni e molte privazioni personali.I loro averi terreni furono affidati alla custodia del papato fino al loro ritorno .L’epistola volgeva nella sua conclusione con la speranza del pontefice,il quale faceva riferimento all’Esodo (15,4): “la gloria del successo sarebbe stata di Dio,perché Lui aveva affondato i carri dell’esercito del faraone e non a noi,né a voi va la sua gloria,bensì al suo nome” (salmo 115,1). L’incitazione del papa giunse anche ad Alessio III° che si arrogò il trono Bizantino, al quale venivano riservate le stesse indulgenze degli occidentali qualora avrebbe armato un esercito in aiuto degli Europei. L’idea del pontefice mirava a ripristinare la relazione tra la Chiesa Latina e quella Orientale,separate dallo scisma del secolo prima nato con la I° crociata che determinò un duplice rappresentante della Chiesa per le sedi Patriarcali di Antiochia e Gerusalemme.Lo stesso invitava alla sottomissione il Patriarca di Costantinopoli alla Chiesa di Roma creando così un’intenso scambio di missive circa le questioni dell’unità della fede, senza però mai giungere a nulla di sostanziale rimando entrambi sulle proprie posizioni ideologiche. I Legati pontifici si recarono in Francia da Folco di Neully,frate predicatore considerato un Santo uomo,il quale dopo aver ascoltato il messaggio del pontefice, ricevuto dai suoi rappresentanti, si mise in viaggio per diffondere l’idea della crociata. La predicazione sviluppò molto entusiasmo con adesione di molti nobili e cavalieri, che radunatosi nel castello di ECRY(oggi Asfeld nelle Ardenne) in occasione della disputa di un torneo, decisero di intraprendere il voto della croce,tra i quali il promotore fu Tibaldo di Champagne .A lui si aggiunse Goffredo di Villardhuin (che ne descrisse la cronologia dell’intera IV crociata). Dall’Italia rispose il marchese Bonifacio di Monferrato con il suo vassallo Gherardo unitamente ad un conte della Lombardia. A seguito del loro primo incontro ne seguirono altri come quello di Soisson di Compiègne ove si decise di intraprendere il viaggio via mare. Goffredo di Villardhuin, unitamente ad altri cinque cavalieri ricevettero le credenziali per la loro missione al fine di recarsi a Venezia a cui venne fatta esplicita richiesta d’aiuto per il movimento verso l’Oriente. La storia riporta come tutte le crociate furono sempre incitate da importanti figure spirituali sostenendo e infondendo negli scettici e nei cristiani, lo spirito d’intervento nei luoghi santi in Oriente come Pietro l’Eremita e lo stesso Urbano II° nella prima crociata ,San Bernardo di Chiaravalle nella II° crociata e Folco de Neully nella IV crociata. Il Folco raggiunse l’apice con la crociata bandita da Innocenzo III°.Lo stesso distribuendo croci ai partecipanti fece cucire la stessa croce di colore rosso sulla sua spalla,perché come egli affermava era il colore del martirio e richiamando le parole Cristo secondo il Vangelo :”Chi vuole venire dietro di me…prenda la sua croce e mi segua..” (Mt 16,24 / Mc 8,34 / Lc 9,23). IL Papa,nel novembre del 1198, avvalorava l’attività del curato tramite Pietro Capuano consigliato dai monaci bianchi (cistercensi) e neri (benedettini) per la predicazione del valore spirituale della crociata. Come riportato nel precedente commento pubblicato,la parola “crociata” non esisteva e si dovette attendere la fine del medioevo perché si articolasse il diritto della stessa.Il significato del movimento veniva evocato con molte denominazioni incerte come exeporto,perigrinatio ecc.Sin dall’antichità, il Levante era la meta di migliaia di pellegrini che giungevano dall’Occidente animati dal desiderio di ripercorrere i luoghi della vita di Cristo. Già nel VI° secolo è documentato il trasferimento dei monaci verso la Palestina al seguito di san Girolamo per l’istituzione di una comunità religiosa a Betlemme.La prima donna che giunse in Terrasanta, secondo le ipotesi, fu Elena la mamma dell’imperatore Costantino. Oltre al suo diario, ricco nella descrizione dei luoghi attraversati,esiste un altro documento prezioso il “Itinerarium a Burdigala Jerusalem Usque” del 333, ove un’anonimo pellegrino percorre da Bordeaux (Francia) a Gerusalemme descrivendone minuziosamente le tappe del suo percorso. IL Viandante comincia il suo tragitto lungo la via DOMITIA da Tolosa fino ad ARLES superò le alpi al passo del Moncenisio giungendo in Italia da Torino dirigendosi vero oriente sino ad Aquileia lungo la via POSTUMIA,strada romana che collegava il porto di Genova con la città di Aquileia,passando da Tortona,Piacenza,Cremona,Verona e Vicenza percorrendo la penisola balcanica fino a giungere a Costantinopoli. A seguito della conquista islamica nel VII° secolo vi fu un rallentamento nel pellegrinaggio fino al X° secolo, quando ricominciarono per via terra i collegamenti con Gerusalemme e la messa in loco dei primi ospedali (Xenodochia &#61537; Hospitum dal XII° secolo). Coloro che ritornavano dall’Oriente venivano chiamati “Palmieri” poiché portavano la palma di Gerico quale segno di riconoscimento. L’anonimo viandante, dell’itinerarium Burdigalese, documenta nel suo ritorno lo sbarco ad Otranto,evidenziando la sosta da Otranto a Roma con le relative distanze in miglia ricostruendo il tratto della Via Traiana. I tracciati delle vie romane consolari, vengono sostituiti dai percorsi di attraversamento dell’Italia per la via Francigena per l’imbarco dai porti pugliesi. Il pellegrinaggio ha origini ebraiche, basta annoverare il primo patriarca dei tre monoteismi Abramo, che lasciò la propria terra per una nuova concessagli da Dio, e greco-romana con Templi o monti o fiumi sacri con attività taumaturgiche ai quali i pagani offrivano la loro venerazione recandosi in pellegrinaggio in supplica per la risoluzioni dei vari problemi di sorta. IL Cristianesimo eredita questa usanza esaltando e rendendo i luoghi del martirio di Cristo come la massima aspirazione per l’uomo medioevale come meta da raggiungere come insegnato dal Maestro..”lasciare la propria casa,il padre,la madre,la sposa i figli” e prendere la croce in segno di purificazione dei peccati. Per questa motivazione, nella letteratura trovadorica, compaiono molti richiami di coniugazione tra la crociata e i pellegrinaggi come atto penitenziale. IL termine pellegrinaggio derivante dal latino, in diritto romano indica colui che non gode della cittadinanza romana e quindi considerato straniero. IL concetto teologico elaborato dagli antichi sapienti dell’epoca, uno su tutti Agostino di Ippona scriveva :” il cristiano sulla terra è un eterno straniero in attesa della città celeste,l’unica sua vera patria,sorretta in questa vita dalla pace terrena e dalla fede”. Nella traduzione greca “Apodemìa” assume una dimensione reale e vocativa nel cristianesimo. Gli storici descrivevano due tipi di pellegrinaggio cristiano:quello devozionale e quello penitenziale .IL primo presenta, fin dai primi secoli, i luoghi ove Cristo operò con i suoi discepoli;il secondo risale nell’alto medioevo quando le pratiche irlandesi diffusero nel continente Europeo attraverso i missionari (San Colombano fondatore del monastero di Bobbio) il culto della venerazione della reliquia e dei Santi. Il culto delle reliquie si accentuerà nel IX° secolo, ove la traslazione delle stesse genererà un mercato di oggetti sacri, non sempre autentici portando all’ondata di “furta sacra” (G.Barone). Tale furta sacra diviene una bramosia dei crocesegnati della IV crociata. La IV crociata ebbe un’ effetto devastante sulla Chiesa ortodossa e sull’impero d’Oriente, in quanto aprì la strada definitiva alla capitolazione sotto i Turchi. Questa crociata passerà alla storia per aver battuto la millenaria potenza dell’impero romano d’Oriente nell’anno 1204 quando i crociati misero a sacco la città di Costantinopoli gettando le basi alla nascita dell’Impero latino d’Oriente (1204&#61537;1261). I nobili francesi (tra cui Baldovino IX di Fiandra), ricevute le credenziali dai legati pontifici di Innocenzo III° al fine garantire il movimento crociato verso l’Oriente, giunsero a Venezia per essere ricevuti dal Doge Enrico Dandolo. La figura del Doge (ottantenne) dimostrò da subito una forza fisica e mentale incredibile per la diplomazia con cui curò l’intervento di Venezia nel Levante e l’astuzia machiavellica con cui fece gli interessi della sua repubblica a spese dei crociati. Dandolo, dopo averli scrupolosamente ascoltati, sottopose la questione al Consiglio che a seguito del benevole parere si affidava alla concessione del consenso del Gran Consiglio e dell’Assemblea Comunale. Nell’attesa delle decisioni, che sarebbero giunte non più tardi di otto giorno, furono stipulate le richieste e i relativi averi secondo questa ripartizione: sarebbero state fornite gli “usceri” che potevano trasportare quattromilacinquecento cavalieri,novemila scudieri,navi per trasporto di ventimila sergenti a piedi e navi da trasporto di viveri per tutti per una durata di nove mesi, unitamente a 50 galee armate per un totale di 84.000 marchi. Il prezzo era stato convenuto di quattro marchi per ogni cavallo e due per ogni soldato. Allo scadere degli otto giorni i rispettivi Consigli diedero la loro positiva risposta, a conclusione della Santa Messa in piazza san Marco il Doge invitò i messaggeri a chiedere al popolo il loro consenso che fu loro consegnato stabilendo che la partenza sarebbe stata per il giorno di san Giovanni dell’anno successivo consegnando un acconto di duemila marchi avuti in prestito in Città nelle mani di Dandolo,ricevendo dal papa l’approvazione nel maggio del 1201. Nel corso dell’anno Tibaldo di Champagne muore venendo sostituito dal marchese di Monferrato Bonifacio. I nobili avevano fatto una valutazione eccessivamente ottimistica sul numero dei partecipanti, i quali cominciavano a giungere a Venezia dalla Fiandra e dalla Marsiglia, radunandoli sull’isola di san Nicola ,ma la condizione più eclatante era la l’impossibilità nel versare nelle casse di Venezia la rimanente somma pattuita per la partenza. Quindi facendo appello alle proprie risorse,compresi gli oggetti di valore riuscirono a raccogliere solo 51.000 marchi d’argento. Folco aveva raccolto grosse somme affidandole al legato pontificio Soffredo, il quale le inviò in Oriente per la riedificazione delle fortezze cadute nel corso del terremoto del 1202. In tale situazione rimaneva un debito di 34.000 marchi al fine di poter intraprendere la rotta versa la Terrasanta. Il Doge, intuendo la situazione e per paura di avere tumulti in città per la presenza dei militi, concesse la possibilità di una dilazione della somma rimanente a patto che questi avessero aiutato la Repubblica marinara a riconquistare Zara, liberata nel 1186 e posta sotto la protezione del Re di Ungheria, anch’egli crociato. Pietro Capuano tentò ogni persuasione per evitare la conquista di Zara, fino a quando Dandolo gli intimorì che avrebbe avuto solo il ruolo di predicatore,ma non sarebbe stato riconosciuto come legato pontificio.Il 22 luglio si concluse l’accordo e la flotta si mise in viaggio, a condizione che dopo la presa della città dalmata la flotta sarebbe giunta in Egitto riprendendo il progetto, elaborato da Riccardo Cuor di Leone, nel costringere il sultano ad evacuare la Terrasanta. Mentre le navi crociate costeggiavano Trieste,Muggia,Istria e la Dalmazia, al comparire dell’ ingente forza navale giurarono fedeltà e obbedienza senza porre alcuna resistenza alla Serenissima. Questa decisione di cambio rotta determinò alcune dissidenze, in quanto le guerre d’occidente venivano combattute con altri cristiani per obbedienza ai loro signori ,ma il voto alla crociata li obbligava a consacrarsi alla lotta contro gli infedeli,quindi molti abbandonarono l’esercito per raggiungere la Siria mentre altri chiesero al legato pontificio lo scioglimento del voto. Nel mentre giunse il netto diniego del pontefice nell’attaccare Zara,decisione che non fu tenuta in nessuna considerazione in quanto la città capitolò il 24 novembre e venne messa al sacco. Innocenzo III ° scomunicò i Veneziani perché attaccarono uno stato crociato,il legato Capuano pur di evitare il contatto con gli scomunicati si recò in Terrasanta privando i crociati dell’autorevole voce del rappresentante del papa. Durante l’assedio di Zara giunse il figlio dell’imperatore di Costantinopoli (Alessio) chiedendo l’intervento dell’esercito crociato al fine di rimettere sul trono il padre spodestato dallo zio Isacco, ed in cambio egli avrebbe versato loro 200.000 marchi d’argento,avrebbe provveduto ai viveri per la loro spedizione,fornito un contigente di 10.000 uomini,e mantenendo in Terrasanta un corpo di 500 cavalieri;impegnandosi inoltre ad assicurare la sottomissione della Chiesa greca a quella di Roma. Queste proposte furono prontamente accettate sia dal Doge di Venezia che dal conte di Blois di Fiandra e soprattutto da Bonifacio di Monferrato. Il piano accettato dal Doge comprendeva anche la sottomissione dei crociati alla sua decisione, in quanto non potevano assolvere i loro impegni finanziari divenendo così uno strumento nelle sue mani al fine di concretizzare gli interessi della Serenissima come lo era stato per Zara. Nell’aprile del 1203 ,dopo una breve sosta a Corfù l’esercito crociato gettò l’ancora all’imboccatura del Bosforo quando nei primi giorni del mese di luglio iniziarono lo sbarco sulla spiaggia di Pera e la flotta veneziana si appostava nei pressi di Scutari. I bizantini se pur in numero superiore si ritirarono favorendo il passaggio dei crociati sulla terra ferma. Una nave veneziana forzò la catena che sbarrava il Corno d’Oro impadronendosi delle navi di Bisanzio ancorate nel porto che si ponevano in difesa della Torre di Galata. I Veneziani tentarono l’assalto dal mare per mezzo di scale e ponti levatoi presenti sulle galee,ma i Franchi si opposero favorendo la presa via terra che si dimostrò molto impegnativa per la truppa crociata. L’esercito era diviso in sei schiere,due controllavano il campo e le rimanenti si portarono verso l’assalto delle mura per mezzo di arieti che furono respinti da una controffensiva bizantina sanguinosa. I balestrieri veneziani,appostati sotto le mura della città, scagliavano nugoli di frecce congiuntamente al lancio di scariche di sassi dal ponte delle navi. Nel corso di questo assalto il Doge comparve sulla prua della nave con il vessillo della Serenissima incitando i militi all’attacco facendo accostare la flotta lungo la riva. Appena la nave toccò la riva l’ottantenne Dandolo saltò a terra seguito dai suoi uomini con grande furia guerriera riuscendo ad occupare venticinque torri della città.Il loro tentativo di proseguire l’azione bellica, all’interno della città di Costantinopoli, fu bloccata costringendoli a rinchiudersi nelle torri precedentemente occupate. Duecento francesi con cavalli e balestrieri mantenevano la loro posizione via terra.L’esercito bizantino possedeva in ordine sei schiere di soldati davanti alle fortificazioni superiori ai francesi e il Doge raggiunto da tali notizie fece avvicinare le altre galee in aiuto agli stessi favorendo in seguito la ritirata nella città di Alessio III°,il quale nel calar della notte fuggì da Costantinopoli con sua figlia Irene. L’imperatore spodestato riprese il suo trono, ma dovette mantenere i patti stipulati dal figlio con il Doge di Venezia a Zara. Questa condizione non trovava un’immediata risoluzione in quanto l’imperatore Alessio dovette far fronte all’impoverimento del tesoro dell’impero e alle difficoltà di incamerare le imposte riuscendo solo a versare 100.000 marchi. Temendo che la partenza dell’esercito crociato lo lasciasse su un trono malfermo chiese agli stessi di prolungare la loro permanenza. Questa nuova situazione si rilevò ben presto fatale,poiché la popolazione,oppressa dalla miseria,si ribellò portando a morte padre e figlio e acclamando il nuovo sovrano Alessio V, detto Marzulfo.Il nuovo sovrano non si sentiva più vincolato ai crociati nel patto di Zara.Dopo mesi trascorsi tra razzie e azioni di rappresaglia, crociati e Veneziani decisero di conquistare Costantinopoli e l’impero. Dandolo,Bonifacio di Monferrato e gli altri nobili crociati fissarono accuratamente la spartizione del bottino, del quale ¾ sarebbe andato ai Veneziani fino all’ammontare del debito contratto con i crociati,superata questa somma il bottino sarebbe stato diviso in parti uguali con relativa elezione dell’imperatore della città scelto tra loro. Conseguentemente un certo Pietro D’AMIENS riuscì a sfondare la porta della città permettendo l’entrata dei crociati e veneziani .L’esercito bizantino offrì una modesta resistenza cedendo il passo ai nuovi conquistatori deludendo gli invani tentativi del duca Alessio V nel prolungare la difesa. La cronistoria riporta che il 9 aprile 1204 la flotta inizia il nuovo assalto e fu respinta,l’11 tutti i partecipanti furono invitati ad ascoltare alcune decisioni tattiche e il 12 verso mezzogiorno furono conquistate due torri praticando la breccia che determinò scontri disordinati ove molti contadini e nobili si affrettarono ad abbandonare la città mentre il patriarca cercava asilo in Trancia. Gli assalitori,incuranti del giuramento prestato,si abbandonarono alla razzia più estrema senza risparmiare la vita a nessuno,lasciavano al loro seguito incendi decapitazioni e violenze verso le donne e fanciulle strappate dalle proprie famiglie. Ciò che non veniva arso dal fuoco veniva distrutto dalla bramosia della furia bellica. IL sacco di Costantinopoli resta un episodio memorabile nella storia del medioevo:all’ammirazione di Robert di Clary di fronte alle ricchezze divenute preda dei vincitori si contrappone il senso di vergogna che prova Ugo di Berzé nell’evocare il ricordo di quelle giornate. Lo spirito dei crociati che rispettarono la legge divina finchè poveri,dimenticando Dio quando trionfanti si concessero ogni tentazione. Più feroce fu la descrizione di Ernolfo quando i Francesi entrati a Costantinopoli indosovano i colori di Dio,e dopo la conquista adottarono quelli del demonio. I saccheggiatori ammassarono oro,argento,tesori artistici accumulati da un millennio nella città di Costantinopoli. Gli ecclesiastici andarono alla ricerca delle famose reliquie che con devoto furto se ne appropiarono. Il bottino ricavato dal saccheggio ammontò a cinquemila marchi distribuito ai crociati. Vanno annoverate molte opere d’arte tra i quali i famosi cavalli di Lisippo trasportati a Venezia e deposti all’entrata della Basilica di San Marco, ancora oggi visibili e facenti parte del ricco patrimonio artistico veneziano. Come riportato dai cronisti dell’epoca il sacco è una delle più deplorevoli azioni belliche compiute dai crociati. IL saccheggio dei Latini fu senza dubbio un matto criminale di violenza e rapina determinato dalla follia distruttiva nel sacrilego e distruzione dei tesori d’arte e cultura della civiltà bizantina. Innocenzo III° ,che si era in un primo momento congratulato con i Franchi per una inattesa vittoria divina, espresse con forza la sua indignazione. Tale sacco alla città di Costantinopoli alimentò la polemica antilatina che determinò lo scisma tra le Chiese greca e latina divenendo fattivo dopo il 1204. Secondo la leggenda, Costantino rifondò Bisanzio nel 330 dopo un sogno profetico e lo chiamò Nuova Roma:nuova capitale dell’Impero. In suo onore venne denominata Costantinopoli.Nel 500,con Giustiniano,il dominio dell’impero di Costantinopoli si estendeva da Gibilterra al Medio Oriente,e competeva alla Chiesa di Roma la difesa della Cristianità. Nel 1054 Papa Leone IX scomunicò il patriarca Michele Cerulario per una polemica teologica, pur comprendendo che alla base dello scisma vi furono contrasti politici. La sua fondazione, per ragioni strategiche, sorgeva su un piccolo villaggio – Bisanzio – situato alla confluenza tra l’Europa e l’Asia,un ideale crocevia per il traffico commerciale nel est-ovest. A ovest,il Bosforo era protetto dal Mar di Marmara ed era dotato del porto naturale del Corno d’Oro. Il prestigio di Costantinopoli, nuova città imperiale, determinò grandi conflitti con Roma capitale dell’impero. Costantino aveva presieduto il concilio di Nincea nel 325,successivamente i grandi concili cristiani furono convocati su imput del potere imperiale di Costantinopoli. I papi di Roma dovettero confrontarsi con una concezione del potere imperiale che sfociò in diverse diramazioni se non addirittura contrapposte a quelle pontifice. Con il declino delle sedi patriarcali di Gerusalemme,Antiochia ed Alessandria, la cristianità finì per essere retta da una diarchia (Roma e Costantinopoli) instaurata su una impossibile intesa di base. Papa Gelasio I° fu il primo ad inibire il potere imperiale negli affari religiosi, in quanto dovevano essere separati.Questa suo fondamentale intervento sfocerà dopo molti secoli nella distinzione tra Chiesa e Stato.Per molto tempo l’elezione dei nuovi pontefici dovevano ricevere la conferma dalla corte imperiale di Bisanzio, per tramite i loro rappresentanti cosiddetti “aprocrisari”. Gregorio Magno divenuto papa, non esitò a bloccare le azioni del patriarca di Costantinopoli che si definì “patriarca ecumenico”,in quanto la sede romana era superiore a quella di Costantinopoli perché le basi furono poste dagli apostoli Pietro e Paolo: la crisi con il patriarca Cerulario conobbe l’apice quando Papa Leone IX inviò nella città i due legati pontifici, cardinale Umberto da Silvacandia e il cardinale Federico di Lorena al fine di depositare sull’altare di santa Sophia la scomunica contro il patriarca ( 15 luglio 1054).Di conseguenza il patriarca riunì il sinodo che scomunicò a sua volta il papa di Roma. Da ciò si aprirà lo scisma destinato a durare nei secoli. Proseguendo nel nostro discorso sul sacco di Costantinopoli Villehardouin maresciallo di Compiègne crociato francese,così descrive l’incendio che devastò la città:” era un fuoco così grande ed orribile che nessuno riusciva a controllarlo o a spegnerlo;e quando i baroni dell’armata videro cio (…) provarono gran pietà poiché videro le alte chiese e le grandi vie commerciali avvolte dalla fiamme (…) il fuoco durò otto giorni poiché non poteva essere estinto da nessuno”. La cronaca di Novgorod invece narrò così la presa di santa Sofia da parte dei crociati :”distrussero il coro dove erano i sacerdoti,ornato d’argento e di dodici colonne pure questa d’argento;infransero sui muri quattro tavole decorate con icone e la Tavola santa e dodici croci che erano sull’altare,fra le quali dominavano le croci scolpite come alberi,alte più di un uomo (…) Poi si impadronirono di quaranta calici che erano sull’altare e di candelabri d’argento,dei quali vi era un sì gran numero che era impossibile contarli”. Intanto una prostituta si sedeva sul,trono del patriarca e cantava ai saccheggiatori ubriachi un’oscena canzone francese”. A conclusione dell’orda vandalica nella città sei crociati e sei veneziani si riunirono per eleggere il nuovo imperatore di sangue latino e fu innalzato sul trono di Costantinopoli Baldovino di Fiandra;di conseguenza furono divise fra i principi crociati e veneziani, le province dell’impero:la Macedonia,e la Tessaglia toccarono al Monferrato;l’Acaia a Goffredo di Villehardouin;quelle d’Asia al conte di Blois; Atene,Sparta,Tebe,Corinto,Nasso e Cefalonia diventarono baronie del pontefice (Innocenzo III° !!!);i veneziani ebbero il Peloponneso,Negroponte,la costa orientale dell’Adriatico,le coste del Bosforo e della Propontide e moltissime isole dell’Arcipelago con l’aggiunta di Candia che fu ceduta dal Monferrato e infine tre degli otto quartieri di Costantinopoli. Venezia a conclusione di questa grande battaglia, fatta di intrighi e ricatti a spese del credo crociato,divenne una grande potenza marittima nel ruolo di dominatrice dell’impero di Bisanzio assicurandosi il possesso del Mediterraneo creando una serie di scali commerciali e colonie fra le quali l’sola di Creta e Negroponte. Il nuovo stato di prosperità che acquisì Venezia raggiunse il massimo splendore con la coniazione del “ducato”, che diventerà la moneta di riferimento del commercio mediterraneo. Bisanzio si liberò dai latini per l’azione mossa dai Turchi nel 1453 che ne fecero la capitale del loro Stato cambiandogli il nome in “ISLAM-BOL” (Istambul) che vuole dire “abbondanza dell’Islam”.Innocenzo III°, pur avendo lanciato la scomunica verso quanti disubbidirono al voto della IV crociata ricevette grandi vantaggi dall’abbattimento dell’impero bizantino come la creazione del nuovo patriarcato di Costantinopoli con la concessione del palio a Roma. Nonostante ciò non si garantì la risoluzione dello scisma tra oriente e occidente, rimanendo il sogno di tanti pontefici,in quanto il culto latino sarebbe durato pochi decenni fino alla rinascita del nuovo impero bizantino. Costantinopoli, con la sua posizione chiave tra i due mari e i due continenti, si esponeva agli assalti dei popoli arabi e russi. Fortificata da una doppia cinta muraria e circondata sui tre lati dal mare rendeva i moltissimi tentativi di attacco inutili meritandosi l’appellativo di “città protetta da Dio”. La conquista latina della città sancisce il dominio dell’occidente sui bizantini. La Nuova Roma divenne più grande centro di oggetti sacri e reliquie, tanto che Venezia dal 1204 al 1261 si impossessò del grande tesoro traferito a San Marco dopo il sacco di Costantinopoli. La IV° crociata, detta anche dei “Veneziani” grazie al Doge Dandolo, si trasformò in una compagine di espansione politico-commerciale. Il tesoro ammontava in 283 pezzi di quelli rimasti dopo l’incendio e la razzia napoleonica del 1797. Sulle rovine di Bisanzio nacque l’impero latino d’Oriente (1204&#61537;1261). Dai tempi di Roma, il segno del dominio universale dell' impero era stato la straordinaria ricchezza di marmi di ogni provenienza. Se Venezia doveva essere l’erede della Nuova Roma,Costantinopoli doveva affermarsi anche nella fredda lingua dei marmi. A guardia del tesoro della basilica, eretta nel 1231, furono poste quattro statue di porfido, quattro imperatori chiusi nelle loro armature, la spada al fianco, affratellati da un comune abbraccio, erano i rilievi che a Costantinopoli sporgevano dai fusti di due alte colonne poste lungo la via trionfale tra il Forum Tauri e il quartiere di Olibrio, dove si commemorava l' incontro tra i figli di Costantino alla morte del padre. Quando i Latini entrarono in Costantinopoli la basilica, colpita da un terremoto duecento anni prima, era divenuta una magnifica cava di marmi lavorati in modo insuperabile. Portati a Venezia, anche i marmi di San Poliuto ebbero un’utilizzo non solo ornamentali, poiché servirono a tracciare un’inedito percorso cerimoniale dal palazzo ducale a San Marco. Dopo la presa di Costantinopoli, anche la cerimonia di presentazione del nuovo doge cambiò radicalmente, sul modello di Santa Sofia. Mentre l' ambone a sinistra, ossia dalla parte del tabernacolo del Sacramento, poi della Nikopeia (Vergine con il bambino), serviva alla lettura dei vangeli e al canto degli inni sacri, su quello di destra, ovvero dalla parte dell' altare di San Clemente, saliva il doge, seguito dalle più alte cariche dello Stato. Il pulpito del doge era una piattaforma esagonale sostenuta da colonne di marmo bianco e nero, circondata da quattro parapetti di porfido, sui quali spiccavano i medaglioni centrali con una croce, e due, più modesti, di marmo rosso venato. Forse un pulpito dogale si trovava già prima del 1204 nella basilica, e infatti da un pulpito Enrico Dandolo aveva arringato ai crociati, ma le grandi lastre di porfido arrivarono a Venezia soltanto dopo la conquista di Costantinopoli. In uno scontro con le milizie dell' usurpatore Marzuflo, i Franchi si erano impadroniti dell' icona che l' imperatore portava in battaglia e che, si diceva, gli assicurava la vittoria. Era la Nikopeia. Soltanto nel ' 600 si giunse alla conclusione che una preziosa icona dell' XI secolo portata col bottino raffigurava in modo insolito la Vergine che ostentava il Bambino come se fosse l' emblema su di uno scudo, doveva essere proprio la Nikopeia (notizie da “quel che resta di Costantinopoli corriere della sera”). ….la reliquia del sacco di Costantinopoli:”La Sindone” e la sua comparsa in Europa Dopo il 1250,i Templari sentivano l’ineluttabilità di custodire il concreto contatto con i luoghi della passione; avevano l’attitudine di costruire delle reliquie personali tenute in difesa contro i peccati dell’anima,prendendo spunto dagli insegnamenti del cistercense Bernardo di Chiaravalle.Quando Gerusalemme era territorio di dominio cristiano,i cavalieri del Tempio si recavano nella basilica per celebrare le devozioni liturgiche notturne dedicandosi alla consacrazione delle cordicelle simbolo dei voti religiosi,posandole sulla pietra ove fu posto il corpo del Cristo dopo la crocefissione. Quando Saladino conquistò Gerusalemme tutto questo divenne impossibile. Nel 1268 il sultano Baihars impadronendosi della fortezza di Saphad un tempo possessione dei Templari ritrovò nella sala principale luogo in cui si celebrava il capitolo dell’Ordine, un bassorilievo con la raffigurazione di un uomo con la barba. Tutt’oggi esistono molte raffigurazioni della stessa immagine che ci permettono di identificare l’uomo misterioso uguale a quello ritrovato nel magione templare di Templecombe in Inghilterra. Dalle ultime interessanti ricerche della Frale emerge senza dubbio che l’immagine rappresenta il volto di Cristo,raffigurato senza aureola,né collo come se fosse isolato dal resto del tronco. Questo modello iconografico poco rappresentato nel medioevo e in Occidente contrariamente alla sua larga diffusione in Oriente riporta il vero aspetto di Cristo come appariva sul MANDYLION (fazzoletto) la più preziosa reliquia posseduta dai bizantini. Secondo la storia antica si trattava di un ritratto di Cristo non imitato a mano,ma riprodottosi miracolosamente quando Gesù posò il suo volto sul fazzoletto. Custodito nel palazzo imperiale di Costantinopoli,il Mandylion fu copiato innumerevoli volte in affreschi,miniature,icone su tavole di legno.L’icona riprodotta sul tessuto e nota come il “Santo Volto di Manoppello”conservato nella cappella di Matilde di Canossa, sono le copie del Mandylion realizzato in Oriente. Secondo Ian Wilson,la Sindone era ripiegata in modo da lasciare intravedere solo il volto,custodita dagli imperatori Bizantini e ritenuta fra le più venerate reliquie della Cristianità in quanto riproduceva fedelmente la fisionomia del Cristo. La Sindone-Mandylion, sempre secondo Wilson, sparì da Costantinopoli durante la IV° crociata ricomparendo nel 1353 a Lirey (Francia), una cittadina centro-settentrionale. In quel periodo Geoffroy de Chary,Portaorifiamma nell’esercito di re Giovanni il Buono,donò la reliquia alla Chiesa appena fondata a Lirey. IL legame con l’Ordine dei Templari,venne evidenziato da Wilson che riporta che l’uomo morto sul rogo dell’isoletta della Senna insieme a Jacques de Molay si chiamava Geoffrey de Charny,esattamente come il possessore della reliquia donata a Lirey. Molti critici sollevano l’obiezione che tra i due nomi esiste una errata trascrizione del cognome Charneyo,Charniaco. La Frale mette in risalto come in un registro amministrativo del tempo di re Filippo il Bello “Vi di Valsois” viene riportato il primo possessore della Sindone con il nome di Charney o anche Charny morto nel 1314 sulla Senna. Dall’accurata revisione della documentazione del processo templare emergono le ipotesi di Wilson in quanto Charny apparteneva alla cerchia dei fedeli di De Molay ed era l’unico “Compaignon dou Maistre” riconosciuto da Nogaret nel possedere un potere nel Tempio,facendolo rinchiudere nella prigione di Chinon in isolamento. Il precettore della Normandia e il Portaorifiamma di Francia appartenevano con molta probabilità alla stessa famiglia pur tenendo conto che le fonti storiche non permisero in dettaglio di valutare tale legame. La famiglia Charny ebbe anche legami con la IV crociata e con il tremendo saccheggio di Costantinopoli proprio durante la scomparsa della reliquia. Il conte Giullaume de Champlitte era uno dei baroni che prese parte all’attacco di Bisanzio divenendo principe di Acacia chiedendo in moglie Elisabeth del lignaggio di Mont Saint-Jean signori di Charny. Quale fu il tragitto della preziosa reliquia prima di giungere in Europa? Il Mandylion di Edessa, o “Sindone tetradiplon” , è riconducibile all’attuale Sindone, allora ripiegata in modo da mostrarne solo il volto. Dal 525 - data del ritrovamento del “Mandylion”- viene cambiata completamente l’iconografia del volto di Cristo. Il “Mandylion” viene nominato in un testo di Evagrio lo Scolastico, nel 594. Secondo questo storico, la città di Edessa fu miracolosamente liberata dall’assedio dei Persiani, comandati dal re Cosroe, nel 544, proprio grazie al “Mandylion”. Ad Edessa le tracce della presenza di una particolare immagine di Cristo, sono antichissime, sia pure con alterne vicende, si riconnettono, verosimilmente, al “ritratto” di Gesù, giunto al re Abgar insieme ad una “lettera”nel II secolo. Questa immagine sarebbe stata dipinta “al naturale” da Hannan, inviato dal re Abgar a Gesù. Ma nel 525 una catastrofica piena del fiume Daisan semidistrugge Edessa. La ricostruzione, voluta dall’imperatore Giustiniano, riguarderà anche la cattedrale S. Sofia di Edessa, dove verrà riscoperta, esaminata, e “letta” la Sindone, detta ancora “Mandylion” o “acheiropoiétai” (= non fatta da mani [d’uomo]), “non manufatta”. “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia” (Sal 44,3). Queste parole del Salmo si addicono bene al volto dell’ “Uomo della Sindone”, pieno di solenne bellezza ed intima coerenza, o dominio, di Pace e di Bene. Realtà, queste, che difficilmente si addicono alle terribili e molteplici ferite che gli sono state inflitte. Che il telo sindonico sia stato messo in salvo, ai tempi di Adriano, data la situazione delicata dei Giudeocristiani e la durissima repressione della rivolta guidata da Bar-Kokheba, è più che ovvio. Giunta ad Edessa, anche lì, pian piano, le torbide vicende della cristianità locale, con personalità di spicco come Taziano, Marcione, Mani ecc,ma che verranno in seguito riconosciute “eretiche”, spiegherebbero la successiva “messa al sicuro” del “Mandylion” in cattedrale. Ma nel 787, durante il II Concilio di Nicea, “il Mandylion è argomento principale a difesa della legittimità dell’uso delle immagini sacre contro le tesi degli iconoclasti” . In esso erano conservate e venerate le fattezze umane di Gesù! se il Signore stesso ci ha lasciato una sua immagine, come si possono biasimare coloro che ne fanno uso? (…) Se abbiamo un’immagine autentica del Signore, perché inventarne altre non autentiche?”. La Sindone, detta di Torino (Shroud of Thurin), risulta essere un lenzuolo rettangolare con struttura a spina di pesce della lunghezza di metri 4,36 e larghezza di metri 1,10. Sulla Sacra Sindone mancano notizie storiche per tutto il primo millennio dopo Cristo.... Questo perchè, oltre a delle norme severe della legge ebraica che vietava la rappresentazioni di immagini sacre (antico retaggio contro l'idolatria:Dio è uno e non può essere raffigurato), nel secolo ottavo sorse la lotta iconoclastica cioè contro le rappresentazioni religiose fatte in immagini. Di conseguenza la Sindone venne dai fedeli tenuta gelosamente nascosta fino all'842 dove in un Concilio venne proclamata la santità delle immagini che poterono di nuovo essere esposte L’unica traccia certa del sacro Lino è rappresentata dalla supplica inviata ad Innocenzo III° da Teodoro Angelo Comneo,nipote di Isacco II°Angelo Comneo imperatore di Costantinopoli nel saccheggio della IV crociata,nella quale viene riportato lo sdegno per il furto delle reliquie. Secondo il documento la Sindone sarebbe stata trasferita ad Atene trovando la conferma nelle dichiarazioni del 1207 di Nicola d’Otranto abate di Casola,ipotizzando che tale silenzio di notizie potrebbe essere derivato dalle severe sanzioni pontefice emanate contro chi avrebbe sottratto le reliquie da Costantinopoli. Nei Vangeli vengono riportate molte testimonianze:Marco (15 , 46) “…Egli (Giuseppe d’Arimatea) comprato un lenzuolo,lo calò (Gesù) giù dalla croce e avvolto nel lenzuolo lo depose in un sepolcro scavato nella roccia”; Luca (24 , 12): “Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinandosi vide solo le bende”, e ancora Giovanni (20, 4) : “Correvano insieme tutti e due,ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinandosi vide le bende per terra ma non entrò. Giunse anche Simon Pietro ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra e il sudario che gli era stato posto sul capo,non per terra con le bende,ma piegato in un luogo a parte”.Le bende corrispondono alla Sindone,mentre il Sudario sarebbe conservato ad Oviedo in Spagna dal 631 a.C. Della Sindone si parla anche nei vangeli apocrifi.Nel Vangelo degli Ebrei,scritto nel IV secolo vi è un importante passo:” Ora il Signore dopo aver dato la Sindone al servo del sacerdote,apparve Giacomo”.Quindi già nel II°secolo si parla di Sindone a Gerusalemme che da li sarebbe giunta ad Edessa,città ove si parla l’aramaico la lingua degli Apostoli. L’ipotesi del suo arrivo in Francia viene riportato nella figura della precedente pagina: - Da Gerusalemme, a seguito della persecuzione della Chiesa ad opera di Agrippa I°, la Sindone viene trasferita a Pella città di Decapoli al di là del Giordano con le altre reliquie sacre che giungono ad URFA (Edessa),ove esiste una particolare raffigurazione su stoffa del volto di Gesù inviata al Re Abgar V° Ukama (Il Nero),il quale molto malato chiese l’intercessione del Nazareno per ottenere la guarigione tramite il suo emissario Hannan, archivista e pittore. A seguito dei lavori di restauro della Chiesa di santa Sofia di Edessa venne ritrovata l’immagine del volto di Gesù su stoffa detta appunto Mandylion. Esistono a tal riguardo molte testimonianze che mettono in relazione la Sindone con il Mandylion nella sovrapponibilità ritrovando cento punti di congruenze. Nel 944 nel mese di giugno i Bizantini sotto l’azione del generale Giovanni Curcas assediarono Edessa fintanto che l’Emiro arabo della città gli consegnò il Mandylion, il che avvenne malgrado la rivolta della comunità cristiana del luogo percorrendo Bitinia &#61537; Cesarea di Cappadoccia (Kayseri attuale) &#61537;&#61472;Loadicea (attuale Denizili). Proseguendo attraverso il percorso giunse presso il fiume Sangarius ove venne accolto dalle autorità imperiali. - Il 15 agosto giunse a Costantinopoli ove fu riposta nella Chiesa di Santa Sofia con successivo trasferimento nel Bukdeon (palazzo imperiale) per essere serbata nella cappella di Santa Maria del Faro unitamente alle altre reliquie della passione. Della sua custodia presso la città bizantina si ha la prova della testimonianza di Costantino VII° (imperatore della città dal 912 al 959) e del resoconto del Referendario Gregorio che diceva: “Lo splendore è stato impresso dalle sole gocce di sudore dell’agonia sgorgate dal volto che è origine di vita, stillate giù come gocce di sangue, come pure dal dito di Dio. Queste sono veramente le bellezze che hanno prodotto la colorazione dell’impronta di Cristo, la quale è stata ulteriormente abbellita dalle gocce di sangue sgorgate dal suo stesso fianco. Ambedue sono piene di insegnamenti: sangue ed acqua là, sudore e immagine qui. Quale somiglianza di fatti! Queste cose provengono dall’Uno e dal Medesimo”. Nel 1080, l’imperatore Alessio I Comneno chiede aiuto ad Enrico IV e a Roberto di Fiandra per difendere le reliquie raccolte a Costantinopoli, e specialmente “le tele rinvenute nel sepolcro, dopo la resurrezione. - La sua immagine viene riprodotta come l’esempio raffigurato nel Manoscritto di Pray di Budapest (datato 1192-1195). Robert de Clary cronista della IV° crociata,il 14 aprile 1204 scrive che, prima della conquista di Costantinopoli da parte dei crociati,la Sindone ogni venerdì veniva esposta nella Chiesa di santa Maria di Blachernae e su quel telo la figura del Cristo era chiaramente visibile; “ma aggiungeva – nessuno sa cosa sia avvenuto del lenzuolo dopo la conquista della città”. Come già evidenziato alcune ipotesi fanno supporre che il suo occultamento sia stato attuato dai Cavalieri Templari con il successivo trasferimento in Europa. Nel 1205 Angelo Camneo,nipote di Isacco II° imperatore di Bisanzio, affermava che la Sindone si trovava ad Atene. Nel 1208, Pons de La Roche dona all’Arcivescovo di Besancon la Sindone inviata dal figlio Othon,un nobile della IV° crociata. Nel castello di Ray-Sur-Saon,residenza della famiglia de La Roche,è ancora serbato il cofanetto in cui era custodita la Sindone. Nel 1349 nel giorno sei marzo, dalla Cattedrale di Besancon scomparve la Sindone a seguito del divampamento di un incendio. Nel 1356 Geoffrey de Charny,consegna la Sindone ai canonici di Lirey,presso Troyes in Francia. Il sacro telo era stato custodito nei tre anni precedenti da Jeanne de Vergy moglie di Charny pronipote di Otheon de La Roche. Nel corso dell’anno 1453 Margherita de Charny,discendente di Geoffrey,cede il lenzuolo ad Anna di Lusingano,moglie del duca Ludovico di Savoia che la custodirà a Chambéry. La notte dal 3 al 4 dicembre 1532 scoppiò un incendio nella Cappella della Sindone, che raggiunse rapidamente la nicchia d'argento che la conteneva. Alcune gocce d'argento fuso caddero nell'interno della nicchia, distruggendo un angolo della stessa Sindone ripiegata (non arrotolata come oggi). L' incendio venne domato da quattro ardimentosi, che si gettarono tra le fiamme versando molta acqua sul lino e portandolo fuori dalla cappella. L'incendio fu di tali proporzioni da provocare la distruzione della parete della Cappella (che poi fu ricostruita). Nonostante tutto, l'immagine della Sindone non subì danni. Si parlò di miracolo. Il lenzuolo venne sottoposto a restauro: fu rattoppato dalle Suore Clarisse per incarico di Carlo III duca di Savoia. Il 9 maggio 1506 il duca Carlo III di Savoia e la madre Claudia chiedono e ottengono dal papa Giulio II il "riconoscimento liturgico" della Sindone con "Ufficio e Messa", da celebrare ogni anno il 4 maggio, cioè in data di Tempo Pasquale. Da allora essa fu sempre venerata come "reliquia" da vari Papi, tra cui ricordiamo i più recenti: Pio XI, Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II. Quest'ultimo, di fronte alla documentazione fotografica che gli venne presentata esclamò: "Digitus Dei est hic" (Quì c'è il dito di Dio). Nel 1535 per motivi bellici la Sindone fu trasferita a Torino&#61537;Vercelli,Milano,Nizza per ritornare nel 1561 a Chambery. Nel 1578 Emanuele Filiberto nel giorno 14 del mese di settembre trasferì il Lenzuolo sacro a Torino per abbreviare il viaggio a San Carlo Borromeo che volle venerarla e sciogliere un voto. Nel giugno del 1706 la Sindone viene trasferita a Genova a causa dell’assedio di Torino per ritornarvi nel mese di ottobre dello stesso anno.Nel 1898,viene eseguita la prima foto a cura dell’avvocato Secondo Pia fra il 25 e 28 maggio che rileva le sembianze dell’uomo della Sindone dando inizio alle ricerche storiche fino ai nostri giorni. La cronologia del viaggio della Sindone fra Oriente e Occidente viene ulteriormente documentata dal biologo Max Frei nel 1973,direttore scientifico della polizia di Zurigo,ed esperto in microtracce,prelevando campioni dal Sacro lino e dopo tre anni di intense e laboriose ricerche pubblicando con tecniche fotografiche l’assetto dei pollini identificandone 58 di cui 38 presenti nella zona di Gerusalemme e non esistenti in Europa.Tra questi riportiamo l’Acacia Albida,molto diffuso nella valle del Giordano e attorno al mare Morto;la Gundelia Tourneforii pianta dei luoghi sassosi e salati. L’Hyoscyamus aureus e l’Onosma Orientalis presenti entrambe sulle mura della cittadella di Gerusalemme;la Prosopis Farcta e lo Zycophyllum Dumosus molto frequenti attorno al mar Rosso e l’Haplophyllum Tuberculatum pianta desertica. In base alla classificazione polinologica risulta che la Sindone abbia attraversato altre terre del Libano. Ancora tra i pollini troviamo la specie Atraphaxis Spinosa esistente a Urfa (Edessa) e l’altra specie Epimedium Pubigerum esistente solo a Costantinopoli (Istambul oggi). Una dovuta considerazione lumeggia che una parte del polline potrebbe provenire anche dalla fabbricazione del tessuto e dalle sostanze aromatiche usate per la sepoltura, come l’Aloe Socotrina, di cui sono state trovate cellule epidermiche” . Le molteplici evidenze storico-scientifiche riportate, se pur brevemente sul Sacro lino, spingeranno i profani e i curiosi ad intraprendere un approfondimento sulla sacralità dell’immagine. …L’epilogo della IV° crociata, nella lotta contro l’infedele fu deviato dagli esclusivi interessi economici della Repubblica Venezia che con la l’astuzia e la diplomazia del Doge Dandolo raggiunse il massimo livello di dominio sul Mediterraneo.Innocenzo III° non approvò la disavventura dei crociati anche se sfruttò l’occasione per mediare una soluzione dello scisma d’Oriente. Nel Concilio del 1215 lo stesso ribadì che il dovere del Cristiano rimaneva il “passagium” per il recupero di Gerusalemme,a tal proposito si organizzarono le strategie del legato pontificio cardinale Pelagio che mirava all’assedio dei porti Egiziani costringendo il sultano del Cairo,che reggeva i commerci di Alessandria e Damietta a cedere Gerusalemme pur di allontanare la flotta crociata. La scelta si tramutò in un disastro poiché le acque del Nilo travolse la flotta crociata. Contro la degenerazione dello spirito crociato molte voci di protesta si alzarono creando molti dissensi, lo stesso San Bernardo di Chiaravalle nel trattato –De Consideratione- si interrogò sui peccati dei Cristiani provati dal Signore così duramente. La maggiore sfiducia nasceva dal fatto che gli stessi crociati avevavo attaccato altri Cristiani. Nel duecento Raimondo Lullo intendeva le crociate e le missioni come due facce della stessa medaglia;il primo mirava alla rivendicazione della Cristianità nel riconquistare la Terrasanta,il secondo era teso alla diffusione della Cristianità come salvezza delle anime degli infedeli. Un fatto rimane indiscutibile che le crociate non avevano mai avuto l’intenzione di convertire i musulmani,pur considerando che tra loro spesso nascevano le opportunità a confrontarsi pacificamente. I concili di Lione del 1274 e quello di Vienna del 1311-12 svilupparono il trattato di strategia per la conquista della Terrasanta. Nel medioevo il Levante era splendore e mistero,i pellegrini conoscevano i fondamenti biblici della vita del Cristo tramite le forme verbali che la Chiesa trasferiva tramite le sculture,i mosaici,le vetrate e le pale d’altare .Loro al ritorno in Europa portavano al seguito le reliquie riprodotte in varie forme del Santo Sepolcro,consuetudine dei francescani incaricati dal Sultano nel trecento alla custodia dei luoghi Santi. Dopo il XII°secolo i crociati corsero sempre minori rischi abbandonando la via Antolica percorrendo via mare la meta per la Terrasanta .La difesa dei territori sacri contro i Turchi sarà garantita dagli Ordini Religiosi-Militari come i Cavalieri del Tempio e di San Giovanni. Il fallimento dell’impresa della crociata lasciò grandi tracce per l’influenza che si determinò nel trasferimento della nuova cultura tecnico-commerciale matematica e letterale dall’Oriente all’Occidente Europeo molto rude e povero intellettualmente nella conoscenza. Questo influsso si sviluppò su tre basi:sociale,culturale ed economico. A livello sociale fu la rivolta del feudalesimo a spingere l’Europeo verso l’Oriente, cogliendo il favorevole vento dell’appello religioso,il fascino dell’ignoto e il desiderio di nuove avventure. La nobiltà feudale importò nel Levante gli effimeri stati,invece la borghesia che era sempre stata sottomessa al regime feudale acquisisce nuove ricchezze senza scrupoli nella opulenza dei mercati orientali. L’emancipazione Europea del monopolio Arabo-Bizantino avvenne grazie agli interessi delle Repubbliche Marinare che divennero l’arbitrio fra Occidente e Oriente nel controllo dei traffici commerciali nel mediterraneo. Le conseguenti conquiste culturali rivedevano al tempo dell’Impero Romano il mare come incontro tra le diverse culture,in cui l’Europa guadagnò la ricchezza della civiltà bizantina e araba portando un imput nel risvegliare gli Europei e dando origine alla nascita del “Rinascimento “ pur non potendo mancare nell’ideologia crociata la tradizione teologica e spirituale che trasformò il voto della croce in voto di possessione e di traguardi espansionistici unitamente al potere temporale della Chiesa che non esitò a diffondere i suoi interessi terreni. Nel corso della storia della Chiesa un episodio merita una dovuta considerazione: il 7 dicembre del 1965 Paolo VI° e il patriarca Athénagoras cancellarono reciprocamente le scomuniche del 1054 seguito da un altro grande evento del 27 novembre del 2004 quando Papa Giovanni Paolo II° restituì agli Ortodossi le reliquie di due Santi Orientali (Gregorio di Nazienzano e Giovanni Crisostomo) sottratte dai crociati durante la IV° crociata. …parlare oscuramente lo sa fare ognuno,ma in chiaro pochissimi Galileo Galilei

 

MARIA MADDALENA
MARIA MADDALENA Riflessione a cura del N fr.Vincenzo Felice Mirizio Commendatore della Commenda S.G.Battista – Terra del Salento – P.T.H.M.
Maria Maddalena o Maria di Magdala viene menzionata, secondo il Nuovo Testamento, come la discepola di Gesù Cristo. Il suo nome “Magdala” deriva da una piccola cittadina sulla sponda occidentale del lago Tiberiade. Ella da due millenni affascina tutto il mondo, tanto i cristiani quanto gli studiosi e i teologi. La sua figura viene descritta sia nei Vangeli riconosciuti dalla Chiesa Romana sia nei cosiddetti Vangeli Apocrifi. Le narrazioni evangeliche ci dipingono Maria Maddalena attraverso pochi ma fondamentali versi, facendoci conoscere quanto ella fosse una delle più importanti e devote discepole di Gesù Cristo. Fu tra le poche ad assistere alla crocefissione , e la prima testimone oculare della risurrezione di Cristo. Il suo culto nella Chiesa Occidentale, si diffuse soprattutto nel VI secolo grazie “all’Ordine dei Frati Predicatori”, popolarmente noto come “Ordine dei Domenicani”. In seguito frati e suore la onorarono col titolo di “Apostola degli Apostoli”, e paragonarono la sua missione di annunciare la risurrezione, con il loro uffizio apostolico. La Chiesa cattolica celebra la sua festa il 22 Luglio. Per una parte della sua storia, sia cattolici che protestanti sono concordi. Maria Maddalena viene ricordata nel Vangelo di luca come una della donne che “assistevano Gesù con i loro beni”. Esse erano spinte dalla gratitudine: proprio da Maria M. erano usciti “sette demoni”. Queste donne furono testimoni della crocefissione, Maria M. rimase presente anche alla morte di Gesù, finchè il suo corpo non fu sepolto nella tomba, preparata per Giuseppe di Arimatea, e fu testimone della risurrezione di Cristo. Ancora in un brano di Luca Maria M.viene identificata come donna peccatrice, idea che fu poi sviluppata dai Padri della Chiesa; anche se in verità non si parla mai di “prostituta o prostituta redenta”; il termine peccatrice è generico, ma diventa breve il passo ad essere considerato sinonimo di meretrice. Comunque l’accostamento tra Maria Maddalena e la peccatrice redenta risale a 500 anni dopo gli eventi narrati nei Vangeli. Nel 591 il papa Gregorio Magno mentre commentava il brano dell’evangelista Luca ipotizzò: << Crediamo che questa donna , che Luca chiama peccatrice e che Giovanni chiama Maria, sia quella Maria dalla quale furono cacciati sette demoni >>. I sette demoni secondo Gregorio Magno simboleggiavano i sette vizi; il numero 7, infatti, significa pienezza. Identificare Maria Maddalena con la peccatrice dà lo spunto a Gregorio Magno di esaltare il gesto della donna, la quale, dopo essersi resa conto del suo stato di peccato, ottiene il perdono di Gesù. Il racconto si presta ad una interpretazione mistica: il fariseo che si scandalizza della misericordia di Gesù è figura dell’ostinato popolo giudaico, mentre la peccatrice è immagine dei pagani che si convertono al cristianesimo. Tutti i testi (non ultimo il “Codice da Vinci” di Don Brawn), che sostengono il legame tra Gesù e Maddalena, si basano sul Vangelo Apocrifo di Filippo, non riconosciuto dalla Chiesa di Roma. Il “Vangelo di Filippo” è un manoscritto del VI secolo, ritrovato insieme ad altri da un contadino che scavava nel terreno. In questo manoscritto, pari ad altri testi apocrifi, sono presenti passi che si rifanno alla vita e agli insegnamenti di Gesù, in contrasto con i brani dei Vangeli canonici. La chiesa Romana assunse un atteggiamento di riflessione verso le donne. Tertulliano sosteneva la regola per cui: “ non è permesso a una donna di parlare in chiesa, né le è permesso di battezzare, né di offrire l’eucarestia, né di rivendicare per sé una parte in qualsiasi funzione maschile, meno che mai nell’ufficio sacerdotale”. Tertulliano seguiva le opinioni della Chiesa, in particolare Pietro e Paolo. Nel trattato copto “Pistis Sophia” (La Saggezza Della Fede) Pietro protesta contro la predicazione di Maria Maddalena e chiede a Gesù di farla tacere e impedire di ostacolare la sua supremazia. Gesù rimprovera Pietro e Maria M. confessa: “Pietro mi fa esitare, ho paura di lui perché odia la razza femminile”. E Gesù replica: “ Chiunque sia ispirato dallo Spirito Santo, deve parlare per decreto divino, sia esso uomo o donna”. Simon Pietro opponendosi alla presenza di Maria Maddalena fra i discepoli, nel Vangelo Apocrifo di Tommaso disse: “Che Maria Maddalena se ne vada, giacchè le donne non sono degne di vivere”. Nel Vangelo Apocrifo di Filippo, Maria Maddalena è considerata simbolo di saggezza divina. Tutti questi testi vennero comunque censurati ed eliminati dai vescovi di Roma perché insidiavano il predominio del sacerdozio solo maschile. Fu dato grande risalto all’insegnamento di Paolo nel Nuovo Testamento: “ La donna impari con silenzio, in ogni soggezione, ma io non permetto alla donna d’insegnare , né di usare autorità sopra il marito, ma ordinò che stia in silenzio “. L e donne quindi dovevano essere escluse a tutti i costi da tutto. Per millenni la donna è stata costretta ad un ruolo di sottomissione e subalternità. Nella Chiesa questa discriminazione è ancora molto profonda, basta pensare che non ci sia posto nelle gerarchie ecclesiastiche, da quanto poco tempo abbiano diritto al voto e quanto siano ancora discriminate sul lavoro e negli incarichi di potere. Le donne hanno avuto un ruolo molto importante anche nella Chiesa primitiva. Esse mettevano a disposizione la loro casa come luogo di incontro, ed alcune di loro prestavano servizio come diacone e perfino come sacerdotesse. Nei testi cristiani più antichi Maria Maddalena è identificata come la sposa archetipica dello sposo eterno, come il modello cui l’anima e l’intera comunità devono ispirarsi nella loro ricerca e nel loro desiderio di unione con il Divino. Indica la via della relazione erotica, la via del cuore e, insieme con il suo sposo, fornisce la possibilità di immaginare il divino come una coppia di amanti. Parla dell’armonia tra la ragione (logos) e la saggezza (sophia) che rappresenta il divino come unione tra gli opposti. L’unzione di Gesù, da parte di Maddalena, è, quindi, un rito che risale ai tempi della fertilità. Maria di Magdala, risanata dal Signore Gesù, seguendolo lo serviva con grande affetto (Lc. 8,3). Alla fine, quando i discepoli erano fuggiti, Maria Maddalena era là in piedi presso la croce del Signore con Maria, Giovanni ed alcune donne (Gv. 19,25). Il giorno di Pasqua Gesù apparve a lei e la mandò ad annunciare la sua risurrezione ai discepoli (Mc. 16,9; Gv 20,11-18). L'ignota peccatrice, che per la contrizione perfetta ha meritato il perdono dei peccati, è distinta dalla Maddalena, ben conosciuta, che segue costantemente il Maestro dalla Galilea alla Giudea, fino ai piedi della croce e il cui ardente amore Gesù premia nel giorno della Risurrezione. Ella è inconfondibilmente "presso la croce di Gesù", poi in veglia amorosa "seduta di fronte al sepolcro", infine, all'alba del nuovo giorno è la prima a recarsi di nuovo al sepolcro, dove ella rivede e riconosce il Cristo risorto da morte. La Chiesa latina era solita accomunare nella liturgia le tre distinte donne di cui parla il Vangelo e che la liturgia greca commemora separatamente: Maria di Betania, sorella di Lazzaro e di Marta, l'innominata peccatrice "cui molto è stato perdonato perché molto ha amato", e Maria Maddalena o di Magdala, l'ossessa miracolata da Gesù, che ella seguì e assistette con le altre donne fino alla crocifissione ed ebbe il privilegio di vedere risorto. L'identificazione delle tre donne è stata facilitata dal nome Maria comune almeno a due e dalla sentenza di S. Gregorio Magno che vide indicata in tutti i passi evangelici una sola e medesima donna Gesù stesso riconobbe e lo approvò nel contesto del suo ruolo di sovrano destinato al sacrificio: ”Lei ha anticipato l’unzione del mio corpo per la sepoltura” (Mr 14,8). Maria Maddalena appare, comunque, come una figura scomoda per la Chiesa. Solo nel 1969, infatti, la Chiesa cattolica revocò ufficialmente l’etichetta di prostituta affibbiata a Maddalena da Papa Gregorio, ammettendo così il proprio errore. Ciò nonostante l’immagine della Maddalena è rimasta quella della meretrice pentita. L’Ordine dei Predicatori l’annoverò nel numero dei suoi Patroni. Frati e Suore la onorarono in ogni tempo col titolo di “Apostola degli Apostoli”, come viene celebrata nella Liturgia Bizantina, e paragonarono la missione della Maddalena, di annunciare la risurrezione, col loro ufficio apostolico. Il suo culto, nella Chiesa Occidentale, si diffuse soprattutto dal XI° secolo e oggi si celebra la festività il 22 luglio.

 

GRAN VISITATORE
La Basilica sotterranea di Porta Maggiore a cura di Andrea de Pascalis ed Umberto di Grazia
La Basilica sotterranea di Porta Maggiore Una basilica sotto i binari A Roma, ignorata dal turismo di massa, c'è una basilica costruita sotto terra duemila anni fa da una setta misteriosa. Ritrovata occasionalmente dopo diciannove secoli, ha un grande valore artistico ed architettonico e una caratteristica unica al mondo: sulla sua volta passano ogni giorno centinaia di treni. A cura di Andrea de Pascalis ed Umberto di Grazia A Roma, lungo uno dei lati di piazza di Porta Maggiore, tra l'imbocco di via Prenestina e quello di via di Scalo San Lorenzo, si alza una corta muraglia di mattoni anneriti di sporco. Li, nella parete di sostegno del viadotto ferroviario che immette alla stazione Termini i binari della linee Roma-Pisa e Roma-Napoli, semi nascosta da una rientranza del muro, c'è una porta quasi sempre chiusa, pressocchè sconosciuta al flusso del turismo di massa è all'attenzione degli stessi romani. Ed è un vero peccato che sia cosi, perché oltre la porta, qualche rampa di scale più in basso, appena pochi metri sotto i binari, si conserva sufficientemente intatto - non si sa per quanto tempo ancora - un monumento unico nel suo genere: una basilica dalle lunghe navate, costruita sottoterra quasi duemila anni fa, probabilmente ad opera di una setta a carattere mistico-esoterico. La basilica sotterranea di Porta Maggiore è una scoperta archeologica fatta in modo del tutto occasionale, in anni ancora recenti. E' infatti la primavera del 1917 quando il terreno, franando sotto uno dei binari che costeggiano la piazza, si apre in una profonda fenditura. Non si tratta del semplice cedimento di uno strato tufaceo. A franare, si scopre, è stata la volta di un tempio sotterraneo del quale si è sempre ignorata l'esistenza. Ad una prima sommaria esplorazione il monumento rivela caratteristiche straordinarie. La forma è quella della basilica a tre navate con abside centrale. Le dimensioni sono rispettabili: circa diciassette metri di lunghezza, sette di altezza, nove di larghezza. La datazione dell'insieme è immediata e definitiva: metà del primo secolo dopo Cristo. Il ritrovamento è importante per la storia dell'architettura, poiché permette di stabilire che lo schema costruttivo della basilica a tre navate è perfettamente conosciuto ed applicato nella Roma dei primi Cesari, questione questa assai controversa in precedenza. Ma a dare maggior rilievo alla scoperta è il fatto che il tempio conservi il più ricco complesso di stucchi che il mondo romano abbia mai tramandato: i soffitti a volta e le pareti della basilica sono fittamente decorati con finissime figure di stucco, tanto eleganti nella forma quanto sfuggenti nel significato. Dopo il primo sopralluogo, un esame più accurato del monumento trasforma in apprensione gli entusiasmi degli archeologi poiché il tesoro architettonico appena ritrovato si dimostra in grave pericolo di vita. Un parassita si è infiltrato negli stucchi, rosicchiando l'interno di alcune figure con un processo simile a quello del tarlo del legno. Le vibrazioni dei treni e soprattutto l'acqua che è filtrata per quasi due millenni stanno sgretolando le mura della misteriosa basilica. Se si vuole salvare il tempio bisogna fare in fretta. Da quel 1917 ad oggi si sono susseguiti più tentativi di restaurare e consolidare il monumento in modo definitivo. L'ultimo, agli inizi degli anni '50 richiede oltre trecento milioni di spesa e richiude l'intero complesso come in un'enorme scatola di calce struzzo sormontata da una tettoia laminata di piombo. In questo modo le vibrazioni provocate dalle centinaia di treni che passano ogni giorno sulla verticale del tempio non sono più un pericolo. I lavori eseguiti, invece, si dimostrano inadeguati a sbarrare la via alle gocce d'acqua che continuano a filtrare nonostante tutto. La basilica, dunque, è ancora oggi gravemente malata. La Soprintendenza ai monumenti di Roma ha già predisposto un nuovo piano di lavori, ma chissà quando arriveranno i finanziamenti necessari. In attesa dell'ulteriore restauro, l'accesso al complesso sotterraneo è possibile soltanto dietro autorizzazione della Soprintendenza. Autorizzazione in verità molto facile da chiedere ed ottenere negli uffici di via Cernaia. Scendere nella basilica è quindi un'esperienza consentita a qualsiasi turista abbia un po' di pazienza. E indubbiamente ne vale la pena, non fosse altro per la strana atmosfera che vi si respira. Alla suggestività propria dell'ambiente si unisce un'illuminazione spettrale, frutto di un impianto elettrico difettoso. Il passaggio dei treni. cinque metri al di sopra della volta, si avverte attutito dal cemento come un ciclico annuncio di terremoto. E poi, su tutto, il mistero delle figure di stucco, smozzicata sequenza che costituisce il vero sale del tempio sotterraneo. Le scene rappresentate nello stucco sono le più varie: ieratiche figure femminili in atteggiamento di preghiera, vittorie alate, personaggi mitologici, bambini che giocano, teste di medusa, anime condotte agli inferi, scene di iniziazione ai Misteri, maestri e scolari, un rito di matrimonio, animali, oggetti di culto, persino un pigmeo che torna alla sua capanna dopo la caccia. Qualcuno ha creduto di poter suddividere le figure in tre gruppi: scene di vita quotidiana, scene mitologiche e scene di contenuto misteriosofico, cioè ispirate alle dottrine segrete delle religioni misteriche. La suddivisione, però, e solo apparentemente possibile. Chi abbia l'occhio appena un po’ avvezzo al simbolismo esoterico sa bene che scene apparentemente "innocenti" Possono avere significati altrettanto profondi di quelle più esplicitamente dottrinali. Un esempio? La rappresentazione del rito matrimoniale costituisce certamente una scena di vita quotidiana, ma sin dall'antichità al matrimonio sono stati attribuiti spesso significati reconditi, poiché in esso si vedeva il simbolo dell'unificazione di due opposti principi, per lo più la fusione di psiche e corpo in un tutto unico e armonico. Ma quale cerimonia si celebrava nel segreto della basilica sotterranea? Benché qualcuno non sia d'accordo, i più parlano di un culto misterico ispirato agli insegnamenti pitagorici. Pitagora (VI sec. a.C. circa) è sempre stato un personaggio particolarmente caro ai cultori di misteri. A lui sono stati attribuiti; è si attribuiscono ancora, fantasiosi insegnamenti, frutto dei suoi presunti ripetuti contatti con gli Etruschi, con i guru indiani, con Numa Pompilio, con gli abitanti di Atlantide e con innumerevoli altri popoli e personaggi. Il moltiplicarsi di certe fantasie e sempre stato reso possibile dal fatto che gran parte del vero Insegnamento di Pitagora, non essendo stato affidato a documenti scritti, è andato smarrito con la morte stessa del filosofo. Due cose però sono certe. Anzitutto è stato Pitagora ad introdurre in Occidente il concetto di esoterismo, inteso quale insegnamento segreto, riservato a pochi iniziati e relativo ai modi di realizzarsi spiritualmente sino a giungere alla "deificazione " o fusione con l'Assoluto. In secondo luogo i punti fermi del pitagorismo sono stati la fede nella trasmigrazione delle anime, o metempsicosi, e l'uso della musica come tecnica di liberazione spirituale. Queste ed altre idee del pitagorismo si ritrovano espresse appunto negli stucchi della basilica di Porta Maggiore. Le scene a carattere musicale sono frequenti. Sulla parete lunga della navata sinistra le figure si alternano con rappresentazioni di strumenti musicali, quasi a sottolineare l'importanza della musica per l'essere umano. Anche le scene a carattere iniziatico e di culto si ripetono un po' dappertutto, evidenziandosi da sole. Ma è l'insieme delle figure che, secondo alcuni, si propone come un trionfo dell'idea di metempsicosi: le scene di vita quotidiana, il pigmeo, gli animali altro non sarebbero che l'esemplificazione di come l'uomo, reincarnandosi, salga e scenda, a seconda dei suoi meriti e demeriti, la scala delle diverse forme di esistenza. Gli stucchi, invece, non sono di alcuno aiuto per tentare di ricostruire, almeno in parte, la liturgia di questo gruppo di seguaci del pitagorismo. Qualcosa però possiamo provare ad immaginarla. Gli archeologi hanno dimostrato che la basilica sotterranea e rimasta in funzione solo per pochi anni e che presto è stata chiusa e dimenticata come se il culto che vi si celebrava fosse stato proibito dalle autorità imperiali. Ciò forse potrebbe essere collegato al fatto che all'epoca del tempio di Porta Maggiore, cinque secoli dopo la scomparsa di Pitagora, il pitagorismo era inquinato da pratiche magiche in cui anche l'evocazione degli spiriti faceva capolino, tutte cose queste talvolta represse dalle leggi imperiali. Così fosse, potremmo pensare alla basilica neopitagorica anche, con un pò di humour ma senza allontanarci troppo dal vero, come ad un club di occultisti molto esclusivo, in cui magari si ricorreva ogni tanto al tavolino a tre zampe, attrezzo che già ai quei tempi faceva parte dei ferri del mestiere di ogni mago degno di rispetto. Umberto Di Grazia e Andrea De Pascalis

 

SPIRITO CROCIATO
Lo spirito crociato nel medioevo dibattuto tra fede cultura e potere H fr.Vincenzo Felice Mirizio Commendatore della Commenda S.G.Battista – Terra del Salento- P.T.H.M. nella foto.
Per i cristiani la “Gerusalemme terrena”rappresentava l’immagine della “Gerusalemme celeste”,la città divina che viene evocata nel libro dell’Apocalisse di San Giovanni : “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra,perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più…Vidi anche la Città santa,la nuova Gerusalemme,scendere dal cielo,da Dio,pronta come una sposa che aspetta il suo sposo…E colui che sedeva sul trono disse, Ecco io faccio nuove tutte le cose…io sono l’alfa e l’omega,il Principio e l Fine”. La Terrasanta custodiva la passione del Cristo e pertanto non poteva essere sotto il dominio dei pagani (musulmani),ma doveva essere riconquistata dagli Occidentali perché Cristiani . L’ignoranza di base del cristianesimo proprio dell’Islam, perpetuatasi da millenni apre moltissimi interrogativi alla fine della lettura della sura 9,111 del Corano che riporta: “In verità Iddio ha comprato ai credenti le loro persone e i loro beni pagandoli con i giardini del Paradiso:essi combattono sulla via di Dio,uccidendo e o sono uccisi. Dio l’ha promesso,con promessa solenne e obbligante, nella Torah e nell’Evangelo e nel Corano…” La domanda che ci si pone è la seguente: Maometto cosa conosceva delle sacre scritture?. I musulmani affermano che gli Ebrei e i Cristiani hanno volutamente falsificato le loro scritture e che l’autenticità del Cristo è trascritta solo nel Corano,rappresentandolo come Profeta senza fare alcun riferimento alla Passione,escludendo le fondamenta del Cristianesimo.Entrambe procreatrici di diversità culturali e generatrici di totali divergenze. Una diversità esiste anche tra le Crociate e il Jihad,perché mentre la crociata rappresenta una forma cristiana di vita e di organizzazione identitaria del tempo medioevale cristiano, la seconda invece è il fulcro centrale della religione islamica nel suo nascere. Specificatamente il Jihad è l’essenziale dell’Islam, mentre la crociata non lo è per il cristianesimo;il Jihad non è possibile eradicarlo dalla tradizione musulmana al contrario della crociata che non trova alcun fondamento storico e cronologico . Molte discipline contemporanee pongono l’enigma del reale ideologico con il quale si articola il grande periodo delle crociate contro gli infedeli. Le crociate non possono essere ritenute esclusivamente di carattere religioso,ma anche fenomeno di espansione commerciale politica e sociale. Vi furono Uomini che per finalità spirituale predicavano la rivendicazione dei territori della Passione;altri armati di spada, sotto il simbolo della croce, fecero il voto di lasciare l’Occidente per inseguire l’ideologia ascetica,e con la loro penitenza combattere il malecidio purificando la loro anima per accedere al Regno di Dio. Proprio tale convinzione, esaltata dai predicatori del tempo, pone delle difficoltà interpretative, in quanto la centralità della realtà mistica del Cristo da parte del cristiano fedele, se pur impreparato,suggellava che dopo la morte del Cristo sul monte Calvario il III° giorno, secondo le scritture, risorse divenendo per tutti i “non credenti” il vero Messia. Tutto ciò non venne mai compreso dal popolo ebraico. Dunque i Crociati conoscevano bene la Passione del Messia e conseguentemente a Gerusalemme non avrebbero mai trovato il corpo di Gesù Cristo. Nonostante ciò,il loro ideale li spinse in un grande movimento militare di carattere Europeo, per questo la Tesi considera le crociate, nella loro origine, come il tentativo di estendere la cristianità occidentale al mondo degli infedeli.La storia delle crociate volge l’intervento armato benedetto dalla Divinità, per riconquistare i territori della Terrasanta occupati dagli islamici. In effetti ci furono crociate precedenti a quelle in Oriente dalla metà del XI secolo:le Repubbliche Marinare di Pisa e Genova riuscirono a riconquistare i territori della Balearia,la Corsica,la Sardegna e successivamente anche la penisola iberica. Queste vittorie furono dovute alla cattiva disorganizzazione del mondo islamico ponendo in essere le basi per le crociate vere e proprie che seguirono al discorso di Papa Urbano II° durante il concilio di Clermont-Ferrand nel 1095 sensibilizzando lo spirito dei fedeli nel pianificare un intervento armato contro i musulmani. IL cronista Fulchero di Chartres riporta il discorso del pontefice che riferisce quanto segue:” E’ necessario che vi affrettate a soccorrere i Vostri fratelli orientali che hanno bisogno del vostro aiuto…infatti i Turchi occupando le terre cristiane sino al confine con la Romania uccidono e rendono schiavi,rovinano le chiese e devastono il Regno di Dio giungendo fino al Mediterraneo..” Il discorso del Papa Urbano II° suscitò,oltre al fanatismo religioso anche un forte antisemitismo. Nel 1095 un ingente esercito si mosse dal centro Europa verso Gerusalemme dispensando alla popolazione ebraica la scelta della conversione o la morte in caso contrario. Gli Ebrei come narra Saloman Ben Sanson preferirono perire sotto i colpi della spada crociata invece di cadere in mano ai fanatici religiosi. La prima vera crociata venne condotta da Goffredo di Buglione e Boemando d’Altavilla nel 1096,con primo successo del 1098 con la conquista di Antiochia (questa narrazione esula dalla descrizione cronologica e storica delle crociate trattata nel percorso storico dal fr.Massimo Alligri). Nel 1099 Goffredo assediò Gerusalemme e la conquistò organizzando in stati latini (o crociati) i territori ove i Cavalieri mantenevano la loro economia feudale fungendo anche da presidi di tutela.Le Repubbliche Marinare garantivano gli approviggionamenti agli stati crociati divenendo in conseguenza potenze marittime. Quando nel 1144 i Musulmani ripresero la contea di Edessa, Eugenio III° bandì la seconda crociata. Le conseguenze socio-politiche ed economiche delle crociate alterarono i rapporti fra Musulmani e Cristiani,e ciò giovò negli interessi delle Repubbliche Marinare che controllavano i traffici con l’Oriente conquistando i punti strategici in tutto il Mediterraneo Orientale. Il termine Mediterraneo deriva dalla parola latina Mediterraneus, che significa in mezzo alle terre. Il mar Mediterraneo attraverso la storia dell'umanità è stato conosciuto con diversi nomi. Gli antichi Romani lo chiamavano, ad esempio, "Mare Nostrum", ossia il nostro mare. Fanno parte del Mediterraneo orientale il mare Adriatico, il mar Ionio, il mar Egeo e il mar di Levante. Occorre evidenziare che il fallimento perpetuato a livello militare e religioso fu riscattato dal punto di vista culturale,in quanto i crociati al ritorno dall’Oriente importarono dagli Arabi e dai Greci un nuovo impulso intellettuale dell’arte,delle scienze e della tecnologia. Le crociate non sono mai state “Guerre di Religione”è quanto scrive il medioevalista Franco Cardini,perché non hanno mai mirato alla conversione forzata degli infedeli. La crociata, continua lo storico,corrisponde ad un movimento di pellegrinaggio armato lentamente cresciuto -fra il XI e XVIII secolo- inserendosi come luogo di incontro fra cristianità e islam con risvolti assolutamente positivi culturali ed economici. La polemica illuminista nata contro le crociate nel nome della tolleranza religiosa, ha fatto si che le crociate fossero considerate,sbagliando,guerre di religione antenate delle guerre ideologiche. La nascita del regno franco di Gerusalemme determinò, come già detto, la formazione di una monarchia feudale con disorientato entusiasmo;coloro che avevano giurato con la promessa solenne portavano sulle proprie vesti il simbolo della croce secondo la tradizione già in uso del pellegrinaggio.La parola “crociata” non esisteva,e si dovette aspettare la fine del medioevo perché divenisse d’uso comune. La II° crociata partì dall’Europa solo circa mezzo secolo dopo la prima. Nel corso del duecento il papato assunse la gestione del movimento attribuendovi nomi incerti: iter,perigrinatio,expedito,più tardi passagium,poi ancora negotium crucis e crux cismarina (“croce pellegrina” fu coniata dal poeta italomeridionale Rinaldo d’Aquino del tempo di Federico II°). Le crociate arrivarono ad avere una loro disciplina, una canonicità e un’ampliamento degli obiettivi:dalla conquista (o riconquista) dei luoghi Santi contro i musulmani. Nel corso del tempo durato più di mezzo millennio i propagandisti prima e gli storici dopo contribuirono alla costruzione dell’ideologia attraverso una nutrita opera. Il Tyerman evidenzia come l’Europa medioevale e protomoderna creava un’ idea confusa della “cultura crociata”. E’ stato scritto che le spedizioni crociate rappresentarono la prima guerra comune degli Europei contro il nemico infedele. Una fonte cronistica della III° crociata,un pò dubbia, sosteneva che alla fine del XII°secolo,i pellegrini guerrieri si distinguevano dal differente colore della croce ricamata sul mantello: rossa i Francesi,bianca gli Inglesi e verde i Fiamminghi;nel XV e XVI secolo le leghe sante si riunirono sotto il potere papale nel comune obiettivo contro i Turchi. Il congresso di Mantova del 1460, indetto da Papa Pio II°, fu uno degli atti di nascita dell’Europa Moderna. Dopo l’anno 1000 l’Occidente e Oriente cominciarono a ristabilire i contatti con le popolazioni del mediterraneo;tali avvicinamenti si fondarono sulla reciproca ostilità e guerra. Con il II° millennio tre religioni,tre culture si confrontarono nel mediterraneo:quella dell’Occidente europeo,quella Bizantina e quella Musulmana. L’Europa custodiva un livello mediocre di conoscenza culturale in netta contrapposizione alla florida potenza di Costantinopoli,di Damasco e Baghadad. I Bizantini non ricorsero allo scontro bellico e la loro aristocrazia forte lasciò indifeso il territorio che a causa di una cultura astrusa determinò il decadimento imperiale. Per l’islam, che aveva enormi estensioni dalla Persia alla Spagna, l’unità politica e religiosa ed il Jihad lasciarono il posto all’evolversi di sette e di poteri;un esempio: Abbassidi (da Abbas) nel 750,gli Hanafiti (da Hanifa) nel 755,e gli ultra ortodossi Hambaliti (da Hambel) nel 855. I franchi d’Oltremare dopo la conquista di Gerusalemme crearono la Contea di Edessa,il Principato di Antiochia e la Contea di Tripoli. Le crociate ebbero un significato positivo per l’Occidente,in quanto frenarono la pressione di una nobiltà eccessiva perché ampliarono gli orizzonti dei suoi abitanti. Le crociate consentirono di santificare l’uso della violenza contro i nemici della cristianità. Il movimento delle crociate rappresentava una tred unions tra Levante e l’Europa la quale fallì per porre l’espansione della cristianità in Oriente favorendo l’entrata dell’Islam nel continente occidentale,come pure l’indebolimento di Bisanzio creò la favorevole occupazione ottomana nel sud-est europeo. La storia dell’impero dell’Islam dal 570,nascita del profeta Maometto,al 1258 conquista di Baghdad da parte dei Mongoli,si schematizza in due filoni principali: Arabo Antico 570/750 capitale Damasco :ove predomina l’etnia araba con tendenza all’unità in nome dell’islam. Il ciclo comprende il periodo di Maometto (570-632)e dei quattro califfi ortodossi (632-661) seguito dalla dinastia degli Omayyadi (661-750). In questi due secoli l’impero arabo sottomette al suo dominio la Palestina,l’intero Nordafrica (Egitto,Algeria e Marocco) Mesopotamia,Iran e Afghanistan. Ciclo ABBASSIDE o civiltà islamica ( 750-1258) capitale Baghdad: in questa fase la preminenza araba declinava,mentre fioriva una nuova civiltà. Alla precedente unità seguì una divisione e successiva frammentazione politica e religiosa che creò la nascita degli Emirati (governatori di una provincia Imperiale) e Califfati (vicario e successore di Maometto,figura che ricomparve nel 1258 con la caduta di Baghdad). Oltre al Califfato FATMIDE in Egitto (X°secolo) e ALMORAVIDE in Spagna (XI-XII° secolo),si assistette, per oltre un secolo alla presa di Baghadad da parte dei Turchi Selgiudichi. Con il periodo Selgiuchida coincisero le crociate in Terrasanta. Essi crearono l'Impero Selgiuchide che si estendeva dall'Anatolia al Punjab e fu l'obiettivo della Prima crociata. La dinastia Selgiuchide deve il suo nome a Seljük morto intorno all'anno 1000. La rapida espansione araba dei primi secoli dopo il Profeta fu resa facile in quanto le popolazioni di prima conquista (Siria e Palestina) stanche dell’oppressione Bizantina accolsero trionfalmente i nuovi conquistatori. Le diverse religioni presenti vennero tollerate e furono evitate le conversioni,poiché solo i non islamici erano soggetti a pagare il tributo. Dopo la conquista araba di Gerusalemme nel 638,il Califfo Omar firmò con il patriarca cristiano un trattato che garantiva agli abitanti della città la continuità nel professare il proprio culto lasciando intatto ogni simbolo della loro fede (chiese,crocefissi,immagini ecc);inoltre veniva stabilito che non potevano essere perseguitati per il loro credo,ma dovevano contribuire mediante il pagamento di un “tributo”(gizyah). Questa tassa indusse numerosi cristiani a convertirsi nella religione islamica,come testimonia una lettera del Vescovo nestoriano Isoyabb III°: “Questi Arabi che sono presso di noi,non solo non impugnano la religione cristiana,lodano la nostra fede,onorano i sacerdoti e i Santi di nostro Signore elargiscono benefici alle chiese e ai conventi. Perchè dunque c’è chi abbandona la nostra fede per loro?”. La conquista araba aveva sottomesso intere nazioni ma non le aveva assolutamente arabizzate, infatti con il passar del tempo entrò in crisi coincidendo con il periodo del regno degli Abbassidi. Lo spirito cavalleresco di lealtà e fede, tanto decantato da poeti e intellettuali dell’epoca, pareva estraneo ai militi cristiani,i quali dicevano che i primi a patire le sofferenze inflitte dai crociati non furono i musulmani, ma gli ebrei. I crociati avevano una scarsa, se non una totale impreparazione, sull’ideologia del mondo arabo. Il loro sapere gli veniva trasmesso ad opera di predicatori i quali descrivevano un’immagine nefasta e spesso non veritiera degli “infedeli”,ancora più grave era l’omissione delle dovute distinzioni fra i militari turchi,arabi e popolazioni civili di altre nazionalità convertite all’islam. Dunque essi erano preparati ad affrontare un popolo crudele e tirranno e di conseguenza la loro forza atroce nasceva dall’odio e dalla voglia di conquista…strano per un popolo credente nella fede cristiana !!!. Questa sete di vendetta determinò gli attacchi più estremi anche nei confronti delle popolazioni già conquistate delle città della Siria,Palestina Antiochia e Gerusalemme,senza risparmiare nessuno alla morte. L’emiro di Shazir,annota sulla sua biografia il seguente passo:”Presso i Franchi Dio li mandi in malora !-non vi è virtù umana che apprezzino tranne il valore guerriero e nessuno gode della superiorità e dell’alta considerazione più dei cavalieri,le sole persone che valgono presso di essi”. E’ importante ritornare alla conquista di Gerusalemme (15 luglio 1099) per l’emblematica furia devastatrice riportata da più fonti sia occidentali sia arabe che bizantine,concordanti tra loro nella descrizione delle atrocità e violenze messe in atto dai crociati. Lo storico del tempo, musulmano di origine mesopotamica Ibu al-Athìr, descrive: “La popolazione fu passata a fil di spada,e i Franchi stettero per una settimana nella Città menando stragi di musulmani…nel Masgd al-Aqsa (moschea esterna) i Franchi ammazzarano più di settantamila persone,tra cui una gran folla di Iman (guida designata dai fedeli di Maometto in quanto non esiste una gerarchia sacerdotale) di dottori musulmani,devoti e asceti e di quanti avevano lasciato il loro paese per venire in pio ritiro in quel luogo Santo. Dalla roccia (dove sorgeva la moschea di Omar) predarono più di quaranta candelabri d’argento”. La grandissima differenza si ebbe con la conquista araba di Gerusalemme, quattro secoli prima,i cristiani non lasciarono ai loro avversari alcuna concessione,privandoli del loro culto dei loro luoghi e della loro vita. Steven Runciman storico inglese dei nostri tempi,studioso delle crociate,giudica gli effetti devastatori delle stesse con questo epilogo: “molti cristiani rimasero inorriditi e fra i musulmani che erano rimasti e disposti ad accettare la politica dei Franchi come determinazione della situazione generata dal fanatismo cristiano,non fece altro che risuscitare il fanatismo dell’islam”. San Bernardo di Chiaravalle che dedicò la sua vita a combattere le “eresie” catara e valdese,fu anche appassionato promotore della seconda crociata (1147-1149). A quell’epoca i toni intolleranti e la demonizzazione dell’islam erano pratica corrente,così come gli appelli alla guerra santa contro il male.San Bernardo ne esalta il crociato sostenendo:” un soldato di Cristo quando uccide un malvagio non è un omicida ma,per cosi dire,un uccisore del male e viene stimato vendicatore di Cristo nei confronti di coloro che fanno il male e difensore dei cristiani…Peraltro i pagani non sarebbero da uccidere,se in qualche altro modo si potesse impedire loro di molestare e opprimere i fedeli. Ora però è meglio che siano massacrati,piuttosto che la loro spada rimanda sospeso sul capo dei giusti”. La Chiesa incitava i fedeli alla riconquista dei luoghi appartenuti alla cristianità e finiti sotto il dominio musulmano enunciando che per il sacrificio offerto per il volere di Dio (Deus Vult 1*crociata) ricevevano la salvezza dell’anima e la remissione dei peccati con l’ascesa in Paradiso. Il Papa nel concedere l’indulgenza plenaria,unitamente alla benedizione con esplicita esortazione, ne diventava il patrocinatore. L’indulgenza e la benedizione comparirono per la prima volta in occasione del saccheggio di Roma del 846,quando Leone II° aveva richiesto l’aiuto dei Signori cristiani contro i Saraceni. Così con la minaccia della scomunica o con la possibilità di convertire il voto in una corrispondente donazione,la pratica giuridica della crociata venne distorta fino a sollevare rimostranze dagli stessi esponenti della cristianità. Nacque così il CROCIATO,uomo d’armi che si metteva in viaggio –un viaggio penitenziale- per servire la causa più nobile,quella di Cristo. Questo nobile ideale venne concettualmente disatteso,perché sotto il manto della croce si nascondevano interessi terreni politici ed economici. I fedeli militi al loro rientro dall’Oriente creavano una fragilità nelle difesa degli Stati crociati in Terrasanta favorendo la possibilità alla riconquista araba che nel corso del tempo debellò la presenza cristiana. Non si può omettere che molti infangarono il nome della croce per l’efferatezza delle loro azioni belliche o per un guadagno avido e persino empio, come lo fu la IV crociata nel dirottare la flotta attaccando Costantinopoli invece di giungere a Gerusalemme,il tutto per favorire gli interessi della Repubblica Veneziana e del suo Doge Dandolo,da ciò ne scaturì la scomunica papale di Innocenzo III°. La cronaca del tempo riporta che Gerard di RIDFORT,Gran Maestro Templare scampò miracolosamente al massacro dopo la battaglia di Hattin nel 1187…non riconoscevano neanche i loro stessi alleati !!. Il male intrinseco nella logica della crociata concepita come giusta si trasformò per un eccesso di fanatismo in uno strumento di barbaria prefigurando anche la conversione forzata dell’avversario. L’epilogo più illuminante si ebbe nella V° crociata quando San Francesco d’Assisi si recò nel campo nemico per predicarvi il Vangelo e specificando che le guerre mosse dai crociati contro i musulmani erano giuste e “Sante” perché ricevevano come retribuzione la remissione dei peccati. Il clima psicologico instauratosi nel corso degli anni di esaltazione religiosa determinata dai predicatori nel diffondere la purificazione dell’anima di quanti abbracciavano la nobile causa in difesa della Terrasanta creò un trasferimento dei mercanti d’Europa in Occidente favorendone l’arricchimento dei singoli con la nascita dei grossi centri commerciali occidentali. Non possiamo esimerci dal ricordare che le crociate sconvolsero duramente l’equilibrio nel vicino Oriente portando alla decadenza dell’impero Bizantino e favorendo i Turchi nell’insediarsi in tutto il mediterraneo orientale.Il grande scontro che si generò fra l’Europa e il mondo musulmano si concretizzò in Palestina, terra in cui sorgeva Gerusalemme. Il mediterraneo era assediato dall’espansione araba che favorì i ponti di collegamento che si erano interrotti tra Europa e Oriente,gli stessi crearono forti spinte economiche che favorirono le città marinare di Amalfi,Pisa,Genova e Venezia nell’incrementare i loro interessi commerciali nelle città del mediterraneo orientale. In breve viene riportata la storia delle Repubbliche Marinare e i loro rapporti con il vicino Oriente. AMALFI era sotto il dominio dei Bizantini fino al IX° secolo quando divenne autonoma. Tale conquista favorì l’entrata dei mercanti amalfitani negli empori arabi. L’importanza acquisita sulla navigazione si riscontrò con le Tavole Amalfitane,primo codice di diritto della navigazione e l’invenzione nell’uso della bussola. La città favorì anche la nascita dell’università della medicina a Salerno che ebbe la sua rifioritura dopo anni di decadenza. La sua ascensione fu bloccata nel 1137 con il saccheggio ad opera di Pisa favorita dalle catastrofi naturali e dall’annessione al regno Normanno . Città di frontiera fra la Cristianità e l’Islam, Amalfi svolge un ruolo attivo di collegamento commerciale e culturale fra il mondo italico, il mondo bizantino e quello arabo, diventando una delle poche città italiane la cui fama è diffusa nel Mediterraneo orientale nel secolo X. Poiché la scarsità di risorse economiche della Città impedisce agli amalfitani d’esportare prodotti propri, la loro attività commerciale è basata sull’intermediazione: dall’Africa settentrionale forniscono,infatti,legname europeo agli Stati Arabi, che ne sono sprovvisti, oltre che ferro e cereali, portando in cambio sui mercati italiani tessuti di seta, medicinali, oggetti di lusso e altre merci di origine araba e bizantina. I mercanti amalfitani e salernitani fondarono l'Ordine dei Cavalieri Ospitalieri, un’ordine monastico-cavalleresco che combatté i musulmani fin dalla prima crociata (1095)a Gerusalemme. La nascita dell'Ordine risale al 1048. Sarebbero stati alcuni mercanti dell'antica repubblica marinara di Amalfi ad ottenere dal Califfo d'Egitto il permesso di costruire a Gerusalemme una chiesa, un convento e un ospedale nel quale assistere i pellegrini di ogni fede o razza. Questi avevano la loro casa principale nell'antico monastero di San Giovanni, da cui successivamente assunsero il nome di Cavalieri Giovanniti e la croce stessa assunse il nome di San Giovanni. I Cavalieri Giovanniti, oltre a servire i bisognosi in piccoli ospedali ed ostelli, erano destinati a diventare il braccio armato dei crociati. Con l’avvento successivo di gran maestri francesi, Goffredo di Buglione approvò l’Ordine nel 1099 ,per essere poi riconosciuto ufficialmente con bolla del 1113 da papa Pasquale II. PISA diversamente da Amalfi si scontrò con gli arabi con la sua potentissima flotta,ponendo le sue basi strategiche in Corsica seguita da ulteriori battaglie in mare sulle coste dell’Algeria e Palermo che ne permise di prendere il dominio delle isole Baleari. La rivalità tra Pisa e Genova si acuì nel XII° secolo con la battaglia navale di Meloria (1284),determinando la sconfitta pisana che dovette rinunciare al dominio sulla Corsica e di una parte della Sardegna. Nel 1324 la conquista ad opera degli Aragonesi della Sardegna privò la città toscana da ogni pretesa. GENOVA, a causa della povertà dell’entroterra, trasformò l’economia da agricola a mercantile.I rapporti con la città di Pisa divennero tesi a causa della ripartizione del territorio della Sardegna anche perché divennero unici nel controllo del mare Tirreno. Con la caduta dell’impero Bizantino nel XIII-XIV° secolo raggiunse l’apice del potere. Da evidenziare che la flotta genovese presso l’isola Dalmata di Curzola sconfisse i Veneziani,(venne fatto prigioniero Marco Polo che durante la prigionia a palazzo San Giorgio dettò a Rustichello da Pisa il racconto dei suoi viaggi)) e grazie alla stipula del Trattato di Ninfeo (1261) con l’imperatore bizantino Michele VIII, estrometteva la Serenissima dagli stretti che conducevano al Mar Nero. Il dominio sui mari rimase sotto il controllo dei genovesi per settant’anni fino alla sconfitta di Chioggia del 1379 ove i veneziani riconquistarono l’oriente. VENEZIA, fra le Repubbliche Marinare, era l’unica dominatrice nel mediterraneo.Essa nacque con la discesa degli Unni in Italia che costrinsero i tanti abitanti a rifugiarsi nella laguna. Gli insediamenti che si erano formati nella laguna, già popolata dall’epoca romana favorita dall’estensione dei Longobardi, elesse il primo governatore:il Doge. Tra le isole ,il centro più importante fu l’isola di Rialto,ove sorse Venezia. Nel IX secolo il commercio della seta lo detenevano i veneziani ,periodo in cui raggiunse il suo massimo splendore. In quegli anni i Bizantini erano in conflitto con i Normanni e chiesero aiuto alla potente Serenissima ottenendo in cambio il monopolio commerciale della seta,spezie,olio e profumi. Nell’alto medioevo la cultura rispondeva alle esigenze religiose,le roccaforti della conoscenza e del sapere erano i monasteri. L’XI° secolo fu caratterizzato anche dalla nascita delle cattedrali che sovrastavano le intere città. Le scuole cattedrali si diffusero in una nuova dimensione della cultura lasciando successivamente il posto alla nascita dell’università. Questi vantaggi ottenuti dalle Repubbliche Marinare, da sempre in pieno conflitto tra loro per esclusivi interessi dominiali ed economici, generarono la costituzione della monarchia feudale in Oriente con tutte le conseguenze che ne derivarono. La caduta di Edessa e l’allarme diffuso in Occidente fu motivo per la ripresa della guerra crociata. IL grande sultano d’Egitto Salàh Addin (Saladino) riconquistava le terre che delimitavano gli Stati crociati: nel 1187 cadde Gerusalemme. A seguito di questa disfatta fu bandita la III° crociata ove accorsero Federico Barbarossa,Filippo Augusto re di Francia e Riccardo Cuor di Leone,re di Inghilterra,ma l’impresa fallì per il mancato coordinamento dei sovrani che tra l’altro segnò la fine di Federico (1190). L’unica vittoria conseguita fu la conquista di San Giovanni d’Acri (1191). La riconquista del Santo Sepolcro si rinnovò con il Pontefice Innocenzo III° che bandì la IV crociata (1202-1204) che favorì esclusivamente gli interessi di Venezia diretta contro i Bizantini e conclusasi con l’attacco di Costantinopoli (12 aprile 1214) e con la creazione dell’impero latino d’Oriente. Ancora una volta l’interesse economico ed espansionistico degli occidentali divergeva dalla reale causa della difesa della Terrasanta. A partire dal IX secolo le galee (immagine a lato) furono protagoniste delle vicende belliche e mercantili del Mediterraneo. Creazione di costruttori italiani la galea divenne la nave ideale per le esigenze del tempo, la chiave di volta indispensabile per tutte le flotte fino a quando la vela, a seguito delle scoperte oceaniche, si impose come unico sistema di propulsione navale. Ma anche dopo la scoperta della vela, seppur con minore importanza, la galea sopravvisse per lungo tempo, ad esempio impiegata nel mar Nero dalla marina Russa fin agli inizi dell’Ottocento. La galea esisteva da almeno sei secoli nel Mediterraneo, sia pure con alcune varianti nelle dimensioni e nell'armamento; il suo nome proveniva dal greco galeas (pesce spada). Nel secolo di Lepanto, la galea era una nave sottile in legno, di circa 300 T. di dislocamento, completamente pontata da prora a poppa, con circa 1,5 m. di opera morta e circa 1 m. di pescagione, lunga da 40 a 50 m. e larga circa 6. Sulla coperta erano sistemati i banchi dei rematori (da 26 a 30 su ogni lato), ciascuno con un lungo remo, maneggiato da 3 uomini; gli scalmi dei remi erano fissati su una costruzione rettangolare in legno, detta posticcio, che sovrastava e proteggeva i vogatori. Nei primi tempi, sul posticcio venivano sistemati gli scudi delle fanterie, o pavesi, per cui tutta la struttura protettiva era chiamata inpavesata. Bisogna tener presente che l'armamento principale di ogni galea era costituito dai soldati che vi erano imbarcati e che andavano all'assalto della galea nemica, subito dopo che essa era stata investita con lo sperone. Il piccolo numero di cannoni di bronzo e di breve gettata, che ogni galea portava sulla prora, era soltanto un armamento ausiliario, che veniva impiegato in genere una sola volta, poco prima dell'abbordaggio. In quell'epoca, le artiglierie di bordo erano tutte ad avancarica e non si potevano brandeggiare, cosicchè, per puntarle sulla nave nemica, bisognava manovrare la propria col timone. Le galee del XVI secolo avevano un equipaggio di due o trecento uomini, dei quali circa due terzi alla voga. Il comandante (sopracomito nella Marina veneta) apparteneva quasi sempre all'aristocrazia e aveva due o più giovani nobili alle sue dirette dipendenze, oltre al cosidetto padrone e al cappellano. Tutti costoro non avevano generalmente alcuna esperienza di mare e di navigazione. La condotta della nave in mare era perciò affidata a un comito e a due sottocomiti, che erano gente del mestiere, al pilota e a una trentina di marinai, addestrati alla manovra dei pennoni e delle vele, oltre che al maneggio degli alighieri, cioè dei ganci di accosto per l'abbordaggio. In tempo di guerra, si imbarcavano su ogni galera da 100 a 150 soldati, che, al comando di un capitano e di altri ufficiali, si raccoglievano sulla rembata, pronti ad abbordare l'unità nemica e respingere gli attacchi dei suoi armati. I soldati erano protetti da elmo e corazza e armati con archibugi, spade, mazze, lance e coltellacci. I soldati turchi (che generalmente erano truppe scelte come i famosi giannizzeri) non portavano invece corazza e impiegavano di preferenza archi e frecce, con risultati paragonabili a quelli degli archibugi (notizie storiche dell’ammiraglio Jachino 1971). La storia ha collocato la Terra d’Otranto nel mezzo tra la civiltà occidentale e quella orientale.Nel corso dei secoli, come già accennato, non mancarono momenti di contrasto tra le due civiltà. Molti aspetti geografici, oltre alla tendenza per le genti di Terra d’Otranto a convivere con i vicini orientali, la resero benevolmente il lembo di Puglia favorendone il suo sviluppo.La crociata coinvolse le province di Brindisi,Lecce e Taranto divenendo un passaggio fondamentale per quanti fra palmieri e cavalieri nel 1095 si imbarcavano per la Terrasanta. Tutto ciò permise ai territori di Puglia di essere attivamente impegnati in imprese dai confini illimitati. Le devastazione del XV°-XVII° dei pirati e le calamità naturali iniziarono l’avvento di una nuova fase della storia inspirata alle spedizione per Gerusalemme. Le strada delle crociate tracciava in questi territori un collegamento senza interruzioni lungo la litoranea che da Egnatia congiungeva alla Marina di Metaponto, attraversando Brindisi,Otranto,Lauca,Ugento,Gallipoli e Taranto. Questo percorso rappresentava la viabilità romana che rendeva possibile il collegamento con il versante Jonico. Il tratto di bretella tra Egnatia e Brindisi era denominata “via Traiana” in quanto univa l’Italia con l’Oriente balcanico. La stazione di Egnatia,già nel IV secolo figurava negli itinerari per la Terrasanta,ed era l’ultimo tratto della terra di Bari prima di giungere in Calabria. Dopo aver superato la zona fra Monopoli e Torre Canne,i pellegrini e crociati diretti a Gerusalemme si incamminavano verso “Ad Decimas”,probabile luogo medioevale di San Nicola di Petralata,e la mutatio denominata “Ad Speluncas” oggi identificabile con Torre Santa Sabina. Quindi, attraversando Torre Guaceto, giungevano a Brindisi non senza aver sostato e pregato in piedi alla votiva Madonna di Gallico,oggi fantastico santuario per la meta dei moderni viaggiatori. La Terra di Apulia ebbe la sua importanza nel periodo in cui la Città ospitò la comunità cristiana organizzata ad alleviare le fatiche del viaggio e nel ristorare lo spirito cristiano dei pellegrini prima dell’imbarco per la Città Santa. Lo spirito religioso della popolazione che viveva in quell’epoca medioevale emerge dal brano di un articolo di Damiano Bianchi dedicato al tempietto di Seppanibale. Brindisi ospitò un evento grandioso,in funzione della partecipazione al movimento crociato,quando nel 1227 Federico II° convocò a raccolta i principi cristiani per sciogliere il voto crociato. Ermanno di Salza, Maestro dell’Ordine Teutonico,propagò la notizia convogliando in Puglia migliaia di cavalieri guidati da uomini intrepidi. I soccorsi ai crociati venivano assicurati dai Benedettini di S.Maria Vetrana secondo una tradizione dal Santo Sepolcro edificato molti anni prima, come riferito in un documento dell’epoca che riporta la presenza in Brindisi di una Ecclesia Sancti Sepulchri. A questi si affiancarono nel soccorso anche gli ospizi degli ordini militari quale quello Templare , Ospedaliero e Teutonico a presidio degli interessi della Chiesa,dell’Impero e dei crociati. Dunque Brindisi rappresentava nel medioevo una delle capitali del movimento crociato per l’Oriente dal 1095 al 1096. I fedeli del pellegrinaggio gerosolimitano soggiornarono negli ospedali della città ove ogni istituzione aveva chiese e tenute nella prossimità dello scalo marittimo,godendo dei benefici elargiti da papi ,arcivescovi ,imperatori e re. Alla fine del XII° secolo Brindisi era un grande centro,Roberto il Guiscardo l’aveva conquistata ai Bizantini, e dopo qualche anno Goffredo ne divenne il Signore. Ricevuti i poteri feudali fece in modo di trasformarla in una città meritevole per divenire una contea normanna. La conquista di Gerusalemme del 1099 e la conseguente istituzione degli Stati Latini in Oriente da un lato e la presenza dei Normanni dall’altra confermò Brindisi al centro dei flussi per l’Oriente ospitando i più grandi personaggi che tennero in vita la città Santa. Nelle cronache dell’epoca,infatti la città pugliese vide il passaggio di Riccardo Cuor di Leone per le sue imprese nell’outremer e gli adolescenti nella “crociata dei fanciulli”. La “buona ventura” la “rosa del tempio” sono i nomi delle flotte templari che solcavano i principali porti del mediterraneo per raggiungere l’Oriente. I rapporti tra la Serenissima e la comunità templare di Brindisi furono tesi e divergenti per gli ostacoli che crearono ai mercanti veneziani imprigionandoli con conseguente confisca delle merci. Con la diplomazia del Doge di Venezia si giunse ad un accordo che favorì entrambe: in quanto ai veneziani fu elargito un notevole risarcimento ed in cambio ai monaci-guerrieri venivano garantiti gli appoggi logistici sulla rotta per la Terrasanta. Le crociate furono generatrici di svariate conseguenze politiche economiche e religiose.I rapporti fra cristiani e musulmani furono per secoli itinerari di grandi guerre ove le Repubbliche Marinare videro nelle crociate l’occasione per sviluppare i loro interessi nel Levante. Se gli intenti politici e religiosi delle prime tre crociate furono limitati,contrariamente i guadagni delle Repubbliche Marinare italiane seppero sfruttare le imprese dei crociati in vere occupazioni commerciali orientali. L’attenzione dei mercanti occidentali e dell’impero Bizantino rappresentava per entrambi un territorio con moltissimi vantaggi economici,poiché era disposto geograficamente come ponte di passaggio fra l’Italia e regioni asiatiche. Politicamente gli islamici furono impegnati ritardando di conseguenza la loro presenza in Europa e permettendo lo sviluppo degli Stati centro-occidentali.L’impero Bizantino,pur avendo ostacolato le crociate, grazie a loro potette vivere più a lungo poichè i Turchi erano il loro principale nemico.La borghesia occidentale ebbe degli spiragli grazie alle armi dei crociati che ne favorirono un arricchimento senza precedenti costituendo la nascita delle nuove potenze politiche. I Pisani,Genovesi e Veneziani entrarono in conflitto tra loro al fine di garantirsi il dominio e i privilegi del monopolio in tutto l’Oriente mediterraneo, sempre meno osteggiato dai bizantini. Ai rapporti militari e commerciali seguirono i contatti culturali con le merci pregiate: sete,preziosi e gemme che passavano dall’Oriente bizantino e musulmano all’Occidente, furono trasferiti i classici greci e i testi arabi aprendo un nuovo orizzonte intellettuale. I combattenti, sotto l’insegna della croce, diretti a liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli,erano dominati da spirito religioso e benedetti dai papi. Nati alle fine del XI° secolo, e spinti anche da esigenze profane, quali la sete di nuove terre e lo spirito d’avventura, tali cavalieri e plebei fallirono nel loro intento originario di liberare dai musulmani il dominio in Terrasanta. In conclusione di questa narrazione occorre dovutamente richiamare alla memoria la «Giornata del perdono» del 12 marzo 2000. La «confessione delle colpe» pronunciata da Papa Wojtyla in San Pietro in tale giorno – pur senza citare esplicitamente le crociate – riguardò quanti «cristiani hanno talvolta accondisceso a metodi di intolleranza» nonché, «cedendo alla logica della forza, hanno violato i diritti di etnie e di popoli». Lo stesso giorno fu reso noto lo studio della Commissione teologica internazionale presieduta all’epoca dal cardinale Joseph Ratzinger “Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato”, in cui ci si chiedeva se «si può investire la coscienza attuale di una "colpa" collegata a fenomeni storici irripetibili, come le crociate o l’inquisizione». In particolare, infine, il 4 maggio 2001 ad Atene il Papa espresse all’arcivescovo ortodosso Christodoulos il suo dolore per lo scempio di Costantinopoli nel 1204, durante la IV crociata: «È tragico che i saccheggiatori, che avevano stabilito di garantire ai cristiani libero accesso alla Terra Santa, si siano poi rivoltati contro i propri fratelli nella fede. Il fatto che fossero cristiani latini riempie i cattolici di profondo rincrescimento». Ciò che dobbiamo imparare a fare,lo impariamo facendo (Aristotele)

 

IL COLLE DELLA LUCE
IL COLLE DELLA LUCE Una nuova interpretazione del Colle di S. Pietro a Tuscania ricerca del Prof. Mario Tuzi, prefazione del Maestro Umberto Di Grazia Grande Ufficiale del PTHM, coordinatore Commende Lux Defendens Amat
Sono nato a Viterbo ed amo la mia terra. Molte scoperte archeologiche sono state effettuate in questa provincia, molte da privati che, spesso, non amano il raccontare e/o diffidano degli interventi ufficiali per la tutela e la diffusione della loro stessa storia. Peccato.. siamo orfani di molte importanti, e mai scritte, pagine della nostra stessa storia. Come uomo e come ispirato dalla storia dei nostri antenati Templari, oltre che come amante delle storia italica e pre-romana, non posso più tacere la ricerca di studiosi ed amanti delle loro origini che cercano indizi e dati per ricostruire fatti, personaggi e storie, spesso nascoste se non deformate dai successivi vincitori. Cosi il territorio di Sutri ha segni evidenti di Commende e Chiese , ponti e sorgenti, lo stesso a Civitavecchia e terreni limitrofi sino a Viterbo, Bagnoregio, Marta,Vetralla,Vulci, Tarquinia,Tuscanica e non solo. A Tuscania, ad esempio, possiamo trovare, all’interno della chiesa di Santa Maria Maggiore, una Croce Templare “staccata malamente da una colonna e cosi nel chiosco della basilica di San Pietro” ma che hanno lasciato, nonostante tutto, segni chiari della loro presenza. Nell’ultima “gita” , con amici e fratelli Templari, ho potuto leggere questa illuminante ricerca del prof. Mario Tuzi che, tra le varie sue cariche, è anche socio dell’Archetuscia. E’ un esempio illuminate dei possibili risultati che possiamo avere da chi cerca per il bene di molti. G.U. Umberto Di Grazia IL COLLE DELLA LUCE Una nuova interpretazione del Colle di S. Pietro a Tuscania Due grossi misteri incombono sul passato di Tuscania. Il primo è riferibile al periodo etrusco: a Tuscania non si sviluppò un processo sinecistico. Questo significa che Tuscania non era una città. L’ archeologa S. Quilici Gigli sostiene che era un insieme di villaggi sparsi per la campagna, orbitanti attorno al colle di S. Pietro. Tra il VII e il VI secolo a.C. nel territorio dell’ Etruria i villaggi si aggregarono per dar vita ad un fenomeno di urbanizzazione sul modello delle città greche. Perché questo non avvenne a Tuscania, che ne aveva la piena possibilità sia come spazio fisico, risorse e numero di abitanti? Vale la pena di ricordare che le locali associazioni archeologiche hanno censito almeno una trentina di necropoli disposte attorno al colle o dislocate nelle campagne. Il secondo mistero riguarda il periodo alto medievale, quando la Tuscania eleva le due basiliche di S. Maria Maggiore e di S. Pietro, l’ una ai piedi e l’ altra alla sommità del colle omonimo. Giungendo da Viterbo è impossibile non vederle ed evitare ammirati la domanda: perché proprio Tuscania? Quello che non si vede è però un dato della massima importanza. Attorno al colle la comunità cristiana edificò una quindicina di chiese a coronamento delle due basiliche, ambedue cattedrali in tempi successivi. La domanda allora diventa: perché a fronte di questa potente presenza del cristianesimo sia sul piano numerico sia su quello qualitativo, Tuscania non presenta nessun tempio pagano? A questo proposito occorre ricordare due particolari. Nel tentativo di sradicare culti, superstizioni e tradizioni, le comunità cristiane costruirono chiese dove lì, un tempo, c’erano templi pagani, giungendo spesso a riadattare gli antichi edifici di culto. Sotto le nostre chiese è impossibile, quindi, che non esistano templi, dal momento che, insieme con altri edifici minori, presidiano una zona ad intenso significato archeologico. Nel confronto con la Tuscia, Tuscania, presenta una situazione di primato politico-religioso che sfocerà nella costituzione di una diocesi egemone per tutto l’ alto medioevo sul territorio compreso fra il mare e il lago di Bolsena. Se istituiamo il confronto con realtà esterne, vediamo inoltre, che Tuscania presenta una situazione d’eccellenza tuttora bisognosa di spiegazione. Aquileia, ad esempio, che per antichità ed estensione è la diocesi più vasta d’ Europa dopo Roma, aveva la cattedrale dedicata a S. Maria Assunta che ancora compare nell’ abside e come patroni i martiri Ermagora e Fortunato. La cattedrale tuscaniese era invece dedicata al principe degli apostoli, i patroni erano tre esponenti della corte imperiale martoriati a Centumcellae nella persecuzione dell’ imperatore Decio e la basilica di S. Pietro presentava in abside un Cristo Pantocrate che non ha corrispondenti in nessuna chiesa d’Oriente e d’Occidente. Naturalmente i riscontri storici e archeologici a sostegno del primato di Tuscania in campo religioso potrebbero continuare, ma a questo punto preferiamo affrontare la domanda: a che cosa è dovuto questo primato? E soprattutto quali culti pagani andarono a sostituire le basiliche di S. Pietro e di S. Maria Maggiore? Nel silenzio di resti e testimonianze, incomprensibile se collocato nel contesto appena delineato, alcune tracce importanti e mai indagate compiutamente, possono gettare piena luce sugli interrogativi che ci assillano. Il primo riguarda i resti di una struttura monumentale, verosimilmente un tempio, poco distante dal colle di S. Pietro, in località Campo della Fiera. Il buon senso avrebbe voluto che l’unico sito tuscaniese privo d’ostacoli, fosse stato oggetto di scavi condotti con correttezza metodologica, in modo da ottenere importanti indicazioni sulla posizione di Tuscania durante il paganesimo. Invece negli anni 80 il sito è stato cementificato e su di esso è stato costruito un depuratore senza che nessuno intervenisse a fermare l’ iniqua e autolesionista operazione. Per fortuna, però, le basiliche tuscaniesi non sono state ancora cementificate e indagandone i molteplici segni possiamo aprirci un varco verso la comprensione del loro significato e risalire ai culti pagani che vennero sostituiti da Cristo. In questo percorso occorre preventivamente soffermarsi su una considerazione relativa ai numerosi studi sulle due basiliche che si sono succedute nel tempo: tutte appaiono contraddistinte dalla settorialità. Di volta in volta, cioè, è stata presa in esame o la facciata, o la pittura, o l’ architettura o una basilica alla volta, dimenticando che i due monumenti sono intimamente connessi e insieme al colle costituiscono una vera e propria configurazione. Il significato di essa, allora, apparirà chiaro solo quando chiesa di S. Pietro, chiesa di S. Maria Maggiore, colle e segni vengono studiati come intimamente correlati. E del resto una autorità come Richard Krautheimer, esperto di architettura paleocristiana e bizantina, a ricordarsi che il simbolo non è precedente all’ edificio di culto, né conseguente, ma si precisa e cresce all’ interno di una configurazione. E qual’ è il valore simbolico del colle di San Pietro? Tutti gli elementi analizzati portano ad un’ unica conclusine: per pagani e cristiani il colle tuscaniese fu il colle della luce. Di una importante divinità solare dell’ epoca pre-cristiana e di Cristo-Sole durante il cristianesimo emergente. I principali elementi che ci hanno condotto a questa conclusione sono il volto trifronte presente nella facciata di San Pietro, sotto la bifora di sinistra e l’arco dislocato nel sacrato. Interpretati erroneamente come un demonio, il volto è in realtà una divinità pagana della quale la comunità cristiana vuole mostrare la natura demoniaca reiterandone la rappresentazione sopra la bifora. Ma mentre sotto, la chioma è costituita da inequivocabili raggi solari, nel volto superiore compaiono le corna. E questo è un programma iconografico coerente con la situazione di IV-V secolo quando lo sforzo del cristianesimo era quello di battere il politeismo sul piano ideologico. E i Padri della Chiesa del tempo furono impegnati non tanto ad abbattere templi, quando ad abbattere idee. Ma sono valide queste argomentazioni in una facciata romanica, concordemente attribuita all’ XI secolo? Questo è il secolo attribuibile a quello che vediamo, ma molti segni indicano che la prima edificazione della chiesa di San Pietro và retrodatata ad epoca costantiniana. Tali segni sono l’ abside quadrata posta a base di quella semicircolare, ricorrente negli edifici paleocristiani, il fatto che le due cattedrali furono edificate entro la cerchia urbana e l’ orientamento, facciata ad est ed abside ad ovest, tipico delle chiese del IV secolo. Ma è l’ orientamento a metterci sulla strada del dato più sorprendente. Ad una paziente verifica realizzata nell’ arco dell’ anno, abbiamo constatato che la basilica di San Pietro è orientata al solstizio d’ estate e quella di Santa Maria maggiore al solstizio d’ inverno. Abbiamo così le prove che le due chiese presidiano le porte solstiziali e delineano un cammino ascendente che, con il crescere della luce nello svolgersi dei mesi, conduce alla massima manifestazione di essa sul piano materiale, che si realizza nel solstizio d’ estate e a Cristo sul piano spirituale. Le due chiese ed il colle, quindi, marcano anche a livello materiale una iniziazione cristiana che partendo dalla fonte battesimale ottagonale, all’ interno di Santa Maria Maggiore, portava il fedele alla “ Gerusalemme Celeste” attraverso il portale di San Pietro. Il capitello nella prima colonna del portale, interpretato come emersione dalle acque lustrali del battesimo, sta ad indicarci proprio la conclusione di questo percorso. Nell’ alto medioevo le due Basiliche segnavano il punto iniziale ed il punto finale di un itinerario sacro da percorrere con una processione che verosimilmente sostituiva l’ omologa cerimonia pagana. Appare così nel suo pieno significato l’ arco nel sagrato erroneamente interpretato come una porta. L’ arco, cioè, non aveva una funzione pratica, ma simbolica: era la Porta del Sole, che al solstizio d’ estate, nel pieno del fulgore dell’ astro, produceva un corridoio di luce che centrava la facciata della chiesa e conduceva al vero sole: Cristo. Tutto il percorso cristiano finiva per essere marcato da tre porte simboliche: Santa Maria Maggiore, la Janua Coeli che faceva passare da una condizione materiale ad una spirituale, immettendo nel sacro. L’arco nel sagrato, la porta del sole che si apriva all’ alba e si chiudeva la tramonto. La terza porta era la porta del cielo costituita dal portale della basilica di San Pietro. La processione giungeva a conclusione, l’ iniziazione cristiana poteva dirsi conclusa. E il culto pagano che era stato sostituito ? Con tutti gli elementi forniti la risposta non presenta ostacoli. Basta prendere un libro di storia per rendersi conto che sul colle di San Pietro a Tuscania, dove si sono sedimentati trenta secoli di storia con i loro segreti veniva praticato il culto solare. A Roma il culto del sole era stato portato dall’ imperatore Eliogabalo ed era stato istituzionalizzato, in tutto l’ impero, da Aureliano. Costantino prima della conversione al cristianesimo era stato un adoratore del Sole e la ricerca di un collegamento a livello figurativo ed ideologico, tra la sua persona e quella del Dio, impronta la sua politica lasciando cospicue testimonianze. In molte monete l’ imperatore appare accanto all’ immagine del Sole, mentre le statue lo rappresentano con i raggi in capo, secondo lo schema iconografico tipico del nume. L’ arco di trionfo, fatto erigere nel 315 in occasione della vittoria di ponte Milvio, presenta una chiara simbologia solare, ma soprattutto il trifornice era in asse con la base del Colosso, il gigantesco idolo di Sol-Helios nelle vicinanze del Colosseo, per mostrare l’ indissolubilità tra ispirazione divina ed azione imperiale. Tuscania, dove l’ arco nel sagrato è in asse con il corpo centrale della facciata dell’ antica cattedrale, presenta un’ eco di tutto questo, solo che l’accento è spostato dal Sole a Cristo. L’ astro materiale, cioè, che sovrintende e assicura la vita del cosmo è una creatura del Vero Sole, Cristo. E’ la sua luce a diffondersi su tutta la terra ed a illuminare ogni uomo. I simboli solari, largamente presenti nelle basiliche tuscaniesi, parlano di questo. E parlano di una luce che ancora non si è spenta e continua ad illuminare la Tuscia e tutti coloro che cercano la verità. Mario Tizi Socio Archiotuscia Bibliografia F. Giannotti, Storia di Tuscania scritta nel secolo XVI, Viterbo 2007 F. Turriozzi, Memorie istoriche della Città di Tuscania, Roma !778 S. Campanari, Tuscania e suoi Monumenti, Montefiascone 1856 S.Quilici Gigli, Tuscania. Forma Italiae, Roma 1970 R. Krautheimer, Architettura sacra paleocristiana e medioevale, Torino 1993 E. Gentili, San Pietro di Toscanella, in “Archivio storico dell’ arte”, II, 1889 pag. 361-372 E. Lavagnino, S. Pietro a Toscanella, in “L’ Arte”, XXIV, 1921 pag 215-223 P. Toesca, Il Medioevo, Torino 1927 P. Verdier, la facade-temple de l’eglise de S. Pietro de Tuscania, in Melanges de l’ ècole fracaise de Rome, 1940 K. Noehles, Die Fassade von S.Pietro in Tuscania, in “Romisches Jahrbuch fur Kunstgeschichte”, 9-10, 1961-1962 pag. 17-72 Ch. A. Iermeyer, Die Mittelalterlichen Malereien der Kirche S. Pietro in Tuscanica, in “Romisches Jarbuch fur Kunstgeschichete”, II, 1938, pag. 289-310. Sant’ Agostino, la città di Dio, Roma 1997 Tertulliano, apologia del Cristianesimo, Milano 1997 F. Lanzoni, Le diocesi d’ Italia dalle origini all’ anno 604, Faenza 1927 C. Demetrescu, Il solstizio eterno. Il simbolo nell’ arte romanica, Rimini 1998 M. Green, Le divinità solari dell’ antica Europa, Genova 1995 T.F. Mathews, Scontro di dei. Una reinterpretazione dell’ arte paleocristiana, Milano 2005 F. Altheim, Deus Invictus. Le religioni e la fine del mondo antico, Roma 2007 M. Tizi, La terza porta. Paganesimo e cristianesimo in un colle-simbolo degli Etruschi, in I Beni Culturali n. 3, 2008

 

CANDELABRO A SETTE BRACCIA
IL Candelabro a sette braccia: tra cultura mistero ed esoterismo F fr. Vincenzo Felice Mirizio Commendatore Commenda San Giovanni Battista –Terra del Salento PTHM - “La verità è simile a Dio:non si rivela direttamente;dobbiamo indovinarla dalle sue manifestazioni” -Goethe-
IL Simbolismo rappresenta un linguaggio sincretico che esprime la ritualità dello spirito nascosto nel mondo figurativo, divenendo il mezzo per stimolare le coscienze per il profondo legame esoterico che rappresenta. La comprensione,anche se puramente intuitiva che dobbiamo ricercare per migliore noi stessi, è il primo passo da compiere per rispondere ai tanti quesiti del nostro peregrinare sulla vita terrena. Pertanto. occorre meditare che la nostra sete di ricerca deve mirare a ritrovare gli scopi della nostra esistenza sia dal punto di vista etico che filosofico, contribuendo nel tempo a migliorare il mondo interiore sempre più lontano dai valori di fratellanza. Su queste premesse si concretizza il lavoro che deve compiere il “Novizio”che intende, in tutta libertà, iniziare un percorso storico-formativo ricco di “sapere”, che i nostri fratelli del Tempio ci hanno testimoniato nel corso dei secoli. In questo si contribuisce nel migliorarci giorno per giorno con una incessante rettitudine in grado di stimolare i mille risvolti dell’intelligenza rendendola sensibile verso i valori spirituali del “Divino”, nella speranza di farci riprendere la via maestra, allontanandoci dalla “selva oscura”, come espressa da Dante nel primo canto dell’Inferno della Divina Commedia . La Bibbia è il testo sacro da cui hanno attinto i grandi artisti di tutti tempi raffigurando le loro opere più commoventi nelle rappresentazioni dell’Esodo e della Genesi,nella Passione e resurrezione del Cristo come affermato dal grande artista dei nostri tempi Marc Chagall ,che dai dipinti catacombali a quelli del primo millennio all’Apocalisse traspare lo splendore del racconto biblico.L’originalità del simbolismo non deve far perdere la tradizione confluita nella creatività,ma deve collocare la Mistica e la Filosofia come pensiero che alimenta la giusta realtà.In tale prospettiva bisogna contrapporre la filosofia ebraica a quella greca come le SEPHIROTH che stabilisce un collegamento tra Qabbalah (è la sapienza mistica e spirituale contenuta nella Bibbia ebraica) e Neoplatonismo (è quella particolare interpretazione del pensiero di Platone che ne venne data in età ellenistica e diventò la principale scuola filosofica antica a partire dal III secolo) che collocano sull’Albero della Vita luci e numeri primordiali a forma pura in un totale di dieci elementi come le nostre dita unite tra loro secondo un preciso progetto architettonico. IL Candelabro a sette braccia o “Menorah” richiama il candelabro d’oro del Tempio di Salomone realizzato secondo precise istruzioni date da Mosè impartite sul monte Sinai ( Esodo capitolo 36° versetti 27 e seguenti), con particolari riferimenti botanici rappresentati dal mandorlo che nella tradizione giudaica indica la sua radice attraverso cui è possibile penetrare nella città di Luz,dimora degli immortali. Tale simbolo, oltre al riferimento del tempio, è ovviamente legato al numero 7 a cui fa riferimento tutta una serie di importanti simbolismi:i sette giorni della settimana,i sette pianeti,le sette virtù (l’unione del 3 e 4),i sette giorni della creazione ecc. Il numero sette è associato anche al simbolo dell’Albero Seforitico della Cabala (già evidenziato in precedenza).La stretta unione con il numero 7 associa alle singole braccia del candelabro i vari elementi cosmici così distribuiti:1° braccio associato a Venere 2°braccio associato a Mercurio 3°braccio associato alla Luna 4°braccio associato (quello centrale) a Saturno 5°braccio associato a Giove 6°braccio associato a Marte 7°braccio associato al Sole Occorre precisare che l’accensione delle candele,poste nelle singole braccia e il relativo spegnimento, comporta un prestabilito ordine di significati simbolici,riportando qui a seguito alcune sequenze: “si inizia dalla III candela,poi la II,poi la I quindi la VII,la VI e la V ed infine la IV”. Altra modalità è rappresentata dalla seguente procedura:”VII poi la III,VI poi II,V poi I ed infine la IV. Secondo quest’ultima modalità di accensione si associa la seguente associazione simbolica: VII Candela Sole, primo giorno della creazione rappresenta la luce; III Candela Luna, secondo giorno della creazione associata alla separazione delle acque,alle maree e al ciclo femminile; IV Candela Marte,terzo giorno della creazione comparsa della vita vegetale sulla terra; II Candela Mercurio,quarto giorno della creazione comparsa di astri e cielo;V Candela Giove,quinto giorno della creazione comparsa della vita nel mare,(i pesci) e nel cielo( gli uccelli); Candela Venere,sesto giorno della creazione comparsa degli animali e dell’uomo; VI Candela Saturno, posta al centro settimo giorno della creazione dedicato al riposo e contemplazione. Il settenario è un numero biblico, la chiave di tutta la creazione di Mosè e il simbolo di tutta la religione. Mosè ha lasciato 5 libri e la legge si riassume in 2 testamenti. La Bibbia è un libro di allegorie ed immagini. Adamo ed Eva sono i due esseri viventi dell'Umanità, il serpente che tenta è il tempo che mette alla prova, Caino e Abele rappresentano la carne e lo spirito, la forza e l'intelligenza, la violenza e l'armonia. Prese alla lettera, tutte le storie raccolte nel Vecchio Testamento, sembrano assurde e spesso rivoltanti, ma non è sotto quest'ottica che vanno lette e interpretate. In esoterismo il numero 7 è considerato un numero perfetto. IL sette che viene rappresentato nei geroglifici Egizi è simbolicamente raffigurato in una sfera come indice di unità,con molta probabilità si sedevano innanzi al candelabro a sette bracci i saggi in piena solitudine,quando l’odio dilagava, ponendo uomini contro uomini, per ricercare le virtù segrete dell’Umanità al fine di ritrovare la purezza dei principi divenendo artefici del grande pensiero filosofico. Secondo la Bibbia,nel libro dei profeti,il Divino rivolgendosi a Zaccaria chiese cosa vedeva,ed egli rispose che quei 7 lumi erano gli occhi del Signore che spaziavano sull’intero globo terreste. Nella Genesi 7 furono i giorni della creazione,nell’Apocalisse 7 furono i grandi Arcangeli e 7 furono le Chiese del tempo (Efeso,Smirne,Sarsi,Tiati,Pergamo,Filadelfia e Maodicea). Per l’Islam il mondo è sorretto da 7 colonne poggiate sulle spalle di un gigante sostenuto da un’aquila adagiata su una balena che naviga sul mare.Il numero 7 ricorre più volte nel Corano. La sapienzalità della filosofia greca considerava il Platonismo come massimo riferimento indicando i 7 sapienti e le 7 meraviglie del mondo come equilibrio tra pensiero ed azione. Qui in seguito vengono riportati i 7 Sapienti: CLEUBULO con la bilancia in mano indica il “ giusto” PITTACO con un ramo d’ulivo in mano ed un dito sulle labbra indica “taci e se devi parlare porta pace e non odio” SOLONE ha un teschio in mano indica “pensa alla tua fine” PARIANDRO calamo e rassegnato indica “frena l’ira” TALETE indica “la sapienza infinita” CHILONE ha uno specchio in mano indica “conosci te stesso” BIANTE solleva una gabbia con all’interno un uccello indica “la libertà produce” In questa descrizione non possono mancare i riferimenti alle 7 meraviglie che sono: IL COLOSSO di RODI significa “forza” I GIARDINI PENSILI di BABILONIA significano “scienza ed accorgimento” IL MASULEO di ALICARNASSO significa “agisci per grande sepoltura” IL TEMPIO di DIANA a Efeso simboleggia “provvidenza e raccoglimento” IL FARO di ALESSANDRIA significa “luce e guida” IL GIOVE OLIMPICO di Fidia significa “Dio” (Fidia nella sapienza greca era considerato uno dei più grandi dei della verità 490 a.c.) LE PIRAMIDI d’EGITTO simboleggiano “rivelazione e sapienza” In un periodo in cui la superstizione dominava, e le tenebre avvolgevano l’Umanità, nacquero 7 Grandi Iniziati come: KRISNA, il pianificatore della costituzione bramatici ERMETE,che diffuse il grido della Luce conosciuta nelle tenebre del Sepolcro AMOS,il liberatore dell’Egitto dopo 900 anni di dominazione Hicsos MOSE’,risvegliatore di anime ORFEO,rivelatore del Verbo-luce PITAGORA,il mistico dell’armonia e della libertà CRISTO,portatore di grazia e carità Il numero sette, come indicato ricorre spessissimo ed ha corrispondenze esatte nelle aree celtiche,indoiraniche,armeniche e greche,ed infine con qualche riferimento si trova anche in quella baltica,slava,albanese,ittica e germanica. Il sette è ritenuto una cifre magica come il tre e,secondo molti popoli antichi,è da considerarsi mistico o sacro. E’ numero di fermezza,venerabile per la creazione,simbolo dell’esistenza di Dio per essere indipendente e,contenendo poi il 3 ed il 4,ne raffigura col primo la Trinità e col secondo l’universitalità delle cose. Questo numero “sacro” compare anche nella letteratura ebraica;Enoch nel suo libro lo ricorda spesso dividendo la storia del mondo in diverse settimane,di cui sette sono consacrate al passato,ha la visione di sette montagne di pietre preziose e di un abisso di fuoco e di sette stelle incatenate alle estremità del cielo e della terra. Gli apocrifi, nel riportare la “dottrina sulla morte”, affermano che se l’uomo è di quelli che disprezza la legge dell’Altissimo ed odia i timorati di Dio,quando il suo spirito abbandonerà il corpo dovrà errare in preda a supplizi attraverso sette vie .I passi biblici in cui compare il numero 7 sono moltissimi,citandone alcuni come la legge che dice che ” sette volte maggiore sarà il castigo di chi ucciderà Caino” (Genesi);Dio ordinò a Noè di prendere 7 coppie maschio e femmina ed una sola degli animali immondi,poichè dopo sette giorni le acque del diluvio dovevano inondare la terra; e sette furono i pani che Gesù divise dando ordine ai suoi discepoli di distribuirli al popolo; e, a Pietro che gli chiedeva quante volte dovesse perdonare suo fratello rispose: “Non dico fino a sette,ma fino a settanta volte sette”. Molti riferimenti sul sette vengono ritrovati nell’Apocalisse di san Giovanni che descrive 7 angeli,7 ampolle,7 dragoni con 7 diademi,7 sigilli e 7 stelle.Si deve fare riferimento anche a Giosuè che girò sette giorni intorno alle mura di Gerico e che la città di Ecbatana era costruita con sette ordini di muraglia. Non vi sono dubbi che gli Ebrei hanno ereditato il simbolismo del settenario dalle antiche popolazioni mesopotamiche con cui furono a lungo in contatto . Fra i riti preislamici che si documentano nella Mecca,una cerimonia sacra prevedeva sette rapidi giri attorno alla Ka’bah legata alla “ùmra” e sette corse fra i due rilievi di Safa e di Marwa.Per i greci il simbolo del numero 7, come già evidenziato, richiama i 7 filosofi e i 7 pitagorici attribuendo ad esso un’idea di santità in stretto connubio alla cosmologia sacra. Non possono sfuggire i sette vizi capitali,i sette Sacramenti,i sette doni dello Spirito Santo ecc. I cieli rappresentati nella descrizione della cosmologia Tolemaica sono sette e sosteneva il sistema geocentrico con la Terra di forma sferica immobile al centro dell’universo in cui ruotano intorno ad essa in sfere concentriche: luna,Mercurio,Venere,Sole,Marte,Giove,Saturno,fino al 600 quando Copernico annuncia la teoria eliocentrica,secondo cui la terra e i pianeti ruotano intorno al sole.Lo stesso Dante Alighieri nella Divina Commedia scrive che la vita dell’anima è in rapporto all’universo e a tutto ciò che rappresenta; Carducci nella sua poesia “Davanti a San Guido” richiama più volte il 7;Beheetoven e Mozart con le sette note del pentagramma seppero trasformare e coniugare l’incantevole musica di suoni tra cielo e terra; Goethe affermava che “pensare è facile,agire è difficile, agire secondo pensiero è scomodo”. Nel credo cristiano le sette fiamme simboleggiano i sette spiriti di Dio inviati nel mondo per radunare le Nazioni in Cristo,ossia lo spirito che illuminerà il mondo con verità. Quando l’apostolo Giovanni sull’isola di Patmos ricevette la visione del Trono di Dio,vide innanzi a lui 7 lampade fiammeggianti che custodivano i sette Spiriti di Dio (AP 4:5). Essi sono lo “Spirito del Signore”,”lo Spirito della Saggezza”,lo “Spirito d’Intelligenza”,lo “Spirito di Consiglio”,lo “Spirito di Forza”,lo Spirito del Timore di Dio” e la conoscenza di Dio (Isaia 11:2).I sacerdoti che compivano il servizio nel Tabernacolo camminavano nella luce proveniente dalle sette fiamme che allegoricamente rappresentavano i sette Spiriti. Bisogna a tal fine evidenziare che esistono due tipi di luce, ovvero la “Sapienza” derivata dallo Spirito dell’uomo naturale che guida gli uomini di questo mondo,e lo “Spirito di Dio” che ci guida verso il Regno Divino. La luce generata dallo spirito carnale ci conduce nelle tenebre perché non conosce la verità in quanto vede solo le cose materialistiche e bestiali, invece la luce Divina ci conduce verso la gloriosa verità nel conoscere la profondità del disegno dell’Altissimo. Per questo Matteo (6:23) riporta quanto Gesù predicava:”..se la luce dentro di Noi sono le tenebre,siamo grandi quanto loro”. Proseguendo nel richiamare le fonti bibliche dobbiamo ricordare la bellissima lettera di San Paolo ai Corinzi che descrive i due tipi di luce come guida dell’Uomo. ( 1 Corinzi 2:11). Un particolare appunto merita il cerimoniale d’investitura del nostro Priorato del Tempio Hierosolimitano di Mik’Ael che prevede l’accensione del candelabro a 7 braccia in devozione all’eccelso del Patrono San Michele Arcangelo,inspirato al sacro nome del Cristo dove vengono esaltati alcuni simboli di luce: • Con l’accensione del candelabro a sette braccia vengono esaltate le sette luci delle virtù cavalleresche;tre Teologali FEDE-SPERANZA e CARITA’ e quattro Cardinali: PRUDENZA-GIUSTIZIA-FORTEZZA e TEMPERANZA. Le virtù sono “cardinali” in quanto sostegno dell’essere umano;le accomuniamo agli insegnamenti cristiani ritrovandole in epoche ancora più antiche, negli insegnamenti di Platone nel libro “Repubblica” e nel “De Invenzione” di Cicerone,il quale le definisce “abiti” poichè sono esterne al nostro modo di essere,e debbono venire conquistate ed acquisite. Lo stesso concetto viene riportato nel “Summa Theologiae” di San Tommaso d’Aquino; come lo stesso vescovo Durand Guillaume nel 1313 disse che le quattro virtù rappresentano le mura del Tempio di Dio. La storia riporta che lo Stato d’Israele ha scelto come suo stemma ufficiale il Candelabro riproducendolo come modello dalla raffigurazione presente sotto l’Arco di Tito a Roma. Il Candelabro a sette braccia,interamente costruito in oro, fu rubato dai romani* vincitori del Tempio di Gerusalemme nel 1° secolo d.C. Secondo voci, non sicure, è rimasto a Roma fino al saccheggio della città nel 455 d.C. e fu portato a Costantinopoli dove si persero le tracce della sua esistenza. Il simbolismo del Candelabro è legato al numero 7 , che nella tradizione cristiana rievoca i tanti racconti della Genesi e dell’Esodo come anche viene richiamata l’importanza degli aspetti filosofici ed esoterici di molte tradizioni ebraiche ed iniziatiche. * Tra i tanti cimeli storici che si potrebbero trovare nella tomba di Alarico, ce n'è uno più importante degli altri. Questo trofeo è il candelabro simbolo di una guerra condotta dai Romani in maniera particolarmente spietata, per far sapere a tutti qual'era la punizione per chi si ribellava al loro potere. Un trofeo prelevato a Gerusalemme nel tempio di Salomone prima che fosse distrutto. Il candelabro a sette braccia d'oro massiccio divenne il simbolo di questa campagna militare, ed è stato per questo rappresentato nell'arco di Tito. Quasi certamente, a causa del suo particolare valore simbolico, era ancora conservato a Roma nell'anno 410. E se è così, è probabile che sia stato trafugato dai Goti insieme agli altri tesori. E forse anche per questi barbari, già ampiamente romanizzati, il suo valore superava quello pur notevole dell'oro di cui era fatto, e potrebbe quindi essere finito anch'esso nella tomba. Naturalmente questa è solo un'ipotesi.

 

ANGELI E DEMONI
ATTUALITA' - Recensione del film "Angeli e demoni". "articolo tratto dall'agenzia "il movimento.eu" di Maurizio Navarra ( nella foto il M.M. Gran Cancelliere Maurizio Navarra con il M.M. Gran Cerimoniere Raffaele Sepe)
Ci credereste o no, questo è un film veramente divertente! Dan Brawn ci aveva già deliziato con una bellissima parodia della storia con il Codice da Vinci, del resto. Ottimi incassi, libro e film di cassetta a comprovare che la cultura, la cultura vera che non è facile prendere in giro facendo passare per vero ciò che vero non è, nella nostra epoca contemporanea, cosa riservata a pochi. Ma, come dicevano i venditori di una volta nei mercatini rionali “Venghino venghino signore e signori che qui si fanno affari d’oro!” Infatti affari d’oro, presumo, faranno l’autore, l’editore ed il produttore cinematografico. Eppure la cinematografia americana, quando vuole, ammannisce agli spettatori ricostruzioni storiche perfette ed ineccepibili come ad esempio quella del film “Salvate il soldato Ryan” dove financo le buffetterie e le armi dei soldati americani e tedeschi sembrano perfettamente autentiche. Qui, in questo film, errori ed orrori si accavallano l’uno sull’altro come in una gara all’ottenimento del peggio e l’approssimazione delle ricostruzioni gareggia con l’esilità della trama. Provare per credere. Una chicca divertente: a Piazza S. Pietro forze di polizia italiane intervengono in ordine pubblico indossando l’elmetto “Friz” ed una assolutamente improbabile tenuta da combattimento, c’è un Camerlengo che non è, a giudicare dall’abito, neppure un semplice Monsignore, c’è una Piazza S. Pietro che non è Piazza S. Pietro, c’è la Gendarmeria Vaticana che scorrazza armata, forse insieme a guardie svizzere in borghese, per la città coprendo in tempi risibili distanze sesquipedali ed impegnandosi addirittura in un conflitto a fuoco ed altre amenità ancora che invito chi va a vedere questo film, chiaramente umoristico, a contare e catalogare. Il dollaro è il dollaro, si sa. Ha il suo peso e la sua importanza e così, sulla forza del dollaro, un ottimo cast di attori (tra i quali Tom Hanks), cerca fino all’ultimo di sostenere il film per lo meno offrendo una recitazione all’altezza: è, forse, l’unico elemento che compensa lo spettatore del costo del biglietto. La storia è, sembra impossibile ma è così, ancora più improbabile di quella del Codice da Vinci e taglia giù con la grazia di un’accetta Vaticano e Cardinali per poi ricomporli in modo raffazzonato, come chi affronta un puzzle incastrando i pezzi tra loro con la forza delle martellate. Io, però, mi sono commosso ed ho corso il rischio di scoppiare in un pianto disperato: all’uscita del film nessuno, proprio nessuno, rideva di gusto anzi riteneva di avere visto un bel film, perfino. O tempora, o mores! Un particolare che non deve sfuggire. Non mi sono mosso dalla mia (comoda!) poltrona e sono rimasto seduto fino alla lettura dei titoli di coda. Mi chiedete il perché? Ma è semplice, elementare Watson, l’aria condizionata era regolata benissimo ed ho goduto di un paio d’ore buone di vacanza dalla calura di questi giorni!! Maurizio Navarra

 

CULTURA E RELIGIONE
Il Sommo Poeta Dante e il Profeta Maometto a confronto tra cultura e religione a cura del Nob. Fr. Vincenzo Felice Mirizio Commendatore della Commenda San Giovanni Battista terra del Salento - nella foto
Il medioevo, differentemente da quanto crediamo, rappresenta un periodo fulgido dal punto di vista spirituale,alchemico ed allegorico, contrariamente a quanto più volte evidenziato nei vari testi con il termine “buio”. Nel corso di questi secoli in Europa,si ebbe la presenza dei più grandi Santi richiamandone un periodo di elevato misticismo. Tre aspetti non possono sfuggire:ossia la nascita dell’Ordine del Tempio dell’arte gotica e nel campo della letteratura i Fedeli d’Amore, di cui Dante era un celebre poeta. Questi aspetti sono saldamente collegati tra loro,in quanto racchiudono un principio fondamentale, cioè la conoscenza delle leggi che governano l’Uomo e l’Universo favorendone lo sviluppo dello spirito cristiano nel renderlo estraneo al materialismo terreno,Chiesa compresa. La storia “ufficiale” ci riporta nel 1118, quando nove cavalieri francesi si recano in Terrasanta con lo scopo preciso di proteggere i pellegrini dagli infedeli. La loro istituzione, nei luoghi che videro la passione del Cristo, determinò la nascita dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio che presero alloggio in Gerusalemme nelle rovine del Tempio di Salomone. I cavalieri in realtà vennero a conoscenza di importanti verità esoteriche contenute nei testi sacri e nella Cabalah,condizione che generò l’essenza sapienzale occidentale. Il trasferimento in Europa delle conoscenze acquisite gettò le basi della conoscenza esoterica. L’arte gotica divenne un modo per esprimere delle verità senza farsi comprendere,essa nacque gradualmente rispetto alle precedenti ma custodiva una conoscenza superiore, ove i menestrelli,erano degli Iniziati e attraversando l’Europa e cantando storie cavalleresche, trasferivano il loro insegnamenti ermetici ed erano tenuti in grandissima considerazione nelle corti europee medioevali. I membri che confluivano nella setta templare dei Fedeli d’Amore,erano affascinanti dallo splendore letterario ed erano Uomini di grandi capacità intellettuali e filosofiche di cui Dante era il maggiore esponente con le sue opere che celano allegoricamente la dominanza dell’oro filosofale. L’alchimia rappresentava il punto cardine di tutto il medioevo.I grandi filosofi del medioevo (Pitagora,Aristotele,Platone ecc) trasmettevano con i loro insegnamenti la costruzione della pietra filosofale perché profondi conoscitori delle leggi cosmiche capaci di rendere l’Uomo perfetto.Nei secoli del medioevo la filosofia era al servizio della Chiesa con il compito di chiarificare i “dogmi”già accettati dagli ecclesiasti, come San Tommaso d’Aquino.Egli richiamò alcuni testi aristotelici riadattandoli in alcuni aspetti al fine di richiamare la Chiesa verso i principi della spiritualità allontanandola dai poteri politici e temporali. La scolastica questa nuova dottrina basata sugli insegnamenti di Aristotele, viene riportata nel canto IV verso 131 dell’Inferno :” Il Maestro di color che sanna seder tra filosofica famiglia” di cui Dante deve la sua fioritura culturale riportandolo anche nelle altre sue opere. Il sommo poeta, nella concezione cosmologica della Divina Commedia, descrive l’universo con i quattro elementi che compongono il mondo sublime aristotelico:acqua,aria,terra,fuoco.La terra immobile ruota in una sfera infuocata che conduce all’Empireo e viene suddivisa in emisfero borale ove troviamo l’acqua e quello australe con la presenza delle terre emerse,tra cui Gerusalemme simbolo della cristianità,sotto cui si apre la voragine dell’inferno.Il mirabile filosofo descriveva i vari cieli,oggi pianeti, dei luoghi in cui Dante annoverava le schiere dei Beati, il vero Paradiso sede della Candida Rosa,i cori celesti ed infine Dio.La teoria utilizzata da Dante è riconducibile a quella tolemaico-aristotelica in cui fa un netto riferimento alla centralità dell’Uomo rispetto alla terra. L’opera dantesca viene spesso relazionata, nel contesto storico del medioevo latino europeo ed orientale,come riportato nei riferimenti dallo studioso spagnolo,sacerdote e arabista Miguel Asìn Palacios (1871/1944) nel testo “La escatologia musulmana en la Divina Commedia pubblicato nel 1919 e mai uscito in Italia. Nel libro si evidenziano le moltissime leggende islamiche (in arabo habit) fornite dalla lettura del Corano nel verso della Sura XVII,1 risalente ai secoli VIII e il XIII rintracciabili nella geometria dantesca. Dall’interpretazione del versetto indicato viene fatto riferimento alla venerazione del mondo islamico verso il “MI’RAJ”,ossia l’ascensione celeste compiuta da Maometto a cavallo di un destriero sotto la guida dell’arcangelo Gabriele nell’inferno (in arabo ISRA che significa viaggio notturno) e in Paradiso (ovvero Mi’Raj che significa ascensione) .Il Profeta ha la visione dell’abisso infernale e la salita nei sette cieli tramite una raggiante scala dorata che gli permetterà l’intercessione con Dio di cui di seguito viene riportato una breve esposizione: “una notte Maometto viene svegliato dall’Angelo Jibrial e portato a Gerusalemme cavallo della giumenta Buraq.Entra nel tempio e vede una scala con pietre preziose,vi sale sopra e durante l’ascesa incontra gli angeli guardiani dai quali riceve le prime rivelazioni sull’Aldilà.Poi attraversa i sette cieli e v ede i Profeti che l’hanno preceduto:Giovanni e Gesù,Giuseppe,Enoc ed Elia,Aronne,Mosè,AbramoAdamo. Quindi, assieme a Jabril sale nell’Ottavo cielo ed entra in Paradiso dove ha modo di vedere le schiere dei Cherubini,il Trono divino sorretto dal Tetramorfo e la tavala con i nomi degli esseri che nascono e muoiono.Quindi entra nei giardini delle delizie e incontra le Huri,splendide fanciulle promesse a coloro che in vita hanno rispettato la Legge divina;vede alberi carichi di frutta e fiumi;assieme all’Angelo Ridwan visita palazzi di cristallo adorni di pietre preziose;incontra la comunità dei beati e riceve le rilevazioni sul giudizio finale. Sono evidenti le molteplici somiglianze con le tappe celesti del viaggio dantesco”. In altre versioni viene descritto al Profeta i sette piani dell’Inferno in cui vengono minuziosamente elencate le categorie dei dannati e i diversi supplizi riservati ai destinatori.La stessa forma ad imbuto dell’inferno che sprofonda fino al centro della terra, così come la legge del contrappasso che ne determina la punizione dei dannati, stabilisce delle somiglianze con l’inferno dantesco. Il nome del testo, che riporta l’ascensione di Maometto, viene tradotto in italiano come il “libro della Scala” in cui si riporta le rilevazione del Profeta al mondo islamico. L’elemento importante che collega il viaggio di Maometto a Dante è la descrizione delle reazioni emotive del Profeta innanzi alla Luce divina,descritta come l’incapacità nelle descrizioni della visione di Dio,aspetti molto simili riportatati nella commedia. Questa rimarchevole evidenza viene commentata all’inizio del viaggio ultra terreno da Dante in una confessione a Virgilio sentendosi indegno per l’opera scritta poiché prima di lui grandi Uomini compirono tale impresa come Enea e san Paolo. L’architettura dell’inferno dantesco è improntata su quella dell’inferno musulmano. La sfera celeste attraverso cui Dante compie il suo viaggio è analoga a quella riportata nella tradizione islamica:nei nove cieli sono disposti secondo i loro meriti le anime dei Beati per terminare nell’Empireo. In particolar modo viene dato risalto come Beatrice si ritira innanzi a San Bernardo che guida il sommo poeta nelle ultime tappe celesti,così Jibrail (Gabriele) abbandona Maometto innanzi al Trono Divino perché attratto da una ghirlanda luminosa. Dante fu costretto a modificare la struttura cosmologica del paradiso per i gravi fatti che sconvolsero la vita spirituale e politica del tempo,come la soppressione dei Cavalieri Templari in quanto la cavalleria occidentale era il collegamento con l’Oriente e proprio grazie a loro fu possibile diffondere l’enorme conoscenza scientifica trasmessa dagli arabi in Europa nel campo della matematica,astronomia,medicina senza dimenticare l’influenza il tal senso esercitata dalla Spagna che in quel periodo era sotto il dominio musulmano Si ipotizza come la letteratura araba in Italia conobbe nel 200 nella Corte di Palermo, per mezzo di Federico II°, un importante sviluppo, in quanto al suo comando vi erano milizie arabe che contribuirono nella traduzione latina dei trattati di Averroè e di Aristotele,riportando l’arricchimento perpetuato dal commercio con le città orientali del mediterraneo dalle Repubbliche marinare. A sostegno dell’influsso della cultura orientale, avuto sull’occidente, viene resa la testimonianza di Già Ottone di Fresinga (1111-1158),monaco cistercense che scrisse:”ogni potere e ogni sapere hanno avuto inizio in Oriente,ma vengono a finire in Occidente,manifestando così la caducità e la decadenza di tutto ciò che è umano”. Lo scisma tra cattolici e ortodossi creò una rottura in questo scambio di rivitalizzazione, proveniente dall’oriente, generando la trasformazione geografica della sacralità del tempio.Molti ricercatori non riescono a coniugare quanto riportato nell’opera dantesca dall’influenza islamica in un contesto puramente cattolico che, pur senza entrare in contrasto, sono in piena sintonia.Dante riteneva l’islam come una religione rilevata dallo stesso Dio,come riferito nel testo di Palacions soprattutto sul piano escatologico,avendo in concordanza, tra viaggio dantesco e cultura islamica, molteplici stadi come l’unione con Dio, avendo lo stesso punto di partenza:Gerusalemme. Questo differenzia il viaggio del sommo poeta rispetto a quello riportato nella tradizione greco-romana (es.Enea cominicia il suo viaggio nel Lazio,perché all’epoca Roma era il centro spirituale). Nel XIII° secolo si intensificarono i rapporti tra il Cristianesimo e l’Islam a causa della forte espansione della Sicilia e Castiglia in Spagna, sede della scuola dei traduttori di Toledo. Questa espansione ha avuto la giusta diffusione grazie a due uomini politici,legati entrambi alla cultura islamica:Federico II° (già evidenziato) ,e Lean Alfonso X il Savio. Nulla curia del Re di Sicilia lavoravano molti cultori di scienza araba,tra cui Leonardo Fibonacci (matematico), che divulgò le cifre numeriche indo-arabe e si intensificarono in questo periodo le traduzioni di molti testi arabi tra cui il Corano .La traslazione del Libro della Scala dall’arabo in latino permise a Dante di conoscere prima della composizione della Commedia la struttura del mondo .In tale lasso di tempo viene dato grande risalto per le sue virtù nell’arte della guerra al Sultano d’Egitto Saladino. Il punto relativo alla questione della “tolleranza religiosa”in letteratura antica è stata sempre un’orditura di profondi dissenzi,nate dai classici come la Divina Commedia e la Gerusalemme Liberata di Tasso. La composizione poetica riporta il tema della lotta fra cristiani e musulmani mescolando vari elementi quali avventura,storia e religione.Nell’opera la verità ideale che prospetta l’etica cristiana racchiude la critica del mondo islamico ,come lo stesso Dante raccoglie nei due versi del poema, il concepimento del volere di Dio, come la distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani, e la nemesi riservata agli Ebrei per la crocefissione di Gesù (Purgatorio XXI versi 82-84 / Paradiso VI verso 91-93). I principali ammonimenti del sommo poeta al mondo musulmano si trovano nel canto XXVIII dell’Inferno,ove il Maometto fondatore della religione islamica e suo genero Alì Ebn Abi Talid ideatore della setta che si divise dall’ortodossia araba, vengono confinati nella IX bolgia ove sono posti i “seminator di scandalo e di scisma”ossia gli eretici generatori della divisione religiosa dei popoli. La punizione riservata al Profeta e ad Alì viene descritta nel verso 22-31 del canto su indicato che riporta quanto segue: Già veggia,per mezzalun perdere o lulla Com’io vidi un,cosi si pertugia, rotto dal mento infin dove si trulla: tra le gambe pendevan le minugia; la corata pareva e ‘l tristo socco che merda fa di quel che si trangugia “dolente strada” questa orribile descrizione racconta che Maometto appare interamente sviscerato e ridotto come una botte (veggia) e durante l’incontro con il sommo poeta egli gli indica suo genero Alì mutilato: Dinanzi a me se ne va piangendo Alì Fesso nel volto dal mento al ciuffetto. E tutti lì altri che tu vedi qui Seminator di scandolo e di scisma Fur vivi e però sono fessi così Dante come richiesto dal Profeta osserva suo genero che appare squartato in due dal mento alla fronte .Lo stesso spiega al sommo poeta che i dannati destinati in quella bolgia devono percorrere una “dolente strada” che rimargina le ferite fino a quando il demone armato ricompare di spada sottoponendogli nuovamente all’atroce patimento,riportato nel canto XXVIII verso 34-40: quand’avem volta la dolent strada; però che le ferite son chiuse prima ch’altri dinanza li rivanda Questa descrizione nel poema dantesco viene ritratta nel dipinto realizzato da Giovanni da Modena nella cappella del Bolognini della Chiesa di S.Petronio a Bologna riproducendone la punizione riservatagli nell’inferno. La stampa nazionale ha sempre riportato una veduta d’insieme dell’affresco, portando il lettore a identificare Maometto con la figura dominante sulla parete. Un mostruoso essere dalle sembianze animali, peloso e intento a triturare due uomini con le sue bocche, con due facce di cui una all’altezza della vita. Maometto occupa una piccola porzione dell’affresco in alto a sinistra . Dante Alighieri,nel suo viaggio nel limbo dell’Inferno, è guidato da Virgilio incontrando uomini di grande fama vissuti fuori dalla cristianità,tra cui i patriarchi d’Israele,i poeti Omero, ed Ovidio. Secondo la credenza medioevale precisata da S.Tommaso d’Aquino le anime dei giusti non cristiani scese nel limbo, dopo la liberazione voluta dal Divino, attenderanno il giudizio finale prima di risalire al cielo redente.La presenza dei “nemici musulmani”nel luogo di redenzione non vuole rappresentare una “apertura” verso l’Islam,ma un segno di rispetto verso coloro che hanno vissuto secondo autentici valori. Tra questi personaggi del medioevo compare Saladino per la reverenza avuta verso i cristiani. Nel limbo infernale vengono relegati anche due filosofi musulmani: Avicenna e Averroè (inferno IV verso 143/144) Ipocrite,Avicenna e Galieno, Averois,che ‘l gran coment feo Avicenna,molto noto in occidente per i suoi testi a carattere medico –filosofico: il Canone e il Libro della Guarigione.Il Canone tradotto in occidente nel XI secolo resta fino al XVI° secolo il fulcro della facoltà di medicina, mentre il Libro della Guarigione costituisce la summa filosofica dell’aristotelismo con innumerevoli risvolti nel mondo musulmano e latino.Il pensiero filosofico di Avicenna viene accettato da Dante per l’intercessione di S.Tommaso d’Aquino, che ne elimina ogni idea emanatista (Convivio II°,IV-VI).Si devono a lui i soavi commenti delle opere di Aristotele, che nel mondo occidentale latino, gli conferirono il titolo di “Grande Commentatore”.Nel mondo arabo l’averroismo fu molto limitato contrariamente al mondo cristiano dove ebbe una grande divulgazione.Dante ne apprezza il pensiero filosofico di entrambi pur considerando la dovuta differenza intellettuale e dottrinale. L’eroismo di Saladino,il cui nome significa “integrità della religione” (IV canto dell’Inferno verso 126-129) , viene ricordato per la sua liberalità: vidi quel bruto che caccio Tarquinio Lucrezia,Julia,Marzia e Caniglia E solo,in parte,vidi ‘l Saladino Saladino viene presentato nel canto isolato da tutti gli altri eroi del medioevo, dove sono relegati le anime non battezzate e gli spiriti magni come Cesare ed Orazio. L’altissimo poeta apprezza le abilità di grande condottiero che nella battaglia di Hattin sbaragliò l’esercito franco per raggiungere la città di Gerusalemme dimostrando la grande magnanimità verso i cristiani liberandoli in cambio di una somma di denaro (30000 dinar).Questo gesto in quel periodo ebbe una grande risonanza tenuto conto della ferocia e crudele mano degli infedeli che veniva riservata ai cristiani presenti in Terrasanta. Nel canto XV verso 139-148 del Paradiso,il sommo poeta incontra nel cielo di Marte il trisavolo Cacciaguida,ove gli racconta di essere stato nominato cavaliere dall’imperatore Corrado III° nella seconda crociata dove fu ucciso per mano degli infedeli e ove giudica l’islam. Poi seguitai lo mperator Currado; ed el mi cinse della sua milizia, tanto per bene ovran li venni in grado. Dietro legge che il polo usurpa Per colpa de’ pastor,vostra giustizia. Quivi fù io da quella gente turpa Disviluppato dal mondo fallace. Lo cui amor molt’anime deturpa; e venni dal martirio a questa pace. Egli è stato progenitore di Dante, colui che diede il nome alla casata degli Alighieri che descrive la pace e la sobrietà che viveva Firenze antica. Nel discorso tra Dante e lo spirito guida si evidenza il giudizio dato sull’islam, per essere stati usurpatori della Terrasanta per colpa di papi corrotti (de’ pastor) .Narra poi di essere stato battezzato in San Giovanni e di aver avuto come fratelli Moronto ed Eliseo e come moglie una donna della valle del Po. Per il suo martirio durante la crociata meritò la beatitudine eterna. Il dialogo tra cristiani e musulmani ha avuto differenti periodi,un periodo compreso dal VII al IX secolo,caratterizzato dal dialogo teologico, e il XII secolo da scambi scientifici in tutti campi dalla matematica alla medicina. Dialogo non significa soltanto una pacifica convivenza, ma capacità di interloquire con le comunità cristiane soprattutto arabofone. Esse furono molto attive nel tradurre,tramite l’aramaico,la filosofia greca in arabo e garantirono gli sviluppi della prestigiosa filosofia musulmana per raggiungere l’apice nel basso medioevo. La controversia tra i popoli cristiani e islamici andò subito al centro del problema della “falfasa” nel dirimere la differenza tra le due religioni e la convivenza soprattutto sui temi della Trinità e dell’Incarnazione di Gesù.L’astio evidenziato dal Sommo poeta verso Maometto si fonda sui costumi dell’epoca,perché nel medioevo chiunque non fosse cristiano era punito dalla Santa Inquisizione come eretico, e ci troviamo nel periodo della “Deus Vult” dettato dalla Chiesa contro l’invasione degli infedeli nella Terrasanta. Tale condizione non poteva trovare in Dante una diversa collocazione,in quanto la cristianità occidentale non conosceva la dottrina teologica dell’islam e pertanto veniva considerata nemica della cristianità. La storia è maestra ,anche se inascoltata, quando ci riporta la storia della Spagna nella tormentata presenza dell’Andalusia musulmana fino alla conquista da parte dei “re cattolici” che testimoniavano come la religione era un pagliativo per offuscare inconfessabili ipocrisie. La storia di Federico II°, come dietro riportata,nell’Italia del Sud determinò una illuminata intesa tra le due religioni al fine di diffondere un proponimento scientifico e culturale. La storia evoca periodi molto influenti tra i due mondi che resero molto fecondi le reciproche influenze.I tanti compromessi politici ed economici e gli interessi di denaro e di potere divenne un chiaro esempio ambiguo ,basti pensare alla potenza della Repubblica di Venezia creatasi, e divenuta una grande potestà marittima sul mediterraneo, grazie al commercio instaurato con i sultani del “dar al islam” (Genova lo fu di meno) contravvenendo agli appelli che gli costò la scomunica nella IV crociata da parte del papa Innocenzo III°. Le date simboliche dei rapporti tra Islam e Cristianesimo e le relative battaglie : • 732 :battaglia di Poitiers fine della conquista araba musulmana provenienti dalla Spagna. • 1099 : conquista della Terra Santa da parte delle crociate,1187 battaglia di Hattin -Saladino- sconfigge l’esercito crociato e termina il Regno latino.La fine è rappresentata dalla caduta in mano musulmana dei San Giovanni d’Acri. • 1453: caduta di Costantinopoli e fine dell’impero romano d’oriente a opera dei Turchi • 1492:conquista di Granata con espulsione musulmana dalla Spagna • 1547 - 7 ottobre:battaglia di Lepanto vittoria da parte cristiana simbolica per l’unione della cristianità per i riflessi soprattutto commerciali nell’area di mediterraneo orientale. • 1683:battaglia di Vienna e sconfitta dei Turchi,vede la fine della paura europea sulla minaccia musulmana. L’epoca dell’umanesimo e del rinascimento segna l’apparizione sulla scena dell’islam dei Turchi e il progressivo allontanamento occidentale dalla filosofia scolastica che aveva dimostrato il “dogma” nel dare una base filosofica alle norme cristiane. Senza dubbio la storia,l’arte gotica,la letteratura e la filosofia medioevale hanno da sempre creato un grande movimento tra oriente ed occidente divulgandone la “sapienza della conoscenza” che rinveniamo in Europa. Le profonde radici che affascinarono quel grande periodo medioevale, erroneamente etichettato come “buio”, diedero alla luce quella svolta nel ricercare la pietra filosofale per trasformare la materialità in spirito morale limpido e puro. Occorre rileggere con attenzione gli indizi che Dante rievoca nel suo poema perché si intravede una conoscenza del mondo islamico pervenutagli dai testi tradotti dagli arabi che permisero la diffusione scientifico-filosofica –religiosa in Europa . La descrizione di Maometto nell’inferno dantesco è stata recepita dal mondo islamico come offensiva nei confronti della loro cultura religiosa,per questo motivo nella traduzione di Hassan Osman sono stati eliminati i versi dal 22 al 63 del XXVIII canto poiché esprimevano un giudizio negativo del sommo poeta al profeta.La presenza del profeta viene rinvenuta anche nel Purgatorio dove assume le sembianze di un drago che rappresenta la decadenza della Chiesa riconoscendolo uno scismatico per il suo credo religioso. -sommaria descrizione dell’arrivo in Europa degli Arabi- Gli europei videro giungere sul continente gli arabi-musulmani nel 710 d.C. Il loro arrivo fu favorito dallo “Stretto di Gibilterra”, che deriva dalla denominazione araba “La Montagna di Tariq” nome del primo musulmano che approdò in Europa. La loro presenza nella penisola Iberica si protrasse per 800 anni. I mercanti arabi portarono la conoscenza filosofica del vivere il lusso con materiali tessili (lana e lino pregiato),ceramiche in cristallo,legno intarsiato con avorio e madreperla. Anche nel campo musicale si conobbero delle novità con la comparsa di nuovi strumenti musicali come i flauti e il liuto che accompagnavano cantatori e menestrelli. La rivoluzione nel campo matematico, come già scritto,conobbe il Signor “Algoritmo” astronomo e geografo che creò l’algebra e il sistema decimale. L’astronomia era una scienza importante per gli arabi per gli aspetti religiosi quali la direzione della Mecca ,l’orario diurno solare e il mese lunare raggiungendo nell’islam un perfezionamento incontrastabile. L’altra porta che permise agli arabi di entrare in Europa fu la Sicilia ove si stabilirono fino al 1091 (grazie al tradimento dell’ambasciatore Eugenio da Messina) quando i Normanni li sconfissero militarmente,permisero nonostante la sconfitta,un’integrazione delle due culture. La terra sicula conobbe un periodo di pace e prosperità,in quanto venne inserita in un’area ricca del mondo islamico forte culturalmente ed economicamente. Religiosamente la Sicilia fu islamizzata al 50% ed in cristiani rimasti erano protetti nella condizione del “DHIMMI” che prevedeva il pagamento di una tassa in cambio della tolleranza araba. Dopo la scomparsa di Maometto (632),la guerra santa contro i“nemici dell’islam”, da lui indicata nell’insegnamento coranico, determinò violente pulsioni di odio diffusosi fuori dall’Arabia,interessando tutto il mediterraneo.Capita spesso di leggere che il Jihad “Guerra Santa”è uno dei principi,dei fondamenti dell’islam e generalmente si ritiene che la “Guerra Santa” sia appunto un obbligo,un dovere,per tutti i musulmani contravvenendo a ciò che riporta il corano: “Non vi sia costrizione in fatto di religione” (II,256)e dunque addirittura il musulmano è tenuto a proteggere chi professa altre religioni. E tutto trova una profonda giustificazione nel Corano: “Se il tuo Signore avesse avuto,avrebbe fatto di tutti gli uomini una sola comunità” (XI 118) Nonostante ciò un grave massacro si verificò nel 652 nella Città di Siracusa come propaggine della caduta dell’impero Bizantino,divenendo poi una meta degli attacchi dei predoni maomettani. Dopo la caduta di Cartagine e l’occupazione di Pantelleria (700) la furia violenta dei musulmani si intensificò.La conquista della terra Sicula per mano degli Arabi divenne un bersaglio rilevante,perché sottraendo ai Bizantini le basi navali nel mediterraneo assumevano il controllo indisturbato del traffico navale centro-occidentale. L’espansione musulmana volse verso l’Italia continentale ma erano divisi dallo stretto di Messina che fu ovviato dall’Adriatico dirigendosi verso Ancona e successivamente decretando la nascita di due emirati di Taranto e Bari (847/871). I Fatimiti (dinastia araba sciita, fondata alla fine del sec. IX da Ubayd Allah, proclamatosi Califfo discendente da Fatima, e intitolatosi al-Mahdi il ben diretto) delegarono, i Kalbiti (dinastia di emiri musulmani che governarono la Sicilia dal 948 al 1040 dipendenti dai Fatimiti, ebbero in realtà una grande autonomia) per assumere la regnanza in Sicilia determinando periodi di discordie,rivolte di palazzo e delitti di stato e la conseguente comparsa dei primi Signori locali e furono sempre sotto la costante minaccia d’invasione Bizantina. Nel corso del medioevo la relazione tra Europa cattolica e il mondo musulmano si mantenne in equilibrio in quanto nessuno dei due riuscì a sottomettere l’altro,questo periodo storico subì una grave tensione quando gli occidentali intrapresero le crociate per liberare la Terrasanta,pur lasciando incondizionati gli scambi culturali, come cita McManners nel libro “La storia illustrata del Cristianesimo”: “alla vigila delle conquiste musulmane,quando l’islam acquisì molto di più dal cristianesimo,questo si chiuse completamente all’islam;in seguito poi alla controffensiva cristiana,quando la cristianità apri i suoi orizzonti all’islam,fu il mondo musulmano a voltare le spalle al cristianesimo” . Nell’Alto medioevo la presenza degli islamici determinò una netta superiorità culturale diffondendo in Europa una grande conoscenza ottenendo cosi un ruolo importante in campo scientifico e tecnologico ed alchemico situazione molto enfatizzata da Montgomery nel suo libro “L’Islam e l’Europa medioevale”. Tutto questo ha contribuito positivamente alla nascita di un linguaggio alchemico in Europa come alcool e alambicco o amministrativo come ad es. arsenale e dogana,varcando la soglia dei confini della cultura greca tramite la traduzione araba dei vari testi, come ad esempio Michele Scotto (astronomo,filosofo scozzese,visse a lungo nella corte di Federico II° gli furono attribuite molte profezie) che tradusse in latino le opere Aristoteliche di Biologia e collocato da Dante nella IV bolgia del XX canto dell’Inferno verso 116: Quell’altro che né fiaschi è così poco, Michele Scotto fu,che veramente de le magiche frode seppe ‘l gioco. IV° Bolgia Il penitente (Scotto) sarà costretto a camminare con il capo ruotato all’indietro in silenzio perché con le sue profezie volle rilevare il futuro, e viene catalogato nella bolgia dei maghi e degli indovini. Il pensiero greco trasmesso grazie alla presenza musulmana in occidente implementò la filosofia cristiana senza mai migliorare i rapporti di dialogo tra le due culture,ma occorre puntualizzare che un vero incontro tra loro si determinò nei domini arabi di Spagna e Sicilia,dove cultori,filosofi,letterati si poterono incontrare per dialogare e diffondere le conoscenze acquisite grazie alle traduzioni e lo scambio intellettuale. Maometto,come Gesù,Buddha fu una coscienza Cristica che,come i profeti di ogni tempo,portò sulla terra il Divino messaggio,trasformato dal diabolico pensiero umano che determinò lo sterminio ed un crescente allentamento degli Uomini dalle fonti del vero bene. Secondo leggende medioevali, un Cardinale aspirante al papato per la delusione della sua non elezione, determinò l’inizio dello scisma fomentando un distorcimento ideologico dell’islam condizione non voluta dal Profeta. Alcuni letterati commentano il verso 27 del canto XXVIII° dell’Inferno: “La corata (cuore,polmoni) pareva e ‘l tristo sacco (stomaco)” con la seguente interpretazione ed ossia che il Profeta si ritrova nell’inferno dantesco mostrando agli Uomini il corpo squartato come segno della verità “squartata” profetizzata al mondo. Per tale patimento mostra la corata ossia il cuore, come Cristo si mostra in tutte le sue apparizioni vangeliche sanguinante e trafitto. Gli occidentali per la fede erano spinti a credere che Dio,cercasse tramite la battaglia, la sconfitta degli infedeli con il definitivo ritorno della Città Santa di Gerusalemme sotto il dominio della Chiesa di Roma…ma sappiamo che molte vicende terrene per interesse trasformarono questo volere se mai Dio lo avesse richiesto… Nelle parole del templare Ricaut Bonomel riferite alla perdita del castello di Arsuf (III° crociata 7 settembre 1191) scrive: “…è dunque,davvero folle combattere i Turchi,ora che Gesù Cristo ha smesso di contrastare…ogni giorno ci impongono nuove sconfitte perché Dio che un tempo vegliava su di Noi,si è adesso addormentato,e Maometto pone la sua potenza al servizio del Sultano…” La diffusione della cultura semitica fu agevolata dall’università di Siviglia ove tra le opere di carattere scientifico-letterario venne tradotta “l’Historia Arabum” contenente le leggende del viaggio ultraterreno di Maometto in Paradiso (miraj).Brunetto Latini che fu uno dei maestri di Dante,trascorse nella corte del Re Alfonso X° in veste di ambasciatore una lunga carriera dilplomatica scrivendo in quel periodo il “Tesoro” nel quale viene riportata una biografia del Profeta,ove la Spagna conquistata dai musulmani passò sotto il dominio del Re Alfonso diffondendo la cultura greco-araba.La stessa cultura fiorentina venne influenzata dall’invasione a Sud dagli Arabi come le tante similitudini comparse tra la Divina Commedia e il Libro della Scala I rapporti tra Dante e la cultura islamica arricchiscono la nostra conoscenza facendoci ritrovare le radici del passato sapienzale trasferito in Occidente dagli arabi i quali diffusero la tecnologia scientifica del sapere di un mondo nuovo, che diede origine alla rivoluzione culturale nel profondo medioevo, lasciando a tutt’oggi segni tangibili della loro importante presenza. Il rispetto per l’islam, sulla base del versetto coranico XVII-1, rivelò l’ascensione celeste compiuta dal Profeta Maometto trasferendola al suo popolo. Tutto ciò non può che rappresentare un corretto principio di rispetto e di fratellanza tra i popoli, pur dovendo considerare le principali verità che la religione cristiana dovrebbe custodire, come trascritto nelle sacre scritture: Unità – Trinità di Dio – Rivelazioni del Vangelo come riporta la lettera di San Giovanni 5,20 “…il figlio di Dio è venuto e ci ha illuminato per conoscere il vero Dio”. Ringrazio mia moglie Giò per la Sua pazienza e la bontà che racchiude nel suo cuore.

 

DALLA TERRA DEL SALENTO
“E in cielo fu battaglia:Michele e i suoi angeli combattevano con drago. E il drago combatteva,e gli angeli suoi,ma non vinsero,e non si trovò più luogo per essi nel cielo.E fu precipitato giù il gran drago,il serpente antico,quel che si chiamava Diavolo o Satana,quello che fuorvia l’intero mondo; fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati i suoi angeli. Udii una voce grande nel cielo,e diceva:”Ora è giunta la salvezza e il potere del Dio nostro e la potestà del suo Cristo….” Apocalisse 12,7 San Mik'ael protettore del PTHM A CURA DEL COMMENDATORE DELLA COMMENDA S.G. BATTISTA TERRA DEL SALENTO Nob. Fr. Vincenzo Felice Mirizio
Il nome Michele è composto da tre parti: Mi Kha El e significa “Chi come Dio?”.Il nome di San Michele appare tre volte nell’antico Testamento,in particolare nel libro di Daniele (Dn 10,13.21;12,1),indicato come il difensore del popolo ebraico e dei deboli e dei perseguitati.Egli viene riportato anche una volta nel vangelo di Giuda e nell’Apocalisse di San Giovanni Evangelista venendo considerato il capo estremo dell’esercito celeste attribuendogli il titolo di “Arcangelo” lo stesso viene riservato a Gabriele e Raffaele mentre Uriele non gode di un culto proprio. Dalla Sacra Scrittura viene evidenziata la figura di San Michele Arcangelo come rivendicatore della gloria di Dio contro gli angeli ribelli,ed è protettore della Chiesa come lo era stato nell’antica alleanza in Israele continuando nella sua missione contro il male per la vittoria su Satana.La venerazione dell’Arcangelo nacque in Oriente come eredità della Sinagoga e si sostituì frequentemente a culti pagani, invece in Occidente si diffuse sotto l’influenza Bizantina. Nel nuovo Testamento è rappresentato come il vincitore dell’ultima battaglia contro il demonio e i suoi sostenitori, e viene riconosciuto anche come guida delle anime al cielo,funzione evidenziata nella liturgia romana. La tradizione attribuisce a San Michele anche il compito dell’aggravio delle anime dopo la morte. Nelle sue rappresentazioni oltre alla spada,l’Arcangelo porta con se una bilancia e nei primi secoli del cristianesimo presso i Bizantini era venerato come il medico celeste contro le infermità,invece nella liturgia del Concilio di Trento si offriva l’inceso per intercessione a San Michele posto alla destra dell’altare. Il sommo poeta Dante Alighieri, nella sua “divina” pone il demonio in fondo all’inferno,sprofondato a testa in giù al centro della terra,la quale si era ritirata nel suo cadere provocandone il grande catere descritto nella geometria dantesca. Il culto del santo che nel mondo pagano equivaleva ad una grande divinità,come detto sopra in Oriente ebbe una grande diffusione, prova ne è la vestigia delle chiese,santuari,monasteri eretti in suo onore;nel secolo IX solo a Costantinopoli capitale Bizantina se ne contavano 15. Il fiume egiziano Nilo fu sottoposto sotto la sua protezione come la chiesa funeraria del Cremlino. In Occidente le testimonianze del culto sono rappresentate dalle tantissime chiese diffuse nel mondo Longobardo,nello stato Carolingio e nell’Impero Romano ed anche molti monti e località furono intitolati a suo nome . In Italia sono tanti i monumenti,chiese,grotte consacrati in suo nome,ma il più celebre santuario è quello sul Monte Gargano (in provincia di Foggia),storia che inizia nel 490 sotto il pontificato di Papa Gelasio I°,ove la leggenda racconta che un tal Elvio Emanuele aveva smarrito il più bel toro della mandria rinvenendolo in una grotta impervia. Vista l’impossibilità nel riprenderlo nella sua mandria,decise di abbatterlo con la freccia del suo arco ove inesplicabilmente invece di trafiggerlo la stessa girò su stessa andando a colpire l’occhio dell’arciere. Incredulo dell’evento si recò al Vescovo di Siponto (attuale Manfredonia) San Lorenzo Maiorano e propalò il prodigio.Il prelato ordinò tre giorni di preghiere ,e dopo apparve S.Michele all’ingresso della grotta e si rilevò :”Io sono l’arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio..la caverna è a me sacra,è una mia scelta,io stesso ne sono vigile e custode.Là dove si apre la roccia,possono essere perdonati i peccati degli uomini…quel che sarà chiesto nella preghiera,sarà esaudito..quindi dedica la grotta al culto cristiano..” San Lorenzo non eseguì quanto ricevuto nella rilevazione avuta dall’Arcangelo,in quanto il monte era di culto pagano;due anni dopo (492) Siponto era attaccata da orde barbariche del Re Odoacre ridotti all’estremo sacrificio si riunirono con il vescovo in preghiera. In seguito ricomparve l’Arcangelo Michele promettendo la vittoria,infatti durante la ferocia battaglia si innalzò una bufera di sabbia e grandine rovesciandosi sull’esercito barbarico costringendoli alla ritirata. La Città in processione con il loro vescovo si recò sul monte Gargano in preghiera di ringraziamento, ma lo stesso non volle entrare nella grotta. Considerando inspiegabile questa esitazione decise di recarsi dal papa Gelasio I°,il quale ordinò l’entrata nella grotta dopo un digiuno e penitenza. Recatosi con altri vescovi per la dedizione all’Arcangelo egli riapparve per la terza volta inibendogli quanto era nelle loro intenzioni perché la consacrazione era già avvenuta. Gli stessi entrando nella grotta si meravigliarono nel vedere un altare coperto da un drappo rosso con una croce di cristallo stampigliata sulla roccia e con l’impronta di un piede di bambino, attribuibile secondo la credenza popolare a San Michele. A seguito di quanto rilevato nella terza apparizione,San Lorenzo vescovo di Siponto fece edificare all’ingresso della grotta,una chiesa dedicata al San Michele inagurata il 29 settembre 493,lasciando intatta la Sacra Grotta mai consacrata divenendo inclito come “Celeste Basilica” ,che nel corso del tempo diede la nascita alla Città di Monte Sant’Angelo nel Gargano. Nelle guerre medioevali di espansione i Longobardi avevano fondato nel VI secolo il Ducato di Benevento,ebbero molte vittorie contro gli agguerriti nemici delle coste d’italia, ed in particolare i saraceni, attribuendo il loro trionfo a San Michele Arcangelo l’otto maggio del 663 .In seguito a questa vicenda cominciarono ad effondere il culto per il santo in tutto il regno, effigendo su stendardi e monete la festa dell’otto maggio Nel corso del tempo la “Celeste Basilica” divenne una grande meta dei pellegrini cristiani diventando uno dei poli più importanti dell’alto medioevo, ove venivano attratti da una scritta riportata sull’atrio superiore della stessa che riporta:”che questo è un luogo impressionante.Qui è la casa di Dio e la porta del Cielo”. All’interno la statua dell’arcangelo risalta nell’oscurità, realizzata dall’artista Sansovino nel 1505, scultore ed architetto fiorentino che diede anche alla piazza medioevale di san Marco a Venezia un aspetto classico del foro romano. San Michele nel corso dei secoli, per tramite la documentazione sacra rinvenuta, rievoca la sua riapparizione in altri luoghi, ma non come sul Gargano che rimane il centro del suo culto cristiano. Sozomeno,storico del V secolo scrive che l’imperatore Costantino, a seguito dell’apparizione dell’Arcangelo, eresse il santuario presso il promontorio hestie sul Bosforo.Ancora oggi in Egitto 1l 12 di ogni mese i Copti dell’Etiopia celebrano un rito in suo onore. Lungo la via Salaria a sei miglia a nord della Città di Roma nel V secolo venne eretta una Basilica dedicata a San Michele. Nell’antichità era associato agli esorcismi alla guarigione fisica per mezzo dell’acqua,perché ha sempre svolto un ruolo determinante nella cura delle malattie considerando le sorgenti un dono di Dio. Gli ebrei credevano che S.Michele fosse l’angelo inviato da Dio perché vegliasse sulle acque in particolar modo quelle con proprietà terapeutiche.La guarigione tramite l’acqua inizia dal fatto che egli era considerato l’angelo dell’Esodo che condusse Israele attraverso le acque del Mar Rosso e all’arrivo di Mosè egli battè il bastone sulla roccia facendone scaturire le sorgenti d’acqua. Gli effetti terapeutici dell’acque venivano riportate anche nel vangelo di S.Giovanni (5,1-17) I Rubbini indicavano l’Arcangelo come il “Signore che agitava le acque” richiamandolo nella tradizione cristiana e continuando con quella ebraica nel dedicargli la protezione delle fonti dell’acque curative. La prima apparizione nell’era cristiana è quella di Colossi, quando in quel luogo fece sorgere delle sorgenti dalle rocce, in quanto i pagani avevano diretto un corso d’acqua per distruggere un santuario costruito in suo onore, e l’arcangelo spaccò la roccia in due con un fulmine dando al fiume un nuovo percorso. Un'altra funzione celeste dell’arcangelo è quella di protettore della Chiesa e guerriero contro i demoni come riportato negli di S. Tommaso d’Aquino “San Michele è l’alito dello Spirito:”Redentore che alla fine del mondo,combatterà e distruggerà l’Anticristo come fece con Lucifero. Occorre ricordare che la sua apparizione, alla portoghese Atonia de Astonac,promise la sua presenza di continua assistenza sia in vita che in purgatorio e durante la S.Comunione con un angelo in ciascuno dei nove cori celesti,se prima avessero recitato quanto gli aveva rilevato:la corona angelica. La concezione cristiana degli angeli si fa risalire alla sistematizzazione che Dionigi Areopagita diede nella sua opera "De coelesti hierarchia" dell'angelologia biblica propria dei padri della chiesa che suddivide gli angeli in nove "cori" detti cori angelici che sono: -Serafini -Cherubini -Troni -Dominazioni -Potestà -Virtù -Principianti -Arcangeli -Angeli Nel vecchio rito della S.Messa, prima della riforma del Vaticano II, il celebrante utilizzava l’incenso all’offertorio del pane e del vino,in quanto il fumo rappresentava le preghiere dei fedeli per intercessione di San Michele dall’altare a Dio per il solenne Santo Sacrificio.L’arcangelo ha anche la funzione di psicopompo ossia quella di essere conduttore dell’anima dei morti al giudizio di Dio. Con la riforma liturgica dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II fecero confluire in una sola festività religiosa la data della “Dedicatio Sancti Angell “ e precisamente il 29 settembre unitamente alla festività di S.Gabriele (24 marzo) e S.Raffaele (24 ottobre). Per la caratteristica di “guerriero celeste” s.Michele è patrono degli spadaccini,dei maestri d’armi,dei doratori e dei commercialisti,di tutti i mestieri che usano la bilancia,farmacisti pasticceri,radiologi e della polizia di stato.E’ patrono delle città di Cuneo,Caltanisetta,Monte sant’Angelo,Sant’Angelo dei Lombardi e compatrono di Caserta.La sua statua compare in sommità di castel S.Angelo a Roma che divenne la fortezza in difesa del Pontefice.La sua raffigurazione nell’arte è delle più vaste;ogni scuola pittorica in Oriente e in Occidente ,lo ha sempre raffigurato armato in combattimento contro il demonio.In conclusione nel convento di Dionisio(Monte Athos) del 1547 i tre arcangeli vengono rappresentati:Raffaele in abito ecclesiastico,Michele da guerriero e Gabriele in maniera pacifica rappresentando il potere religioso,militare e civile.

 

DANTE
Dante fu un adepto Templare ? Itinerarium in mentis deum a cura del Commendatore della Commenda S.G.Battista Terra del Salento - nella foto - F fr.Vincenzo Felice Mirizio
In questo breve excursus si vuole evidenziare come alcuni aspetti alchemici della Divina Commedia mettano in risalto la vicinanza del sommo poeta all’Ordine del Tempio. La narrazione dell’epilogo nefasto dell’Ordine che Dante compone nei tre cantici: Inferno,Purgatorio e Paradiso, in maniera sparsa, rappresenta, una volta congiunti una tela inquietante per la gravità con cui furono annienti e distrutti per volontà del re di Francia (Filippo IV detto il Bello) per mezzo del suo cancelliere Guglielmo Nogaret. Egli fu l’artefice del documentato libello con il quale accusò di idolatria e omofagia falsamente l’intero Ordine, come lo fece anche nel processo contro Bonifacio VIII. Egli era uno dei più vicini collaboratori del re Filippo anche se si insinua che alcuni suoi congiunti furono arsi al rogo dall’inquisizione perché catari.Egli era definito “patarino,nipote di patarino”.Fu formalmente scomunicato da Benedetto XI° (successore di Bonifacio).Nel corso del lungo processo di falsità per le infamanti accuse verso l’Ordine, lo stesso si trovava sotto formale scomunica e contravveniva così alle specifiche evidenze della bolla papale “Dignium Esse Conspicium” emanata nel 1256 da papa Clemente IV, con la quale vietava a chiunque di porre in stato di accusa un Templare pena la scomunica. La sua malvagità viene ben riferita dallo stesso Dante nel purgatorio canto XX -86/90 ove lo stigmatizza come “vile padrone” riferendosi ai fatti di Anagni e ove Nogaret schiaffeggiò papa Bonifacio VIII. I riferimenti inseriti nel poema non vengono resi in maniera chiara in quanto dopo il concilio di Vienne del 1312, il papa Clemente V° sciolse l’Ordine senza prove, ma per legittima suspicione (venivano anche discusse le tre tesi dell’Olivi che Dante approva citandolo nell’inferno IV-36 “nel nobile castello…),i poeti della cerchia dei Fedeli d’Amore dovevano esprimersi in maniera allegorica al fine di non incorrere nell’accusa di eresia. La bolla papale “Vox in Excelso” del 3 aprile 1312, con la quale viene decretato lo scioglimento provvisorio dell’Ordine Templare, nasce per volontà assolutista del re di Francia congiuntamente alla acquiescente disponibilità di Clemente V ,pur avendone avocato a sé la definitiva sentenza (…il tutto sarà rigettato con la bolla di Chinon) .Nel marzo del 1316 Clemente V presentava, ad un concistoro segreto di prelati e cardinali, che le prove raccolte non giustificavano canonicamente la definitiva condanna e con una successiva ordinanza apostolica scomunicava “ipso facto” chiunque avesse indossato il mantello dell’Ordine. Le tante accuse,incoerenti false ed inverosimili per chiunque fosse deviato da fanatismo cattolico, furono estorte con tortura ai poveri cavalieri Templari che dovettero confessare per non morire sotto l’atroce e brutale mano dell’inquisizione. Nell’anno 1318 Dante terminava la Commedia (l’aggettivo “Divina” verrà associato alla commedia da Boccaccio nel 1555 nella biografia dantesca curata da Ludovico Dolce). Un poema didattico-allegorico che ha per soggetto lo stato delle anime dopo la morte e per fine la felicità degli uomini.Il poema descrive la storia di un viaggio che egli compie a 35 anni attraverso i tre regni dell’aldilà (secondo la concezione medioevale),sotto la giuda di Virgilio (inferno e Purgatorio),Beatrice (Paradiso) e S.Bernardo (Empireo).La data d’inizio del viaggio si svolge nella settimana di pasqua il 7 aprile del 1300, anno del primo giubileo indetto da Bonifacio VIII. Dante nel canto XXX – 129 rivolge la sua narrazione al supplizio dei cavalieri templari sperando nella loro risurrezione.Beatrice (guida illuminata dalla schiera di donne allegoriche molto care al dolce stil nuovo, raffigura la sapienza,il cui culto proviene dalla Persia, luogo che vide la nascita di grandi luminari dell’Islam e ove nacque la scuola mistica dei Sufi) nell’empireo è circondata dal “convento de le bianche stole” in cui vengono rivisti i candidi mantelli bianchi con la croce ottagonale dei templari ove la guida lascia il suo posto al cistercense S.Bernardo. Nel canto XXX verso 1-2 “affetto al suo piacer,quel contemplante libero officio di dottore assunse,e comincio queste parole sante…” il Santo assume liberamente l’ufficio di dottore e spiega al pellegrino (Dante) la struttura dell’anfiteatro celeste e la distribuzione dei beati,condizione che richiama alla mente gli stretti rapporti tra il santo e l’Ordine del Tempio,il quale fu incaricato di redigere la regola, dieci anni dopo la loro fondazione consacrata nel 1128 nel concilio di Troyes.L’importanza del dettame fu spiegata nel “De Laude novae militiate”, magnifica riflessione nei termini dell’ideale della cavalleria della “milizia di Dio”, termine più volte rinvenuto nelle stesure dei “Fedeli d’Amore”, di cui Dante era un autorevole componente. Nello specifico egli mostra un particolare livore verso quei personaggi che segnarono l’immaginario collettivo dell’Europa del XIII –XIV secolo legati ad una matrice settaria ,eretica, simoniaca ed affaristica della Chiesa, come riportato nel canto VII 109-111: “padre e suocero sono il Mal di Francia”. Nell’antipurgatorio I° balza (dove scontano le pene quattro schiere di negligenti,ossia coloro che si pentirono in punto di morte) incontrò Filippo III di Francia ed Enrico I di Navarra,rispettivamente padre e suocero di Filippo il Bello,i quali si pentirono duramente di aver avuto nella propria discendenza il persecutore dei Templari (mal di Francia) e fratello di Carlo Valois che permise a Corso Donato e Guelfi Neri il riappropiamento del potere fiorentino costringendo Dante all’esilio per sfuggire dalla condanna a morte. Nel proseguimento del suo viaggio incontra Ugo Capeto,capostipite della casa regnante francese il quale si autodefinisce: “io fui la radice della mala pianta/che la terra cristiana tutta aduggia/sì che buon frutto rado se ne schianta” (Purgatorio XX 43-45),la cui famiglia per cupidigia di possesso e di ricchezza accumulò crimini su crimini e lui essendo il capostipite, della stirpe che nocque alla cristianità, volge un appello affinché la giustizia divina punisca i tanti orrori commessi dalla sua stirpe: “ O Segnor mio,quando sarò lieto a veder la vendetta che,nascosa fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?” Purgatorio XX 94-96. In questo passaggio Ugo, portavoce di Dante, con ansia di giustizia e rammaricato per il ritardo –lieto- auspica l’intervento divino al fine di rendere giustizia con la pena che Dio gli ha serbato –nel tuo secreto-. Dante è sempre durissimo nel giudizio sulla condotta morale di Filippo IV e per disprezzo non cita mai nella Commedia il suo nome, ma fa riferimento esclusivamente alla lunga lista di “nequizie” ove viene adombrato nel paradiso terreste al “Gigante” che delinque con la chiesa facendo netto riferimento ai vantaggi economici stipulati con Clemente V ed il regno di Francia –Purgatorio XXXIII 45 …messo di Dio,anciderà la fuia con quel gigante che con lei delinque… Di seguito viene rievocato come il “Novo Pilato”, (Purgatorio XX 91-93) senza aspettare il decreto papale del 1312,fece arrestare e torturare i Cavalieri del Tempio accusandoli di eresia e idolatria incamerandone i beni. Filippo IV si dichiarò estraneo ai fatti di Anagni ,come fece Pilato nel distogliersi le colpe della morte di Cristo,abbandonando Bonifacio VIII nelle mani dei Colonna. Viene data un’ampia allusione relativa alla soppressione dell’Ordine del Tempio fondato nel periodo successivo alla prima crociata nel canto XX del Purgatorio 91-93 “cupide vele…” senza decreto ne ordinò l’arresto dei cavalieri. A conclusione del laborioso processo rivolto contro l’Ordine, il Gran maestro J.de Molay il 18 marzo 1314 viene condotto sull’isolotto della senna di Parigi e condannato a morte per mezzo del rogo unitamente a Geoffroy de Charnay; Dante rievoca il suo pensiero nell’aver assistito al supplizio e lo narra nel canto XXVII del Purgatorio 16-18: “in su le man commesse mi protesi, guardando il foco e immaginando forte umani corpi già veduti accesi” Secondo la leggenda riportata da Geoffroy da Paris si racconta la crudele morte riservata all’ultimo Gran maestro dell’Ordine e ne descrive come le fiamme avvolsero il corpo del condannato, il quale prima di morire chiese di essere rivolto verso la cattedrale di Notre Dame per volgere l’ultimo sguardo verso la Vergine Maria ed esaudendo la sua ultima volontà la morte lo portò via con tanta dolcezza che tutti rimasero increduli.Per i gravi torti subiti e per l’ingiustizia riservata all’Ordine De Molay pronunciò una maledizione che in breve tempo i suoi persecutori (Filippo IV e Clemente V) sarebbero stati entro un anno chiamati al cospetto della giustizia divina. E’ proprio allo scader del mese Clemente V morì per infezione intestinale e Filippo IV cadde da cavallo.Dante ricorda la fine degli oppressori nel Paradiso XIX 118/120 “Li si vedrà il duol che sovra Senna Induce,falseggiando la moneta, quel che morrà di colpo di cotenna” Il danno cagionato alla Francia (duol=dolore) coniando moneta falsa (sovra senna)viene espresso dal sarcasmo dantesco.Infatti egli morì sbalzato dalla sella durante la caccia a causa di un cinghiale (colpo di cotenna) che lo fece cadere da cavallo. In questo canto Dante designa Filippo il Bello con le più pesanti e sprezzanti perifrasi riservando la stessa sorte al papa Clemente V che viene ricordato nel canto XXX 145 – 147 del Paradiso: “poco poi sarà da Dio sofferto.. Nel santo officio:ch’el sarà detruso la dove Simon mago è per suo merto, e farà qual d’Alagna intrar più giusto” Il castigo invece riservato a Clemente V è quello di farlo precipitare (detruso) all’inferno nella III° bolgia, ove è costretto a scontare la pena con la testa in giù all’interno dei pozzi di fuoco,come i simoniaci a cui è riservata, poiché per salire al soglio di san Pietro ebbe condiscendenza nei confronti del Re di Francia per vile denaro. La propinquità di Dante con l’Ordine del Tempio merita una degna attenzione perché può essere stata la fonte della conoscenza esoterica ed orientale per le particolarità che vengono risovenniti nel poema .La Commedia come denominata nel nascere dal Poeta si può considerare una meraviglia alchemica medioevale ,perché tratta in maniera profonda la trasformazione della materia, intesa come materia umana che giunge dopo un laborioso percorso al raggiungimento dell’oro filosofale,ossia nella trasformazione di una luce ricca e cristallina. Nel medioevo si intendeva liberare dalle catene della materia la scintilla divina che Dante ha voluto sapientemente esprimere, per mezzo dell’allegoria, rimarcandone gli aspetti più inquietanti e bui,in cui si vide la Chiesa esimersi dai valori puramente spirituali per eradicarsi a quelli materialistici (nepotismo,affaristi e simoniaci,messi in atto anche nella congiura contro i Templari e riportati nei canti della commedia).Nel poema viene fatto un esplicito riferimento all’empietà del vile Filippo IV,che con l’audacia di Nogaret e la sottomissione di Clemente V (al secolo Bertrand de Got)rese possibile il perpeturasi dell’impianto accusatorio di eresia contro l’Ordine,,riportato nel canto XIX 83 dell’Inferno:“di ver’ponente,un pastor senza legge” * Qui si evidenzia la complicità del papa nel creare le condizioni canoniche per lo scioglimento dell’Ordine,approfittando della situazione venivano sottratti i beni terreni ai Templari favorendo il”mal di Francia”. Tutto ciò viene allegoricamente richiamato nel canto VII 109-111 del Purgatorio con chiari riferimenti al Re Filippo IV. Nel templarismo spirituale l’abitudine alla riflessione profonda diviene una caratteristica determinante poichè si considerano silenziosi portatori di linfa rinvigorente della chiesa, in piena sintonia con l’allegoria di Dante.I Cavalieri del tempio sono distanti dalla Ecclesia Carnalis, ricusata da Dante e scaturita dalla donazione Costantiniana, aspirando, come insegnato dal loro maestro e dottore della Chiesa San Bernardo da Chiaravalle,all’elite spirituale della nuova Chiesa estranea al potere temporale. I templari,come i grandi poeti d’amore dell’alto medioevo, si inseriscono a pieno titolo nella credenza ermetico-gnostica-neoplatonica ove Dante nella sua faticosa opera di riemersione dal buio delle umane ostilità verso Dio si rileva gnostico, ma forte nel pensiero cristiano. Nella lettura della Commedia la numerologia che spesso ricorre è rappresentata dal numero tredici che richiama per molti aspetti il templarismo.Il tredici è il numero necessario per eleggere il Gran Maestro e per istituire un monastero cistercense(…collegamento tra i Templari e San Bernardo…).Nella valletta del Purgatorio viene cantata la Salve Regina liturgicamente invocata tutto l’anno dai cistercensi, ed i preganti si rivolgono verso l’Oriente come facevano i templari. Nello studio della cosmologia dantesca,egli doveva fare riferimento ad una concezione precisa, rifacendosi alla teoria aristotelica-tolemaica. L’immagine speculare del Paradiso con la Città di Gerusalemme è un tipico richiamo templare, ove si rappresenta simbolicamente il Tempio di Salomone, ove Matelda (guida spirituale) identificabile con probabilità a Matilde di Canossa, raccoglie fiori gialli e rossi che sono i colori della città Santa. Qui il Poeta incontra Beatrice con il carro trionfale, che richiama l’ottagono del tempio mentre Salomone saluta come narrato nel canto XXX 11 “vieni sposa dal Libano….” con il quale viene esortato un ritorno alla chiesa puramente spirituale. Dante è l’unico poeta che è stato riconosciuto nell’enciclica papale “In Preclara” del 30 aprile 1921 di papa Benedetto XV. *nota Clemente V fu eletto papa nel novembre del 1305 con l’aiuto di Filippo IV che fece convergere i voti dei Cardinali a lui fedeli al vescovo De Got in quanto non poteva essere presente al conclave di Perugia.Incoronato papa non si trasferì dal mezzogiorno della Francia,spostando la sede papale ad Avignone fino al 1377, dando inizio al periodo denominato “cattività babilonese”. Avviso: l’utilizzazione del presente documento da parte di terzi potrà avvenire eslusivamente dietro esplicita richiesta trasmessa alla cancelleria della commenda S.G.Battista –Terra del Salento -

 

NON NOBIS DOMINE
NON NOBIS
SED NOMINI TUO DA GLORIAM

 

NON NOBIS DOMINE
NON NOBIS
SED NOMINI TUO DA GLORIAM

 

NON NOBIS DOMINE
NON NOBIS
SED NOMINI TUO DA GLORIAM

 

GRAN SEGRETARIO DEL TEMPIO
San Bernardo di Chiaravalle a cura del Grande Ufficiale Dott. Massimo Marzano de Marinis II° parte
Mistificazione Un esempio di esaltazione della violenza in un testo religioso: Prendendo spunto da una riflessione dello studioso Sergio Baratto in merito al pensiero di S.Bernardo, commentiamo un brano tratto dal Libro per i mujaheddin della Moschea, un testo religioso di carattere divulgativo diffuso nei paesi arabi musulmani: "Sicuri dunque fatevi avanti, mujaheddin, e con animo intrepido sbaragliate i nemici del Profeta, sapendo che né la morte né la vita potranno separarvi dall'amore di Allah (…). Quanto gloriosi torneranno i vincitori dal jihad! Quanto beati moriranno nel jihad i martiri! Rallegrati, se vivi e vinci in Allah; ma esulta ancor di più se morirai e raggiungerai Allah. (…) Invero i mujaheddin del Profeta combattono tranquillamente le battaglie di Allah, non temendo affatto di peccare quando uccidono i nemici né di perdere la vita, in quanto la morte inferta o subita per il Profeta non ha nulla di delittuoso, anzi rende ancora più meritevoli di gloria… Il mujaheddin del Profeta uccide tranquillamente e ancor più tranquillamente perisce. (…) La morte che commina è un guadagno per il Profeta. Nella morte dell'infedele il musulmano trova il proprio vanto, perché in essa il Profeta viene glorificato". Questo testo non esiste. Proprio in ossequio allo studio a cui facevamo riferimento poc’anzi, sono state sostituite (o meglio tradotte) alcune parole: "milites" con "mujaheddin", "Dominus" con "Allah", "proelium" con "jihad", "Christus" con "Profeta" e "paganus" con "infedele". Il Libro per i mujaheddin della Moschea non esiste. In realtà il brano appena citato è di Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), monaco, santo, dottore e padre della Chiesa, ed è tratto dal suo Liber ad milites Templi. De laude novae militiae. Il testo originale è il seguente: "Sicuri dunque fatevi avanti, soldati, e con animo intrepido sbaragliate i nemici della croce di Cristo, sapendo che né la morte né la vita potranno separarvi dalla carità di Dio (…). Quanto gloriosi torneranno i vincitori dalla battaglia! Quanto beati moriranno in battaglia i martiri! Rallegrati, o vigoroso campione, se vivi e vinci nel Signore; ma esulta ancor di più e glòriati se morirai e raggiungerai il Signore. (…) Invero i soldati di Cristo combattono tranquillamente le battaglie del loro Signore, non temendo affatto di peccare quando uccidono i nemici né di perdere la vita, in quanto la morte inferta o subita per Cristo non ha nulla di delittuoso, anzi rende ancora più meritevoli di gloria… Il soldato di Cristo uccide tranquillamente e ancor più tranquillamente perisce. (…) La morte che egli commina è un guadagno per Cristo. Nella morte del pagano il cristiano trova il proprio vanto, perché in essa Cristo viene glorificato". Un luogo comune ignorante ma pervasivo vuole che nel Corano e nel fondamento stesso dell'Islam sia presente l'apologia della violenza; e che, al contrario, le presunte violenze commesse nella storia nel nome del cristianesimo (assumiamo per "presunte" tali violenze in quanto ancora capita di trovare chi ne mette in dubbio l'esistenza) siano da considerarsi come una forzatura esterna alla dottrina evangelica. Vale a dire che siano frutto cioè non del testo sacro, ma della malvagità di chi lo ha interpretato. Non staremo qui a citare i passi "pacifisti" del Corano o quelli violenti della Bibbia (basta poco per procurarsene una copia e cercarli, amzi, trovarli). Sarebbe fin troppo facile. Piuttosto è interessante riflettere sull'obiezione più sottile per cui, nel primo caso, dell'apologia della violenza sarebbe direttamente responsabile il fondatore della religione, mentre – nel caso preso qui a esempio di san Bernardo di Chiaravalle – la responsabilità non ricade sul Cristo, ma "solo" su un suo interprete, per quanto illustre. O per coloro che avendolo mal interpretato ne hanno fatto uno sgabello, un sostegno per le nefandezze più nere.

 

NON NOBIS DOMINE
NON NOBIS
SED NOMINI TUO DA GLORIAM

 

GRAN MAESTRO
Momento di raccoglimento e preghiera nella ricorrenza della messa al rogo dell'ultimo Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri Templari Jaques de Molay avvenuta a Parigi il 18 marzo 1314.
Che la grazia dello Spirito Santo ci assista e che Maria, stella del mare ci conduca al porto della salvezza. Amen. Signore Gesù, Cristo santo, Padre eterno, Dio onnipotente, saggezza, creatore, dispensatore, amministratore benevole e amatissimo amico, prode umile Redentore, Salvatore misericordioso e clemente, santissimo Signore Iddio, io ti scongiuro umilmente e ti supplico affinché tu m’illumini, mi liberi e mi conservi così come tutti i fratelli del Tempio e il tuo turbato popolo cristiano, che è e che sarà. O Signore in cui sono e da cui provengono le virtù, le buone grazie ed i doni dello Spirito Santo, concedi a noi la conoscenza della giustizia e della verità; fa che noi siamo consapevoli delle debolezze e delle miserie delle nostre carni; affinché noi accettiamo la vera umiltà; affinché noi disprezziamo la pochezza del mondo e la sua iniquità, i vani piaceri, la superbia e tutti i mali e affinché il nostro pensiero non sia rivolto ai beni celesti e siano da noi compiuti nell’umiltà le opere necessarie al mantenimento dei nostri voti e dei tuoi comandamenti. Santissimo Signore Gesù Cristo, è per mezzo della tua santa virtù che la tua grazia ci concede che noi possiamo evitare il diavolo ruggente, tutti i nostri nemici, le loro insidie e le loro opere che tu nella tua umiltà e nella tua pazienza hai vinto nel legno della tua Santa Croce, con la quale ci hai riscattato nella tua Santa Misericordia. O nostro Redentore e difensore, conservaci affinché, per mezzo della tua Santa Croce e nel suo segno, noi possiamo oscurare tutti i nemici e le loro insidie; proteggi la tua Santa Chiesa e illumina i prelati, i dottori, i rettori e il tuo popolo cristiano in modo che essi proclamino e inseguano il tuo santo servizio e la tua volontà con un cuor puro, umile e devoto e la loro pietà sia pura e vigilante. Che essi istruiscano il popolo e l’illuminino con buoni esempi, affinché possiamo compiere umilmente le opere d’umiltà secondo il tuo esempio e secondo quello dei tuoi santi apostoli e dei tuoi eletti. Rendici coscienti su che cosa siamo, chi siamo, chi saremo, che cosa facciamo e cosa dobbiamo fare per possedere la vita, grazie alla quale raggiungeremo la gioia del Paradiso. Illumina e converti, se lo desideri, quelli che non sono stati rigenerati dall’acqua dello Spirito Santo, affinché essi pervengano alla tua Santa legge, la conservino ed accettino i sacramenti della Santa Chiesa. Concedi al tuo popolo cristiano la volontà e il possesso di quella Terra Santa nella quale tu sei nato umilmente dove ci hai riscattato con la tua santa misericordia, dove hai compiuto i tuoi miracoli, dato i tuoi esempi, dove hai insegnato e che tu hai promesso ai tuoi amici. Veglia su di noi affinché noi la liberiamo ed i tuoi fedeli la posseggano per mezzo della tua grazia e concedici di compiere il tuo santo servizio, la tua volontà e la tua opera. Dio misericordioso Signore, la tua santa religione (quella chiamata il Tempio del Cristo) fondata da un concilio generale in onore della Beata e gloriosissima Maria tua madre, e dal tuo Beatissimo confessore Bernardo a cui la Santa Chiesa affidò questo compito, che insieme ad altri propri uomini la ammaestrò e le affidò la sua missione, questa religione è, per un’ingiusta causa, prigioniera e schiava del re di Francia. Per mezzo della preghiera della beata e gloriosissima Vergine e di tutta la corte celeste, liberala e conservala, o Signore tu che sei verità e che sai che noi siamo innocenti. Liberaci affinché noi seguiamo con umiltà i nostri voti e i tuoi comandamenti ed eseguiamo il tuo santo servizio e la tua volontà. Abbiamo sopportato le parole inique e false lanciate contro di noi con gravi oppressioni e cattive pene, abbi pietà delle nostre preghiere, ma lo spavento della condanna dei corpi è tutto ciò che ci è stato detto da parte del papa, la carcerazione perpetua a causa della debolezza della carne, queste cose dette dalla bocca con menzogne noi non possiamo tollerarle con grande dolore contro la nostra coscienza. Proteggici, Signore, con tutto il tuo popolo cristiano; insegnaci a fare la tua volontà; accorda al nostro re Filippo, nipote del beato Luigi, il tuo santo Confessore al quale dai il merito attraverso una vita perfetta e attraverso i meriti, la pace nel suo regno, la concordia con i suoi e con tutti i re, principi, baroni, cavalieri e servitori. Che tutti coloro che sono stati scelti per fare e servire la giustizia, secondo il tuo desiderio e la tua volontà che costoro eseguano questa giustizia la compiano, la soffrano e che conservino in loro e per tutto il popolo cristiano e la luce. Concedi loro di riconquistare con noi la Terra Santa, di compiere il tuo santo servizio e le tue sante opere. Concedi ai nostri parenti, benefattori e predecessori e ai nostri fratelli vivi e defunti la vita e il riposo eterno. Tu che sei Dio e vivi e regni per tutti i secoli dei secoli. Amen. Io non sono degno di chiedere ma che la tua misericordia e la tua benevolenza, che la tua beata e gloriosa Madre, nostra avvocata e la società celeste intercedano e ottengano per noi. Amen.

 

INVITO ALLA LETTURA
Il Gran Referendario consiglia: I templari e il Colle Magico di Celestino, di Maria Grazia Lopardi, Barbera Editore ( nella Foto il Gran Referendario Dott. Antonio Masala con il Gran Magister Dott. Raffaele Sepe)
Mi piace suggerire la lettura di questo saggio che ho trovato molto affascinante e suggestivo nelle conclusioni. L’autrice, un Avvocato dello Stato nata e vissuta a L’Aquila, ha coltivato negli anni una grande passione per la storia medievale, a metà tra tradizione, simbolismo ed esoterismo. Come già ricordato dal Gran Tesoriere Fabrizio Comito, l’Abbazia di Santa Maria di Collemaggio vicino L’Aquila, fortemente voluta da Celestino V, è un capolavoro di arte medievale, strettamente connessa con i Templari. L’indagine dell’autrice parte proprio da Celestino V , il Papa eremita che quasi tutti conoscono esclusivamente per il tramite del sommo poeta Dante Alighieri come “colui che per viltade fece il gran rifiuto”. La narrazione intanto stravolge il luogo comune secondo il quale il Pontefice sarebbe stato solo una “mezza figura”, per esaltarne le qualità e l’ambizioso progetto segreto. Insieme si è catapultati nel 1273, per ripercorrere il lungo viaggio di Celestino dall’Aquila a Lione, dove si trattenne per circa tre mesi ospitato dai Templari. E poi la costruzione dell’Abbazia, le strane analogie della cittadina abruzzese con Gerusalemme, nonché i segreti della magia astrale e del Sator. Sicuramente da non perdere il finale che, pur con qualche sbavatura “new age”, propone un’affascinante chiave di lettura interpretativa…

 

NON NOBIS
NON NOBIS DOMINE
SED NOMINI TUO DA GLORIAM

 

UN MESTIERE INSOLITO
... Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, che gettavano le reti in mare: erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini ». E subito, lasciate le reti, lo seguirono... Marco 1, 14-20 IL GRAN CAPPELLANO DEL PRIORATO DON ANGELO MARIA ODDI
Il Gesù di Marco è un Gesù sempre in movimento. Nella prima fase, questo movimento si colloca in una regione precisa, la Galílea. E qui assume un rilievo eccezionale il lago, o mare, come viene comunemente chiamato secondo l'uso semitico. Sulle rive del mare di Galilea, Marco ambienta la scena della chiamata dei primi quattro discepoli. Il Gesù in movimento è anche un Gesù che mette in movimento le persone. Il racconto risulta schematico, scarno, sprovvisto di notazioni psicologiche. Le informazioni sono ridotte all'essenziale: si tratta di pescatori, che stanno facendo il loro mestiere. A Marco interessa la conclusione. Lui presenta dei fatti, dei risultati, non ciò che avviene nell'intimo delle persone. Lui coglie la decisione finale, non gli stadi intermedi. Il suo schema di vocazione è semplicissimo: appello-risposta. In questa scena essenziale, « esemplare », possiamo cogliere alcuni elementi sempre validi per la chiamata dei discepoli. Da parte del Cristo, sottolineerei lo sguardo e l'iniziativa. - Uno sguardo. li vide » non è una notazione banale (díamine, per rivolgersi a qualcuno, bisogna pur vederlo ... ). Qui si tratta di uno sguardo che mette a fuoco un individuo, uno sguardo che elegge, sceglie, tira fuori dalla folla. « Quella è la persona che mi interessa, che fa al mio caso ». Insomma, l'incontro comincia col « vedere » la persona. Lo sguardo diventa messaggio, proposta di comunione. Sarà così anche per la chiamata di Levi (2, 14). Nell'episodio dell'uomo ricco (2, 21) lo sguardo esprimerà una nota di tenerezza. Iniziativa. Nel giudaismo contemporaneo, erano i discepoli che cercavano, sceglievano il maestro. Il « rabbi » non chiamava a sé i discepoli, ma veniva « chiamato », « eletto » da loro. Cristo, invece, assume l'iniziativa. La chiamata viene da lui, e soltanto da lui. E l'invito è all'insegna dell'assoluta gratuità, vorrei dire dell'immotivazione (ben inteso, da parte dell'uomo). Risulta quindi piuttosto sconcertante. La vita cristiana è risposta al manifestarsi della grazia, non decisione autonoma. Se mi decido è perché sono stato sollecitato in questo senso da Qualcuno che si è deciso nei miei confronti. L'uomo può mettersi in cammino soltanto dopo che Dio ha preso a camminare sulle strade dell'uomo. Non siamo noi che partiamo alla ricerca di Dio. Ma che si pone alla ricerca dell'uomo. Il discepolo non conquista, non cattura il Maestro, ma viene conquistato, afferrato da Lui. Da parte dei discepoli (risposta all'iniziativa di Dio), possiamo rilevare questi elementi: fede, distacco, sequela, lasciarsi fare. - Fede. Il discepolo si caratterizza per la fede, che è un « affidarsi » a una Persona, rispondere al suo appello anche se non se ne misurano, concretamente, tutte le conseguenze. E’ accettare di vivere una avventura di cui non si valutano con precisione le dimensioni e i rischi. Cristo non presenta la lista dettagliata delle sue esigenze, non dice che cosa vuole e dove porterà. Chiede una adesione pregiudiziale, incondizionata. E il discepolo non chiede spiegazioni. Quel Maestro, d'altra parte, più che fornire spiegazioni, assegna compiti. Le spiegazioni, semmai, verranno dopo. Dopo che il discepolo avrà « fatto ». Il significato di ciò che è avvenuto, di ciò che si è vissuto, lo si scopre soltanto a cose compiute. In Marco la fede è presentata come l'antidoto della paura, del calcolo, della prudenza umana, dell'esitazione a compromettersi. Distacco. La decisione viene espressa attraverso un distacco: dalle reti, da un mestiere, dalle cose, dai legami familiari. La risposta si traduce in una separazione, in una rinuncia, in un allontanamento. Sequela. Ma l'accento non va posto tanto sul lasciare, quanto sul seguire. Discepolo non è uno che ha abbandonato qualcosa. E’ uno che ha trovato Qualcuno. La « perdita » viene abbondantemente assorbita dal guadagno. La scoperta fa impallidire ciò che si è lasciato alle spalle. Il discepolo, dunque, è uno che segue Cristo, si accompagna a Lui, stabilisce una comunione di vita con Lui. « E’ il termine seguire che caratterizza il discepolo, non il termine imparare » nota acutamente Bruno Maggioní. Il discepolo non accetta una dottrina, ma un progetto di vita. Non discute col Maestro. Lo segue. Cristo verrà conosciuto a mano a mano che gli si terrà dietro. Si tratta, i sostanza. di accettare la sua « prassi ». Ben inteso, ciò che viene riferito da marco non riguarda una categoria privilegiata di persone, degli invitati specialissimi per una vicenda eccezionale, dei superdotati per un'impresa che riguarda pochi. t qualcosa che riguarda tutti quelli che decidono di prendere sul serio il vangelo, di credere alla « buona notizia ». Dunque, anche per i discepoli quali siamo noi, che non partecipiamo alla vicenda terrena del Cristo, resta valida la dimensione di « sequela », che qualcuno traduce con «imitazione». Si tratta di percorrere la stessa strada del Cristo, fare le sue stesse scelte, ripetere i suoi gesti, assumere i suo;- pensieri e i suoi atteggiamenti, ispirarsi ai suoi criteri, avere le sue preferenze. Quando uno non condivide il progetto del Maestro, i suoi atteggiamenti di servizio, non è più uno che segue ma uno che prende le distanze dal Cristo. - Lasciarsi fare. « Vi farò diventare pescatori di uomini ». Il mestiere di pescatori di pesci lo conoscono. L'altro No. Anzi, non sanno neppure cosa significhi. Lo impareranno esercitandolo. Abbiamo così l'ultimo tratto che caratterizza il discepolo: « lasciarsi fare » dal Maestro. « Vi farò diventare... » Difficile, per non dire impossibile, trovare un discepolo già «arrivato». Discepolo, cristiano è, semplicemente, uno che sta diventandolo. Un'ultima osservazione. Nel vangelo di Marco è rarissimo trovare il Cristo solo. Lo vediamo abitualmente, in compagnia dei discepoli. Uno studioso ha calcolato che, su 671 versetti che costituiscono il vangelo di Marco, 498 versetti (cioè il 76%) riportano parole e azioni di Gesù di cui i discepoli sono testimoni. Marco unisce strettamente il Maestro ai discepoli. Ordinariamente Gesù è « con i suoi discepoli ». Ecco l'immagine preferita dall'evangelista. C'è un caso che fa eccezione: allorché Gesù manda i Dodici in missione. In questa circostanza si direbbe che Marco non abbia niente da raccontare a proposito di Gesù. Mancando i discepoli, Marco si trova stranamente impacciato, si direbbe addirittura a corto di materiale. E allora riempie il vuoto riferendo le opinioni di Erode su Cristo e il martirio di Giovanni il battezzatore. Soltanto quando ritornano gli apostoli, l'evangelista può riprendere il racconto interrotto (6, 14-29). L'applicazione è piuttosto agevole. Possiamo dire: la presenza di Gesù è assicurata nel mondo dalla presenza dei discepoli. Se questi non si fanno vedere, la scena risulta vuota, Cristo è come « bloccato », si trova nell'impossibilità di agire, e il vangelo non ha niente da raccontare... Come si vede, un tema di sconcertante attualità.

 

IL GRAN CAPPELLANO DEL PRIORATO
DIARIO DI UNA VOCAZIONE
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: « Ecco l'agnello di Dio! » e i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: « Cb6 cercate?» Gli risposero: « Rabbi, dove abiti? » Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro dei pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo ave. vano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia ... » e lo condusse da Gesù... Giovanni 1, 35-42 Occorre scendere a Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni sta battezzando. Risulta molto importante cogliere un'immagine, un gesto preciso: il dito del precursore che indica un Altro. Il giorno precedente Giovanni aveva ricevuto una delegazione di gente importante, spedita dalla capitale con l'incarico specifico di accertare la sua identità: - Tu chi sei? - Non sono il Cristo. E si era definito « una voce che grida nel deserto », non mancando tuttavia di avvertire che in mezzo a loro stava « uno che voi non conoscete... » (Gv 1, 26). Adesso questo Qualcuno, atteso, è lì, mescolato alla folla dei penitenti e il Battista non esita un istante ad alzare il dito: - Eccolo! E’ lui l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato nel mondo. Un gesto molto significativo, questo. Giovanni non trattiene neppure per un istante l'interesse dei discepoli sulla propria persona. Ma lo dirotta immediatamente sul Personaggio principale che ha fatto finalmente la sua apparizione. Si direbbe che il suo compito è quello di distrarre l'attenzione della gente dalla sua figura di profeta per polarízzarla sull'Altro che si è presentato (ma in punta di piedi, discreto, anonimo, in attesa che qualcuno lo riconosca... « Il giorno dopo » (che non esprime necessariamente un dato cronologico, ma semplicemente una successione di avvenimenti), Giovanni punta ancora il dito per indicare l'Altro. E questo gesto costa a Giovanni la perdita di due dei suoi discepoli, i quali, dopo aver udito le parole del Maestro, lo piantano in asso e si mettono a seguire il nuovo venuto. Costoro erano sbarcati da lontano (sono Galileí, come gli altri loro amici) e avevano raggiunto Giovanni nel territorio della Perea per stare un po' con lui, per imparare qualcosa alla sua scuola austera, per fare un ritiro penitenziale. E alla scuola di Giovanni finiscono per imbattersi in Gesù (ah, se tutti coloro che arrivano nelle comunità religiose, nei vari « gruppi », nelle diverse case per convegni, giornate di studio, incontri, discussioni ecc.... avessero la gradita sorpresa di incontrare il Cristo!). E lasciano il vecchio maestro per andare dietro al... Concorrente. Gesù, stranamente, recluta i primi seguaci nella cerchia di Giovanni. Glieli porta via, addirittura. E’ venuto a mietere nel suo campo! Ma il precursore, lungi dall'indispettirsi, è il primo a rallegrarsene. Non vede in Cristo un fastidioso concorrente per la propria fama, la propria popolarità, la propria opera. Anzi, è lui il promotore dell'abbandono dei discepoli ai quali indica con chiarezza qual è l'unico maestro. « I due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù... » Va bene in questo modo, per il Battista. Giusto così. « Lui deve crescere e io invece diminuire » (Gv 3, 30). Questa la sua logica. Che è poi un fissare esattamente, anche se dolorosamente, i ruoli. E non permettere, a nessun costo, che le parti si invertano, e il Personaggio principale venga relegato in un angolo, mentre la comparsa accampa la pretesa di dominare la scena. Il dito di Giovanni il battezzatore che indica, senza indugi, l'arrivo del Protagonista, rappresenta il simbolo più efficace dei limiti in cui deve collocarsi ogni testimonianza cristiana che voglia assolvere rigorosamente al proprio compito senza attardarsi nella zona rischiosa dei compiacimenti personali e della confusione delle parti. Il vero credente (e intendo, sia ben chiaro, un individuo dotato di una forte personalità, di un notevole fascino sia sul piano umano che spirituale, non un esserino irrilevante e inconsistente) è uno che conosce talmente bene la propria parte, da saper entrare in scena, senza paura, al momento giusto, ma soprattutto da avere il coraggio di uscire al momento giusto. Ossia, il vero testimone non è mai ingombrante, asfissiante, accentratore, invadente, ma lascia spazio. Spazio all'Altro. E spazio alla libertà degli altri. Torniamo al racconto evangelico. Gesù non ha neppure bisogno di chiamare i discepoli - la chiamata ufficiale, definitiva, arriverà più tardi -. Sono loro che, quasi istintivamente, gli vanno dietro. In queste pagine del vangelo di Giovanni c'è un fascino tutto particolare. Si resta colpiti dalla precisione dei particolari - indicazioni di luogo, data, perfino ora - da un quadro ricco di notazioni sorprendenti, di sfumature. E la cosa non deve stupire, trattandosi di un testimone oculare, anzi di un protagonista. Infatti uno dei due discepoli che seguono Cristo è lui in persona, Giovanni, anche se non lo dice espressamente e conserva l'anonimo, come farà in seguito nel suo vangelo per i fatti che lo riguardano (adesso non può ancora dire « il discepolo che Gesù amava »). Qui l'apostolo riferisce l'incontro che ha sconvolto la sua esistenza. t la storia, quasi un diario, della sua vocazione. Ed è naturale abbia conservato questi ricordi con una specie di gelosa tenerezza. Soltanto a proposito del colloquio successivo non lascia trapelare nulla. « Quel giorno si fermarono presso di lui ». Sarebbe interessante sapere che cosa si sono detti i tre durante tutto quel tempo (conoscendo le abitudini degli orientali - le quattro del pomeriggio è già un'ora tarda ~ tutto lascia supporre che Andrea e Giovanni abbiano cenato con Gesù e siano stati suoi ospiti anche la notte). Ma qui Giovanni ci delude. Lui che riferirà dettagliatamente i colloqui di Cristo con Nicodemo o la Samaritana, a questo punto non svela neppure una parola di ciò che ha costituito l'argomento della conversazione di quelle ore. Senso di pudore per qualcosa che deve rimanere nell'intimo di una persona e va perciò sottratto alla curiosità indiscreta? Oppure un'indicazione di questo genere: l'importante non è ciò che ci siamo detti, ma il fatto di stare là, insieme a Lui. L'avvenimento sensazionale da registrare era la sua Presenza, non altro. Certi momenti, certi incontri sono « grazia », indipendentemente dalle parole che vengono pronunciate. Chi invece sente il bisogno di parlare, di comunicare la scoperta inaudita, è Andrea. « Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia”. « Per primo... » Il che lascia supporre che in seguito partecipò ad altri la notizia. Non gli ha detto: « Stammi a sentire che adesso ti spiego ». No: « lo condusse da Gesù ». Molto meglio che il fratello faccia subito i conti con l'Interessato. Cominci pure lui l'itinerario partendo direttamente dalla fonte. Possiamo e dobbiamo partecipare agli altri la nostra esperienza, non pretendere la ripetano allo stesso modo e seguendo lo stesso schema. Ciascuno deve fare la propria esperienza. La nostra è valida solo come sollecitazione, invito, non come modello da copiare o da esportare. Possiamo e dobbiamo dare il gusto dell'avventura. Ma poi lasciare che ciascuno tenti personalmente. Diventi soggetto della propria storia. Così, la storia di una chiamata si allarga, si dilata a comunicazione gioiosa di un incontro, di un'esperienza decisiva. La storia di una chiamata diventa notizia, racconto affascinante, attraverso una trama di amicizie.Una vocazione « unica » si traduce in invito a molti altri. Invito tanto più credibile in quanto trasmesso su un tono di stupore, di scoperta esaltante. Un fatto personale diventa « affare » comunitario. Niente di strano. Una notizia è tale soltanto quando viene comunicata.

 

MARTIRI DI CRISTO
I CAVALIERI DEL TEMPIO O TEMPLARI, MARTIRI DI CRISTO ( il martirio del Gran Maestro, testimoniò inequivocabilmente la santità dell’Ordine) di Raffaele Sepe
La storia dei Cavalieri frati del Tempio, meglio conosciuti come Templari è una delle pagine più oscure e vergognose del medioevo. L’Ordine del Tempio era stato costituito come ordine religioso-militare avente come obiettivo la difesa della Terrasanta e dei pellegrini che vi si recavano. Con il passar del tempo, l’Ordine era divenuto una delle istituzioni più potenti ed autorevoli dell’intera cristianità, anche sotto il profilo economico. Il Tempio venne messo sotto accusa e processato agli inizi del XIV secolo e poi sospeso nel 1312 a causa delle gravi accuse che pesavano sui suoi componenti. L’ultimo Gran Maestro Jacques de Molay, insieme ad uno dei più alti dignitari, scelse di immolarsi al martirio, testimoniando così, la sua innocenza e quella dei confratelli, rispetto alle gravissime strumentali colpe che gli erano state rivolte. Strumentali accuse erano state articolate e formulate per far quadrare i conti di una corona, fortemente indebitata. Jacques de Molay salì al rogo per aver voluto difendere fino in fondo l’onore del Tempio, avrebbe potuto aver salva la sua e l’altrui vita se solo avesse confermato le accuse e chiesto indulgenza, ma preferì immolarsi affermando l’innocenza dell’Ordine. Le accuse rivolte all’Ordine erano: eresia, credo anticristiano, depravazione dei costumi, idolatria. La grande incombenza economica che gravava sulla Francia di Filippo il Bello articolò un processo che durò sette anni, fu utilizzata l’inquisizione che estorse confessioni dalle quali si evinceva l’esistenza di volgari e oscuri riti segreti che praticavano i novizi nel momento dell’ingresso nell’Ordine. Ma il martirio del Gran Maestro, testimoniò inequivocabilmente la santità dell’Ordine, condannato, poco prima di morire Molay avrebbe chiamato Clemente V e Filippo il Bello dinanzi al Tribunale di Dio per rendere conto delle loro gravissime responsabilità. Il fato volle che entrambi perirono prima del volgere dell’anno, quasi a voler rimandare all’Altissimo il giudizio finale su quella che veniva considerata la più grave infamia della storia medievale.

 

IL VANGELO DELLA DOMENICA
BASILICA CATTEDRALE DI SANTA MARIA SALOME VEROLI ( nella foto Cavalieri del Priorato ricevono l'Eucarestia da Don Valerio a Santa Maria Maggiore a Cerveteri)
In questi tempi in cui le interviste dilagano, se un giornalista del «TG 1» puntasse verso di noi il microfono e ci domandasse: «Che cos'è per te il Natale?», noi che cosa gli risponderemmo? Forse, come per tutte le cose semplici e grandi, non sapremmo cosa dire. Festa e pa¬nettoni, presepe, albero, i bambini, soprattutto un bambino... Ebbene, ora che abbiamo nelle orecchie il racconto dell'evangelista Lu¬ca, e abbiamo negli occhi le immagini forse ingenue ma piene di poesia dei presepi, vediamo di trovare insieme una risposta. Siamo tutti riuniti qui a motivo di un bambino. Sembra un paradosso, dal momento che i bambini con tanta facilità non li si lascia venire al mondo (in Italia abbiamo raggiunto la famosa crescita zero). Ma pure sono così importanti. Un poeta romantico tedesco, Novalis, ha scritto: «Un bambino è un amore diventato visibile». Ciò vale per tutti i bambini del mondo, ma soprattutto per il Figlio di Dio. Ci ha detto l'apostolo Giovanni: «Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo figlio unigenito». In altre parole: Gesù è l'amore di Dio verso l'u¬manità, un amore che si è fatto visibile a noi proprio in questo Bambino. Natale è dunque festa di un bambino. È anche festa dei bambini? Cre¬do che sia bene fare del Natale anche la festa dei bambini. È un momen¬to fortunato della loro vita, in cui scoprono di essere amati. *Don Bosco, educatore sensibile, diceva: «Non basta che i ragazzi sia¬no amati, bisogna che essi stessi lo sappiano, che sono amati». E Natale è l'occasione migliore per dirglielo. • Per il Natale di alcuni anni fa il Papa ha scritto ai bambini una lette¬ra, che ha colto tutti di sorpresa. E ha detto che Gesù vuole loro bene. Dobbiamo anche noi ricordare l'amore di Dio e nostro per loro. * In pratica gli stessi nostri doni di Natale ne sono un segno. Sono doni dei genitori, che i genitori cristiani fanno, ma in nome di Gesù. Doni dell'amore nostro, e insieme del Figlio di Dio, e segni dell'amore di Dio creatore per queste sue piccole creature. Ma Natale è soprattutto la festa di un bambino, del figlio di Dio. * È la commemorazione della sua nascita, del suo compleanno. Dei gran¬di personaggi storici noi commemoriamo i centenari, al massimo i cin¬quantenari. Di Gesù invece commemoriamo tutti i compleanni, come siamo soliti fare solo con i nostri cari, solo con le persone di famiglia. Ed è giusto, perché per noi Gesù è molto più che un personaggio stori¬co, importante ma lontano: Gesù è - deve essere - uno di famiglia, uno che sentiamo vicino, intimo, di cui avvertiamo la presenza nei mo¬menti di silenzio e di interiorità, con cui abbiamo un rapporto di confi¬denza e di amicizia personale. * Nella messa di Natale non ricordiamo solo un avvenimento di circa duemila anni fa, ma partecipiamo alla ripetizione di quell'avvenimento che si rinnova in forma misteriosa: Gesù nella messa torna davvero a nascere: sull'altare, e nei nostri cuori. Quindi non ricordiamo semplice¬mente una storia conclusa nel tempo, ma una vicenda aperta, che ci coin¬volge personalmente col suo mistero. Un mistero di amicizia e di dona¬zione da parte di Dio, a cui diciamo umilmente il nostro sì, a cui diamo l'adesione del cuore. * Così Natale si presenta a noi come festa diversa da tutte le altre, per¬ché - al di là della grande allegria esteriore - è momento di riflessio¬ne, magari anche momento d'inquietudine. Quando abbiamo trattato male qualcuno dei nostri cari, lo abbiamo of¬feso, poi proviamo dispiacere, e cerchiamo di rimediare. Con Gesù Cri¬sto è peggio: sentiamo che tutto ciò che ci va storto nella vita lo può offendere, può guastare i nostri rapporti con lui. Lui ce lo dice attraverso la voce della coscienza. Perciò la nostra festa a Gesù l'abbiamo cominciata, giustamente, con un gesto di riconcilia¬zione, il «Signore, pietà». Abbiamo chiesto perdono tutti insieme, per¬ché abbiamo qualcosa da farci perdonare tutti quanti. * E non basta. Sentiamo che la nostra festa, per essere sincera, deve comportare anche un impegno di buona volontà per il futuro, per una vita più degna del nome di cristiani. Nome che abbiamo preso proprio da lui, il Cristo. * Nella messa ci incontriamo con il Signore, lo riceviamo in noi, lo por¬tiamo via con noi, perché sia nelle nostre case e nella nostra vita. Giu¬stamente, uscendo di chiesa questa mattina, forse sentiremo il bisogno di cambiare in meglio qualcosa di noi. La nostra festa, per essere sincera, deve comportare un nuovo impegno di bene, una revisione dei nostri progetti, che a volte sono di egoismo, se non di odio. Di guerra. Non le interminabili guerre del Vicino Orien¬te o dei generali africani, ma guerricciole tra noi, in famiglia, con gli amici, i vicini. Dobbiamo cambiare i nostri progetti perché Gesù diven¬ti Principe della pace anche nei nostri cuori. E se dunque lì fuori ci aspettasse davvero un giornalista del «Tg 1», col suo microfono, e ci interrogasse: «Che cos'è il Natale per te?», noi ricordando il racconto semplice del Vangelo, ricordando il mistero rac¬chiuso nel presepio che i nostri ragazzi hanno costruito nelle case, po¬tremo rispondere con tutta tranquillità: • Il Natale è l'amore di Dio per me diventato visibile, è Gesù Cristo che torna a trovarmi per rinsaldare la sua personale amicizia, per chiamar¬mi a un'esistenza più coerente, più pulita, solidale con gli altri; * Natale è il Figlio di Dio che viene ad accendere una speranza, a dare un senso pieno alla mia esistenza e all'esistenza del mondo. Siano davvero questi i nostri sentimenti, oggi e sempre.

 

DON ANGELO
Terza Domenica di Avvento UNA VOCE INSOLITA... Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce ma doveva rendere testimonianza alla luce... Giovanni 1, 6-8.19-28 ( Nella foto Don Angelo e il Grande Ufficiale Vincenzo Federico con le Reliquie di Santa Maria Salome)
Ancora in primo piano Giovanni, « uomo mandato da Dio » con il compito specifico di « rendere testimonianza alla luce ». E’ un tipo strano, inquietante, « selvatico », che, pur confinato nel deserto, richiama attorno a sé le folle. Logico che la sua predicazione, proiettata verso l'avvento imminente di un Personaggio misterioso, desti serie preoccupazioni nelle autorità religiose del tempo. Neppure a pensarci che quello si presenti a Gerusalemme dinanzi al Sinedrio per essere interrogato. Bisogna rassegnarsi a mandargli una delegazione ufficiale, una specie di tribunale ambulante, che ascolti la sua « testimonianza » in quella solitudine aspra. Obbligato a precisare la propria identità, Giovanni si definisce come « voce ». Lui è semplicemente una voce. « Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore ». La cosa, oggi, non ci impressiona più di tanto. Ci sono molte voci che « gridano » nei nostri paraggi, sulle piazze del mercato e dei comizi, per le vie, dalle colonne dei giornali, nei microfoni più assortiti e più assordanti. Voci che entrano nelle case attraverso il piccolo schermo della televisione. Voci che impongono di acquistare quel prodotto, di non lasciarsi sfuggire quell'occasione, di mettersi in marcia contro qualcuno o qualcosa, adottare quegli slogans, indignarsi, entusiasmarsi, votare, firmare, protestare, accettare certe menzogne « garantite », a differenza di quelle dell'avversario... Rimbombano le voci del guadagno, del successo, dell'odio, della violenza, del comfort, del piacere, della furbizia, del calcolo... La voce di Giovanni è unica, insolita: « Preparate la via del Signore ». Quasi ad ammonirci che le nostre strade più battute ci fanno mancare l'appuntamento decisivo. Ad avvertirci che il Signore arriva da un'altra parte. Forse la « testimonianza » tipica del cristiano è proprio questa: essere, nel gran frastuono, voce « diversa ». Che ha il coraggio, vorrei dire l'ingenuità, di denunciare la « non praticabilità » di certe strade, pur frequentatissime, in rapporto alla salvezza. Dire che le nostre corse affannose risultano inconcludenti rispetto all'unica ricerca degna dell'uomo. Chiarire che, sulla strada dell'avidità, dell'egoismo, della « recita », dell’inganno, è impossibile, non solo improbabile, trovare Dio. E non importa che questa voce risuoni nel deserto dell'indifferenza, dell'ostilità preconcetta, del sarcasmo più volgare. La verità va detta, quelle denunce vanno fatte, indipendentemente dall'accoglienza. Profeta non è uno che si ponga il problema se la sua predicazione abbia successo oppure no, se valga la pena parlare oppure non convenga piuttosto badare ai fatti (e interessi) propri. Il testimone autentico sa che quella parola, anche se impopolare, inattuale, non può tenerla per sé. Gli è stata affidata perché la « gridi », non perché la risparmi nel calcolo delle convenienze. Non sta a lui valutare se la sua voce solitaria cambia qualcosa. Al di là dei risultati verificabili, un equilibrio viene modificato, un assetto è sconvolto, per il fatto stesso che la parola di testimonianza alla luce è stata pronunciata. Gli uomini possono anche continuare a prendere sul serio le voci del circo, della vanità, delle mode. Ma è importante che qualcuno avverta che la via da preparare è un'altra. Il testimone dovrà rispondere, non dei risultati ottenuti, ma della fedeltà al messaggio. Giovanni, dopo essersi definito come « voce », dissipa anche gli equivoci sulla propria persona. Lui non è il Cristo. Non è neppure uno dei grandi profeti del passato. Il precursore indica l'arrivo del Protagonista, non ha alcuna pretesa di accentrare l'attenzione sulla propria persona. E non appena lo « Sconosciuto » appare nei paraggi, non esita ad additarlo, invitando i suoi ascoltatori e i suoi discepoli a seguire Lui. Giovanni è testimone verace perché non parla di sé, non si costruisce il proprio monumento, rispetta le parti, è capace di scomparire. Mi sembra di poter definire il credente come « uno che dà spazio ». Ossia, il vero testimone non è mai ingombrante, asfissiante, accentratore, invadente. Dà spazio all'Altro. Dà spazio alla libertà degli altri. Sa che il suo compito è quello di provocare l'incontro, favorirlo, prepararlo. Ma allorché questo avviene, lui non sta a fare da incomodo, e neppure da maestro delle cerimonie, e nemmeno da invitato d'obbligo. Si tira, invece, discretamente in disparte. Se viene ignorato, dimenticato, non sta a mugugnare. Anzi è lieto perché l'evento essenziale si è verificato, e tutto ciò che riguarda la sua persona risulta del tutto secondario. Certo non è facile, per una persona, che pur deve esercitare un forte influsso sugli altri, mantenere questo delicato equilibrio tra due libertà. Risulta difficile resistere alla tentazione di immedesimarsi nell'Altro, farne le veci. Risulta difficile resistere alla tentazione, ancor più subdola, di rnanomettere la libertà altrui, imponendo i nostri schemi, i nostri schemi, le nostre intolleranze, le nostre scadenze, e i nostri... cerimoniali per l'incontro. Per evitare queste storture, occorre un notevole e assiduo sforzo ascetico. Non per nulla il Battista è l'uomo della penitenza. E ci vuole una eccezionale disponibilità a mortificare le nostre pretese più ingombranti. Il vero testimone unisce a uno straordinario coraggio una straordinaria modestia; a una irresistibile forza d'urto un accentuato rispetto della libertà; a una spiccata personalità una spiccata capacità di cancellarsi (s'effacer, come dicono i francesi). Scomodità e pudore. Franchezza e delicatezza, insomma. In altre parole, il testimone autentico è uno. che sa sparire al momento giusto, per lasciar sgombro il campo al veri e insostituibili protagonisti dell'incontro. Un incontro che lui ha preparato, atteso, sofferto, sperato, « pregato », facilitato, desiderato intensamente. E di cui ora paga il prezzo forse più difficile: l'andarsene in punta di piedi, per non importunare, senza neppure attendere un cenno di saluto, o un invito per la festa! ... E qui vorrei soltanto accennare alla necessaria e doverosa pazienza nella preparazione dell'íncontro. Pazienza che vuol dire anche rispetto delle tappe, dei ritmi, delle mentalità altrui. Si tratta di evitare le forzature. Non imporre comportamenti cui non corrispondano convincimento interiori. Non pretendere « pratiche » religiose che non siano giustificate da una preparazione e un'esigenza e una consapevolezza profonde. Certe persone cosiddette religiose, eccessivamente zelanti, se non portano altri ai sacramenti o al proprio « gruppo » a brevissima scadenza, si sentono quasi in colpa e hanno l'impressione di tradire la loro missione. Sarà bene ricordare che anche un rapporto di amicizia ha un valore religioso! E l'arrivo della grazia va preparato pazientemente, rispettando i « tempi lunghi », potenziando i contatti umani. Certe frette eccessive, certe proposte intempestive, certi sistemi precipitosi e semplicistici finiscono per combinare grossi guai - talvolta irreparabili -, creare situazioni ambigue e precarie. 1 risultati immediati sono sempre a danno di una vera maturazione. L'illusione di poter « saltare » impunemente determinate tappe si sconta, immancabilmente, a più o meno lunga scadenza, con amare sorprese. Per concludere. Si tratta di imparare dal precursore questa lezione importantissima: il coraggio di dire « non sono io ». Ossia l'onestà di presentare Colui che è l'atteso, Colui che offre tutte le garanzie, Colui che noli delude, senza tentare il gioco pericoloso dello scambio delle parti. Si tratta di imparare esattamente il tempo dell'azione. E, soprattutto, il tempo dell'uscita... Un ritardo, in questo senso, può risultare fatale, oltre che esporci al ridicolo. Ah, dimenticavo. Nel caso il Protagonista tardasse ad arrivare, il nostro compito è quello di alimentare, sostenere l'attesa, purificare lo sguardo per essere in grado di riconoscerlo. Non quello di sostituirlo.

 

NON NOBIS DOMINE
NON NOBIS
SED NOMINI TUO DA GLORIAM

 

MONETA
MONETA TEMPLARE a cura del Gen. Dott. Maurizio Navarra (nella foto componenti del Magnum Magisterium Templi Prof. Corona, Dott. Navarra e Dott. Comito)
La curiosità che è nata in me in seguito alla scoperta della moneta “templare” nelle Reliquie di Santa Maria Salome non mi ha lasciato pace e mi ha costretto ad approfondire, per quanto nelle mie possibilità di storico ed archeologo dilettante, l’argomento per cercare di comprendere quello che mi è parso subito essere un rebus intrigante. Stiamo parlando di una piccola moneta, un “picciolo”, mai rinvenuto nelle precedenti ricognizioni canoniche non per la superficialità di chi nel passato si è dedicato a tale indagine, ma soltanto perché i mezzi che mette oggi a disposizione la scienza concedono metodologie di ricerca più efficaci ed impensabili sino a pochi anni fa. Applicando queste metodologie è stato possibile per la commissione scientifica, voluta dal Rettore della Basilica Don Angelo Oddi, individuare ed aprire quel piccolo sacchetto che conteneva, oltre la moneta, sassolini, piccoli frammenti di ossa e di calcina. Un “picciolo”, ovvero “moneta spiccia” come si direbbe oggi, un valore che potrebbe corrispondere alle nostre monete sottomultiple dell’Euro. Su un lato del conio è impressa una croce templare, sull’altro una figura molto confusa, forse orientaleggiante sotto la quale è possibile interpretare un rilievo che sembra corrispondere al numero romano VII. Questi i fatti obiettivi. Ma c’è di più. La moneta sembrava messa li a bella posta, nascosta tra le reliquie della Santa, probabilmente proprio da chi ha riordinato per la prima volta i resti, forse (è un’ipotesi assolutamente percorribile) all’epoca stessa del loro rinvenimento. Posto che non può essere dubbio alcuno sulla croce templare del conio, ove il disegno sull’altra faccia della moneta rappresenti qualcosa che richiami l’oriente, un altro elemento del rebus potrebbe emergere con chiarezza: Templari e Terra Santa. Su una cosa, però, si può essere certi. Correggo quanto ho asserito in un primo momento e mi scuso con i lettori per essermi lasciato trascinare da un elemento che sembrava essere evidentissimo per quella croce impressa dal conio. La moneta, sicuramente, non è moneta templare. L’Ordine Templare, infatti non ha mai battuto moneta ed ha sempre utilizzato per i propri scambi monete in circolazione nei diversi stati europei ed in Terra santa. I numismatici esperti non hanno, infatti, mai catalogato monete templari per il semplice fatto che l’Ordine non ha mai avuto un proprio territorio nazionale e non si è, di conseguenza, mai identificato in una realtà statuale, unica ad aver diritto – a volte su autorizzazione imperiale – ad avere una monetazione propria. Sta di fatto, nel contempo, che moltissimi stati e staterelli hanno, in Europa e nell’oriente, coniato monete che effigiavano su una delle due facce una croce, a volte latina, a volte templare. A questo punto il mistero si fa più fitto ed il rebus più complesso. Un rompicapo pensato da chi ha mescolato ai sacri resti un messaggio, forse volutamente criptico, che potesse essere letto e compreso da posteri veramente in grado di capire. Gli elementi sono l’involucro chiuso, il suo contenuto estremamente povero ed essenziale, l’avere nascosto tutto ciò mescolato alle reliquie in modo che non potesse essere trovato con semplicità. Non c’è prova di questo, ma è ipotizzabile che questa operazione possa essere avvenuta forse all’insaputa delle altre persone che si sono occupate dei resti. La prima ipotesi che provo a percorrere è la più semplice. Una delle persone che ha avuto il pio incarico di occuparsi dei resti nel momento del loro rinvenimento nel 1209, ha voluto lasciare – era usanza che si è protratta nel tempo – una sorta di ex voto o una richiesta di grazia direttamente a contatto con le reliquie di una Santa così importante per la Chiesa e la cui venerazione avrebbe trovato localizzazione nella Città di Veroli. Moneta, calcina, sassolini, frammenti di ossa potrebbero significare (è ipotesi di pura fantasia) una piccola offerta tipica di una persona modesta che ha, con questa, affidato alla Santa il ricordo materiale di una grazia ricevuta. Ciascuno provi ad immaginarne la motivazione. La seconda ipotesi è un po’ più complessa e forse più affascinante. In questo caso immagino che quel piccolo involto non fosse stato occultato nascostamente da qualcuno, ma al contrario fosse stato inserito nel reliquiario in quanto gli elementi che conteneva avrebbero dovuto essere una sorta di “dichiarazione di autenticità” della reliquia e delle sue origini. Un punto di concretezza capace di dare una prova tangibile di quanto scritto sulla “chartula” ovvero “Marya mater Yoannes apostolo et Yacoby ene esta – Yacoby Maria”. Allora la calcina ed i sassolini, insieme ai frammenti di ossa potrebbero far pensare a qualcuno che ha raccolto i resti in un sepolcro avendo cura di asportarne ogni traccia ed ogni frammento, e con questi anche un campione dello stesso materiale con il quale era fabbricato il sepolcro. Di qui la accurata separazione con i rimanenti elementi del reliquiario. Ultima la monetina. Non soltanto uno spicciolo, stavolta. Una sorta di firma, piuttosto. La scelta di una moneta che contenesse un elemento chiaro di identificazione come la Croce Templare. A ricordare nel tempo che furono Cavalieri templari ad occuparsi delle reliquie. Maurizio Navarra

 

VEROLI TEMPLARE
I misteri di Veroli templare - Prof. Francesco Corona
Durante la conferenza stampa in vista del VIII centenario(1209-2009) delle reliquie di Santa Maria Salome che si è tenuta nella basilica di Veroli il 17/10/2008 presenziata dal Rettore Don Angelo Oddi, supervisore della commissione di studio per le reliquie, alla presenza inoltre del Sindaco di Veroli e di numerose autorità civili e religiose, si sono notificati i primi risultati della ricognizione canonica iniziata ufficiosamente il 17 ottobre 2007 e tuttora in fase di svolgimento. Dai risultati attuali molto vi è ancora da comprendere , analizzare, studiare ed approfondire, tra i numerosi elementi di indagine vorrei però soffermarmi su ciò che ha destato maggiore curiosità nei confronti di tutti i partecipanti, soprattutto nei cittadini di Veroli, ovvero la presenza, mai rilevata prima d’ allora, di una moneta templare cucita con altri frammenti ossei in un telo di antica fattura di dimensioni 307cm x 72cm con bande laterali verdi e purpuree. Si ipotizza che il telo sia di epoca medievale ma occorre a mio avviso procedere con datazione al carbonio 14 onde comprendere se questo tessuto non risalga ad epoca più antica. Ma veniamo alla moneta templare il cui conio ricorda quello hierosolimitano del XIII secolo con Croce Patente templare da un lato(A) e Cupola della Roccia di Gerusalemme(B) dall’altro. Una sigillo molto simile risulta essere ben custodito presso gli Archives Nationales di Parigi al numero di repertorio 9862. Storicamente parlando, dopo il concilio di Troyes che sanciva ufficialmente il riconoscimento dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone altrimenti detti templari sotto la regola DE LAUDE NOVAE MILITIE del cistercense San Bernardo di Chiaravalle, il 29 marzo 1139, sotto la reggenza del secondo Gran Maestro dell’ordine templare Robert de Craon, Papa Innocenzo II promulgò la bolla Omne Datum Optimum, che esentava l'ordine dal pagamento delle tasse e lo rendeva indipendente dalla giurisdizione ecclesiastica ed alle dirette dipendenze papali. Ai monaci templari venne inoltre garantito il diritto di portare una croce rossa patente e furono affidate loro numerose missioni papali. Una delle missioni particolari loro assegnate dal Papa era proprio la ricerca in Europa e in Terra Santa delle reliquie dei Santi della Chiesa di Roma. I templari furono ad esempio protagonisti della traslazione delle reliquie di San Nicola(iconograficamente presente in un bellissimo affresco nella Basilica di Veroli dove sono custodite le reliqui) dall’Oriente Latino a Bari, come documentato dall’allora diacono di Trani Amando nel testo datato 1153 Historia Traslationis Sancti Nicolai Peregrini. Ritengo pertanto che proprio in questo contesto sia da collocare il ritrovamento della moneta templare di Veroli nelle banda di tessuto delle reliquie di Santa Maria Salome , ovvero una prova provata del loro coinvolgimento diretto, per mandato papale, nella gestione delle sacre reliquie attraverso una monetina del loro conio che fornisce un identificativo chiaro del loro coinvolgimento e una datazione certa del periodo nel quale si sono compiute le operazioni di ritrovamento e/o traslazione della Santa. In aggiunta a tutto ciò possiamo notare come due della quattro croci presenti sulla teca contenete le sacre reliquie sono esplicitamente croci patenti templari. Concludiamo questo breve articolo dicendo che il ritrovamento della moneta e il contesto del sito e dell’urna sono elementi importantissimi che meritano ulteriori approfondimenti; la forte presenza dei monaci-guerrieri in Veroli è peraltro documentata da numerose elementi simbolici presenti sulle mura della cittadella antica e dalla vicina abbazia di Casamari che come tutti i monasteri cistercensi vantava un presidio templare atto a garantire protezione interna e protezione ai pellegrini in viaggio verso i luoghi sacri della memoria di Cristo Nostro Signore.

 

LA CROCE PATRIARCALE
Il nostro rituale a cura dell Dott. Raffaele Sepe
Durante il nostro rituale ispirato dall’eccelso patronato dell’arcangelo MIKAEL e profondamente ispirato dal sacro nome del Cristo vengono esaltati alcuni simboli di luce fondamentali: 1. per primo viene esaltato il Vero Vivente Iddio Altissimo e il suo santo e glorioso Nome impronunciabile da cui il motto templare contenuto nel salmo 115 NNDNNSNTDG. Esso è simboleggiato dalla luce del candelabro ad un braccio. 2. Il candelabro a 3 braccia rappresenta le tre luci della Santissima Trinità Padre - Figlio-Spirito Santo 3. Attraverso il candelabro a sette braccia vengono esaltate le sette luci delle sette virtù cavalleresche, tre chiamate teologale: Fede, Speranza e Carità; quatto chiamate cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza. 4. Per finire il primo e più puro dei simboli templari che Warmond consegnò ai nove cavalieri dell’antico ordine: la Croce Patriarcale simbolo della luce mistica di Cristo.

 

PANTHEON LO STARGATE IGNORATO
Pantheon lo stargate ignorato a cura del Prof. Umberto Di Grazia
Davanti alla fontana con al centro un obelisco di Ramses II, proveniente da Heliopolis e dal XII secolo a.C,.è “facilmente visibile” il Pantheon. Non può sfuggire è lì, anche se intorno la fauna eterogenea fa di tutto per distrarvi con suoni,giochi volanti cinesi venduti da nordafricani e persone senza il senso di chi sono e dove sono, stordite, forse, da un qualcosa che non riescono a far emergere nei loro abituali pensieri. Qualcosa di sospeso,effettivamente, domina, più che altrove.., in questo spazio che sembra aver perso il Senso Del Sacro antico e presente da sempre. Non era così per i nostri antenati che li avevano messo un segnale visibile agli occhi ed alla memoria di tutti; quel luogo aveva, secondo il mito, visto salire, tra luci fragori e lampi, il re Romolo sulla biga di fuoco di Marte per salire insieme nel cielo, oltre l’umano visibile. Agrippa, come si sa bene ( rari per bellezza e fonte d’informazione gli “itinerari archeologici della Newton Compton scritti dal prof.dott.Romolo A.Staccioli..)date le sue personali parentele, riesce ad avere l’appalto per la costruzione (genero e generale di Augusto..)del primo Pantheon dedicato a tutti gli dei nel 27-25 a.C. e “nacque così il primo tempio, a pianta rettangolare, ed orientato, come era uso, verso Sud per poi cambiare di struttura con Adriano nel 118-125 d.C. E da questo momento inizia una storia non detta ne ascoltata, è proprio il caso di dirlo, da nessuno. Infatti nella sua ultima trasformazione, e grazie alle notizie di archeologia sacra raccolte da Adriano in giro per il mondo civile di allora, diventa la costruzione con più ripetizione di eco del mondo, anche attuale. Un suono emesso all’interno si moltiplica, a secondo del clima, quindi anche della stagione e del punto dal quale viene emesso, da 43 a 46 volte. Il tempio per evocare e, secondo la tradizione, far entrare od uscire, dal foro centrale in alto, le divinità evocate, oltre ad avere una forma ha anche una voce giusta: il suono ripetuto tanto quanto serve per avere un contatto con forze inconsce, molti direbbero…. o far apparire e sparire, per i più semplici, la divinità richiesta A Roma, prima delle tendenze culturali indiane o dell’uso dei mantra e mandala d’importazione ( forme e suoni..) aveva il suo Stargate, il primo cancello, conosciuto, verso le stelle, come è descritto in passi rari del libro “Egizio dei morti” quando Horus parla della sua possibilità di raggiungere Seth, l’odiato nemico, nelle galassie più lontane. Comunque, tornando alla costruzione voluta da Adriano, abbiamo, davanti all’obelisco di Ramses II, una struttura dove al suo interno può entrare una sfera di 43,30 metri di diametro. STRANEZZA DELLE MISURE SCELTE Perché, tra tante possibili queste misure..? E’ la prima cosa che mi sono chiesto oltre a rimanere stupito per la scelta dei materiali usati per le sue fondamenta e per la solidità ed elasticità delle sue pareti usando impasti di calcestruzzo con frammenti di, dal basso verso l’alto: travertino e di tufo ,scaglie di mattoni e tufo,scaglie di mattoni,scaglie di mattoni e tufo,e per la cupola, le scaglie di tufo e scorie vulcaniche.

 

ACCADEMIA EUROPEA IL TEMPIO
AESA - Appunti di Storia - La struttura dell’antico Ordine del Tempio – Prof. Francesco Corona Accademia Europea delle Scienze e delle Arti
I templari nascono come ordine monastico-militare nel 1120 e la loro struttura trae ispirazione dall'ordine cistercense e dalla figura più rappresentativa che proprio in quegli anni di fondazione caratterizzava la cultura europea, Bernardo di Chiaravalle. La figura di monaco-guerriero istituzionalizzata con sigillo papale nel Concilio di Troyes fu rivoluzionaria, e San Bernardo riuscì magistralmente a scavalcare la tradizionale classificazione sociale formata da: Bellatores (coloro che combattevano), Oratores (coloro che pregavano) e Laboratores (coloro che lavoravano), riunendo le funzioni di preghiera e combattimento in un’unica figura.Oltre i tre classici voti degli ordini monastici: povertà, obbedienza e castità, adottarono la regola benedettina e cistercense. Il predicatore e teologo dell'ordine dei Cistercensi, che divenne loro convinto sostenitore, nel suo De laude novae militiae indica ai cavalieri le attività da svolgere in tempo di pace e di guerra, l'alimentazione da seguire, l'abbigliamento da indossare nelle varie circostanze per ciascuna categoria di fratelli, i cavalieri ad esempio adottarono la veste bianca dei cistercensi sormontata da una croce rossa. Venivano reclutati soprattutto tra i giovani della nobiltà, desiderosi di impegnarsi nella difesa della cristianità in Medio Oriente. L'ordine militare così formato aveva una gerarchia assai rigida. I suoi membri come in ogni ordine monastico, facevano voto di castità, obbedienza e povertà, lasciando all'ordine tutte le loro proprietà ed eredità. La presenza dei templari sul territorio era assicurata dalle diverse sedi templari: le Precettorie, le Mansioni o Magioni e le Case Fortezza o Capitanerie (queste ultime due meno importanti delle precettorie), largamente autonome dal punto di vista gestionale. Si fa presente che intorno al secolo XIII si contavano circa 15.000 cavalieri templari in Europa contro circa i mille uomini schierati nei territori d’Otremair. Case Fortezza: Una Casa Fortezza avevano solitamente la forma di un grande rettangolo delimitato da mura ben salde, merlate e circondate da un fossato. L'ingresso era ad Occidente.Nella parte interna, sulla destra, erano le cucine, il refettorio ed i depositi vari; a mezzo di una scala si saliva al primo piano, destinato ai dormitori ed ai servizi; al centro era la Capella ad una sola navata; a sinistra il dormitorio per i pellegrini e, in fondo, la sala d'armi. Di fronte erano i granai, le fucine, la falegnameria e l'armeria. Ai due fianchi le scuderie. Sul pennone della cappella sventolava il gonfalone con in mezzo la croce vermiglia. La vita, regolata dai rintocchi della campana della cappella, si divideva tra esercizi spirituali ed addestramento militare. All'alba le pattuglie uscivano dalla fortezza, ognuna con un suo compito ben preciso: sorveglare le strade, raccogliere la legna, proteggere pellegrini e viandanti. A capo di ciascuna casa era eletto un capitano che rimaneva in carica per un periodo abbastanza breve. Nella casa vivevano, oltre ai monaci, anche scudieri, aiutanti ed operai. Intorno al tempio si estendevono i poderi, spesso molto ampi, punteggiati di case coloniche di proprietà dell'ordine ma abitate da fattori. I cavalieri templari avevano il diritto di esigere tasse sulle fiere e l'imposta sui donati, cioè piccoli proprietari terrieri che si donavano al Tempio per sfuggire all'autorità del signorotto del luogo. In cambio questi donati ricevevano protezione e soprattutto aiuti in caso di carestia. Per donarsi al tempio occorreva pronunciare il seguente giuramento: Io dono il mio corpo e la mia anima. la mia terra ed i miei onori alla Case del Tempio nelle mani del fratello... (e seguiva il nome del capitano). Nelle grandi capitali (Parigi, Londra, Roma e altre) vi erano, invece, le Case e ognuna di esse aveva il controllo di una delle sette grandi provincie dall'Inghilterra alle coste dalmate in cui i templari avevano diviso la loro organizzazione monastica. Al massimo del loro fulgore arrivarono presumibilmente ad avere centinaia di sedi distribuite capillarmente in tutta Europa e Medio Oriente, il che diede loro una grande influenza economica e politica nel periodo delle Crociate. Bolla papale “Omne datum optimum”: La crescita dell'Ordine fu ulteriormente accentuata dal favore papale che aveva concesso all'Ordine la totale indipendenza dal potere temporale, compreso l'esonero dal pagamento di tasse e gabelle, oltre al privilegio di rendere conto solo al Papa in persona e di esigere le decime. Con il secondo Gran Maestro dell’Ordine dal 1136 al 1147 Robert De Craon già siniscalco dal 1132 al 1135, ed uno dei nove cavalieri coofondatori, l’allora papa Innocenzo II concesse ufficialmente all’Ordine, con la bolla “Omne datum optimum” del 1139, importantissimi privilegi di natura economica e amministrativa. Tra questi, l’autorizzazione di costruire oratori, cimiteri, cappelle e chiese proprie, l’esenzione da tasse e da decime episcopali, il diritto d’impossessamento dei bottini di guerra, la redazione delle modalità d’elezione dei Gran Maestri. Il maggiore influsso dei templari non fu comunque di tipo militare, quanto piuttosto di tipo culturale ed economico, sotto il profilo della diffusione di strumenti economico finanziari, della distribuzione del reddito attraverso la creazione di posti di lavoro: con le abbazie ed i loro terreni agricoli, con la costruzione delle cattedrali, l'ordine portò lavoro, reddito e sviluppo in molte parti d'Europa, attraverso una estesa rete di succursali. La composizione sociale: Vi erano quattro divisioni di confratelli nei templari: • cavalieri, equipaggiati come cavalleria pesante • sergenti, equipaggiati come cavalleria leggera, provenienti da classi sociali più umili dei cavalieri • scudieri, maestri di mestiere e fattori che rispettivamente badavano ai cavalli e che costruivano ed amministravano le proprietà dell'Ordine • cappellani, che erano ordinati sacerdoti e curavano le esigenze spirituali dell'Ordine. Ogni cavaliere, comunque, al momento della sua investitura faceva voto di castità, umiltà e povertà. Ciascun cavaliere aveva sempre due o tre sergenti che lo accompagnavano in battaglia e un gruppo di sei o sette scudieri per assisterlo sia in tempo di pace che di guerra. Alcuni confratelli si occupavano esclusivamente di attività bancarie, in quanto l'Ordine trattava frequentemente le merci preziose dei partecipanti alle Crociate ed ave va istituito le famose lettere di credito per coloro che desideravano viaggiare in Europa in tutta sicurezza. La maggioranza dei Cavalieri templari si dedicava tuttavia alle manovre militari. I templari usavano le loro ricchezze per costruire numerose fortificazioni in tutta la Terra Santa ed erano probabilmente le unità da combattimento meglio addestrate e disciplinate del loro tempo. Alcuni li considerano precursori dei moderni corpi speciali o unità d'élite. Vi erano inoltre i Turcopoli, (una sorta di Legione Straniera), mercenari arruolati nei territori latini d’oriente. Tutta questa guarnigione era distribuita in più dipartimenti: in Terrasanta (Gerusalemme, Terre di Gerusalemme, Tripoli, Antiochia, Cipro, Armenia) ed in Europa (Germania, Francia, Inghilterra, Italia, Penisola Iberica e Ungheria). Il loro abbigliamento era stabilito in funzione di due criteri: la gerarchia dei Cavalieri Templari nell’Ordine del Tempio e la loro posizione geografica (per le condizioni climatiche). Ma, in generale e come vedremo più avanti, c’era una certa uniformità nell’abbigliamento e tutto era previsto nella loro bisaccia. Le stoffe potevano essere rivestite internamente di pelle d’agnello o di montone ma mai con ricche e comode rifiniture. La vita monastico-guerriera: La vita monastica ispirata dalla regola di San Bernardo prevedeva esercizi spirituali in chiave benedettina e cistercense ed esercizi di tipo militare. Da una personale ricerca sui luoghi sacri italiani i templari cercarono, con forti pressioni verso il Papa, di riappropriarsi degli antichi luoghi di culto dei monaci italo-grechi come l’Abbazia di S. Giovanni in Argentella a Palombara Sabina(RM) oppure la cittadella di Veroli(FR), i possedimenti in Terra d’Otranto o l’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta. Per quest’ultimo caso infatti la presenza dei Templari nell’Abbazia di Sermoneta è avvalorata anche da una donazione, datata 1222, del Pontefice Onorio III ai Cistercensi di Casamari, ai quali era dato in proprietà il Convento di San Domenico di Sora. Il Papa specificava che tale donazioni avvenivano affinché i Templari (senza però nominarli) non annettessero il convento poiché disponevano già di ampi possedimenti. Questi fatti avallano l’ipotesi che per gli esercizi spirituali si cercassero luoghi di preghiera idonei sull’esempio dei monaci basiliani che ricordiamo praticavano l’Esichia o Preghiera del Cuore nota anche come Preghiera di Gesù. Bibliografia consigliata • Malcom Barber. La Storia dei Templari. Libreria Editrice Goriziana. • Martin Bauer. Il mistero dei Templari (Die Tempelritter Mythos und Wahrheit). 1997. ISBN 8854104035 • San Bernardo di Chiaravalle. Ai Cavalieri del Tempio. L'elogio della nuova Cavalleria, (a c. di Mario Polia). Il Cerchio, Rimini 2003. • Georges Bordonove. La vita quotidiana dei Templari nel XIII secolo. Mondadori, 1995 • Georges Bordonove. I Templari. ed. Sugarco, 1993 • Petromilli Gabriele. "I Templari e la Santa Casa di Loreto" ed. Aratron - 1986 • Georges Bordonove. La tragedia dei Templari. Bompiani, 2003. ISBN 8845290794 • Fulvio Bramato. Storia dell'Ordine dei Templari in Italia. Fondazioni. Atanor, 1991 • Fulvio Bramato. Storia dell'Ordine dei Templari in Italia. Le inquisizioni. Le fonti. Atanor, 1994 • Franco Cardini. La nascita dei Templari. San Bernardo di Chiaravalle e la Cavalleria mistica. Il Cerchio, Rimini 1999 • Alain Demurger. Vita e morte dell'Ordine del Tempio. Garzanti, 1996 • Barbara Frale. I Templari. Il Mulino, 2004, • Mario Moiraghi. L'italiano che fondò i Templari. Ancora, 2005.

 

GIORGIO DIANTONIO
29 settembre 2008 Anno ordini 890, festività di San Michele Arcangelo Capitolo del Priorato del Tempio Hierosolomitano di Mik’Ael Abbazia di San Giovanni in Argentella, Palombara Sabina. a cura del Gran Conestabile del Priorato (nella foto in primo piano nell'Abbazia di San Giovanni in Argentella)
Il significato di San Michele Arcangelo, brevi note. Il nome dell’arcangelo Michele è uno dei tre arcangeli menzionati nella Bibbia. Il nome Michele deriva dall'espressione Ebraica "Mi-ka-El" che significa "chi è come Dio?". Michele, è citato cinque volte nella Sacra Scrittura; tre volte nel libro di Daniele, una volta nel libro di Giuda e nell'Apocalisse di Giovanni e in tutte e cinque le volte egli è considerato “capo supremo dell’esercito celeste”, cioè degli angeli in guerra contro il male, che nell’Apocalisse è rappresentato da un dragone con i suoi angeli; il dragone (il demonio) sconfitto nella lotta, fu scacciato dai cieli e precipitato sulla terra. L'arcangelo Michele è quindi ricordato per aver difeso la fede in Dio contro le orde di Satana . Nel calendario liturgico cattolico si festeggia il 29 settembre con l'Arcangelo Gabriele e l'Arcangelo Raffaele . Arcangelo è un tipo di angelo, presente nei canoni di diverse religioni: nel Cristianesimo, nell'Ebraismo e nell'Islamismo. L'etimo deriva dal latino "archangelus" (e dal greco, archanghelos), composto dalle parole "archein" , comandare, e "anghelos" , angelo. Nella Bibbia, nel vecchio testamento, come detto, Michele è citato nel Libro di Daniele (12,1), come primo dei principi e custode del popolo di Israele. Nel Giudaismo, secondo la tradizione rabbinica, (Qabbaláh, e libro di Enoch), il numero usuale degli arcangeli è dato essere almeno sette, che sono gli angeli focali. I tre più alti arcangeli sono comunemente identificati come: Michael, Raphael e Gabriel. Altri otto nomi di angeli ricorrono spesso e sono: Uriel, Sariel, Raguel, e Remiel (probabilmente il Ramiel dell'Apocalisse di cui al Libro di Baruc, disse di presiedere le vere visioni), Zedkiel, Jophiel, Haniel e Chamuel. Nel Cristianesimo i libri canonici compresi nel Nuovo Testamento parlano raramente di angeli, e ci sono solo due riferimenti agli arcangeli: Michele in Giuda 1:9 e lettera ai Tessalonicesi 4:16, dove la «voce di un arcangelo» è sentita al ritorno di Cristo. Contrariamente alla credenza popolare, Gabriele non è mai chiamato arcangelo nei Vangeli. Nella tarda tradizione cristiana, comunque sia, ci sono tre arcangeli: Michele, Gabriele e spesso Raffaele; a volte Uriel è dato come il quarto arcangelo. Gli Ortodossi menzionano "sette arcangeli". Uriel è incluso, e gli altri tre più spesso citati sono Selaphiel, Jegudiel e Barachiel. A volte Satanel è considerato un arcangelo caduto, che originariamente aveva nome di Lucifero la Stella del Mattino, anziché solo Lucifero. Nell'Islamismo gli arcangeli includono Michael o Mikail (arcangelo della sostanza), Gabriel o Jubril (arcangelo della rivelazione, che porta il Corano a Maometto), e Azrael o Ezrail (angelo della morte). I nomi che sono menzionati nelle scritture Islamiche includono l'angelo della morte o Malak-al Maut, Israfil o Israfil (arcangelo che è riferito al giorno del Giudizio), Malik (il custode degli Inferi), Munkar e Nakir (angeli dell'interrogazione, che interrogheranno le anime dei morti riguardo la loro vita prima della morte) e Radwan (il custode del Cielo). Raqib o 'Atid è l'angelo che tiene i ricordi della vita di ogni persona, che sia buona o cattiva. Israfil e Ezrail non sono mai menzionati nel Corano, come del resto Nakir e Munkar, mai menzionati come arcangeli sia nel Corano che in altre scritture islamiche; è però enfatizzato nei testi islamici come gli angeli siano senza sesso. Iconografia L'immagine di Michele arcangelo come si è venuta strutturando nel tempo, sia per il culto che per l'iconografia, è originata e dipende dai passi dell'Apocalisse di Giovanni. Michele è comunemente rappresentato alato in armatura con la spada o lancia con cui sconfigge il demonio. È il comandante dell'esercito celeste contro gli angeli ribelli del diavolo, che vengono precipitati a terra. A volte ha in mano una bilancia con cui pesa le anime. Sulla base del libro dell'Apocalisse, altri scrittori redassero storie evidentemente derivate, alcune di queste vennero dedicate a Michele, tali storie contribuirono a rafforzare l’immagine che sempre più lo definisce come essere maestoso con il potere di vagliare le anime prima del Giudizio. L'iconografia bizantina invece predilige l'immagine dell'arcangelo in abiti da dignitario di corte (con il loron) rispetto a quella del guerriero che combatte il demonio o che pesa le anime, più adottata invece in Occidente. Il Culto Michele è stato sempre rappresentato e venerato come l’angelo-guerriero di Dio, rivestito di armatura dorata in perenne lotta contro il Demonio il quale continua nel mondo a spargere il male e la ribellione contro Dio. Michele è considerato allo stesso modo nella Chiesa di Cristo, che gli ha sempre riservato fin dai tempi antichissimi, un culto e devozione particolare, considerandolo sempre presente nella lotta che si combatte e si combatterà fino alla fine del mondo, contro le forze del male che operano contro il genere umano. Il culto dell'arcangelo Michele è di origine orientale. L'imperatore Costantino I a partire dal 313 d.C. gli tributò una particolare devozione, fino a dedicargli il Micheleion, un imponente santuario fatto costruire a Costantinopoli. Alla fine del V secolo il culto si diffuse rapidamente in tutta Europa in seguito all'apparizione dell'arcangelo sul Gargano in Puglia. Secondo la tradizione, l'arcangelo sarebbe apparso a san Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto l'8 maggio 490, ed indicatagli una grotta sul Gargano lo invitò a dedicarla al culto cristiano. In quel luogo sorge tutt'oggi il Santuario di San Michele Arcangelo - Celeste Basilica - (nel mezzo del nucleo cittadino di Monte Sant'Angelo). Tale santuario nel Medioevo fu meta di ininterrotti flussi di pellegrini, i quali per giungervi percorrevano un apposito percorso di purificazione detto Via Sacra Langobardorum. Il Santuario di San Michele Arcangelo -"Celeste Basilica", fu decisivo per lo sviluppo della devozione all'Arcangelo e per la sua propagazione nell’Occidente europeo. Il culto micaelico, difatti, partì dall’Oriente Bizantino come già detto e si insediò nell’Occidente Latino soprattutto grazie al Santuario Garganico che fu legato a vari protettori: Bizantini, Longobardi (dei quali l'arcangelo divenne il patrono nazionale), Normanni, Svevi, Angioini. Il culto micaelico, nel tempo, sovrapponendo alla valenza religiosa quella data dai vari popoli e organizzazioni della società, divenne un formidabile collante politico, testimoniato dal fatto che varie personalità politiche, religiose, militari abbiano nei secoli visitato Il Santuario Garganico. Nella vita di papa Gregorio I si narra che durante una tremenda pestilenza, al termine di una processione con il canto delle litanie istituite dal papa intorno alla città di Roma, Gregorio vide apparire su Castel Sant'Angelo San Michele che deponeva la spada nel fodero, segno che le preghiere erano state ascoltate e che la terribile epidemia sarebbe cessata. Per commemorare l'episodio sul monumento fu eretta una statua raffigurante l'arcangelo. Altro luogo di venerazione dell'arcangelo Michele è l'isolotto francese di Mont Saint-Michel. Qui, secondo la leggenda, l'arcangelo Michele apparve nel 709 a sant'Uberto, vescovo di Avranches, chiedendo che gli fosse costruita una chiesa sulla roccia. Il vescovo ignorò tuttavia per due volte la richiesta finché san Michele non gli bruciò il cranio con un foro rotondo provocato dal tocco del suo dito, lasciandolo tuttavia in vita. Il cranio di Sant'Uberto con il foro è conservato nella cattedrale di Avranches. Michele è molto caro anche ai russi assieme all'arcangelo Gabriele e oggetto di diverse icone. Un monastero del XII secolo a lui dedicato, costruito sulla foce della Dvina, ha dato il nome all'intera città di Arcangelo, nel nord della Russia. Il culto di san Michele fu assai caro ai Longobardi come prima ricordato, inoltre in Italia l'arcangelo Michele è patrono di molti paesi e alcune città. San Michele viene invocato per la buona morte ed è il santo protettore dei paracadutisti, commercianti, maestri d'arme, poliziotti, merciai, speziali, Radiologi, fabbricanti di bilance e schermidori. Il nostro Priorato è dedicato a San Michele Arcangelo

 

MAGNA CARTA
FEDERAZIONE DEGLI ORDINI E DELLE CONFRATERNITE TEMPLARI ( F.O.C.T.) MAGNA CARTA DEI VALORI TEMPLARI (nella foto il Grande Ufficiale Fabio Cavalli con il Commendatore della Domus Templi Cemtumcellae Oscar Morosini)
Con la presente i Dignitari DELEGATI rappresentanti delle organizzazioni templari nazionali e transnazionali nel rispetto delle singole integrita’ di appartenenza e senza violazione dei relativi statuti si impegNano a riconoscere la presente Magna Carta dei Valori al fine della costituzione di una Federazione degli Ordini e Confraternite TempLari (F.O.C.T.). I DIGNITARI DELEGATI RAPPRESENTANTI Si impegano, in comunione di intenti, a sottoscrivere il riconoscimento dei seguenti sette principi templari 1.Rispetto e condivisione dei valori di fede cristiani ( ) con particolare riferimento a quelli della tradizione cattolica. 2. Riconoscimento dei valori espressi nella regola templare dettata dal cistercense San Bernardo di Chiaravalle 3. Rispetto ed applicazione delle sette virtù cavalleresche: tre teologali: Fede, Speranza e Carità e quattro cardinali: Giustizia, Fortezza, Prudenza e Temperanza. condivisione della Fraternità Cavalleresca quale moto dell’animo che tende all’unità e all’unione di tutti gli aderenti in virtù dei comuni Ideali. I Confratelli, non come obbligo, ma, reciprocamente riconoscendosi dono di Dio, spinti da uno slancio di sentimento spontaneo, si presteranno aiuto, sostegno, assistenza e conforto, in un autentico spirito di fedeltà e devozione fraterna. 4. Spirito di fratellanza templare senza distinzione di sesso, credo politico, radici sociali e geografiche. Impegno ad operare in sostegno della società , vivendo, proponendo e trasferendo in questa, concretamente e senza alcun indugio, la forma di vita evangelica e i valori cristiani della Cavalleria. 5. Spiccato senso del sacro della propria patria e dell’onore. 6. Spirito di tolleranza verso tutte le religioni ed aiuto ai bisognosi. 7. Riconoscimento universale nel motto templare estratto dal salmo 115: Non Nobis Domine, Non Nobis, Sed Nomini Tuo Da Gloriam. Roma li, ___________________ TIMBRO E FIRMA

 

MOSAICO MEDIEVALE
Il senso misterico del mosaico medievale della cattedrale di Otranto a cura del prof. Francesco Corona
Il mosaico pavimentale della cattedrale dell’Annunziata di Otranto è il più grande d’Europa, fu realizzato nel periodo medioevale che va dal 1163 al 1166, in piena età normanna, dalla scuola d’arte dei monaci basiliani dell’abbazia di San Nicola di Casole a pochi chilometri a sud di Otranto e presieduta all’epoca dallo ieromonaco Pantaleone, preside della facoltà pittorica del Monastero. Il Monastero, attualmente ridotto ad un rudere, rappresentò nel medioevo uno dei più fiorenti centri di cultura cosmopolita del mediterraneo; significativa testimonianza di questa importanza sono i numerosi palinsesti di rara fattura sparsi per le più importanti biblioteche d'Europa, ed il capolavoro per eccellenza, l’immenso mosaico pavimentale di Otranto. L’abbazia di San Nicola di Casole, gettò le basi sulle quali sorse il Rinascimento italiano, anticipando infatti di più di un secolo le città del nord Europa, già dal 1160 il Monastero operava come una vera Università alla quale era associata una Accademia di Scienze Talmudiche, una ricca biblioteca, ed un assai conosciuto Scriptorium equivalente ad una vera e propria casa editrice dell’epoca famoso per le sue Salmodie. Secondo alcuni illustri studiosi, il monastero basiliano di San Nicola di Casole era, per importanza culturale, paragonabile a quello benedettino di Cluny in Francia. Fu distrutto poi durante l’assedio dei Turchi di Maometto II, nel 1480 e tutto il suo patrimonio andò perduto. Dai riferimenti espliciti del mosaico di Otranto, “Opus Insigne” (1163-1166), come lo definisce lo stesso ideatore Pantaleone, si possono agevolmente dedurre le caratteristiche cosmopolite del messaggio culturale della scuola del monastero basiliano, aperta ad una “Sapienza Globale”, per la quale, concettualmente, le conoscenze della storia dell’uomo con i suoi miti ed i suoi più reconditi misteri, confluivano in una unica visione tradizionale unitaria. Il mosaico resta dunque la più vivida testimonianza della grandezza dell’operato dei monaci basiliani ed ha come tema principale l’Albero della Vita della tradizione ebraico-cristiana, tuttavia presenta un linguaggio simbolico non facilmente interpretabili dall'uomo moderno, almeno per ciò che concerne una visione d'insieme puramente storico-mitologica, tale linguaggio racchiude al suo interno un messaggio per l'uomo universale, egli diviene il vero protagonista delle scene musive interagendo a più riprese con il divino, in una dimensione che enfatizza quegli aspetti tipici della mistica medioevale propri delle accademie talmudiche e che trascina con se tutta l'eredità passata delle metafisiche ebraica ed orientale. Questo punto è fondamentale per comprendere come uno studio sul mosaico basato esclusivamente sulla filologia e sulla paleologia dei simboli visti puramente nel contesto storico di riferimento dell’opera non è sufficiente. Molti studiosi trovano indecifrabile il tessuto linguistico-espressivo del mosaico negando spesso l’evidenza dei fatti (ad esempio i riferimenti al simbolismo cabalistico o al simbolismo tantrico induista) ma ciò che in realtà viene ignorato dalla scienza ufficiale è il fatto che tali componenti di linguaggio fanno parte di un contesto esegetico legato ad una tradizione soteriologia che Schaum definiva l’ unità trascendente di tutte le religioni e che ci riconduce a quel tempo biblico in cui si parlava una unica lingua ed esisteva una unica espressione dei riti religiosi. Nel mosaico convivono pertanto elementi esegetici differenti che possiamo riassumere in: storico-biblici veterotestamentari, mitologici e soterilogici. Lo studio di questi aspetti, mai precedentemente trattati dagli studiosi del mosaico, sono stati affrontati per la prima volta nel testo La Triplice Via del Fuoco del Mosaico di Otranto edito da Atanòr Roma. Partendo da una valutazione profonda dei simboli del mosaico, ho cercato di focalizzare l’attenzione sugli aspetti soteriologici fornendo una attenta analisi interpretativa del mosaico dalla quale possiamo dedurre i contenuti ermeneutici trattati dallo ieromonaco Pantaleone, il quale ha firmato a suo nome, in un punto preciso del mosaico, l’ Opus tessellatum. I temi dell’opera trattati riguardano: 1. Una esplicitazione ebraico-cabalistica del concetto di Albero della Vita mettendo in relazione le interpretazioni mitologiche e mistiche di differenti culture indo-europee. 2. Una simbologia di carattere propriamente gnostico ed un confronto con interpretazioni di scuole metafisiche indiane in relazione alla tradizione greco-ermetica e cabalistica. 3. Una ipotesi sul metodo di ascesi a due vie sviluppato e praticato dai monaci basiliani della scuola di San Nicola di Casole. Metodo non contenuto nei codici casolani del monastero(Tipiká) ma diretta conseguenza dell’enorme ricchezza di sapere dei monaci confermata peraltro dalla presenza di un enorme biblioteca con relativo scriptorium di testi orientali ed occidentali.

 

SEDICENTI TEMPLARI
COSA VUOL DIRE ESSERE TEMPLARI OGGI? di Maurizio Navarra Gran Cancelliere del Priorato del tempio Hierosolimitano di Mik'ael
Una piacevolissima serata. Una serata trascorsa sul bordo di un’incantevole piscina, persino ben protetti dalle zanzare che in queste serate calde ed umide di fine estate non danno pace. La conversazione è subito brillante ed interessante, semplice e cordiale nello stesso tempo. Si festeggia il compleanno di un caro e fraterno amico, Umberto di Grazia, che si rivela ai miei occhi nel corso della serata nonno affettuoso e premuroso. Per me, oramai nonno di lungo corso, è una vera e propria chicca inattesa. Tra i doni al festeggiato una spada che subito Umberto dimostra ancora una volta di saper maneggiare con grande perizia e grazia. Tra i doni al festeggiato un candido mantello templare che reca la Croce di Lorena. A questo punto la curiosità di tutti è stuzzicata a puntino. La conversazione si indirizza rapidamente sull’argomento del templarismo che i miei interlocutori mostrano peraltro di conoscere. Salta fuori – non è un mistero – che tra gli invitati c’è un gruppo di Cavalieri ai quali appartengo anch’io e che questi cavalieri si sono recentemente costituiti nel Priorato del Tempio Hierosolimitano di Mik’ael. Secondo precedenti esperienze di conversazioni in situazioni analoghe, mi preparo mentalmente, a questo punto, a rispondere alle solite domande che vengono normalmente fatte sui Templari e sull’alone di mistero e fascino che li circonda. Nulla di tutto questo. Eppure me lo sarei dovuto aspettare, avrei dovuto tenere meglio conto che dietro l’apparente bonomia della mia interlocutrice poteva nascondersi una vera macchina di guerra. La domanda mi coglie assolutamente indifeso, sono con le armi al fianco, il mio scudo è riposto e non sono in grado di parare il fendente. Ho dovuto attendere prima di scrivere di questo fatto, ho avuto bisogno, lo confesso apertamente, di smaltire la botta. Per non tirarla ancora sul misterioso, al mio tavolo ci sono la Professoressa Maria Immacolata Macioti ed il Professor Michele Del Re, in Italia poche persone possono pretendere di essere alla loro pari in tema di Sociologia delle Religioni e di sette. E’ la Professoressa Macioti a tirare la botta, sorridendo e senza ombra di malizia negli occhi. Una domanda apparentemente semplice, quasi innocente, sembra un elemento staccato a bella posta da uno dei tanti questionari affidati a suoi studenti come argomento di ricerca. Più o meno fedelmente la domanda è questa: “Perché non avete chiamato la vostra organizzazione La bella Primavera invece di costituire un Priorato templare?” Sono assolutamente convinto della scelta templare fatta. Eppure mi sono dovuto letteralmente arrampicare sugli specchi per cercare di spiegare alla mia illustre interlocutrice le mie ragioni. Mi ritengo razionale, mi ritengo in possesso di spirito pratico … se non altro per i miei trascorsi. E poi, accidenti a me, sono anche attore teatrale ben in grado di improvvisare e di andare “a soggetto”. Eppure vado avanti con un “bla bla” molto di maniera, quasi in punta di coltello, che tradotto nell’estrema sintesi vuole dire “Perché non dovrei essere templare? Per Giove, a me piace essere templare! Tutto qui”. Problema su problema. Mia moglie è seduta a fianco a me, mi guarda … capisco che appena possibile dovrò subire la sua arguzia di vera “romana de Roma”. E’ lei, accidenti, il mio critico più pungente. Da sempre. Mi basta una sua occhiata. Capisce al volo la situazione e non infierisce. Ma poi. Cosa vuole dire essere oggi un templare? I templari, come noto a tutti, sono usciti di scena in modo drammatico a Parigi nel 1314 con il rogo nel quale trovò la morte Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro. Da quel momento su questo realmente leggendario Ordine monastico cavalleresco sono sorti a centinaia miti e leggende. Sulla quasi totalità di questi miti occorrerebbe stendere il velo pietoso dell’oblio perché basati sulla più sfrenata ed incontrollata fantasia. C’è di più. Il Papa Clemente V, l’unico legittimato a farlo, ha ordinato di sciogliere l’Ordine che pure aveva assolto da ogni accusa. Sono fatti. Fatti che pesano come macigni su ogni tentativo di riproporre o ricostituire l’Ordine Templare, quello vero. Quello fondato da Hugo de Payns. Quello che aveva la Regola scritta da S. Bernardo di Chiaravalle. Di fatto chi si proclama templare oggi, CHIUNQUE esso sia, è un “SEDICENTE TEMPLARE”, nel senso reale dell’aggettivo sedicente. Se dicere, null’altro. Posto che diventare monaco non mi passa neppure per l’anticamera del cervello, posto che nessuno riuscirebbe a farmi vivere secondo la rigorosissima Regola di S. Bernardo, debbo trovare subito una soluzione ed una giustificazione seria per il fatto che ogni tanto, insieme con altri distinti e simpatici signori, mi metto un mantello bianco sul quale è una Croce ed oso brandire (peraltro senza la perizia del Maestro Umberto) una pesante spada rituale. Ecco. Se non sono convincente faccio la figura del bimbo che si traveste da Zorro o, questo paragone mi calza meglio, dell’attore che mette un costume di scena per recitare poesia epica. Fuoco alle polveri, allora! Chiamo i Templari (di tutte le obbedienze!) ed i non templari che mi leggono in soccorso. Cosa vuol dire essere oggi Templare? Cosa debbono fare i Templari (i neotemplari, chiaramente) per non essere chiamati “SEDICENTI” Templari? Chiamo anche i due illustri personaggi che sono stati miei piacevolissimi commensali ad esprimere la loro opinione: cosa ci si aspetta di trovare nel cuore e nelle azioni di un signore che veste, osa vestire, il mantello templare? Maurizio Navarra

 

ABBAZIA
SAN GIOVANNI IN ARGENTELLA (nella foto il V. Priore Gran Cerimoniere del Tempio di Mik'ael Dott. Raffaele Sepe procede all'inizio dei lavori capitolari) LA SIMBOLOGIA DELLA SPADA a cura del Maestro UMBERTO DI GRAZIA GRANDE UFFICIALE DEL TEMPIO HIEROSOLIMITANO DI MIK'AEL
La Spada è uno dei simboli più ricchi di significato in tutte le tradizioni culturali e rappresenta il potere che esercita la sua forza benefica, usata in purezza e nobiltà di intenti. Nella sua figurazione emblematica, infatti, la spada è l’insegna di virtù e bravura, giustizia, dignità e fede. Molte storie antiche, in particolare nel periodo carolingio, hanno come protagonista un guerriero che all’inizio non ha più la sua spada, per averla rotta o perduta, che gli viene restituita integra o donata "magicamente". Da lì comincia la sua avventura: deve superare varie prove, fino all’incontro finale con il mostro, il fuoco o un altro grave pericolo, il cui superamento gli consentirà di risvegliare e liberare la principessa prigioniera o vittima di un incantesimo. Naturalmente il significato di questi racconti è simbolico e rappresenta il cammino di ciascuno: ma non si possono affrontare le prove della vita, fino all’ultima che "RISVEGLIA" la coscienza-conoscenza senza la spada, ovvero senza prima avere di se stessi la giusta autostima, l’equilibrio, la centralità. La spada, secondo le credenze e le civiltà, simboleggia diversi valori, ma rappresenta anche la spina dorsale dell’essere umano, dalla testa al coccige, che è la punta della lama. E’ importante capire che i simboli comunicano più delle parole e risvegliano informazioni addormentate ed indipendenti dalla logica. Nella spada è insito un linguaggio di risveglio, che si attiva in proporzione della motivazione e dell’onestà del ricercatore (guerriero, uomo o donna, senza spada). Guai a chi assimila dai simboli solo quello che porta la logica ed ancora più guai a chi deforma o minimizza il significato degli archetipi: questo è quanto hanno sostenuto i saggi di tutte le epoche. Ma la spada ha anche altre traduzioni da interiorizzare: per colui ‘che cerca’ è facile trovare episodi e spiegazioni riguardanti la sua simbologia: oltre ai testi specifici, la comune letteratura ne ha reso noti diversi aspetti. Ad esempio quello di ‘consacrazione’ della spada del Samurai , che del maneggiarla facevano un’arte, mentre la tradizione imponeva ai fabbri costruttori la castità. Nei miti d’Occidente essa è il simbolo della forza vitale, attributo del dio della guerra Marte e simbolo del fulmine per gli dei del tuono, rappresenta il potere divino e la sovranità dei re, mentre in alcune discipline esoteriche la spada viene impugnata dal Guardiano del Fuoco sacro. Come simbolo guerriero, la spada è impugnata da colui che combatte per una guerra santa e quando si dice ‘guerra santa’ si deve intendere soprattutto una guerra interiore, per conquiste spirituali. Simbolicamente essa si trasfigura nella luce, per via del brillante riflesso della sua lama lisciata a specchio; è un frammento di luce nella tradizione giapponese, poiché la Sacra Spada nipponica fu generata dalla luce. Virtualmente la spada presenta due aspetti distinti: l’azione positiva, operante a salvaguardia della pace e al servizio della giustizia e l’aspetto contrario di distruzione, per l’ingiustizia e la sopraffazione. Nel suo duplice aspetto creativo e distruttivo, la spada simboleggia innanzi tutto il Verbo Divino. E’ significativo , ad esempio, il fatto che il Khitab mussulmano tiene stretta tra le mani una spada di legno durante la predicazione, mentre quella impugnata dal sacerdote vedico rappresenta la folgore d’Indra ed è simbolo del fuoco purificatore la spada impugnata dagli angeli durante la cacciata dall’Eden di Adamo ed Eva. Fiammeggiante è la spada che il Bodhisattva porta al suo fianco, nel mondo degli asura (demoni), quale simbolo di combattimento per la conquista della conoscenza superiore, necessaria alla liberazione finale dalle attrazioni dei livelli inferiori. Nella tradizione leggendaria occidentale, la spada è sempre presente nei canti e nei racconti delle gesta di re, eroi e cavalieri erranti , difensori della fede: Orlando, Oliviero, Carlo Magno, Ganelon, Artù, che avevano nomi femminili: Balmung, Nagelring, Durlindana, Altochiara, Coorte, Beltraina, Excalibur, che fanno pensare ad un valore magico-simbolico. Anche le leggende orientali attribuiscono, in alcuni casi, alle spade un nome. Un mito shintoista racconta che il Dio della tempesta Susanoo avrebbe tratto una spada dalla coda del serpente a otto teste, precedentemente ucciso. Essa è chiamata ‘Ame no murakomo no tsuguri’ e fa parte, insieme con delle preziose perle e un raro specchio, del tesoro imperiale Giapponese. Di stile orientale erano anche le spade nell’antico Egitto: un rilievo su una colonna egizia, risalente all’età dei Ramessidi, mostra il faraone in una posa rituale, mentre alza la mano per afferrare la spada a forma di falce che Dio gli consegna. Nell’antico Estremo Oriente si raccontava di spade che, nelle mani dei maghi, erano in grado di cacciare i demoni ed è interessante notare come le leggende trovino un riscontro nelle discipline di studio moderne. In Cina si credeva che una donna che sguaina in sogno una spada darà alla luce un figlio e questa credenza antica coincide con il punto di vista moderno della psicologia del profondo, per cui la spada viene considerata un simbolo fallico. Nei sogni femminili il possesso della spada indica la buona sorte, mentre in quelli maschili la spada che cade nell’acqua annuncia la morte delle donne. Nella <dottrina delle due spade> viene simboleggiata l’unione di potere spirituale e temporale. Nel mondo cristiano, diversi papi tra cui Innocenzo III, il capo supremo della Chiesa affidava la <spada secolare> in uso al sovrano legittimo. Nelle religioni occidentali la spada assume sempre un ruolo simbolico in difesa del bene e per amministrare la giustizia: la spada dell’arcangelo Michele si abbatte sui demoni; la si raffigura nelle mani del re Davide, in quelle di Giuditta quando taglia la testa ad Oloferne. Nell’Apocalisse di Giovanni si parla di una spada che spunta dalla bocca di Cristo, simbolo della forza invincibile e della verità celeste e che, come un fulmine, scende dal cielo. Scelsero la spada come insegna della loro sovranità santo Stefano d’Ungheria e Carlo Magno e fu adottata come simbolo del martirio per san Paolo, Giacomo il Vecchio, Thomas Becket, Santa Caterina e santa Lucia. La spada non sempre è brandita da mani maschili. In alcuni casi è affidata a mani femminili, come è stato per la pulzella d’Orleans, Giovanna d’Arco, che guidata da Santa Caterina, aveva saputo come trovare la sua. Lei stessa ha raccontato: "La spada si trovava sotto terra, tutta arrugginita, coperta da cinque croci. Dalle voci che sentivo sono venuta a sapere dove si trovava… Feci scrivere ai sacerdoti del luogo e li pregai di affidarmi quella spada. Furono quei religiosi ad inviarmela" (citazione di A.Holl, 1982, Bibl.21 degli atti processuali) . Anche in Oriente la spada non è sempre soltanto un simbolo maschile: Secondo la tradizione cinese, ve ne sarebbero due, una <maschile> ed una <femminile>, entrambe fabbricate sul monte Kuenlun mediante la fusione del fegato e dei reni di una <lepre che si nutre di metalli>. La spada è stata impugnata da massime autorità civili, da dignitari depositari di tradizioni in Confraternite ed Ordini a carattere iniziatico e rappresenta l’autorità esercitata e riconosciuta anche in epoca moderna, come espressione di legge, inflessibile quanto giusta, capace di ripristinare l’equilibrio. In una delle dimensioni simboliche religiose, relativa ai due emisferi celesti, secondo l’interpretazione del filosofo Filone, la spada fiammeggiante è impugnata dalla mano dei Cherubini come segnavia cosmico tra il ‘Settimo Cielo’ e il Sole. Subito dopo aver cacciato dall’Eden Adamo ed Eva, Iddio dispose che due cherubini armati di spada fiammeggiante, che fanno eternamente e vorticosamente roteare- stessero a guardia dell’Albero della Conoscenza e della Vita (Genesi 3, 24) , rappresentando così il moto dell’Universo nell’eterno divenire, in espansione dello spazio infinito in iperbolica traslazione ciclica circolare. La spada è in relazione col simbolo della fede, posta negli attributi divini di bontà e potenza, attraverso i quali Dio si manifesta nella Grazia e nella Provvidenza (De Cherubini, 21-27). Da sempre i simboli hanno un valore importante. Essi sono codici che ci consentono di cambiare ritmo e superare gli ‘integralismi’ ed i limiti della nostra traduzione logica, mettendoci in comunicazione con le zone nascoste della mente e dell’inconscio, che sono le più creative e ricche di informazioni. Uno dei metodi usati dagli orientali, ad esempio, è quello di concentrarsi sui "mandala", simboliche forme geometriche colorate, che fanno entrare in uno stato diverso di coscienza. Nella disciplina basata su antiche tradizioni occidentali, detta ‘Animazione della spada, che fa parte delle "Tecniche dell’Unione e del Risveglio"® del caposcuola Umberto Di Grazia, la spada viene maneggiata in modo rituale, sia negli esercizi meditativi che nei movimenti di combattimento, creando apposite figure geometriche. Poiché la spada rappresenta l’energia vitale e nell’uomo la sua spina dorsale, attraverso la pratica di questa tecnica si rafforzano nell’individuo la volontà e l’attenzione, si sciolgono le tensioni muscolari e nervose, si superano ansia, stress, depressione e fobie, per acquisire il giusto distacco dalle emozioni negative, l’equilibrio e la centralità. La primitiva costruzione risale al secolo VIII, probabilmente ad opera di monaci basiliani di rito orientale, provenienti dalla Grecia. Nell'XI secolo l'abbazia era retta dai frati Benedettini, a cui, nel 1286, subentrarono i Guglielmiti, introdotti da papa Onorio IV, e quindi i Silvestrini. L'interno dell'abbazia è a tre navate, provviste di absidi di forma semicircolare; l'interno è spoglio di decorazioni, ad eccezione di alcuni graffiti bizantini, di un antichissimo affresco raffigurante San Bernardo di Chiaravalle e di una iconostasi in marmo dedicata alla Madonna con zoccolo decorato a mosaico cosmatesco. Il campanile, in stile romanico, è strutturato in tre ordini e presenta aperture bifore e trifore. Dal 1895 l'Abbazia è stata dichiarata monumento nazionale ed attualmente è retta da una piccola comunità ecumenica laica. Il simbolo d'ingresso Una delle curiosità che colpiscono il visitatore attento è la strana croce scolpita sulla lunetta del portale d'ingresso. Si tratta di una croce greca ai quattro lati della quale spiccano quattro cerchi, o quattro punti. Questo glifo è stato ritrovato come decorazione di alcuni vasi greci risalenti al 700 a.C. Nella simbologia occidentale i punti sono spesso associati all'acqua ed in alcuni tipi di cartografia moderna questo stesso simbolo indica una sorgente. I richiami all'acqua ed alle sorgenti, sia nel simbolismo antico che in quello moderno, coincidono curiosamente con la storia dell'abbazia, legata alle sorgenti e soprattutto alla fonte che sgorga nel sotterraneo della cripta, in passato ritenuta miracolosa. Questo simbolo, tuttavia, assume la sua connotazione più netta nell'ambito dell'Alchimia. Abbiamo chiesto ad un esperto della materia, che ci ha fornito una spiegazione dettagliata chiedendoci in cambio di conservare l'anonimato Si tratta dell'Aceto Filosofico, e in particolar modo della operazione ad esso legata per la confezione dell'Alkhaest. Quindi nulla a che fare con l'Aceto ordinario. Presso la comunità di Monaci dell'Argentella, un gruppo di loro (alcuni Basiliani prima e poi i Benedettini) si occupavano di Alchimia e la praticavano assiduamente. Il fatto che sia stata edificata in riferimento alle acque sotterranee deriva dal fatto che l'Acetum acerrimum da cui è ottenuto l'Alkhaest è anche definito Fons Vitae. È facile da capire: le sfere indicano i quattro Elementi mentre la croce il Fuoco. Essi sono imbrigliati in modo equilibrato dalla croce i cui settori indicano la potenzialità della loro manifestazione. Questa potenza latente verrà esaltata in un prodotto nuovo, capace di restituire alla materia il suo essere primordiale. Quale altra materia può racchiudere tale virtù se non l'Acetum Philosophorum degli Antichi? Spesso anche in araldica sono presenti questi dati, ma molto meno chiari.»

 

INVOCAZIONE
RITUALE DEL TEMPIO HIEROSOLIMITANO DI MIKAEL
(Jod He Vav He) Vero Vivente Iddio Altissimo PER INTERCESSIONE DEL NOSTRO PATRONO SAN MICHELE ARCANGELO e sotto gli auspici di Maria, nostra signora del Tempio, Madre del Cristo IHSVH(JOSHUAE), donaci lo Spirito DELLA TUA SAPIENZA, illuminaci di nobili e sacre virtù poiché PERCORRENDO GLI ANTICHI SENTIERI DELL’ARTE TEMPLARE, POSSIAMO NOI QUI RIUNITI OPERARE ‘AD MAIOREM DEI GLORIAM’. AMEN. DICHIARAZIONE DI FEDE DEL TEMPIO DI MIKAEL In nome dell’Ordine del Tempio e della sua tradizione perenne, in nome dei martiri della Cavalleria religiosa, sotto la guida della spada fiammeggiante del nostro SS patrono e protettore San Michele Arcangelo assumo con pieno senso di responsabilità la guida del Priorato. Mi impegno sul mio onore a rispettare i principi, le regole e le tradizioni dell’antico Ordine del Tempio sotto gli auspici della Regola templare di San Bernardo confortato dalla Nostra Signora Madre del Tempio SS Vergine Maria madre di Cristo ad applicare rigorosamente gli usi del Priorato ed a non modificare i nostri Rituali. Che l’Altissimo mi assista nel nobile fine dell’unità del Priorato e della realizzazione della sua missione di tolleranza, di fedeltà e di pace nel mondo. CHE LA SPADA DI MIK’AEL ILLUMINI ILMIO CAMMINO TEMPLARE NON NOBIS, DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

 

LAUDE
IL PIANTO DELLA MADONNA DI JACOPONE DA TODI
Pianto della Madonna “Donna de Paradiso lo tuo figliolo è preso Iesù Cristo beato. Accurre donna e vide che la gente l’allide ; credo che lo s’occide, tanto l’han flagellato”. “Como esser porria, che non fece follia, Cristo la speme mia, om l’avesse pigliato?” “Madonna, ello è traduto, Iuda sì ll’ha venduto; trenta denar’ n’ha avuto, fatto n’à gran mercato” . “Soccurri, Maddalena, gionta m’è addosso piena ! Cristo figlio se mena , como è annunziato”. “Soccurre, donna, adiuta, cà ‘l tuo figlio se sputa e la gente lo muta ; ònlo dato a Pilato”. “O Pilato, non fare el figlio meo tormentare, ch’io te pòzzo mustrare como a ttorto è accusato”. “Crucifige, crucifige! Omo che se fa rege, secondo nostra lege contradice al senato”. “Prego che mm’entennate, nel meo dolor pensate! Forse mo vo mutate de che avete pensato”. Traiàn for li latruni, che sian soi compagnuni; de spine s’encoroni, ché rege ss’è clamato !” “O figlio, figlio, figlio, figlio, amoroso giglio! Figlio, chi dà consiglio al cor mé angustiato? Figlio occhi iocundi, figlio, cò non respundi? Figlio, perchè t’ascundi al petto o’ si lattato?” “Madonna, ecco la croce, che la gente l’aduce, ove la vera luce déi essere levato”. “O croce, e que farai? El figlio meo torrai? E que ci aponerai, che non ha en sé peccato?” “Soccurri, plena de doglia, cà ‘l tuo figliol se spoglia ; la gente par che voglia che sia martirizzato”. “Se i tollit’el vestire, lassatelme vedere, com’en crudel firire tutto l’ò ensanguenato”. “Donna, la man l’è presa, e nella croc’è stesa; con un bollon l’ò fesa , tanto lo ‘n cci ficcato. L’altra mano se prende, e nella croce se stende e lo dolor s’accende, ch’è più multiplicato. Donna, li pè se prenno e clavellanse al lenno ; onne iontur’aprenno, tutto l’ò desnodato”. “Et eo comenzo el corrotto ; figlio, lo meo deporto, figlio, chi me tt’à morto, figlio meo dilicato? Meglio aviriano fatto ch’el cor m’avesser tratto, che nella croce è tratto, stace desciliato !” “O mamma, o’ n’èi venuta? Mortal me dà’ feruta, cà ‘l tuo plagner me stuta , ché’l veio sì afferrato”. “Figlio, ch’eo m’aio anvito, figlio, pat’e mmarito! Figlio, chi tt’à firito? Figlio, chi tt’à spogliato?” “Mamma, perchè te lagni? Voglio che tu remagni, che serve mei compagni, ch’él mondo aio aquistato”. “Figlio, questo non dire! Voglio teco morire, non me voglio partire fin che mo ‘n m’esc’el fiato. C’una aiàn sepultura, figlio de mamma scura , trovarse en afrantura mat’e figlio affocato!” “Mamma col core afflitto, entro ‘n le man’ te metto de Ioanni, meo eletto; sia to figlio appelato. Ioanni, èsto mea mate : tollila en caritate, àginne pietate, cà ‘l core sì à furato ”. “Figlio, l’alma t’è scita, figlio de la smarrita, figlio de la sparita, figlio attossecato! Figlio bianco e vermiglio, figlio senza simiglio , figlio, e a ccui m’apiglio? Figlio, pur m’ài lassato! Figlio bianco e biondo, figlio volto iocondo, figlio, perchè t’à el mondo, figlio, cusì spezzato? Figlio dolc’e placente, figlio de la dolente, figlio àte la gente mala mente trattato. Ioanni, figlio novello, morto s’è ‘l tuo fratello. Ora sento ‘l coltello che fu profetizzato. Che muoia figlio e mate d’una morte afferrate, trovarse abraccecate mat’e figlio impiccato!”

 

I Templari Tempio di Onore
La morte del "PROPRIO" onore - di Raffaele Sepe QUANTO SEGUE FA RIFERIMENTO ALLA ONORABILITA' DEL CAVALIERE - NON CI SONO ASSOLUTAMENTE RIFERIMENTI A FATTI O PERSONE - QUALORA SI SIA INVOLONTARIAMENTE URTATO LA SENSIBILITA' DI QUALCUNO CE NE RAMMARICHIAMO E CI SCUSIAMO PROFONDAMENTE A seguire commenti di confratelli dei Templari di Roma . Riflessioni - DEL TRADIMENTO di MAURIZIO NAVARRA
Un vero templare, o chi si professa come tale, non può eludere comportamenti e regole fondamentali di lealtà e reciproco rispetto che lo rendano degno di indossare il nostro bianco mantello. Il rapporto di fiducia tra soggetti che condividono grandi ideali e obiettivi, è un solenne invito ad un aprirsi, ad abbassare le difese, a confidarsi. Il diritto alla lealtà e pari dignità dovrebbe essere alla base di ogni struttura e/o organizzazione. Purtroppo, a volte taluni si macchiano di azioni, vili, miserabili, di atteggiamenti abietti. Quando gli attori, protagonisti di così basse imprese poi, si professano “Templari” o “Cavalieri” la bassezza diventa inenarrabile. Il tradimento delle idee condivise, non si limita ad una semplice vile impresa di una non considerazione dell’altro, che ignaro ripone aspettative, ma tradisce un terzo elemento, tradisce la verità. Il tradimento della verità è il tradimento di se stessi, si perde il proprio onore, la propria pace, la propria anima, il proprio io brucierà inesorabile tra le fiamme della propria coscienza. Elaborare false giustificazioni esalta all’ennesima potenza l’origine del tradimento in quanto rilega il tradito ad una conditio di “non considerazione” che potremmo definire “primordiale”. La propria coscienza non può ingannare se stessa, tradire chi ti si affida è azione che non ha perdono, uccide se stessi e il proprio onore. L’assunzione di responsabilità è privilegio di pochi saggi eletti, solitamente le masse belanti prediligono l’auto assoluzione, articolando mille e mille e mille pietose giustificazioni. E’ un vicolo cieco, non conduce alla piena consapevolezza dei propri errori, delle proprie bieche azioni. Nietzsche asseriva che chi tradisce gli amici, distrugge anche la stima di se stesso, e si condanna, senza possibilità di remissione, all'inferno della cattiva coscienza. Si può perdonare il traditore, ma è impossibile perdonare chi tradisce se stesso. Noi auspichiamo che tra di noi non si nascondano mai tali serpenti, ma se malauguratamente dovremmo riconoscerne qualcuno, non esiteremmo, da “veri” templari a schiacciargli la testa, e la primordiale “non considerazione” sarà d’ausilio nell’impresa, in quanto essere sotto valutati ci farà sopravvivere alla battaglia e ci renderà il giusto onore delle armi. NON NOBIS DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM SEGUONO COMMENTI DI ALCUNI TEMPLARI DI ROMA Raffele Sepe è sicuramente un Nobilissimo Cavaliere e per me e per tanti di noi prima ancora è un vero Fratello...nessun Papa ci ha investito ne probabilmente mai lo farà, nessun pezzo di carta depositato ne a Bruxel ne da nessun altra parte potrà mai fare di un uomo o di una donna un vero Cavaliere. Solamente tre cose oggi hanno ancora il potere di titolare così nobilmente una persona, e sono : La Rettitudine; Il Coraggio e L' Onore. Chi tradisce questi principi ancor peggio se tradendo un Fratello non potra mai essere mio Fratello e riferendomi a quanto scritto da Raffaele ci tengo a dirgli che ripongo in lui tutta la mia stima e fiducia e pur di contrastare le tante marionette che incontriamo nel nostro percorso sono pronto a seguirlo anche all'inferno sempre a patto che ci accettino ed a riguardo ho dei seri dubbi . Un T.F.A. CKT FABRIZIO COMITO. Caro Raffaele, è bellissimo quello che hai scritto e io concordo con tutto quello che hai detto. Entrato nell’ordine per meriti…di studio, ne sono stato prima affascinato e poi travolto. Se non avessi fatto la vita che ho fatto, il mio sogno sarebbe stato di essere un eroe, come lo sei Tu nella tua quotidianità. Gente come Te, come Vincenzo e pochi altri, tra cui mio padre, che hanno messo in gioco la propria vita per gli altri e per il proprio paese, non mi fanno vergognare di essere italiano e mi rendono orgoglioso di essere Templare, di potere camminare a testa alta, fianco a fianco con amici e confratelli come Te. Con grande affetto, Giuseppe Fort. "Non abbiate timore dinnanzi ai vostri nemici. Siate impavidi e eretti così che Dio possa amarvi. Dite sempre il vero anche se vi condurrà alla morte. Salvaguardate gli indifesi. E' il vostro giuramento! Sorga un cavaliere!" Giuseppe Fort Commendatore del Tempio I COMMENDATORI MARCELLO CONSALVI della Commenda Andrè de Montbard e FABIO CAVALLI della Commenda Pierre de Sevrey condividono i pensieri in argomento Il Commendatore del Balivato del Lazio MAURIZIO PAGLIARELLA concorde; Caro fratello condivido le tue parole che rispecchiano il tuo pensiero ed anche il mio. Tu come me, conosci il senso dell'onore, il significato del Rispetto dato a chi, in armi, serve La Patria, conosci il sacrificio del vegliari in armi per la salvaguardia del cittadini, conosci i disagi di chi opera tra i monti dell'Aspromonte condividenpo pane acqua e disagi, solo chi è capace di donare la propria vita il proprio Amico conosce il significato dell'ONORE. Caro fratello tu puoi parlare con me dell'onore, io so dare senso alle tue grida, altri non possono, altri rimarranno sordi alle tue parole perchè non conoscono la condivisione del pericolo, del dolore, della morte. Ciao caro fratello sei sempre nel mio cuore ramnmenta: " io e te contro tutti" VINCENZO FEDERICO Gran Maresciallo dell'Ordine I Cavalieri Templari conoscono il senso dell'Onore che DEVE essere prerogativa di ogni cavaliere Prof. FRANCESCO CORONA Gran Conestabile dell'Ordine Del Tradimento di MAURIZIO NAVARRA La penna può divenire a volte strumento pesante, capace di imprimere sul foglio parole di significato assoluto. Parole importanti. Parole che compongono concetti eterni, scolpiti a lettere di fuoco soprattutto nel cuore di chiunque abbia scelto, e scelto liberamente, di accettare di conformare la propria vita alla bella Regola Templare. Non esiste, non può esistere Cavaliere in condizione di non accettare e non condividere fino in fondo quanto espresso, con l’impeto di una razionale e cavalleresca passione, dal nostro Fratello Raffaele Sepe nel suo articolo recente. Forse una coincidenza. Ho da poco messo in scena il dramma sacro “Giuda Iscariota” ed a Raffaele ho affidato proprio la parte del protagonista: quella di Giuda Iscariota, la più difficoltosa. Attenendomi fedelmente alla Scrittura Sacra, ho concepito nel dramma la personalità di Giuda come quella di un personaggio di grande spessore umano, prima convinto di essere nel giusto e di avere eseguito un ordine del Maestro nell’attuazione della profezia messianica e poi, scopertosi in errore, dannato non tanto dal suo tradimento quanto dall’aver giudicato il suo peccato troppo grande per essere perdonato. Una tesi teologicamente corretta la mia; la riprova è che una attenta e severa Giuria ha ritenuto “Giuda Iscariota” il “Miglior dramma biblico” presentato alla Rassegna Concorso “Le giornate del Dramma Sacro”. Tradire è spesso la scelta più facile, quella che pone nella condizione più comoda; si badi bene è un comportamento profondamente umano, che porta con se l’attitudine a giustificarsi con immediatezza, come ad allontanare prontamente da se stessi e nascondere lo spettro di un’azione vile appena commessa. Si tradisce infatti per motivi infiniti, tanti quante sono le miserie connesse alla condizione umana. Il Tradimento è gelosia, inimicizia, viltà, scarso senso della responsabilità e del dovere, violazione di una parola data. Non tradiscono, si badi bene, soltanto i grandi traditori. Nel cuore di ciascuno, anche dei più retti e più valorosi si annida un Gano di Maganza pronto a mescolare nel cuore e nell’intelletto i concetti della convenienza con quelli della convinzione. Un buon cavaliere fa partire ogni sua battaglia proprio dal contenimento di questo pericoloso nemico interno. La Chiesa cattolica, con l’attenzione di una madre, ha per questo messo a disposizione dei fedeli il Sacramento della Confessione per ridurre o lenire i morsi del comportamento peccaminoso che non è altro che il tradimento del Cristo e della sua infinita bontà. Non è il Sacramento degli sconfitti. E’ piuttosto il Sacramento di quanti combattono e vincono il peccato. Amo pensare che la riflessione dell’amico Raffaele sul tradimento provenga proprio dalla mia responsabilità di aver fatto calare, seppure nella finzione della scena, il suo cuore generoso e leale nella parte del più esecrabile dei traditori. Eppure per chi non ha avuto la fortuna di assistere al dramma, va annotato che il ruolo è stato sostenuto con grande maestria ed efficacia, da attore consumato. Il tema proposto è comunque serio, sempre attuale e meritevole di ogni approfondimento; tanto importante nella formazione e nella vita di un Cavaliere che per il fatto di averlo proposto con tanta incisività e cavalleresca passione ringrazio il nostro Gran Cerimoniere e tutti gli altri Cavalieri che hanno offerto, con l’adesione alla tesi formulata, il loro contributo alla discussione di un tema così importante. IL COMMENDATORE MAURIZIO NAVARRA CKT-CTJ

 

I LUOGHI DELLA MEMORIA TEMPLARE
Visita al monastero cistercense di Valvisciolo dei fratelli Commendatore della Commenda Santa Maria di Magdala Fr. Fabrizio Comito e S.E. Gran Conestabile prof. Francesco Corona (5/7/2008) TEMPLARI di ROMA
Nell’agro di Sermoneta in provincia di Latina nei pressi dell’incantevole giardino di Ninfa alle pendici delle mura ciclopiche di Norma che degradano sul crinale sud-est dell’altura lasciando la visuale ai boschi appenninici dei monti Lepini, sorge l’abbazia cistercense di Valvisciolo(XIII sec.) a pochi chilometri da Bassiano(LT). In questo periodo dell'anno, il visitatore è subito attratto dall’inteso profumo di mirto che pervade la valle e che allieta la visita alle bellezze storico-archeologiche e paesaggistiche dei luoghi. L’abbazia attualmente ancora gestita da un piccolo gruppo di monaci cistercensi alle dipendenze della più famosa abbazia di Casamari(FR), presenta alcune simbologie templari di grande rilevanza come la triplice cinta tracciata sui muretti di sostegno delle colonne del chiostro, il quadrato magico palindromo del SATOR, rinvenuto nell'intonaco in una singolare rappresentazione di tipo circolare, ed il nodo di Salomone, presente sotto le volte della sala capitolare, tutti simboli templari utilizzati per contrassegnare luoghi particolari. L'abbazia è inoltre oggetto di leggende legate ai Cavalieri dell’antico ordine, come quella secondo cui nel 1312, quando venne posto al rogo l'ultimo Gran Maestro Templare, gli architravi delle chiese templari si spezzarono. Ancora oggi, osservando attentamente l'architrave del portale principale dell'abbazia, si riesce a intravedere una crepa. I luoghi risultano essere fortemente suggestivi soprattutto per chi come noi Templari dell’O.S.M.T.H. Italia, è alla continua ricerca di antiche simbologie in grado di far rivivere attraverso le poche vere conoscenze storiche ed archeologiche le antiche virtù cavalleresche e quel senso del “Sacro” oramai inesistente nella nostra epoca storica. Il legame tra cistercensi e monaci templari non è solo da attribuire alla regola templare scritta da San Bernardo di Chiaravalle, anche lui cistercense, ma come è stato più volte ripreso in seno al Master di storia templare dell’O.S.M.T.H. Italia anche dai forti legami logistico-territoriali che univano i due ordini, infatti in tutte le abbazie cistercensi vi era sempre un presidio templare che offriva due tipi di protezione: protezione interna verso il monastero stesso e protezione esterna verso i pellegrini in viaggio verso i luoghi sacri come Roma, Gerusalemme e Compostela. L’abbazia di Valvisciolo come altri luoghi templari situati su altri versanti peninsulari (vedi per esempio la cittadella di Veroli) è geograficamente situata sulle direttrice Nord-Sud in un punto strategico per il controllo delle rotte Roma-Gerusalemme attraverso i porti di Brindisi ed Otranto e si configura come un insediamento che logisticamente riprende le funzionalità del più antico sito romano di Ninfa, luogo di sosta breve e di approviggionamento per militari e civili diretti in Oriente. Nel VIII sec. La cittadella di Ninfa fu donata dall'Imperatore di Costantinopoli a Papa Zaccaria. Da allora fu proprietà di diverse potenti famiglie come i Conti di Tuscolo, i Frangipane, durante il cui dominio, Alessandro III venne incoronato Papa (20 settembre 1159). La visita al monastero può completarsi in un tempo relativamente breve e dare l’occasione al visitatore di scoprire le altre suggestive località come Norma e Ninfa(visitabile solo in alcuni giorni dell’anno) nella stessa giornata. Lasciamo l’abbazia di Valvisciolo con un grande senso di pace interiore riconquistata amplificato, per altro, dalle sagge parole di frate Martino che ci ricorda come la regola templare fu proprio scritta dal cistercense San Bernardo ed offrendoci, subito dopo, la sua disponibilità alla celebrazione di capitoli templari dell’O.S.M.T.H. Italia. I Templari di Roma Commendatore della Commenda Santa Maria di Magdala Fr. Fabrizio Comito e S.E. il Gran Conestabile dell’Ordine Francesco Corona

 

QUESITO
CHIESA DI GENZANO DI ROMA CON TESCHIO ALLA BASE - SIGNIFICATI E SIMBOLOGIE INTERPRETAZIONI DI ESPERTI DEI TEMPLARI DI ROMA
In Italia ce ne sono tantissime e sono la memoria dell'epoca della Peste Nera e delle numerose pestilenze dei secoli scorsi. Io ne conosco almeno un centinaio, compresa quella di Genzano. Prof. Giuseppe Fort Commendatore del Tempio Responsabile studi e ricerche archeologiche dell'Accademia Templare Chi ha fatto questo oggetto, che fonde la tradizionale simbologia della Passione con il segno della morte, ha prodotto una cosa di significato, a mio avviso per carità, contraddittorio e ridondante. La croce, per un cristiano (e soprattutto per un Templare) non è segno di morte ma di vita! Tuttavia, alcune particolari congregazioni, ad esempio le cosiddette "Compagnie della buona morte" che sono (o erano nel passato) molto presenti nelle nostre città e nei nostri paesi, usano abbinare la simbologia macabra del teschio con tibie incrociate che è chiaro riferimento alla morte, alla croce come simbolo consolatorio di vita nuova e resurrezione. Non mi meraviglierei che il posto dove è piazzata questa simbologia ospitasse nel passato la sede di una qualche "Compagnia della buona morte", appunto. Nei miei ricordi, mio nonno apparteneva ad una di queste "Compagnie" che avevano la finalità di assistere i moribondi con la preghiera, vegliare le salme ed accompagnarle al cimitero. Dott. Gen. Maurizio Navarra Commendatore del Tempio

 

ANTONIO MASALA
I TEMPLARI SUL GIORNALE di Antonio Masala - TEMPLARE di ROMA
Sul quotidiano “Il Giornale” di oggi, 30 giugno 2008, trovo un articolo a tutta pagina dedicato ai templari. Tra lo stupore e la meraviglia, nonché un pizzico di curiosità mi accingo a leggere il pezzo. La curiosità è scontata, dato il mio amore per gli ideali e i valori propugnati dai “pauperes commilitones Christi”; la meraviglia mi scaturiva invece dalla scarsa rilevanza che soprattutto i media, tranne che per fini strettamente economici, dedicano di solito all’argomento. Anzi: a parlare di templari oggi o a mostrare passione per le gesta di quei cavalieri si rischia di essere guardati come extraterrestri, quando non ci si imbatte nell’ignoranza o in banalissimi luoghi comuni. La lettura dell’articolo non fa che confermare il mio pensiero; l’autore banalizza, semplifica, talvolta irride i nove cavalieri e il loro maestro Ugo di Payns. La riflessione sulla loro duplice natura di monaci e guerrieri suggerisce all’autore sostantivi come “ibrido” o “mostrum”. Ed è un peccato perché la penna è anche piuttosto ferrata in materia essendo storico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e in particolare esperto di crociate, Storia della Chiesa e Storia Militare. Il nucleo centrale dell’articolo è però molto interessante in quanto l’autore pubblicizza il libro “La rivoluzione dei templari”, a giorni in libreria, di Simonetta Cerrini, grande esperta di templari e templarismo. L’assoluta novità, almeno per me, è la scoperta che la famosa lettera programmatica scritta intorno al 1128 finalizzata ad infervorare i nuovi commilitoni di fronte al disprezzo e allo scetticismo del clero secolare e attribuita erroneamente a Ugo di San Vittore, è in realtà opera del primo Gran Maestro Ugo di Payns. “Riflettete: presso Dio non hanno alcun valore ne la posizione ne l’abito”, in risposta a quanti contestavano la futura struttura del nascituro ordine. Bellissimo anche il passaggio: “spesso sono le cose meno nobili ad essere le più utili: il piede tocca la terra ma porta il peso di tutto il corpo”, quasi a giustificare l’impegno dei templari nei confronti del lavoro “sporco”, ma costruttivo per tutta la cristianità. Il fatto poi che anche il Maestro scrivesse che bisogna “odiare non l’uomo ma il male”, rifacendo il verso al “malicidio “ di San Bernardo di Clairvaux, non fa altro che confermare la matrice di un unico e comune pensiero di forma laica e nel contempo di vita cristiana. E’ un grande onore, per noi templari, sapere di un riconoscimento in più per il fondatore dell’Ordine. NON NOBIS DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINE TUO DA GLORIAM

 

Commedia in due atti
A Casa Serena … chi la fa … l’aspetti!
La Compagnia “Attrezzi di scena” presenta: Novità assoluta Commedia in due atti Di Maurizio Navarra Personaggi ed interpreti Anna Lucia D’Angelo Marta Nadia Badawi Lucilla Maria Riccardi Giuseppina Giulia Mazzoli Marco Federico Leonelli Firmina Danila Ferraguzzo Laura Benedetta Navarra Rita Bruna Gasperini Puntilli Alex Gover Ospiti Silvia Regia di Maurizio Navarra Teatro San Carlo Lwanda Via Ravà 31 Sabato 12 aprile 2008 ore 18,00 Domenica 13 aprile 2008 ore 18,00

 

Maurizio Navarra
La Passione secondo Maddalena Drammatizzazione del Vangelo di S. Giovanni a cura di Maurizio Navarra NELLA FOTO IL GENERALE DOTT. MAURIZIO NAVARRA CON IL GRAN CERIMONIERE DELL ORDINE DOTT RAFFAELE SEPE
(Entrano in scena Salome, Maria e Maria di Cleopa. Il loro passo è incerto e circospetto.) Salome: Non ci lasceranno neppure avvicinare al nostro Rabbi! Maria : Non è possibile. Nessuno può impedire ad una madre di essere vicina a suo figlio. Maddalena parla la lingua dei soldati romani ed è andata a chiedere. Aspettiamola. Maria di Clopa : Voglio andare, non posso attendere. Avviciniamoci in modo che Lui veda che gli siamo vicine. Salome: Prudenza Maria di Clopa. Non possiamo rischiare che qualcuno della turba che ha preso il Maestro riconosca sua madre e le faccia del male. ( Una croce appare, alzata sullo sfondo) Maria: Una croce. Mio Dio, alzano una croce! Salome: E’ il Rabbi. Il nostro Rabbi è su quella croce! Maddalena: (Entra a passo svelto e si unisce alle tre donne) Presto, andiamo. Ora possiamo avvicinarci. I romani ci concedono di assistere alla sua morte. (rivolta a Salome, senza farsi udire da Maria) Hanno tirato a sorte con i dadi la sua tunica. Proprio sotto i miei occhi. Salome: Maria di Clopa, va a chiamare Giovanni. Lo abbiamo costretto a fermarsi poco fa. Fallo avvicinare. Nessuno farà caso a lui se rimarrà con noi. E’ poco più di un ragazzo! (Maria di Clopa esce) Maddalena: La tua prudenza ha salvato tutti noi, Salome; ma ora è giusto rischiare. Lui sarà sollevato nel vedere che per lo meno uno dei suoi discepoli non è sparito nella notte. Fa presto. Maria: Neppure Pietro è rimasto con noi! Maddalena: La madre di Giacomo aveva seguito il Maestro da Caifa. Lì ha sentito Pietro che negava di avere persino conosciuto Gesù! Era appena sorta l’alba di questo giorno. Giovanni: (Entrando in scena) Nessuno dovrà più trattenermi. Ho visto alzare la sua croce. Io sarò sotto quella croce, con sua madre. Se mi vorranno uccidere per questo, sarò felice di morire insieme a Lui. Demonio : (Entra alla testa di un gruppo. Ha il cappuccio calato a nascondere il volto) Maria di Magdala; fermati. Maddalena: Non puoi fermarmi, nessuno può impedirmi di raggiungere la croce. Demonio : Io posso! Resta con me oppure susciterò la folla contro queste donne! Folla 1: Guardate, è sulla croce! Finalmente la sua bestemmia è punita! Folla 2: Giustizia! Giustizia è fatta! Folla 3: Dove si sono nascosti i suoi seguaci? Alla croce, alla croce chiunque offenda il Sinedrio! Maddalena : (Maddalena si ferma, spaventata mentre le altre donne con Giovanni si spostano) Non oserai… Demonio : Vuoi mettermi alla prova? Maddalena: Quale crudeltà guida i tuoi passi? Chi sei? Demonio : Io ho seguito il vostro popolo dall’Egitto e da Babilonia. Il popolo che dice di essere stato eletto! Tutta questa gente è, invece, mia schiava per il tramite della lussuria che la possiede. Non mi riconosci dunque? (Si toglie il cappuccio) Io sono Astarte, io sono Ishtar, io sono Artemide l’argentea madre di tutto e di tutti e tu Maddalena, mia sacerdotessa, consacrata al mio culto per l’intercessione dei sette demoni che dominano la terra, devi tornare a me ed adorarmi nuovamente. Maddalena: Quello che dici non è possibile. Ishtar è soltanto un vuoto idolo di vile metallo, un falso dio che non può dare o togliere la vita a nessuno. Demonio: Eppure io sono qui viva mentre il tuo Gesù Nazareno muore sulla croce. Allontanati dalla morte. Torna da me, torna alla vita. La tua vita. Maddalena: Tu sei la morte! Sei il demonio. La mia vita è Gesù e null’altro. Ero indegna, ero nel peccato e l’ho seguito a lungo, senza osare neppure avvicinarmi a Lui. Lo ascoltavo soltanto. Ascoltavo le sue parole che hanno riempito il mio cuore sino a farlo traboccare di amore. E’ accaduto a Betania, nella casa di Simone il lebbroso. Demonio . Di quale amore parli, Maddalena? Dell’amore che dispensavi, come mia sacerdotessa, a quanti venivano nel mio tempio? Maddalena: Di quale amore parli tu! Il mio cuore non può più essere confuso. A casa di Simone Lui ha letto nella mia anima, ha visto in che abisso di peccato era precipitata per causa tua e dei sette demoni che ti sono intorno. Lui mi ha liberata da te. Mi ha perdonata. Demonio : Perdono? Il perdono è debolezza e non forza! Un dio potente è terribile; non perdona, ma punisce con durezza chi non gli è fedele! Maddalena: Stolto! La forza di Gesù è nel perdono. Questo e non altro è il suo amore. Il suo perdono ha frantumato il mio orgoglio e nello stesso momento il mio pianto è sgorgato incontenibile ed ha lavato i suoi piedi. Ho sciolto allora i miei capelli, ho asciugato con essi il mio Signore e l’ho unto con il mio profumo più prezioso. Demonio : E la sua reazione a tutto questo? Maddalena: Ha tacitato chi mi rimproverava. Demonio : Dunque si è lasciato adorare. Maddalena: Ha fatto di più. E’ sceso verso di me e la mia indegnità. Ha compatito la mia miseria ed ha detto che perdonava i miei molti peccati perché avevo amato molto. Ho riso della perplessità di quanti lo avevano ascoltato. Erano accanto al Messia e non se ne rendevano conto. Demonio : Messia? Il tuo Messia ora muore crocifisso! (Manovra la gente che è con lui come i burattini) Folla 1: Se è veramente chi dice di essere, lo dimostri! Scenda dalla croce e solo allora lo riconosceremo come re di Israele! Folla 2: Dicono che ha guarito molti, dicono che ha fatto miracoli. Se è vero, salvi ora la sua stessa vita. Folla 3: Ha detto di poter distruggere il Tempio e ricostruirlo in tre giorni e non salva se stesso? Folla 1: Un falso profeta. Null’altro che un falso profeta. Folla 2: Andiamo. Non ha senso rimanere qui. Il tempo cancellerà presto la sua memoria. Demonio : Cos’hai da dire Maddalena? Questa gente sbaglia forse? Quale grande Messia! Di tutti i suoi seguaci non rimane che un piccolo gruppo di donne ed un ragazzo! Maddalena: Attento a te! Le donne non sono soltanto una fonte di piacere o di peccato. Le donne sono madri e trasmettono la vita! Unico tra i Rabbi, Gesù permetteva che ci fossero donne tra i suoi discepoli e questi discepoli, come vedi, non lo hanno abbandonato. Quanto alla giovane età di Giovanni, non dimenticare che giovani sono il domani. Demonio : Argomentazioni deboli le tue. Si basano sui sentimenti e non sulla ragione. Maddalena: Non confondere i sentimenti con la fede. Lui ha detto che per la mia fede mi erano rimessi i miei peccati. La mia fede è con me e non mi abbandona. Vattene e non mi tentare. Maria: (Torna verso Maddalena. Scorge il Demonio che, all’arrivo di Maria si rimette il cappuccio) Non sarà un cappuccio a nascondermi il tuo vero aspetto, Satana. Non tormentare questa donna. So che l’origine di tutto il male che accade oggi sei tu. Sei riuscito ad insinuare il tradimento persino tra i seguaci più vicini a Gesù e per questo ti maledico. Il tradimento che hai provocato è tanto più grave in quanto rischia di trascinare con se tutto il mio popolo che è arrivato a far ricadere sulla sua testa il prezzo del sangue di un giusto, di un innocente! Demonio : (Indietreggia) Non conosco la tua anima donna. C’è qualcosa in te che mi respinge e non mi permette neppure di sfiorarti. Eppure il frutto del tuo seno morrà ora sulla croce. Sconfiggerò dunque l’umanità di Cristo con la morte! Maria: La morte non è una sconfitta. La morte può divenire gloria eterna se vista con gli occhi della fede. La croce sulla quale è stato crocifisso Gesù è segno di amore e di perdono, non di morte come tu vorresti! Demonio : Maria di Magdala è mia, è mia sacerdotessa e si è sottomessa a me. Maria: Tra te e Maddalena c’è ora il perdono di Gesù che si erge come una barriera che tu non hai il potere di superare. Vattene dunque. Su questo monte del Golgota non c’è gloria per te, ma la più cocente delle sconfitte. Ora lascia che una madre possa piangere il suo figlio insieme a coloro che lo hanno amato. (Il Demonio indietreggia e si nasconde tra la gente) Maddalena: Maria perdonami. Qualcosa mi faceva indugiare e mi tratteneva contro la mia volontà. Andiamo. Presto. Maria di Clopa: Quello che gli accade, pur se terribile non ha cambiato Gesù. Ho sentito il Rabbi perdonare i suoi carnefici. Maria: (Inginocchiandosi poco avanti a tutti in direzione della croce) Quale crudeltà ha ridotto così il tuo corpo adorato, figlio mio diletto? Mille ferite hanno bevuto con rosse labbra il tuo sangue, non c’è punto della tua pelle che è rimasto protetto dalla violenza delle percosse. Le tue mani delicate e sapienti, i tuoi agili piedi sono stati trafitti dalla crudeltà di rozzi chiodi che uniscono la tua figura a quella della croce. I morbidi capelli che amavo carezzare si confondono con le spine della corona che hanno conficcato sulla tua testa e che deturpa la tua fronte liscia di luce. Che sarà della mia vita senza il tuo conforto? Maddalena: Ora comprendo il senso delle tue parole a casa di Simone. Rabbùni, mio amato Rabbùni, sono qui sotto la tua croce. Come hai detto sono pronta ad ungere il tuo corpo per la sepoltura. Ti scongiuro! Non abbandonarci. Non ci lasciare soli. Gesù: (E’ una voce che parla da fuori campo) Non permettete mai che la disperazione entri nella vostra anima. Maria: Figlio, figlio mio adorato, dunque è necessario che il mio cuore si spezzi e venga trafitto dalla gelida lama del dolore? Gesù : Quello che succede oggi doveva accadere, perché si compissero le Scritture. Maria: Le Scritture non dicono il dolore di una madre che vede morire il figlio sulla croce. Perché io non muoio con te? Perché la tua vita viene sottratta così crudelmente al mio amore? Gesù: Madre, alla mia morte i miei seguaci saranno affidati alla tua protezione. Per questo il tuo figlio da ora sarà Giovanni… e a te Giovanni, a te che non mi hai abbandonato, affido mia madre. Ti prenderai cura di lei come fosse la tua stessa mamma. Giovanni: Sia. Secondo la tua volontà. Maddalena: Rabbi, il mondo non sarà più lo stesso senza di te. Non ci abbandonare. La terra sarà come un fiore senza il suo profumo, il cielo sarà senza sole e senza luna. Ascolta il nostro dolore e rimani con noi… Gesù : Elì Elì, lemà sabactàni! Folla 3: Costui chiama Elia. Folla 2: Dategli da bere aceto, che si possa riavere. Folla 1: Fermi. Vediamo se Elia lo viene a tirare giù! Gesù: Tutto è compiuto. Padre, nelle tue mani affido il tuo spirito! (Il rombo di un tuono si fa udire. Tutti cadono a terra come spazzati dal vento. Maria si alza in piedi, accanto a lei sono Giovanni e Maddalena) Maria: Muore! Gesù muore! Mio figlio è strappato via dalle mie stesse viscere. Non ascolterò più la sua voce, non mi prenderò più cura di lui, non gli preparerò il cibo e non tesserò per lui una nuova tunica. I miei occhi di madre non cercheranno più amore e pace nei suoi occhi. Figlio mio, tutto è compiuto, hai detto… Io sono ancora la serva del Signore. Giovanni, Maddalena restate vicini al mio dolore. Maddalena: Maria, non abbandonerò mai la madre del mio Rabbi. Rimarrò con te finché avrò vita. Non riesco a spiegare quello che sento. Il mio cuore è precipitato nel più profondo abisso del dolore, eppure la disperazione non riesce ad impadronirsi di me ed a prevalere sulla mia fede. Rimarrò sotto la croce finché non potrò accompagnare con sua madre il suo corpo al sepolcro, finché non lo ungerò come lui stesso ha chiesto. Noi donne. E’ toccato a noi donne, a noi che trasmettiamo la vita accompagnarlo sino alla soglia della morte e piangere per lui.

 

LA FLOTTA TEMPLARE
I Templari ed il mare: da Oriente ad Occidente…e oltre. di Andrea Maugeri
L’attività dei templari in Terra Santa necessitava di un ingente supporto logistico; per questo motivo vengono create e gestite le commende d’Occidente. Si tratta di “unità di sostentamento” teleologicamente ordinate a garantire ai cavalieri di Outremer tutto il supporto necessario per la missione templare. Il trait d’union, quanto meno da un punto di vista strettamente pratico, non poteva che essere costituito da una precisa organizzazione dei trasporti marittimi. Gli statuti gerarchici, composti prima della caduta di Gerusalemme nel 1187, mostrano chiaramente che i templari avevano trovato adeguate risposte al problema della gestione del subsidium alle proprie basi in Palestina: “tutti i vascelli di mare che sono della casa di Acri sono al comando del commendatore della terra. E il commendatore della circoscrizione di Acri ed i fratelli che sono ai suoi ordini sono al suo comando: e tutte le merci che i vascelli portano devono essere consegnate al commendatore della terra”. In questo brano dei retraits sono indicate alcune parole chiave che meritano un approfondimento: in primo luogo si fa specifico riferimento ad una flotta mercantile, prima ancora che militare. Torneremo sul punto; in questo momento riteniamo di dover comunque precisare come gli statuti gerarchici intervengano al fine di soddisfare la primaria necessità del supporto logistico dei cavalieri di stanza in Outremer: si parla specificamente di merci e di vascelli che sono responsabili del relativo trasporto. Viene individuato, ovviamente, un responsabile di tali operazioni: il commendatore della circoscrizione di Acri (colui che diverrà il commendatore della volta d’Acri). Questi è l’incaricato degli affari marittimi del Tempio; a questo titolo si occupa di trasporti, di trasferimenti, di gestione della relazione mercantile tra Oriente ed Occidente, ma, quanto meno in questa fase, non è certamente il comandante di una flotta da guerra. Il suo ruolo si è sicuramente accresciuto quando l’ordine ha ripiegato su Cipro. Nel momento in cui si verifica questa traslazione geografica, per la prima volta si parla, nell’ambito dell’ordine del Tempio, di un ammiraglio; difficile ipotizzare comunque mansioni significativamente diverse da quelle che siamo venuti enumerando per il commendatore della volta d’Acri. Nel XIII secolo il Tempio possiede indubitabilmente delle imbarcazioni, senza dubbio quante l’Ospedale, e, dunque, non molte. Nell’aprile del 1207 due mercanti lombardi, stabilitisi a Costantinopoli, regolano i loro affari “prima del loro rientro a Venezia, dal pellegrinaggio che facciamo oltremare con la nave dei cavalieri del Tempio di Gerusalemme”. Per trasportare i vini prodotti nei territori del Poitou, templari inglesi e dello stesso Poitou hanno a disposizione le imbarcazioni di La Rochelle. Si conosce il nome di tre di queste imbarcazioni: la Templere, il Buscart du Temple, il Buszarde du Temple. Sono utilizzate per trasportare vino, ma, ci chiediamo con Demurgier, non potrebbero avere anche una funzione militare? Il 4 febbraio del 1230 Enrico III autorizza il templare Jean du Temple a lasciare Portsmouth con la sua imbarcazione alla volta di La Rochelle a condizione di ritornare entro Pasqua e mettersi al servizio del re. Nel Mediterraneo sono note altre imbarcazioni del Tempio: la Bonne Aventure e la Rose du Temple sono all’ancora nel porto di Marsiglia. In Catalogna i templari dovevano possedere delle navi perché re Pietro III nel 1285 le requisisce per combattere il re di Francia. Nell’Italia del Sud si conosce l’Angelica; un capitolo a parte merita il Fauçon, il più importante dei vascelli templari di cui parleremo più diffusamente quando tratteremo della vita del templare Roger de Flor. Ma come sono fatte le navi del Tempio? Si tratta di imbarcazioni “rotonde” a vela (dunque possono definirsi come bastimenti, diffusi durante il periodo delle crociate per le loro caratteristiche di leggerezza e velocità) con un equipaggio di una 40ina di uomini (più numeroso era l’equipaggio del Fauçon). Sono adatte ad ogni tipo di trasporto: pellegrini, armati, mercanzie, cavalli; possono essere utilizzati anche in caso di guerra navale. Jacques de Molay, nel progetto di passagium generale che illustra a papa Clemente V in una memoria del 1306, preconizza l’uso di questo tipo di imbarcazioni, sicure ed economiche, per il trasporto dei crociati e delle loro cavalcature. I templari dispongono anche di alcune galere; una viene distrutta presso un ramo del Nilo vicino a Damietta durante la quinta crociata; ed è su una nave del Tempio, quella del maestro delle galee, che Joinville forzerà le casse dei crociati per pagare il riscatto dovuto per la liberazione di San Luigi. Non si deve in ogni caso pensare che i templari abbiano provveduto alla manutenzione di galee durante tutta la loro storia. Non si possiedono informazioni circa il possesso da parte loro delle cosiddette navi “uscieri” (da huis, porta) specializzate nel trasporto dei cavalli. Quando Hugues de Payns torna a Gerusalemme nel 1129, “guidava molti, alcuni a pied, altri a cavallo”. Quale era la caratteristica fondamentale di questo tipo di imbarcazioni? Di fatto si tratta di mezzi assimilabili agli odierni mezzi da sbarco: la porta della nave viene aperta il più possibile vicino alla riva e i cavalli montati dai cavalieri sbarcano direttamente. Gli uomini d’arme prendono immediatamente posizione sulla riva, stabilendo la testa di ponte necessaria per garantire la sicurezza del debarquement, cioè dello scarico delle navi mercantili. Si tratta di un modalità operativa tipicamente veneziana, successivamente migliorata dalla marina bizantina. Valga questo brano della cronaca di Joinville: “quando ci imbarcammo alla Roche di Marsiglia, si fece aprire la porta del battello e si sistemarono all’interno tutti i nostri cavalli che dovevamo trasportare oltremare. Poi la porta fu richiusa e serrata ermeticamente, come quando si calafata una barca; infatti quando la nave è in alto mare, la porta risulta sotto la linea di galleggiamento. Ciò che emerge da questa minima attività di ricostruzione storica, risulta che i templari, come gli ospedalieri, non hanno investito molto nell’armamento navale. Decisamente più significativa (e remunerativa) è l’attività di gestione dei porti. Non dimentichiamo che le crociate hanno significato un momento di vero e proprio boom economico, in particolare per la penisola italiana: solo a Civitavecchia (per citare una località di sicura storia templare anche se spesso misconosciuta) i templari gestiscono un porto con quattro moli. Più di tutti fruiscono dei grandi traffici transmarini le repubbliche marinare: Venezia, Pisa, Genova. Nel 1306 Folques de Villaret, il maestro dell’Ospedale, si è rivolto ad un genovese per le imbarcazioni necessarie alla conquista di Rodi. Ad Acri Pisa possiede un porto di rilevanza fondamentale; è da questo porto che evacueranno i civili, scortati e protetti dai templari, al momento dell’assedio delle città da parte dei mussulmani. La centralità del ruolo delle repubbliche marinare ci porta a dover concludere come la figura giuridica tipica del traffico navale sia quella del nolo; così avvenne per il noleggio da parte del Tempio di una barca genovese con 55 uomini di equipaggio concluso dal commendatore di Famagosta per andare a Tortosa, Tripoli, Tiro ed Acri. Non si tratta in questo caso di commercio; si tratta di fare incursioni, di razziare città mussulmane distribuite lungo la costa come si desume dall’esame del contratto di nolo in cui si parla specificatamente di cavalli armati. Talvolta avviene il contrario: sono le imbarcazioni del Tempio ad essere noleggiate a mercanti occidentali. Nella politica di gestione delle attività marine, il Tempio preferisce avere una propria via d’accesso ad un porto od un vero e proprio porto privato piuttosto che gestire una flotta in piena regola. Un caso per tutti è quello di La Rochelle, dove un passaggio collega direttamente il recinto del Tempio alle acque del porto. I templari sono presenti qui, come a Marsiglia, a Civitavecchia ed ovviamente a Napoli, a Pisa, a Genova , a Venezia. E’ superfluo dire che sono naturalmente presenti a Brindisi, porto di imbarco per la Terra Santa. E’ a Brindisi che facciamo la conoscenza di Roger de Flor, un grande avventuriero e comandante del Fauçon, il più grande fra i vascelli del Tempio. Il cronista catalano Ramon Muntaner, un corsaro del Mediterraneo al servizio del re d’Aragona, conobbe molto bene Roger de Flor, di cui fu anche luogotenente. A dire il vero, il ritratto che deriviamo dalla sua cronaca, per dirla ancora una volta con il Demurgier, non appare particolarmente edificante. Roger è figlio di Richard, originario della Germania, falconiere dell’imperatore Federico II. Sistematosi nel regno di Sicilia, sposa una donna di Brindisi, dalla quale ha due figli: Jacques e Roger. Nel 1268, quando l’ultimo erede di Federico II, Corradino di Svevia, viene sconfitto a Tagliacozzo e giustiziato a Napoli, i due hanno 4 anni ed 1 anno. I giovani figli di Richard trascorsero la loro infanzia a Brindisi dove le navi del Tempio facevano scalo e trascorrevano il periodo invernale quelle imbarcazioni delle Puglie che trasportavano pellegrini e merci verso il regno di Gerusalemme. E’ qui che si delinea la vocazione marinara di Roger: Ramon Muntaner scrive: “quando il piccolo Roger aveva circa otto anni, accadde che un gentiluomo del Tempio, che era un fratello sergente, chiamato Vassayl di Marsiglia, comandante di una nave del Tempio e buon marinaio, venne a passare l’inverno a Brindisi con la propria nave, che era ormeggiata lungo la costa, e la fece sistemare”. Nel processo ai templari si ritrovano tracce di un certo Vassalius di Marsiglia. Continua Muntaner: “il gentiluomo fratel Vassayl si affezionò talmente a Roger da amarlo come suo figlio. E lo chiese a sua madre, dicendole che se glielo avesse affidato avrebbe fatto il possibile perché diventasse un buon templare. La madre, vedendo che era un gentiluomo, glielo affidò volentieri e quello lo prese con sé. Il piccolo Roger diventò il più esperto ragazzo di mare […] ed era ritenuto uno dei più abili uomini di mare del mondo per la sua pratica. Il gran maestro del tempio, che lo aveva visto entusiasta e buono, gli diede il mantello e lo fece fratello sergente dell’ordine. Poco tempo dopo che egli era diventato fratello, il Tempio comprò dai genovesi una grande nave, la più grande costruita a quell’epoca; si chiamava Fauçon, e la affidò a fratel Roger de Flor. Questa nave fu condotta con saggezza e con coraggio per cui Roger si trovò ad Acri contemporaneamente alla flotta del Tempio; tra tutte le navi che c’erano, nessuno valeva quanto la sua.” All’epoca dei fatti di Acri (1291), Roger doveva avere circa 24 anni. Il seguito della vicenda diviene quasi romanzesca: Roger interviene attivamente nelle operazioni di evacuazione dei civili di Acri; il Fauçon fa rotta per Chateau Pelerin. Secondo Muntaner questa attività frutta a Roger rispetto e “molti guadagni”. Egli divide con i dignitari dell’ordine tali proventi ma suscita l’invidia di altri; viene dunque accusato di aver tradito i voti di povertà e di aver accumulato ingenti ricchezze. Roger disarma la nave nel porto di Marsiglia e fugge a Genova, dove incontra Tisi d’Oria e altri che aveva conosciuto in Palestina; questi gli offrono del denaro prontamente reinvestito per l’acquisto di una nuova imbarcazione, l’Olivette, a detta di Muntaner “armata molto bene”. Roger raggiunge Messina per mettersi al servizio degli angioini, ma non ottiene lo sperato “contratto”; si metta allora al servizio di Federico I di Sicilia e si dedica alla pirateria a spese degli angioini stessi. La sua fama aumenta: Roger è stimato dal suo equipaggio e dagli uomini d’arme cui ricorre, anche perché è un datore di lavoro puntuale nei pagamenti. Questo gruppo diviene a tutti gli effetti una compagnia: è il nucleo della futura “Compagnia Catalana”, che sarà famosa in Grecia negli anni seguenti. Una volta sottoscritta la pace tra Carlo d’Angiò e Federico di Sicilia (1302), Roger si trasferisce in Grecia, al servizio dell’imperatore bizantino contro i Turchi. Il costo dell’equipaggio viene interamente sostenuto dal tesoro dell’imperatore. Roger mette insieme un esercito di 4000 uomini, tra i quali spiccano nomi come quello di Berenguer de Entença, membro di una influente famiglia catalana molto vicina al Tempio. Questo esercito risente della “templarità di Roger”: è unito e vincolato da una forte “fratellanza d’arme”. L’imperatore Andronico, stanti i successi di Roger, lo nomina “granduca”. La Compagnia inizia un periodo di fortissima ascesa, infliggendo pesanti sconfitte ai Turchi ed ai genovesi di Costantinopoli; a tal punto Roger sale nella considerazione dell’imperatore da meritarsi il titolo di “cesare”. Nel massimo momento di visibilità e potere, Roger viene però assassinato su ordine di Michele IX, figlio dell’imperatore Andronico. Ciò avviene il 4 aprile 1305. Fin qui abbiamo seguito Ramon Muntaner. Corre comunque l’obbligo di fare una precisazione storica: dopo la caduta di Acri del 1291 il gran maestro Jacques de Molay cita in un documento Roger de Flor come fratello templare, al contrario di quanto riportato da Muntaner che fa coincidere il momento della trasformazione in pirata del nostro, con le accuse mossegli dopo la caduta di Acri. Non solo, ma in questo documento Roger viene citato come consigliere di Federico I di Sicilia; siamo nel 1301. Chiudiamo la vicenda di Roger de Flor precisando che il suo Fauçon, pur essendogli stato ritirato, rimane un imbarcazione del Tempio: viene avvistato a Famagosta, a Cipro, nel 1301. Questa avventurosa vicenda, certamente in sé interessante, dimostra una certa quale tradizione marinara nel Tempio, a prescindere dal fatto che possa trattarsi o meno di una tradizione militare o mercantile. Peraltro il mare costituisce una interessante voce nel grande capitolo dei misteri del Tempio: il porto di La Rochelle viene spesso chiamato in causa a tale proposito. Nell’evidenziare come la scarsità di precisi riferimenti sia spesso il viatico inevitabile di ricostruzioni non sempre suffragate dall’obiettività richiesta allo storico, diamo di seguito un breve cenno di tali interessanti interpretazioni, con particolare riferimento all’opera di L. Charpentier “I misteri dei Templari”. L’autore individua in La Rochelle un luogo determinante nell’economia dell’Occidente templare e evidenzia come almeno sei strade partano dal predetto porto per arrivare nelle principali località della Francia. Non si può non condividere la valutazione di Charpentier allorquando afferma che La Rochelle era il centro principale per la gestione delle commende e delle balie templari del versante ovest francese. Vero è che sulla costa atlantica i Templari possiedono porti in Inghilterra, in Portogallo, in Spagna. Se si considera la funzione delle commende d’Occidente nell’economia del mondo templare (sussidio alla Terra Santa templare) paiono più funzionali i porti italiani, oppure Marsiglia o Collioure (porto ubicato nei pressi della Catalogna). Eppure i Templari investono fortemente su La Rochelle e fruiscono di un passaggio privato che congiunge direttamente, come anzidetto, il recinto del Tempio con le acque del porto. Perché ci si domanda. Charpentier risponde facendo appello a Jean de la Varende, che nel suo libro “I gentiluomini” racconta che i Templari andavano regolarmente in America, riportando argento dalle miniere che sfruttavano nel “nuovo” continente. Questo è il motivo per cui il “popolino”, parlando dei templari, era solito dire ils avaient de l’argent, hanno dell’argento; per traslazione del significato della parola argent, del denaro; dunque, ricchezza. Stando a Charpentier la chiave di tutto è proprio l’argento. La Rochelle sarebbe dunque il porto da cui i Templari si imbarcano per sfruttare le proprie miniere dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. A conferma di tali osservazioni, Charpentier enumera sei punti giustificativi: 1) i templari avevano una propria flotta e quindi marinai legati all’ordine (e ne abbiamo diffusamente parlato); 2) alcuni di questi marinai erano normanni e dunque discendenti di quei vichingi che partendo dalla Groenlandia hanno presumibilmente raggiunto la Terra Nova, la Wineland, l’odierna America; 3) tra i predetti marinai c’erano dei bretoni di cui sono attestate alcune testimonianze nella zona di Filadelfia; 4) i Templari avevano conoscenze geografiche tali da consentire di concludere per una forma sferica della Terra ( e qui viene citato il maestro della cattedrale di Chartres, oggetto di un’altra opera di Charpentier); 5) i Templari avevano visitato numerosi porti fenici, i quali, secondo alcune fonti, avrebbero intrapreso i medesimi itinerari marini; 6) al momento dello scioglimento dell’ordine gli uomini del Tempio si trasferiranno in quegli ordini iberici che così rapidamente e fruttuosamente saranno in grado di realizzare la scoperta “ufficiale” del nuovo mondo. Non solo: nel timpano del nartece di Vezelay viene effigiato, tra i popoli della terra, un “indiano dalle lunghe orecchie”, non un Indiano delle Indie ma un Indiano d’America; al tempo della costruzione, 1150 circa, non si dovrebbero trovare testimonianze in tal senso. Aldilà delle ulteriori informazioni fornite da Charpentier (una per tutte l’origine del culto del serpente piumato delle civiltà incaiche dai drakker norvegesi approdati sulle coste dello Yucatan), rimane interessante il problema della diffusione dell’argento in un mondo, quello europeo, che è sempre stato alquanto povero di tale metallo: ci sono miniere in Germania, scarsamente sfruttate, ci sono miniere in Russia, ma non sono note. Di qui la crucialità di La Rochelle e la rete stradale che la collega alle principali vie commerciali francesi (e dunque europee) ed ai porti mediterranei: il Tempio, secondo questa ricostruzione è il vettore della diffusione in Europa ed in Oriente di un metallo, l’argento, da sempre sostituito dall’oro e dal bronzo. Dovendo escludere potenziali esperienze alchemiche, occorre accogliere, non tanto come probabile attesa l’assenza di riscontri oggettivi, ma come semplicemente più logica l’ipotesi di una possibile “terza via” aperta ad ovest dai marinai del Tempio. Demurger indirettamente (ed inconsapevolmente direi!) risponde a questa impostazione evidenziando, nel trattare dei mezzi finanziari del Tempio, come i templari avessero trovato proprio in Oriente la fonte della loro presunta ricchezza, a fronte del presidio di alcune fra le principali vie carovaniere, dello sfruttamento dei bottini e dei tributi. Rimane comunque affascinante l’ipotesi di Charpentier e non priva di potenziali sviluppi oggettivi. L’esperienza marinara del Tempio è in ogni caso indiscutibile e parte integrante del mondo templare, a conferma di un poliedricità e di una capacità fuori del comune da parte dei templari di essere in grado di presidiare non già i luoghi ma le esigenze determinanti della loro missione con una modernità di mezzi e di intelletto decisamente sorprendente.

 

GERARD DE RIDEFORT
I Templari e il tramonto del regno di Gerusalemme: il disastro di Hattin e Gerard de Ridefort, il genio cattivo del Tempio di Andrea Maugeri
La caduta di Ascalona garantì la sicurezza della parte meridionale del regno di Gerusalemme. Tuttavia, un anno più tardi, nel 1154, Nur al Din si impadronisce di Damasco e unifica la Siria musulmana. Gli stati latini, da Antiochia ad Aqaba, hanno di fronte un solo e comune avversario. Guglielmo di Tiro giudica questo avvenimento “fatale per i cristiani, nel senso che sostituisce un uomo senza potere con un avversario formidabile”. La situazione geopolitica del Vicino Oriente si è completamente modificata nel giro di pochi anni. Nel 1146 l’attenzione era concentrata su Aleppo, Edessa e Antiochia. Dopo il 154 l’interesse dei franchi si sposta tutto a sud e si rivolge per più di un secolo all’Egitto. Nel 1154 l’Egitto è ancora in mano ai fatimidi, che tuttavia sono sulla via del declino. Al Cairo regna un califfo sciita, un eretico agli occhi di un sunnita come Nur al Din. Libero dalle campagne in Siria, l’emiro si rivolge ora contro i fatimidi. La jihad è un mezzo per unificare il mondo musulmano prima di sbarazzarsi dell’infedele, i cristiani degli stati latini. Impedire l’unione siro egiziana è fondamentale per i latini. Ora il loro margine d’azione è limitato. Il regno di Gerusalemme può mobilitare solo 60 cavalieri, gli stati del Nord meno della metà. A ciò si aggiungono gli effettivi che possono fornire templari ed ospedalieri: altri 600 cavalieri. Se si aggiungono i sergenti e gli ausiliari di ogni tipo si può schierare sul campo una bella armata. Ma non è sufficiente a difendere. La debolezza del popolamento franco, che negli anni 1150 – 1170 conosce il suo momento migliore ma non va oltre le 150.000 presenze, è strutturale. Gli stati latini devono adattare i propri obiettivi alle risorse umane di cui dispongono in permanenza e non alle risorse militari che possono riunire in occasione di una crociata giunta da Occidente. Gli ordini militari, in primo luogo il Tempio, sono i depositari dell’idea di crociata ed i principali strumenti a disposizione degli stati latini per condurre una guerra permanente contro l’avversario musulmano. Così, spesso, assumono un atteggiamento aggressivo nei confronti di quest’ultimo. Essi possono essere messi in movimento rapidamente, ora per condurre un incursione, ora una campagna. Ma l’esperienza della Terra Santa, la competenza militare e la conoscenza che hanno dell’avversario consigliano loro prudenza. Una cosa è conquistare, un’altra è conservare. Gli ordini militari, i franchi di Terra Santa – quelli che sono chiamati “poulains” – ne sono consapevoli. I crociati giunti da Occidente non lo sanno o non lo vogliono sapere: sono venuti per attaccar briga, in qualunque circostanza; comincia a crearsi una divisione, già percepibile in occasione della crociata contro Damasco: il poulain è un traditore, o quanto meno uno che viene a patti, e la prudenza di cui i templari o gli ospedalieri danno prova in alcune occasioni procura loro accuse di questo tipo. Per molto tempo la storiografia ha vissuto sullo schema che faceva degli ordini militari il naturale alleato dei crociati contro i latini d’Oriente. Tale schema non è accettabile. Gli ordini militari non sono omogenei; anche tra loro ci sono, in permanenza, poulain e crociati. Le loro perdite sono ingenti e il rinnovamento di uomini e rapido e costante; le reclute arrivano da Occidente con la mentalità bellicosa tipica del crociato. La disciplina, l’obbedienza attenuano i conflitti, ma non impediscono che emergano in alcuni casi: la politica egiziana di Gilbert d’Assailly, gran maestro degli ospedalieri, nel 1168 ha provocato una grave crisi dell’ordine. Al Tempio, l’elezione di Bernard de Tremelay nel 1152 e quella di Gerard de Ridefort trent’anni dopo sono state motivo di malumori e discordie interne. I conflitti negli stati latini hanno anche una ripercussione sulla vita degli ordini militari. I problemi dinastici, che sorgono dopo la morte di re Amaury nel 1174 – le minori età, le reggenze – indeboliscono l’autorità del re e provocano divisioni ai livelli direttivi, che non si limitano solo all’opposizione schematica poulains/crociati. Ne deriva un aspetto caratteristico degli stati latini nella seconda metà del XII secolo: l’intervento sempre più deciso degli ordini militari della vita politica e militare. Forse anche più di quanto fosse nelle loro intenzioni; certo più di quanto richiedesse la loro vocazione. Ma era inevitabile. È in questo periodo che appare con maggiore evidenza la missione originaria dei templari, cioè la protezione dei pellegrini sulle strade che conducono a luoghi santi; è a questa epoca che bisogna far risalire l’affidamento al Tempio ( e non la ricostruzione a sua cura) di punti particolarmente fortificati, torri o castelli, che svolgono la funzione di luoghi di osservazione, di sorveglianza, di ospitalità e di difesa lungo queste strade. I templari vi si insediano in tempo di guerra come in tempo di pace. In particolare due strade sono affidate alla difesa dei templari: quella da Jaffa a Gerusalemme e quella da Gerusalemme al Giordano. I pellegrini sbarcavano ad Acri e da là seguivano in massa la via costiera verso sud fino a Jaffa. Quest’ultima era tradizionalmente il porto di sbarco dei pellegrini, ma durante il periodo del regno latino gli è stato preferito Acri, più riparato. Lungo questa via costiera i templari si sono visti affidare nel corso del secolo alcune piazzeforti, torri e castelli. Da Jaffa la strada si addentrava nell’interno e si incontrava in primo luogo il castello di Casal des Plain (Yazur), che fu consegnato ai templari tra il 1160 ed il 1187. Da là partivano due strade per Gerusalemme, la prima attraverso Lyda, la seconda più a sud, attraverso Ramla. Su quest’ultima furono costruiti due castelli: Latrun, o Toron des Chevaliers, strappato ai musulmani dal conte Rodrigo Gonzalez di Toledo che lo donò ai templari nel 1138; e Chastel Hernault (Yalu), costruito da Baldovino I e ricostruito nel 1132 – 1133 a cura del patriarca e degli abitanti di Gerusalemme, consegnato poi ai templari tra il 1150 ed il 1179. Non si conoscono le sistemazioni che hanno operato i templari; ma Toron des Chevaliers, a metà strada tra Jaffa e Gerusalemme, era un castello con mastio e cinta, più importante degli altri, in cui era possibile ospitare i pellegrini per la notte. Da Gerusalemme al Giordano e a Gerico si trovano insediamenti templari a Citerne Rouge, come Adumin e Maldouin, che protegge un caravanserraglio; l’ordine possiede anche la torre di Bait Jubr at Tahatani e la torre della Quarantena, che dal monte della Tentazione sovrasta i giardini di Abramo, dove i pellegrini fanno sosta prima di raggiungere il Giordano. Per assicurare la protezione di questa strada è stata messa in funzione un’organizzazione speciale a Gerusalemme, diretta da uno dei principali dignitari dell’ordine, il commendatore della città di Gerusalemme: tra gli altri incarichi, infatti, deve condurre e proteggere i pellegrini che vanno al fiume Giordano. A tal fine dispone di una forza permanente di intervento di dieci cavalieri. Deve fornire l’equipaggiamento necessario: tende, cavalcature, viveri; quando la necessità lo impone, deve ospitare nella tenda feriti e malati o ricondurre i pellegrini sulle bestie da soma, se necessario. Nel 1172 il duca di Sassonia Enrico il Leone è stato scortato dai templari fino al Giordano. Il pellegrino tedesco Theodoricus, che ha visitato i luoghi santi fra il 1169 ed il 1172, ha lasciato una testimonianza dell’originaria missione di assistenza dei templari: recandosi al Giordano, ha fatto tappa per la notte nei giardini di Abramo; i pellegrini erano protetti su tre lati dal giardino mentre pattuglie di templari presidiavano il quarto. L’attività di pattugliamento non è specifica di queste vie di pellegrinaggio: i templari la esercitano in tutti gli stati latini. Il ruolo sempre più importante svolto dai templari nell’organizzazione difensiva degli stati latini appare anche dal numero di punti particolarmente fortificati che sono nelle loro mani in questo periodo al di là di queste due vie emblematiche. Nel suo racconto Theodoricus ha prestato particolare attenzione ai castelli della via del Giordano che ha percorso scortato dai templari; ma segnala anche al di sopra di Caifa, sul Monte Carmelo, il castello di Sainte Margherite, la cui torre sostiene un faro per i navigatori che approdano ad Acri. Egli ha sottolineato anche l’importanza delle costruzioni in Galilea, nella regione di Bethsan, a sud del lago di Tiberiade. A prescindere dall’esattezza delle identificazioni operate da Theodoricus, la sua testimonianza è importante per due ragioni. Essa fornisce un riferimento cronologico riguardo al possesso dei castelli da parte dei templari e mostra il particolare interesse dei franchi alla difesa del quadrante orientale. E’ nello scacchiere militare che i templari assumono un ruolo decisivo. Abbiamo una prova sicura: i documenti storici del tempo ne danno notizia sempre più spesso. Si segnalano i loro atti di coraggio, si calcolano le loro perdite. Anche le fonti musulmane cominciano a menzionare le loro azioni in seno alle armate franche. Persino prima delle fonti latine, gli autori musulmani sottolineano la singolarità dei gruppi formati dai templari e dagli ospedalieri. Nel corso di un cruento combattimento avvenuto nel 1157 avente come obiettivo Banyas, i templari hanno perduto in un’imboscata tesa da Nur al Din, 87 fratelli, uccisi o caduti prigionieri. Tra i prigionieri ci sono il maestro dell’ordine Bertrand de Blanquefort e Eudes de Sainte Amande, allora maresciallo del regno di Gerusalemme e futuro maestro dell’ordine. Nel 1164 Ugo di Lusingano, giunto in pellegrinaggio, è inviato dal re a combattere Nur al Din nella valle della Bekaa; il maestro del Tempio di Tripoli, Gilbert de Lacy, guida le truppe. Nel 1170 il piccolo castello del re a Daron, nell’estremo sud del regno alla frontiera con l’Egitto, è assediato da Saladino. Re Amaury si precipita con una piccola truppa rinforzata da 80 o 100 templari della guarnigione di Gaza e obbliga Saladino a togliere l’assedio. In quel momento, infatti, Saladino è padrone dell’Egitto a nome di Nur al Din, rimasto in Siria. A più riprese i latini tentano di fare dell’Egitto un loro protettorato; questo sino al 1168 quanto l’obiettivo diviene la conquista. Lo conferma l’accordo stipulato l’11 ottobre di quell’anno tra re Amaury e gli ospedalieri. Sono due i tentativi principali, ambedue classificabili come fallimenti totali; nell’ottobre del 1169 partecipano anche i templari. Il maestro Bertrand de Blanquefort è morto il 2 gennaio 1169: durante il mese di agosto è stato eletto Philippe de Nablus, con molta probabilità perché il re, di cui è parente, ha fatto pressioni. Saladino entra trionfante al Cairo e ristabilisce l’ortodossia sannita. Fortunatamente per i franchi le ambizioni di Saladino lo pongono presto contro Nur al Din. L’unione siro egiziana per una decina d’anni rimane solo apparente. In questo quadro si apprezza per la prima volta il peso decisivo degli ordini in una scelta politica e militare che si è rivelata disastrosa. I re degli stati latini si rivolgono ai maestri degli ordini per avere consiglio politico e per condurre importanti trattative diplomatiche. Evrard de Barres è a Costantinopoli nel 1147. Geoffroy Fouchier stila un trattato con l’Egitto prima delle operazioni militari del biennio 1168 – 1169. Philippe de Nablus è rappresentante del re a Costantinopoli nel 1171. ma nel 1184 re Baldovino IV, bersaglio della ribellione di Guido da Lusingano che è al momento solo conte di Jaffa, scaccia irato i maestri degli ordini e altri chierici venuti ad intercedere per quest’ultimo. Li manda in Occidente per chiedere aiuti e soccorsi per la Terra Santa. Nel corso del viaggio il maestro templare Arnaud de Torroja muore, lasciando via libera a Gerard de Ridefort. Hattin Iniziamo dalla fine. Il 29 ottobre del 1187, da Ferrara, un indignato Gregorio VIII reagì con la Bolla Audita Tremendi alla notizia della disfatta subìta dall’esercito gerosolimitano ai Corni di Hattin il 4 precedente: ignorava ancora lo sfondamento delle resistenze anche di Gerusalemme. Avendo udito la notizia del tremendo giudizio divino con cui la mano del Signore si è abbattuta sulla terra di Gerusalemme, noi e i nostri fratelli siamo confusi da tanto orrore e afflitti da tanto grandi dolori da non sapere che cos'altro fare se non piangere col Salmista: «Dio, i gentili sono entrati nel tuo retaggio, hanno profanato il tuo sacro tempio; hanno rovinato Gerusalemme, hanno dato le carni dei tuoi santi in pasto alle belve della terra e agli uccelli dell'aria»; poiché il Saladino, approfittando della discordia scoppiata in quella terra a causa della malvagità degli uomini istigata dal Demonio, è giunto là con gran quantità di uomini. Gli sono andati incontro il re, i vescovi, i Templari, gli Ospedalieri, i baroni e i cavalieri col popolo tutto e la croce del Signore... sicuro baluardo... contro le incursioni pagane. Ci fu battaglia e i nostri furono sbaragliati; perduta la croce del Signore, trucidati i vescovi, catturato il re e quasi tutti o passati per le armi o trucidati, salvo pochissimi salvatisi con la fuga; i Templari e gli Ospedalieri furono tutti decapitati sotto gli stessi occhi del re... è necessario... assalire i feroci e malvagi nemici e non esitare in alcun modo a fare in pro di Dio ciò che essi non temono di osare contro di Lui…E non vi diciamo di abbandonare ciò che avete, ma al contrario di depositarlo anzi tempo nel granaio celeste… impegnandovi nel recupero di quella Terra nella quale per la nostra salvezza sorse la Verità e non disdegnò di sopportare per noi il patibolo;né vogliate preoccuparvi di guadagno o di gloria temporale, ma solo della volontà di quel Dio che ha insegnato a riporre in Lui l'anima a vantaggio dei fratelli: e affidate a Lui le ricchezze che volontariamente o no state per abbandonare a non si sa quale erede...a quelli che, con cuore contrito e in umiltà di spirito, avranno accettato la prova di questo iter e saranno morti facendo penitenza dei loro peccati e nella retta fede, promettiamo l'indulgenza plenaria e la vita eterna. Sia che sopravvivano sia che muoiano, sappiano che saranno esentati dalla pena per la misericordia e per l'autorità degli apostoli Pietro e Paolo e nostra. I loro beni e le loro famiglie poi, da quando avranno preso la croce, saranno sotto la protezione della Santa Romana Chiesa e dei suoi arcivescovi, vescovi e prelati; e non dovrà esser loro contestata alcuna delle cose che abbiano posseduto senza contrasti all'atto in cui hanno preso la croce, purché non si abbia notizia certa del loro ritorno o della loro morte, ma fino ad allora i loro beni restino intatti e intangibili; né, inoltre, siano obbligati a restituire a nessuno prestiti a usura...) (Dato a Ferrara il quarto giorno dalle calende di novembre 1187, indizione sesta). Lo scempio consumato ad Hattin, le cui responsabilità storiche sono imputabili tutte e solo alla condotta irresponsabile dell’establishment occidentale, fu pretestuosamente impugnato per un’ altra sanguinosa Crociata, ancora attribuita alla volontà celeste. Deus le vult. E fu l’ulteriore prosecuzione di quel massacro cominciato nell’XI secolo quando, a seguito d’una sofferta depressione economica, politica e militare ed animate da grande fervore religioso, decine di migliaia di Europei s’erano portati in Outremèr pretestuosamente pretendendo di liberare la Città Santa dalla dominazione musulmana. Da allora, e per circa un secolo, il Regno gerosolimitano ed effimeri Stati Crociati, erano sopravvissuti solo in virtù delle lotte interne agli Arabi finché un grande Generale curdo compose l’unità politica e religiosa di quelle terre: il più volte ricordato Salah al-Din Yusuf ibn Ayyub, altrimenti detto Saladino: il protagonista della memorabile Battaglia dei Corni di Hattin, ove furono spazzati dalla storia una serie di personaggi politicamente insufficienti e militarmente incompetenti: Guido di Lusignano; Reginaldo di Châtillon; Raimondo di Tripoli; Eraclio d’Alvernia; Gérard de Ridefort. Da tempo si era esaurita la spinta propulsiva della Prima Crociata: come noto, un esercito di alcune migliaia di uomini, composto in buona parte di feudatari, valvassori e cavalieri, tra cui Goffredo di Buglione, il fratello Baldovino, Raimondo di Saint Gilles, i Normanni di Boemondo di Taranto e Tancredi d'Altavilla aveva dato vita, dopo il 1099, a fragili Stati cristiani dai vaghi confini, difesi dagli Ordini religiosi cavallereschi dei Templari e degli Ospedalieri. I precari equilibri si infransero per i contrasti dei Latini che presto presero a guerreggiare tra loro per contendersi i territori bizantini, mentre in Europa si inaspriva la conflittualità fra Chiesa ed Impero; fra Stati e Stati; fra Normanni, Papato e Monarchia bizantina. Di tali e tanti elementi di disordine e debolezza approfittò Saladino quando, nella inarrestabile avanzata che lo vide traversare il Giordano il 30 giugno del 1187, inviò parte dell'esercito a Tiberiade per stanare dall’accampamento di Sephorie i meno di ventimila cristiani di stanza. Le scaramucce della battaglia che decise le sorti del Regno gerosolimitano incominciarono il 30 giugno 1187 alle porte di Tiberiade ma lo scontro si consumò in un'area vicina a due colline dette Corni di Hattin, sulla via romana fra la Giordania e la costa mediterranea, il 5 luglio del 1187, ed ebbe come protagonisti i Musulmani del Sultano ayubbide Sala¯h al- Di&#728;n ibn Ayyu¯b ed i Cristiani guidati dal Re di Gerusalemme Guido di Lusignano, succeduto al lebbroso Baldovino IV la cui politica, orientata al rispetto degli accordi di tregua con i potentati islamici disposti ad accettare la presenza degli Occidentali in Palestina, fu vanificata dalla fazione crociata più incline allo scontro armato. Il casus belli era stato provocato da Rinaldo di Châtillon che aveva infranto l’armistizio della durata di due anni, proditoriamente attaccando, nell’estate del 1181, una carovana musulmana in transito da Damasco alla Mecca ed osando prendere prigioniera la sorella di Saladino: un affronto intollerabile! Alla richiesta di ammenda prudentemente accolta da Baldovino, Rinaldo aveva opposto un secco rifiuto cui, per reazione, fu opposta l’aggressione ad un convoglio cristiano: mille e cinquecento pellegrini, costretti a sbarcare a Damietta, furono tratti in ostaggio: sarebbero stati rilasciati solo quando e se l’aggressione precedentemente subìta fosse stata punita. Il primo scontro fra gli Ayyubidi e i Cristiani s’era combattuto sotto il castello degli Ospedalieri, nel 1181, e s’era concluso con un nulla di fatto. Le ostilità erano state riaperte l’anno successivo, con mischie bilaterali. Proprio in quella fase, le peggiorate condizioni di salute avevano indotto Baldovino IV ad affidare la reggenza del Regno al cognato che, a fronte del nemico, il 1° dicembre del 1182, era arretrato nella zona delle Sorgenti di Golia, dando prova di inaudita viltà. Quella condotta indusse alla revoca dell’incarico ed alla designazione del giovane Baldovino V, il 23 marzo del 1183. A margine della decisione, Baldovino IV riprese Giaffa ma non poté evitare che Guido, barricato in Ascalona, sfidasse la Corona. Il suo ultimo intervento armato, diretto in soccorso di Rinaldo di Châtillon posto sotto assedio, sbalordì la platea politica internazionale: gravemente ammalato, il coraggioso Baldovino guidò l’esercito stando in lettiga e suscitando tale ammirazione nel Sultano da indurlo al rientro a Damasco. Nel marzo del 1185, in punto di morte, negata ancora la reggenza a Guido, il Sovrano designò Raimondo III di Tripoli tutore del nipote minorenne. La scelta fu aspramente avversata dal Patriarca Eraclio, dal Gran Maestro Ospedaliero Ruggero di Les Moulins e dal Gran Maestro Templare Gérard de Rideford. Ma nel 1186, la morte del giovane erede rilanciò le aspirazioni di Guido di Lusignano insediatosi mentre il Reggente rientrava a Tripoli. L’imminenza della guerra fu sventata dalla mediazione di Baliano d’Ibelin. Nel frattempo, gli Stati Musulmani che circondavano gli Stati Crociati di Palestina, s’erano unificati sotto Saladino, nominato Vizir dell’Egitto da Norandino: assunto anche il controllo di Damasco, Aleppo e Mossul, egli era diventato Signore assoluto dell’area. Quando Guido divenne Re, prudentemente Raimondo trattò la tregua consentendo al Sultano, nella primavera del 1187, di inviare un esercito nella parte settentrionale del Regno. Parallelamente, l’ambasceria in marcia da Gerusalemme a Tripoli per negoziare la pace col Sovrano gerosolimitano fu annientata nella battaglia di Cresson del 1° maggio. L’evento compattò il fronte cristiano: Raimondo e Guido si posero in marcia verso Nord, mentre la fortezza di Tiberiade veniva strenuamente difesa dalla Principessa Eschiva di Galilea dagli affondi delle Fiaccole islamiche di Taqui al- Din. La città sarebbe caduta il 2 luglio. Disposto a rinunciare a Tiberiade in nome della sicurezza del Regno e persuaso che Saffuriya fosse per i Crociati una buona posizione, Raimondo ritenne che un’avanzata da Acri avrebbe avvantaggiato il nemico: Saladino aveva teso la trappola dell’assedio per portare allo scoperto gli Occidentali. Ma nel corso della notte, Gérard de Ridefort convinse Guido di Lusignano a liberare la città ed esercitò pressioni perché Raimondo, accusato di viltà, attaccasse subito malgrado i Musulmani attuassero già manovre di disturbo e condizionassero i movimenti della retroguardia cristiana riunita Cafarsett. Cento Cavalieri giunti da Jaffa ed Ascalona; una quarantina da Ramla e Mirabel; dieci da Ibelin; cento dal Principato di Galilea; cento da Rinaldo di Sidone; sessanta da Rinaldo di Châtillon; ventiquattro dal Siniscalco Joscelyn di Courteney; dieci dal Vescovo di Lidda; sei dal Primate di Nazareth; quarantuno da Gerusalemme; ottantacinque da Nablus; ottanta da Acri e ventotto da Tiro, oltre i membri dei vari Ordini religiosi, per un totale di mille e duecento, si affiancarono a quattromila Turcopoli, a supporto della Cavalleria; ad un imprecisato numero di mercenari; ad un gruppo di balestrieri pagati da Enrico II d'Inghilterra ad espiazione dell' assassinio di Thomas Becket e a marinai italiani provenienti da Tiro, Sidone, Acri e Beirut. La modesta armata di Guido di Lusignano fu infoltita da pellegrini disarmati e provenienti da tutta Europa per un numero complessivo di sedicimila uomini. Per eludere lo scontro frontale ed immediato, seguirono la via scartata da Raimondo, da Saffuriya al villaggio di Mash-had, prevedendo di coprire il percorso in un giorno e così non appesantendosi delle cisterne d’acqua. Saladino radunò, invece, il più grande esercito che si fosse mai visto: oltre trecentomila uomini fra Cavalieri, arcieri e fanti. Alla notizia che i Cristiani erano in movimento, impegnò truppe per disturbarne la marcia, uccidendogli i cavalli senza accettare lo scontro. Fra una mischia e l’altra, in sei ore di cammino gli Occidentali raggiunsero Monte Turan dove v’era una ricca sorgente, ma Guido rifiutò di fermarsi: a mezzogiorno, i contingenti erano al centro di un’area desertica; provati dal caldo e dalla sete; sfiniti dalle corazze arroventate dal sole. Il 25 giugno, i Musulmani si posero in marcia verso Khisfin, sulle colline del Golan, guadando il Giordano; acquartierandosi a Kafr Sabt, a metà del percorso tra Saffuriya e Tiberiade e molestando la retroguardia nemica obbligata alla sosta. Accampati nel mezzo della pianura, i Cristiani furono sommersi da una pioggia di frecce. Ben consapevole del disastro conseguente ad uno scontro combattuto in quelle condizioni, Raimondo ordinò una deviazione verso Nord per raggiungere le sorgenti di Kafr Hattin, a quattro ore di ulteriore cammino: dissetarsi e riposare erano le sole condizioni in grado di garantire lo scontro del giorno seguente. Ma quella disperata ricerca d’acqua era stata prevista da Saladino che ordinò a Taqi al-Din e a Keukburi l’imboscata all’armata occidentale sotto Hattin. L’ulteriore atto del dramma fu scritto da Guido di Lusignano che ordinò la sosta, contro le vane proteste di Raimondo, pronto ad attaccare l'ala destra musulmana per aprirsi un varco: le retrovie templari e Ospitaliere, impossibilitate a contrattaccare efficacemente, esigevano di acquartierarsi per riorganizzarsi. La notte fu straziata dalla sete, mentre le truppe di Saladino ostentatamente gettavano la loro acqua nella sabbia e si esibivano in un intollerabile chiasso mirato a turbare il riposo del nemico. All’alba del 4 luglio, la marcia fu ripresa: il Sultano attese che il sole facesse la sua parte. Scrisse Abu Shama che ...Sirio gettava i suoi raggi su quegli uomini vestiti di ferro e la rabbia non abbandonava i loro cuori. Il cielo ardente accresceva la loro furia; i cavalieri caricavano, ad ondate successive nel tremolio dei miraggi, fra i tormenti della sete, in quel vento infuocato... Quei cani gemevano sotto i colpi, con la lingua penzoloni dall'arsura. Speravano di raggiungere l'acqua, ma avevano di fronte le fiamme dell'inferno e furono sopraffatti dall'intollerabile calura... La retroguardia fu pesantemente attaccata: la fanteria, allo stremo, si sparpagliò sulla collina e Guido piantò la sua tenda rossa come punto di riferimento contro le ondate di fumo sollevate dalle sterpaglie accese dai Musulmani per confondere il nemico. Privo di alternative e soverchiato dalle decisioni dello Stato Maggiore crociato, l’irriducibile Raimondo avocò il comando delle truppe, in virtù della norma feudale che riconosceva al Feudatario l'onore di capeggiare l’avanguardia ed ordinò la carica mentre Guido si posizionava al centro della formazione, con i Vescovi di Lidda e Acri, muniti della santa reliquia della Croce e nelle retrovie si compattavano Baliano di Ibelin, i Templari e gli Ospitalieri con i rispettivi Gran Maestri: Gérard de Ridefort e Ruggero di Les Moulins. Taqi al-Din aprì le fila e lasciò entrare la scomposta valanga occidentale per poi richiudere i varchi ed isolarla dal Comandante. La mischia si fece furiosa: il Primate di Acri cadde mentre gli Arabi passavano ad affondi di daghe e lance ed invano il Vescovo di Lidda con una manciata di sopravvissuti difese il sacro frammento: Saladino accerchiò i Cristiani ordinando agli arcieri a cavallo di contrastare la fanteria nemica mentre egli stesso fronteggiava la cavalleria pesante europea. L’obiettivo di Saladino era la tenda rossa di Guido, come testimoniò il figlio diciassettenne al-Malik al-Afdal: ...Quando il re dei Franchi si ridusse sul colle, con quella schiera fecero una carica tremenda sui musulmani che avevano di fronte, ributtandoli addosso a mio padre. Io lo vidi costernato e stravolto, afferrandosi alla barba, avanzare gridando 'Via la menzogna del demonio!', e i musulmani tornare al contrattacco ricacciando i Franchi sul colle. Al vedere indietreggiare i Franchi, e i musulmani incalzarli, io gridai dalla gioia: 'Li abbiamo vinti!'; ma quelli tornarono con una seconda carica pari alla prima, che ricacciò ancora i nostri fino a mio padre. Egli ripeté il suo atto di prima, e i musulmani, contrattaccatili, li riaddossarono alla collina. Tornai ancora a gridare 'Li abbiamo vinti!', ma mio padre si volse a me e disse:'Taci non li avremo vinti finché non cadrà quella tenda!', e mentre egli così parlava la tenda cadde, e il sultano smontò da cavallo e si prosternò in ringraziamento a Dio, piangendo di gioia.... Amalrico guidò un duro affondo, mentre Raimondo guidava la prima divisione con Boemondo d’Antiochia e Baliano e Joscelin III di Edessa schieravano il resto dell’esercito. Assetati e sfiniti, i Crociati furono bloccati alle spalle ed impediti da ogni possibile ritirata e, per quanto il Conte di Tripoli caricasse due volte per sfondare le linee nemiche e raggiungere le scorte d'acqua, restò isolato dal resto dell'esercito e fu obbligato alla ritirata. Gran parte della fanteria crociata aveva già disertato. Guido tentò di arginare i residui urti ma i suoi cavalieri furono circondati ed abbattuti: in migliaia furono catturati ed immessi sul mercato degli schiavi. Lo storico arabo Imad al-Din racconta: ...Saladino promise cinquanta denari a chiunque portasse un templare o un ospitaliero... Subito i soldati ne portarono centinaia, ed egli li fece decapitare perché preferì ucciderli piuttosto che ridurli in schiavitù. Era circondato da un gruppo di dottori della legge e di mistici, e da un certo numero di persone consacrate alla castità e all'ascetismo. Ognuno di essi chiese il favore di uccidere un prigioniero, sguainò la spada e scoprì l'avambraccio. Il sultano stava seduto con la faccia sorridente, mentre quelle dei miscredenti erano accigliate. Le truppe erano schierate, con gli emiri su due file... Io ero presente e osservavo il sultano che sorrideva al massacro... Saladino pronunciò solennemente il suo intento di ...purificare la terra da questi due ordini mostruosi, dediti a pratiche insensate, i quali non rinunzieranno mai all'ostilità, non hanno alcun valore come schiavi e rappresentano quanto di peggio vi sia nella razza degli infedeli.... I Musulmani sottrassero al cadavere del Vescovo di Acri la reliquia della Vera Croce; invasero il padiglione occidentale e presero prigioniero Guido, il fratello Amalrico, Reginaldo, Guglielmo V del Monferrato, Honfroy de Toron e molti altri. Li condussero nella tenda del Sultano che offrì al Re un generoso calice d'acqua ma, quando costui lo passò a Reginaldo, egli precisò di non essere vincolato dal codice di ospitalità nei confronti di aggressore: lo decapitò personalmente e sprezzantemente rivolgendosi a Guido, inginocchiatosi convinto di dover subire la stessa sorte, disse I veri Re non si uccidono a vicenda:. In cambio della libertà, il Sovrano gerosolimitano accettò di cedere Ascalona, ai cui residenti fu consentito di rientrare in Europa. Gérard de Ridefort fu liberato previa consegna di Gaza. Baliano di Ibelin, sfuggito alla cattura, organizzò la difesa di Gerusalemme e ne trattò la resa. I Cavalieri degli Ordini religiosi furono condannati a morte e consegnati per l’esecuzione a fanatici irregolari al seguito del Sultano, al cui cospetto fu consumato un orrendo bagno di sangue. Raimondo di Tripoli, sopravvissuto alla battaglia, morì pochi mesi più tardi. Entro la metà di settembre, Saladino aveva conquistato san Giovanni d’Acri, Nablus, Jaffa, Sidone, Toròn, Birut e Ascalona. Tiro fu salvata da Corrado del Monferrato mentre la Città Santa veniva difesa dalla Regina Sibilla, dal Patriarca Eraclio e da Baliano che ne negoziò la resa il 2 ottobre. La notizia del massacro di &#7716;a&#7789;&#7789;&#299;n sconvolse l’Europa il cui fremito d’indignazione si risolse nel bando di un’altra crociata, enfatizzata dalla Bolla Audita Tremendi di Gregorio VIII e finanziata in Francia ed Inghilterra con la Decima del Saladino. La campagna, tuttavia, iniziò solo nel 1189 e fu guidata da Federico I di Hohenstaufen, Riccardo cuor di Leone e Filippo Augusto. L’esito della Battaglia dei Corni di Hattin fu causa del crollo del Regno latino d’Outremèr ovvero dei Regni di Antiochia, Edessa, Tripoli e Gerusalemme, durati meno di novant’anni. Ci pare opportuno fornire di seguito delle brevi note biografiche circa i protagonisti degli eventi di Hattin. Guido di Lusignano Nato nel Poitou verso il 1150 e vassallo di Enrico II d’Inghilterra, avendo a diciotto anni ucciso il Conte Patrick di Salisburgo ed essendo stato bandito dalla Contea, dopo varie peregrinazioni, fra il 1174 ed il 1180 Guido di Lusignano era approdato a Gerusalemme procurandosi l’accesso a Corte grazie alle nozze del germano Amalrico con la figlia di Baldovino d’Ibelin. Presto si era fatto notare per ambizione e disinvoltura diventando l’amante di Agnese di Courtenay, figlia di Joscelin II di Edessa: quale erede del feudo, ella era stata sposata all’età di soli quindici anni a Rainaldo di Marash, morto nella Battaglia di Inab del 1149 e, nel 1157, era stata destinata al Conte Amalrico di Jaffa ed Ascalona che l’aveva rapita ed impalmata secondo le leggi del Lignages d'Outremer. Dal matrimonio erano nati tre figli: Sibilla, Baldovino IV ed Alice presto mancata. Insieme avevano vissuto alla Corte di Gerusalemme nel perdurare del governo della Regina Melisenda, deceduta d’infarto nel 1161 a Nablus. Nel 1162, s’era spento anche Baldovino III e, per assenza di discendenza diretta, Amalrico aveva cinto la tiara e ripudiato Agnese, ormai priva di beni se non anche bigama, persistendo il dubbio che fra la vedovanza e le seconde nozze avesse segretamente sposato Ugo d’Ibelin. A fronte della sola e pur mai confermata ipotesi, l’Haute Cour di Gerusalemme aveva infatti intimato al Sovrano il divorzio, pena la perdita del trono: l’annullamento del vincolo fu motivato con la remota consanguineità determinata dal comune trisnonno Guido I di Montlhéry. I figli superstiti, tuttavia, mantennero il diritto alla successione: il giovane Baldovino IV fu educato da Guillaume de Thyre; la sorella Sibilla fu posta sotto la tutela della abbadessa Giuditta di Betania ma, a partire dal 1167, anno in cui Amalrico I passò a nozze con Maria di Costantinopoli, da cui ebbe la figlia Isabella, Agnese fu pressocché bandita da Corte. Aveva conservato la sola titolarità del feudo di Jaffa ed Ascalona; aveva realmente sposato nel 1163 Ugo d’Ibelin e, di nuovo vedova, nel 1170 si era legata a Reginaldo di Sidone. Quattro anni più tardi, Amalrico morì e gli subentrò, già lebbroso, il giovane Baldovino sotto tutela di Milo di Plancy e Raimondo III di Tripoli: accanto al figlio, recuperati prestigio ed influenza, Agnese partecipò alle riunioni dell’Haute Cour mentre la Regina vedova Maria si ritirava a Nablus per tutelare gli interessi di Isabella e mentre Sibilla, ormai in età da marito, sposava Guglielmo del Monferrato, spentosi lasciandola gravida di Baldovino V. Nel 1176 Filippo di Fiandra, quale parente più prossimo del defunto Sovrano, rivendicò il diritto alla reggenza pretendendo che le due Principesse sorellastre sposasero due suoi vassalli: l’una, per sua fortuna, era troppo giovane; l’altra fu difesa dagli Ibelin: l’erede al trono era ormai maturo e non aveva più bisogno di tutela. Il Consiglio di reggenza fu, pertanto, esautorato e liquidato mentre Agnese attingeva al Tesoro reale i cinquantamila dinari necessari a riscattare la libertà del fratello Joscelin III di Edessa, ostaggio degli Arabi, e lo investiva del ruolo di Siniscalco reale; orientava le scelte politiche del figlio; conferiva la carica di Connestabile ad Amalrico di Lusignano nel 1179; promuoveva il Primate di Cesarea Eraclio a Patriarca Latino della Città Santa; sceglieva un nuovo marito alla figlia Sibilla. A tal proposito, nella Pasqua del 1180, Raimondo III di Tripoli e Boemondo III di Antiochia marciarono armati su Gerusalemme pretendendo che la giovane vedova sposasse Baldovino di Ibelin; ma Baldovino ripiegò su Guido di Lusignano: il legame avrebbe assicurato alla Corona gerosolimitana rinforzi militari inglesi, anche in vista del progettato pellegrinaggio col quale Enrico II intendeva affrancarsi dalla colpa dell’assassinio di Thomas Beckett. Nel 1182, ormai cieco e debilitato, il Sovrano nominò Reggente il cognato che, incapace ed inetto, consentì a Rinaldo di Châtillon di esercitare inaudite violenze contro i Musulmani aprend